Capitolo I

11 Amkog’ 3077

Tramontava il sole ad ovest, lentamente oscurando l’enorme monte artificiale che la città formava; suonavano le campane dalle torri,e la vita cominciava: iniziò così la notte del 11 Amkog’, anno 3077 dalle prime scritture, anno 979 dalla nascita del regno dei monti. Un’usanza strana vigeva nel regno che occupava il nord-ovest dell’esagono: la vita era notturna, e le date delle notti erano fisse a quelle del giorno in cui nascevano; per tale regola, mentre nel resto del mondo sarebbe iniziato il giorno 12 alla mezzanotte, nei monti i registri avrebbero continuato a segnare 11 Amkog’ fino all’alba del sole. Caratteristica, questa del popolo montano, che rendeva poco pratiche le visite da chi non vi faceva parte: non tutti avevano una capacità di adattamento tale da permettere un così repentino cambio orario di vita. Eppure era per il regno un vantaggio assai notevole: la vita notturna aveva permesso la vittoria in numerose battaglie, mentre di rado gli eserciti nemici avevano potuto scontrarsi con le armate del nord-ovest sotto la luce del sole; regole e addestramenti validi che ne facevano uno dei più efficienti eserciti del mondo. Neanche, in alcun modo, ne risentiva di questa usanza il commercio: Durtar Malur, il secondo più grande porto dell’esagono, situato in un piccolo golfo nel pieno dello stretto del serpente, era florida meta di mercanti di ogni dove, e principale snodo commerciale tra regni esterni e regni interni; poiché porto esclusivamente commerciale (non avendo il regno dei monti una flotta militare, risultava quasi inutile, se non sfavorevole, un porto militare, per di più così vicino al nemico), le sue banchine brulicavano di giorno di mercanti di ogni paese, lingua e nazione, e di notte dei mercanti dei monti stessi. Da Durtar Malur partivano circa i quattro decimi delle rotte commerciali che collegavano i sei stati esterni con il continente interno.
Era quindi una convenzione, e una legge, la vita notturna nel nord-ovest scomoda ai nemici, favorevole agli amici, ancor più favorevole agli abitanti stessi, sopra i quali regnava la casata Della Luna, che aveva, quasi mille anni prima, interceduto affinché il regno potesse dichiararsi indipendente. L’ubicazione della capitale del regno era assolutamente sconosciuta a coloro i quali non abitavano nei monti; e chi pure vi abitava, non sempre era sicuro di dove si trovasse; era nata, riguardo ciò, la leggenda che questa città avesse zampe proprie e potesse spostarsi a suo piacimento entro i confini dei monti. Questa assoluta segretezza era stata possibile esclusivamente grazie alla fermezza di spirito degli abitanti stessi, i quali mai, neanche sotto le più atroci torture, ne avrebbero rivelato le coordinate, unita a rigidi controlli su chi vi poneva piede: era assai raro che qualche straniero venisse accolto anche solo nel raggio di cinque leghe dalla città, ed era ancora più raro che chi avesse ricevuto questo privilegio potesse poi lasciare la capitale. Era questa un’enorme massa di costruzioni, abitazioni civili mescolate a magazzini e caserme militari: era il deposito principale di viveri del paese in casi di estrema necessità e la prima caserma del regno in quanto numero di soldati e preparazione degli stessi; rispetto alla sua mole, quindi, la città contava pochi abitanti: a stento raggiungevano un milione, che abitavano un intero monte alto quasi diecimila piedi, in cima al quale, quasi sospesa sui tre picchi della vetta, sovrastava la fortezza nera, in cui viveva la famiglia reale e dalle cui fondamenta partivano un profondo scavo cilindrico che arrivava fino alle falde del monte in cui erano presenti magazzini, depositi di viveri, armi e beni, e abitazioni per la popolazione nell’impossibile caso di un assedio: nei suoi quasi duemila anni di vita, mai un assedio aveva lontanamente sfiorato la città. Effettivamente, mai un esercito nemico si era inoltrato nei monti per più di mezzo miglio. Eppure, il popolo del regno era contraddistinto da un forte senso di prudenza, accortezza e intelletto: l’unica cosa che è sicura a questo mondo, secondo un detto locale, è il sorgere della luna. Per tale, tutte le città erano collegate da una fittissima, e altrettanto nascosta, rete di gallerie sotterranee con punti di sosta e ristoro per chi viaggiasse seguendole, fuggendo la luce del mondo. La capitale non aveva un nome specifico: dagli abitanti era semplicemente nominata “la città”, dagli stranieri era semplicemente mai nominata. Essi conoscevano, e potevano conoscere, solo due città del regno, entrambe situate a sud-ovest dall’enorme catena montana: Zorqun la maggiore, Torre Oscura la più piccola. La distanza a cavallo che le separava era poco meno di un giorno di viaggio, e, sulla strada che le univa, s’incrocia uno di quelli che poi diventerà uno dei maggiori fiumi del sud-est. Erano queste due città assai diverse tra loro, tanto quanto lo erano dalle altre città all’interno dei monti; Zorqun era, in assoluto, la città più popolosa di tutto il regno: con oltre tre milioni di abitanti, superava di tre volte e più la capitale e di quasi due volte la seconda città più popolosa. Gli eventi la interesseranno da vicino, ed è solo rimandata la sua storia e la sua descrizione. Torre Oscura, invece, era più un avamposto militare che una città: poco più di centomila abitanti che nessuno straniero aveva mai visto, era assolutamente impossibile, anche per un occhio attento, scorgere la cima della sua torre dalla strada che fiancheggiava le montagne, e la rendeva sconosciuta ai più al di fuori del regno; i più sapienti sapevano però che dovesse esserci una caserma in quelle zone: provvidenziale era stato molte volte l’aiuto militare che questa città forniva in caso di battaglie all’esterno, poiché nascosta e grande caserma. Anche in questo caso, vengono rimandati i particolari che la riguardano.
È stata già citata la casata Della Luna, che regna sui monti da generazioni; il loro vessillo era una luna piena d’avorio su campo nero, ed il loro stemma araldico la luna stessa: la loro stessa vita era legata alla luna fin dalla nascita. All’epoca descritta, anno 3077 dalle scritture, il re dei monti era Tildor III, il quale aveva in gioventù combattuto sicuramente meno battaglie di molti suoi predecessori, eppure svolto un difficilissimo lavoro diplomatico all’interno dell’esagono, riuscendo, pochi mesi prima, ad accordare gli stati dell’est sulla contesa secolare che riguardava il promontorio posto dall’altro capo del continente rispetto ai monti. Era tuttavia egli rispettato maggiormente per la fama e la storia della sua casa che per le sue gesta: neanche lontanamente poteva avvicinarsi alla gloria del suo omonimo Tildor II che, oltre settecento anni prima, aveva sconfitto in appena venti giorni il regno dei fiumi procurando onori, gioia e predominio al regno dei monti; lontani erano anche i tempi della gloria e dei fasti dei monti. Nonostante ciò, il regno più forte militarmente, più attivo commercialmente e più rinomato diplomaticamente nell’esagono era proprio il regno delle montagne, e gli altri stati, pur in libertà, trascorrevano comunque una politica sottomessa, se pur volontariamente, a quella della casata Della Luna. Era per tale importante che i futuri regnanti venissero educati all’attitudine al comando, alla severità, ma, soprattutto, ad essere umili ed empatici: non avevano il controllo diretto sui sei regni interni ma potevano averlo, e dovevano mostrare che, nonostante questo, erano rispettati gli altri stati. L’ultimo della casata, figlio unico, era Dalmor Della Luna, il quale, se fosse riuscito ad arrivare sul trono, avrebbe assunto il nome di Dalmor II; nulla però affermava il contrario, e la sua salita al trono era pressoché scontata; il giovane aveva diciannove anni, ed era identico a suo padre e a tutti gli altri uomini della sua casata prima di lui: alto oltre la media, capelli neri quanto la pece, occhi più neri dei capelli e profondi più della notte, pelle bianca quanto la luna, e fisico potente. Non scarseggiavano intellettualmente coloro i quali si chiamavano Della Luna, ma Dalmor era considerato, fin dall’infanzia, un prodigio: eccelleva in tutti i campi intellettuali e in quasi tutti quelli militari; solo, non amava cavalli, lance ed archi: preferiva un corpo a corpo a queste armi. Suo padre aveva tentato per anni di imporgliele, ma ogni tentativo era stato vano: oltre che pigro era pure testardo. Aveva tuttavia dovuto accettare la cosa qualche settimana prima degli eventi narrati, quando lo investì per la sua prima battaglia da condottiero, passandogli la spada reale; la battaglia era stato un successo su tutta la linea, ed ormai Tildor non si preoccupava più per la scuola militare del figlio: avrebbe scelto egli stesso i suoi addestramenti ormai. Dalmor viveva nella quarta torre in ordine di altezza della fortezza nera, che in totale ne contava sette circondate da una cinta di mura alta e possente; la sua torre aveva, ai piedi, le cucine reali, e suo padre se ne pentì non poco quando gli assegnò gli alloggi in cima a quella torre. Al tramontare del sole, il suo fedele scudiero, non più molto giovane, Mamnor, andò ad aprire la porta e a svegliare il giovane principe. Trovò le finestre tutte aperte, un vento gelido riempiva l’aria, e il principe nudo sul letto, senza alcuna copertura dal freddo, che dormiva beato come un angioletto. Sospirò, abbassò la testa e ripeté il rituale tipico di ogni risveglio: chiuse le finestre, accese le candele, preparò un bagno freddo e, infine, iniziò la sua ardua lotta con il giovane per svegliarlo; lo destò urlandogli nelle orecchie, ma si riaddormentò pressoché all’istante; lo tirò giù dal letto, e si ridestò ancora, ma, sedutosi sul tappeto, si era già riaddormentato. Mamnor odiava quello che doveva fare ogni mattina per farlo alzare dal letto, o meglio, dall’ultimo luogo in cui si era riaddormentato; quando era più piccolo, poteva prenderlo in braccio e buttarlo nella vasca piena di ghiaccio, svegliandolo efficacemente. Ma adesso, che era cresciuto effettivamente troppo, non poteva portarlo dal ghiaccio, e, quindi, portava il ghiaccio da lui, infilando la sua testa in un secchio pieno zeppo di acqua gelata, riuscendo a farlo alzare e a trascinarlo fin nella vasca, in cui, assicurando al giovane che fosse il suo letto comodo (non era molto cosciente nei primi attimi del risveglio), lo poneva sdraiato e quasi completamente immerso. Dieci secondi dopo, come ogni giorno, il giovane saltava in aria per il freddo e iniziava a maledire il vecchio scudiero, il quale non se ne preoccupò, poiché sapeva che era quello il suo modo di dirgli buongiorno.
“Ti odio” le prime due parole comprensibili che pronunciava due mattine su tre “sei insopportabile. Non hai un modo migliore per svegliarmi?”
“L’unico altro modo” precisò il vecchio, sedendosi su una poltrona e riposandosi “sarebbe non farti mai cadere nel sonno.”
“Bah, fatto sta che se ad ogni risveglio rischio di perdere tre mesi di vita, tra qualche mese sarò bello che sotterrato.” Si guardò attorno e si diresse verso l’armadio, fermandosi poco a lato della porta però: su una sedia erano appoggiati i suoi abiti preferiti, ma un’occhiataccia di Mamnor lo distolse dalla sua idea, e si vide costretto ad entrare nello stanzino ed a scegliere abiti più consoni alla sua persona.
“Non farai colazione qui stamane” gli si rivolse lo scudiero, riempiendo di tabacco la sua pipa e quella del giovane, lasciandole sul tavolino “ma la farai assieme a tuo padre, nel suo solarium. Penso voglia dirti qualcosa.”
“La tua perspicacia o la presunta tale a volte mi sorprende” Dalmor era uscito dal guardaroba praticamente come ci era entrato, nudo “non ho la minima idea di arrivare fin lassù senza mangiare e, soprattutto, senza fumare.” E prese la pipa, l’accese con un bastoncino di legno a cui aveva dato fuoco grazie ad una candela, e rientrò nel guardaroba fumando.
“Un ragazzo della tua età dovrebbe fumare di meno” sospirò Mamnor, risollevando un discorso mille volte compiuto “perché non provi a diminuire la quantità di tabacco giornaliera?”
“Tanto moriremo tutti prima o poi, ed io se arrivo ad avere venticinque anni è un miracolo” gli rispose il principe da dentro lo stanzino con una voce soffocata, che tradiva un capo che non andava bene al suo posto “sai, è la terza volta in dieci giorni che mio padre mi invita nel suo solarium a fare colazione. Che forse voglia finalmente fare qualcosa di utile nella sua vita?”
“Non dire così” lo rimproverò punto il vecchio “tuo padre ti vuole bene, vuole il bene del suo popolo e del suo regno e lo ha dimostrato, anche se in modo meno glorioso e palese dei suoi predecessori.”
“Non ha mai superato il trauma di mia madre, non posso in alcun modo giustificarlo” uscì il giovane dallo stanzino, rinchiudendosi la porta alle sue spalle; fece un movimento con le braccia come ad intendere ‘Allora? Sto bene?’ e un cenno della testa di Mamnor gli diede la risposta che cercava “non si può dopo diciannove anni restare ancora imprigionati nel dolore di una perdita.”
Mamnor sospirò e chiuse gli occhi. Ogni volta che poteva, il giovane portava alla luce il discorso solo per ricevere assenso e consenso alle sue tesi e argomentazioni, dimostrando la fragilità del padre. Erano queste pure ben fondate: il padre aveva perso la moglie da diciannove anni e ancora non aveva superato il dolore, lui ne aveva avuto uno simile e lo aveva più velocemente superato. “Non dimenticarti che tu hai avuto Uldor ad aiutarti nel superare la perdita, lui non..”
“Aveva me.” Lo sguardo di Dalmor era fisso. Indossava comodi ed eleganti calzoni di cervo, stivali neri e corti, una semplice giubba di cuoio sopra una delicata tunica bianca di lino, il tutto coperto da un mantello completamente bianco. Come suo solito, portava le braccia scoperte: non si era mai riusciti a capire il perché di questa abitudine, così come non si era mai riuscito a fargliela perdere; era ormai effettivamente troppo tardi per provare a modificarla.
“Oggi non porti la spada?” chiese Mamnor notando che la stava lasciando appesa al muro, sul caminetto “Non pensi che tuo padre sarebbe felicissimo di vedertela addosso ogni volta che ti incrocia? È pur sempre il simbolo della vostra casa.” La spada reale, Lama di Luna, rimase nella stanza.
“Non sono re, non sono generale, non sono null’altro che il figlio di un re. Non merito titoli, onori e riconoscimenti maggiori di un qualsiasi altro essere umano.” E si avviò a passo deciso verso la porta; quando era però nelle sue immediate vicinanze, emesse un sonoro “No” e tornò indietro.
“Tabacco” Mamnor era rimasto fermo sulla sua poltrona , assistendo alla scena, la quale si ripeté altre tre o quattro volte, ogni volta Mamnor annunciando cosa si era dimenticato il giovane. Quando alla fine tutto era stato preso, si alzò e assieme lasciarono l’appartamento alla cima della quarta torre, scendendo le scale e fermandosi a mangiare nelle cucine. Come al solito, Dalmor interruppe tutti i lavori e fece mangiare tutti assieme a lui.
“Gli esseri umani sono tutti uguali e mangiano tutti allo stesso modo, non vedo perché dovrebbero esserci differenze su questo punto” era solito ripetere ogni volta che ciò accadeva. In totale, però, suo padre si ritrovava ogni volta che lo convocava a far colazione da lui ad attendere oltre le tre ore prima che il figlio si presentasse; l’essere ritardatario era non un vizio, ma proprio un punto particolare del giovane principe, e il padre lo sapeva bene: da quando lo convocava a quando quegli si sarebbe presentato convocato, aveva circa tre o quattro, dipendeva da come si sarebbe alzata la Luna l’esattezza del tempo, ore per svolgere tutte quelle funzioni che avrebbe svolto dopo nel caso in cui avesse avuto un figlio, per così dire, “normale”. Era quindi impegnato in riunione coi generali giù in città nel mentre in cui Dalmor si abbottonava il mantello, ed erano circa due minuti passati che si era avviato per le scale della sua torre, la seconda, andando ad attendere il figlio nel suo appartamento, quando questi si presentò alle guardie alla base dell’alta costruzione chiedendo, per l’appunto, informazioni riguardo il re; sapute le dovute notizie della mattina, mentre la luna, alzatasi in fase crescente, completava la sua ascesa dai monti circondanti, si avviò con calma su per le scale, lasciando Mamnor in attesa al primo piano, riposandosi. Circa quaranta minuti dopo raggiunse la cima della torre: non era questo un tempo che si sarebbe normalmente impiegato per una scalata simile, sarebbero bastati cinque minuti a chi andasse di fretta per arrivare negli appartamenti reali, ma Dalmor se la prendeva sempre con molta calma, dando così anche dell’ulteriore tempo al padre per prepararsi a riceverlo, vista  il suo immediatamente precedente rientro dalla città; inoltre, era arrivato circa a metà quando si ricordò che gli mancava un pezzo, e tornò giù, fino al cortile, urlando come un forsennato: “Uldoooor”: si era momentaneamente dimenticato del suo lupo, e lo trovò sulle mura della fortezza, volto ad est ad osservare la luna.
“Maledetto te e la tua mente contorta!” gli si rivolse il principe ansimando “farti trovare prima no, eh? Andiamo, mio padre ci aspetta.” Il lupo gli rivolse un’occhiata eloquente di disprezzo; era questo un nobile animale, dei più nobili su quel mondo: era un lupo di ferro, nato nella valle dei monti di ferro, oscuro antro inospitale a qualsiasi vita tranne che a questi meravigliosi animali. Erano di grandezze normali per quanto riguardava i loro primi sei, sette anni di vita: dopo quella data, iniziavano a crescere a dismisura, il loro pelo, in origine grigio, si schiariva diventando color neve e il pelo sotto il muso si gonfiava, occupando il luogo che ha la barba negli uomini, e assumendo un colore diverso da lupo a lupo, particolare per quel lupo stesso; se ne ricordano alcuni con una barba di un rosa sgargiante addirittura. I loro occhi assumevano il colorito di quella che, per comodità di definizione, è comunemente chiamata barba, e, raggiunti i dodici anni, e con essi la matura età, l’effetto era stupefacente: maestosi lupi, alti diciotto piedi, i più grandi raggiungevano addirittura i venti piedi, di un bianco raggelante, con barba foltissima, colorita, ed occhi profondi della stessa tonalità, voce profonda e saggezza irraggiungibile da qualsiasi mente umana. Erano queste le caratteristiche della nobile stirpe dei lupi di ferro, dei quali esistevano, in totale, una ventina di esemplari; gli eventi che portarono uno di essi tra le mani di Dalmor e nella casa Della Luna furono casuali eppur non sconvolgenti, nonostante la loro unicità.
Era, nel Amkog’ 3077, Uldor ancora nell’età più giovane della sua razza, essendo nato agli inizi dell’anno 3071; questa significava che, a breve, egli avrebbe iniziato la sua fase di crescita ed avrebbe iniziato a parlare. Le lingue che il lupo conosceva erano molte, tante quante quella che erano a conoscenza di Dalmor, poiché gli aveva insegnato tutto quel che sapeva nell’arco di tempo trascorso assieme. Non poteva ancora parlare, ma il lupo sapeva apprendere, e dar cenni chiari della sua conoscenza: riusciva a far sapere qualora non avesse compreso una lezione che gli veniva insegnata, e quindi gli veniva ripetuta. Era attivo molto più del suo padrone, in ottima forma, anche se leggermente più piccolo di statura di quanto non avrebbe dovuto un lupo della sua razza essere alla sua età; non era questo tuttavia un problema, non vivendo lui nelle feroci valli di ferro dove la forza fisica faceva la differenza tra la vita e la morte.
Al richiamo ed alle coccole del suo compagno, il lupo rispose con leggeri guaiti ed appoggiandosi dolcemente alle sue gambe; dopodiché, lo seguì nell’incontro con suo padre.
Quando finalmente il giovane, accompagnato dal suo inseparabile lupo, entrò negli appartamenti del padre, precedentemente annunciato dallo scudiero del re, trovarono il sovrano seduto sulla sua poltrona preferita, con una grande mappa del continente interno dispiegata sul tavolino che aveva davanti, fumando una pipa e con  una bottiglia di liquore affiancata da due bicchieri su un mobiletto, sul quale era altresì poggiata una grande candela. L’ambiente era ben illuminato da pochi candelabri e tantissimi oggetti, decorazioni e parti strutturali dell’ambiente in pietra lunare. Le finestre erano tutte spalancate, e l’aria della giovane notte poteva entrare tranquillamente nel locale, fredda e pungente: Dalmor assaporò quella dolce brezza e si diresse verso il padre, che si trovava leggermente spostato a sinistra, scendendo un larga rampa di tre gradini. Alle pareti ovunque erano appesi stemmi ed emblemi della casa reale: un enorme arazzo era appeso alla parete posta di fronte all’entrata, sotto il quale si trovava uno dei tre caminetti del locale, acceso; tutt’intorno, vi erano spade antiche, elmi e scudi, dei grandi regnanti passati, che più raffiguravano la gloria del casato; non vi era tra essi tuttavia un solo oggetto che fosse appartenuto al re attualmente in carica, e la vita tra quelle mura, ricoperte delle memorie delle grandi gesta dei suoi predecessori, era per Tildor ulteriore causa di dolore; un re, che chiunque avrebbe invidiato per la sua importanza politica, per i suoi possedimenti e la sua grandezza, il quale invidiava il resto del mondo che provava meno dolori dei suoi.
“Buongiorno, padre” lo salutò Dalmor, andando a sedersi in una poltrona posta intorno allo stesso tavolino sul quale era la mappa “novità importanti?” Uldor era, nel frattempo, andatosi ad accucciare davanti al caminetto acceso, ed osservava gli eventi.
La domanda del figlio non era troppo scontata al padre; conosceva bene la sua sfrontatezza, e non fu sorpreso per la domanda direttissima. Alzò gli occhi dalla mappa, e si osservarono: gli occhi del re erano profondi, vecchi più di quanto non lo fossero in realtà, e circondati da scure borse; il viso era magro e scavato, e la mancanza di barba lo faceva sembrare ancora di più un prigioniero il quale non vedeva la luce da anni. Dall’altra parte, gli occhi del figlio erano altrettanto scuri, meno saggi e profondi, e meno circondati da dolore; il viso aveva lineamenti più dolci, e la barba, portata lunga quel tanto che bastava per colorare il viso di nero, li arrotondava. Rimasero a fissarsi per qualche minuto: Uldor li osservava scodinzolando senza dar mostra di alcun sentimento e i due, senza distogliere lo sguardo, compivano gesti e movimenti per mettersi a proprio agio; fu così che uno dei due bicchieri fu mandato in pezzi dal padre, mentre per poco Dalmor non si dava fuoco nel vano tentativo di accendersi la pipa: vano poiché il tabacco che aveva provato a mettervi era completamente finito a terra. Alla fine, Dalmor cedette imprecando, e si ricaricò la pipa; Tildor sorrise, andò a prendere un altro bicchierino e riempì questo e l’altro miracolosamente integro di liquore: brindarono e bevvero.
“La tua colazione è sempre la più strana” disse il principe, mentre si metteva comodo e scomposto sulla poltrona “non mi pare che altrove si faccia colazione con il liquore a stomaco vuoto.”
“A stomaco vuoto!” il re scoppiò a ridere “davvero vuoi farmi credere che sei a stomaco vuoto?”
“E tu che ne sai, potrei benissimo non aver mangiato nulla da quando mi son svegliato” il giovane fumava beato, incurante delle preoccupazioni che assillavano il padre.
“Se oggi non hai mangiato, io sono il re più glorioso nella storia del nostro casato”
Scoppiarono entrambi a ridere, i bicchieri vennero riempiti da capo, e vennero altrettanto velocemente svuotati. Prontamente, Uldor si alzò e si mise in mezzo ai due, fissandoli minaccioso: se non ci fosse stato lui, mai i due avrebbero potuto concludere un discorso, se non addirittura iniziarlo; amavano il liquore dei monti più di ogni altro cibo.
“Ah, sì… A volte odio il tuo lupo” Tildor si alzò ed andò a posare la bottiglia nel bar “Mentre ti svegliavi e mangiavi, ho avuto una riunione con i generali, e ti sei perso anche questa; immagino che tu non voglia proprio diventare re, vero?”
“Papà, non ho voglia di sorbirmi una ramanzina appena alzatomi” sbuffò e chiuse gli occhi, riprendendo a fumare “so intrattenere i signori della guerra: loro volevano nascondersi nelle grotte come ragni due settimane fa,  io ho ordinato un’avanzata strategica e sappiamo tutti come è andata a finire; sono come dei cagnolini ormai, se ordinassi loro di uccidersi lo farebbero. Preferisco i capitani, quelli hanno tre palle a testa.” Il padre gli rivolse un’occhiataccia.
“Beh, l’esagono è stato in guerra nell’ultimo secolo, ma non i monti.” Si rilassò per un istante “Inoltre, non tutti hanno un lupo di ferro tra le proprie truppe” il padre ora era serio, e spostava lo sguardo dal lupo, al figlio “e le loro scelte erano dovute all’esperienza di guerra che tu non possiedi, e sarebbero state senza dubbio più favorevoli della tua, nel caso Uldor non fosse stato con voi.”
“Ma un buon condottiero deve far ben utilizzo di tutte le risorse a sua disposizione.” Sorrise, e posò la pipa sul tavolo, accarezzando il piccolo lupo; questi gli puntò contro uno sguardo che avrebbe fatto gelare le vene di qualsiasi altro uomo, ma il principe ci era abituato, e non vi fece caso; Uldor, per tale, si ritirò di qualche metro, confidando nella pigrizia del suo compagno. Questi infatti non si alzò, e smise di importunarlo.
“Non sei qui per discutere di eventi passati” il padre si smosse un poco sulla poltrona, e riaccese la sua pipa, spentasi quando era entrato il figlio.
“Lo immaginavo bene, allora: di cosa si tratta ora?”
“È giunta una fenice inviata da Rhiman: informa che i venti e le colline stanno mobilitando le truppe, e stavolta non è come nelle ultime cinque: sembra che si preparino veramente ad una guerra.”
“Non mi pare una vera novità” Dalmor era tutt’altro che inquieto. In fondo, era da quasi un millennio che gli stati del nord e del nord-est dell’esagono si contendevano un promontorio ricco di giacimenti e terre fertili. Da circa novanta anni, c’erano state guerriglie varie e minacce di guerra, ultimatum e spostamenti di truppe; veniva questa chiamata la sesta guerra del promontorio, anche se aveva riguardato effettivamente appena una decina di battaglie, e per di più solo fuggenti. Le scorse cinque, che partivano dal 2199, erano state più violente, ma solo la prima si può davvero pensare come una guerra: le successive riguardarono solo minacce e guerriglie, e il promontorio era tutt’ora conteso. I beni del territorio non andavano completamente alle colline, che erano il possessore diretto, ma una percentuale andava ai venti, a causa di un antico trattato, stipulato ai tempi in cui l’esagono era colonia. Adesso tuttavia sembrava in corso il prepararsi di una vera e propria guerra, e gli stati tutti ne erano coinvolti dai giochi di alleanze.
“E invece dovresti preoccuparti più di quanto tu non faccia!” il padre era quasi furioso: come faceva quel suo figlio ad essere così tranquillo davanti alla prospettiva di una guerra continentale? “Un messo è giunto ieri giorno da Durtar Telur: una flotta si muove nel golfo di ferro, il rosso sire del nord attaccherà ancora. E l’esagono rischia di essere spazzato via mentre si divora da solo da un nemico assai più forte; occorre intervenire.” Si alzò, si diresse alla finestra e fissò la luna, che si era alzata nella notte.
“E…?” Dalmor, invece, sedeva ancora scomposto, ma comodo, sulla poltrona e lo osservava; occorreva dar corda al padre in casi simili.
“Convocherò un consiglio alle sei fortezze, quale re dei monti, reggente del comando dell’esagono e promotore della pace in esso.” Tutti titoli che spettavano di diritto al re dei monti, poiché era esso lo stato che maggiormente degli altri si era impegnato a favorire la pace nel continente, e l’aveva ottenuta.
“Quattro secoli e mezzo fa ci fu l’unico consiglio delle sei fortezze, il quale corrispose alla fondazione delle stesse, e la situazione era allo stremo; ritieni tale anche questa?” la domando di Dalmor era giusta, ben pronunciata e ben articolata.
Il padre si voltò; riconobbe in quella domanda, posta con quel tono, un futuro re che avrebbe saputo regnare davvero bene un grande stato. Il suo animo si rilassò per un attimo, poi rispose. “La tua idea al riguardo.”
“Convoca questo consiglio, immediatamente; invia sei aquile, con la lettera nera, ad ogni capitale, per sicurezza che vi giunga la notizia, al sorgere del sole; fissa già una data per il consiglio: gli stati tutti saranno fermati nei loro problemi ed eventi. Scriviamo assieme la lettera?” la proposta e la risposta uscirono dalle labbra del giovane con una fermezza tale che la domanda era retorica.
Il padre sorrise; era, nonostante il carattere, nonostante la pigrizia, un figlio di cui andare fieri. “Si, scriviamola assieme. Ma questo dopo; c’è un altro problema di cui vorrei ben parlarti.” Si avvicinò al giovane, e si sedette sulla poltrona stavolta più vicina a quella di lui.
Dalmor, ancora una volta, non si scompose. “Dimmi tutto: in fin dei conti, non ho nulla da fare, giusto?” sorrise dopo queste parole ed aspettò la reazione del padre.
“Sei uno schifoso nullafacente! Appena sarai uscito di qui andrai subito ad addestrarti.” L’ordine fu imposto con meno durezza di quanta se ne aspettava il principe. Il padre riportò sui binari il discorso. “Devi entrare in possesso dei poteri che hai a tua disposizione; ed è importante che tu lo faccia il prima possibile.”
Dalmor stavolta si mosse, e si rimise composto; Uldor si affiancò a lui, e si mise seduto, attento ad ascoltare il tutto.
“Il consiglio che verrà a svolgersi alle sei fortezze, sarà in realtà solo un pretesto per metterti in viaggio contro il tuo nemico.” Il padre parlava e lo guardava fisso “Dovrai, lungo la tua strada, trovare il modo di aver ragione delle forze in te, ed usarle contro il nemico stesso.”
“Ma dove è Îd? Ritieni che senza che questi venga trovato io possa riuscire a fare quel che tu mi imponi di fare?”
“Io non te lo impongo, te lo chiedo; e Îd dovrà essere da qualche parte.” Stavolta fu il re a distogliere lo sguardo, voltandosi a fissare il caminetto che stava spegnendosi quasi del tutto. “Te lo chiedo, per il bene del nostro regno, del tuo regno; del tuo popolo; dei sei stati dell’esagono e del mondo intero: il rosso signore è forte, ma tu puoi sconfiggerlo: devi solo trovare come fare.”
“Ti pare una cosa semplice?” Dalmor era ora preoccupato: non aveva mai veduto quell’espressione sul volto del padre, e non era cosa buona. “Non so neanche da dove cominciare; fuori da questo paese Ûd è conosciuto solo per nominata, come farai a convincere gli altri re de…”
“Non mi interessa!” il re rispose furioso, alzandosi e passeggiando per il solarium “Non mi interessa cosa quelle teste abbiano da ribattere, dovranno attenersi alle decisioni prese, poiché è anche in loro bene che tu rischi la vita, e non voglio sentire lamentele da quei deficienti che si fanno la guerra per un lembo di merda!”
Il re era furioso e tremante; si appoggiò ad una sedia e calmò il suo animo con respiri lenti e profondi. Poi si volse verso il figlio, che si era alzato.
“Trova ti prego questa strada, e fai in modo che non ti porti alla morte.” Le parole del re erano colme di dolore e disperazione: la perdita del figlio avrebbe significato la fine del ramo principale della sua casa, della sua discendenza e della sua psiche, già bombardata da altri numerosi dolori. Dalmor comprese tutte queste cose, e calò un silenzio pesante nella stanza.
“Îd” esordì infine il principe, come se tutto quello che suo padre aveva detto dopo le sue parole non foste stato pronunciato, “sai dove è?”
Il re lo guardò per qualche secondo, poi si volse verso il bar, e riprese la bottiglia di liquore; Uldor si alzò e gli si pose tra le gambe, per impedirgli di berne ancora, ma fu richiamato dallo stesso Dalmor “Uldor, buono; non esagereremo, ma penso che sia ora quasi necessario.” Il lupo, di risposta, digrignò i denti, e lasciò il solarium uscendo sul balcone, arreso infine.
Bevvero un bicchiere a testa, e passarono in silenzio qualche minuto. Poi, il re prese parola.
“È, non so se più una disgrazia o una benedizione, strano comunque l’avvento di Ûd in te; tuttavia, sempre egli si è manifestato nei monti, e sempre Îd nei deserti; ora il primo è ricomparso dopo tre secoli dall’ultima volta; del secondo, comunque, non si può saper con certezza null’altro che parte del suo potere è in mano al rosso re, e che questi farà di tutto affinché possa prenderne pieno controllo. Eppure, noi abbiamo alcune teorie e tesi a riguardo.” Si sedette sulla poltrona e ricaricò la pipa; nel frattempo, Dalmor aveva riavviato il focolare, che ora scoppiettava felicemente nel suo angolo, incurante della tragicità che lo attorniava.
Il principe si sedette calmo su una sedia “Noi? Chi altri oltre te?”
“Rhiman ed io abbiamo questa teoria; non la sa altri che noi due, e fu lui a formularla appieno; lo lasciai l’ultima volta sette mesi fa, con la promessa che avrebbe condotto ricerche a riguardo. Avremo risposte alle sei fortezze.” Il fumo iniziava a riempire l’angolo del solarium, il più lontano dalle finestre. La figura di Uldor rifletteva la luce lunare, e tutte le opere in pietra lunare della fortezza e della città brillavano; la strana pietra che riluceva della stessa luce di luna quando questa compariva era largamente utilizzata nel regno dei monti, e permetteva un’ottima illuminazione notturna a basso costo: di cave ne era piena la catena montuosa.
“Non vuoi quindi dirmele?” Dalmor era tranquillo come suo solito, solo leggermente inquieto.
“Non intendo farlo.”
Calò un altro momento di muto silenzio. Uldor era seduto fermo ad ammirare la luna; il re fumava sulla poltrona e Dalmor pure fumava, ma seduto su una sedia, gomito poggiato sul tavolo pensieroso. Nel mentre, la luna continuava il suo percorso, e la città fremeva di vita: nelle caserme si continuavano i ritmi degli addestramenti, nei mercati e nelle piazze le urla della gente riempivano l’aria; giù, alle pendici del monte, le guardie passeggiavano sulla cinta muraria e sulle sette porte che favorivano l’accesso alla città; contadini che entravano per i mercati, soldati per i giri di ronda, messaggeri di ogni luogo dei monti entravano ed uscivano dalla città; la vita contadina nelle valli circondanti fremeva; traffico vi era pure nelle vie sotterranee, veri e proprio viali enormi illuminati dalla luce della pietra lunare, poiché esse riluceva anche quando la luna non la colpiva direttamente. Nella fortezza, i lavori quotidiani procedevano, ed ognuno svolgeva le sue funzioni.
Dopo qualche minuto di silenzio, Dalmor ruppe la mancanza di voce. “Che cosa hai intenzione di dire al consiglio?” Sembrava che a discorrere fossero due vecchi amici coetanei.
“La prima cosa che vorrò fare, è negare in alcun modo la guerra che è la porte tra i colli ed i venti, per cui metterò ai voti per maggioranza che il promontorio diventi territorio a dominio speciale.” Il re attendeva un risposta dal figlio, che non tardò.
“Idea non malvagia, ma vecchia quanto la contesa; cosa ti dirà che questa volta funzionerà?”
“La seconda cosa che dirò al consiglio. Annuncerò la tua ascesa e sarà mostrato il tuo segreto; proporrò l’abdicazione per tutti i sei re in favore dei principi che porteranno con essi, siano pure loro non i primogeniti; e voi, nuovi re, andrete in viaggio per sconfiggere il nemico, mentre noi vecchi bacucchi resteremo nelle nostre case a difenderle: il colpo arriverà presto, e voi dovrete essere celeri.” Disse queste sue intenzioni quasi d’un fiato, poi riprese a fumare.
“E tutti insieme andremo via volando sul dorso di balene con le ali.” Dalmor era vicino alle risate. “ Se non fossi serio, penserei che tu sia già ubriaco, o completamente pazzo.” Non si muoveva nessuno dei due, ed entrambi guardavano in direzioni opposte: Dalmor verso la porta, ancora sorridendo, il re verso il caminetto, alle spalle del giovane.
“Reputi questa una follia?” Il padre si voltò a guardarlo con uno sguardo interrogativo.
“Sinceramente, non posso essere oggettivo: sono incastrato con le vicende in questione in una maniera tale da non permettermi di esserlo.” Fece una pausa, poi riprese “Per me, conoscendo la faccenda, non la reputo una pazzia; ma ti par possibile mai che i re cedano i loro troni ai figli che li accompagneranno? Molto probabilmente accompagneranno i più giovani, per istruirli! Non potranno mai abdicare in loro favore; ne, tanto meno, li lasceranno volentieri partire per accompagnarmi in un viaggio con unica meta la morte.” Fissava un piccolo globo di pietra lunare che era posto sulla parete, e che emanava un dolce chiarore azzurro pallido.
“Non credo porteranno i figli più giovani; la lettera che scriveremo sarà d’urgenza tale da non permettere loro una scelta tanto vasta.”
“E allora su, scriviamo questa lettera, fammi vedere cosa hai in mente!” Dalmor si alzò, si diresse ad una scrivania, posta dal lato opposto al solarium quale egli si trovava, nascosta da una curva che l’ambiente percorreva attorno alla porta d’entrata, verso sinistra, e prese pergamena, penna e calamaio; poi, tornò sul tavolo e si sedette, in attesa di ricevere istruzioni. La stesura di una missiva così importante comportò un gran tempo; la luna raggiunse e superò lo zenit, e l’ora di pranzo era passata da qualche ora quando terminarono i lavori. Molti punti erano oggetto di discussione: l’elenco stessi dei destinatari aveva comportato un quarto d’ora di pareri contrari, per non parlare dei punti più importanti. Alla fine, quando si alzarono dal tavolo, con non poca fame nel corpo, la lettera aveva un aspetto simile:

Agli eminentissimi
Re Gorfin II Rossacque, Re Fegalos IV Tarumbur, Re Rhiman I Ostasi, Re Blostgas I Fortevento, Re Meganodos III Colle

Sovrani dei regni dei fiumi al sud-ovest, delle praterie al sud, dei deserti a sud-est, dei venti ad est e delle colline a nord,
Posti ciascuno a tal zona di quella parte di continente interno detto esagono, in cui siamo noi tutti uniti

Il sottoscritto Re Tildor III Della Luna, sovrano dei monti a nord-ovest nell’esagono

In carica di protettore della pace tra i sei regni

Dichiaro con la presente sospesa o rinviata qualsivoglia guerra che coinvolga tra loro stati membri dell’esagono, per prevenire in questi tempi oscuri future crisi di pace e diplomazia. Dichiaro altresì convocato in data 29 Ilraset, dell’anno 3078 dalle scritture, un consiglio dei sei Re in luogo Sei Fortezze, il secondo evento di tale nome che ivi si svolgerà; è imposta ad ognuno dei Re a cui questa missiva è mandata di recar risposta di adesione, quanto è imposta l’assoluta e doverosa partecipazione dei destinatari a tale convocazione; è inoltre consigliata la presenza di un discendente della casa reale dei singoli reami, e la massima prudenza, accortezza e discrezione nel recarvi a tale evento. In carica di protettore della pace nell’esagono, dichiaro dal 29 Ilraset, dell’anno 3078 dalle scritture,  aperti i lavori del secondo consiglio delle sei fortezze, in luogo indicato.

Fortezza Nera, 11 Amkog’ anno 3077 dalle scritture
Re Tildor III Della Luna”

Rilessero parecchie volte il prodotto delle lunghe ore di lavoro, e si dichiararono soddisfatti; dopodiché, trascrissero essi stessi la lettera su trenta pagine nere, con inchiostro rosso sangue, sigillate con ceralacca a cui vi era impresso lo stemma dell’esagono; sarebbero partite sei aquile per ogni capitale, nella sicurezza più assoluta che il messaggio non si perdesse. Era questa strategia comune nei sei stati interni, considerate le grandi distanze e le grandi alleanze. La data prefissata dava largo anticipo a tutti i possibili imprevisti: l’aquila più ritardataria, qualora le altre cinque avessero fallito, avrebbe potuto massimo impiegare dieci giorni per giungere ad Arbaran, la quale era la più distante in linea d’aria dal monte città; concesse addirittura due settimane a Rhiman per i preparativi e la partenza, cosa tra l’altro alquanto improbabile, egli sarebbe partito tre il 5 ed il 10 di Ilraset, giungendo, in ogni modo, addirittura prima di Tildor stesso. Erano comunque attesi alla fortezza le risposte di adesione da ogni regno, inviata con i rispettivi uccelli: sarebbero arrivati uccelli della specie di caladrio oro rosso dai fiumi, nibbio grigio dalle praterie, fenice argentata dai deserti, falchi reali dai venti e condor bianchi dalle colline; caratteristiche dei monti erano invece le aquile principe, le quale erano di ridotte dimensioni rispetto alle loro corrispettive naturali; tuttavia, non meno celeri ed efficienti. Ognuno dei sei regni aveva una determinata specie di uccelli postali, i quale erano autoctoni dei luoghi caratteristici di ogni reame; in alcuni casi, la specie era il simbolo araldico di alcune casate nobili o antiche dinastie reali.
Una volta finito il lavoro di copiatura e sigillo per ogni singola lettera, Dalmor uscì con fare furtivo dal solarium e si diresse su per la scala, raggiungendo la piccola cappella a volta che si trovava in cima alla seconda torre e che era abitata dalle aquile ad uso privato del re; anche il principe ne aveva una, ma le aquile a sua disposizione era pochissime, meno di una decina; sotto la chiara volta in pietra lunare in cima alla torre seconda, invece, vi erano aquile a sufficienza per compiere quel lavoro, e ne sarebbero avanzate quasi in egual numero. Dalmor, prima di entrare, si sfilò il mantello e lo posò su un gancio vicino la porta; in luogo, vi erano altri ganci con appesi manti vecchi, neri, che puzzavano di uccello: servivano per coprire le cagate che piovevano dall’alto. Si coprì con uno di essi, si infilò il cappuccio, ed entrò. C’era più luce dentro che fuori, tanto era massiccia la presenza della pietra bianca; le aquile sembravano non preoccuparsi ne della luce, ne del nuovo arrivato, che salì una scala a chiocciola situata al centro della cappella e raggiunse un piano intermedio tra il fondo e la cupola; vi erano scrittoi, candele (inutili, poiché le aquile temevano il fuoco e con il loro sbatter d’ali le avrebbero spente in un attimo), penne, pergamene, inchiostri vari e, finalmente, sul davanzale di una finestra, sette trespoli in fila. Dalmor si recò lì, emise un fischio, e due aquile si appollaiarono su due trespoli; ne emise un altro, e ne giunsero altre due; al terzo fischio, rispose solo una.  Non andava per nulla bene, ci avrebbe impiegato una vita: tanto più che per far scendere la sesta ci volle qualche minuto di fischi ignorati; si decise di lanciare verso una di esse un chicco di granturco un poco troppo grande, la colpì e questa, palesemente infastidita, discese e si poggiò anch’essa sul trespolo. Legò ad ognuna di loro sei lettere: la faccenda si rivelò fastidiosa con l’ultima aquila discesa, la quale non aveva voglia di distendere la gamba o di vedervi una lettera legata. Alla fine, comunque, ci riuscì.
“Ora voi fate un bel viaggetto verso Martisern, ve bene?” Tutte fecero un cenno con la testa e partirono, tranne una: piegò la testa, lo guardò storto, emise un acuto grido e partì. Sfortunatamente per Dalmor, non uscì dalla finestra, ma volò in giro per la cappella, urlando e infastidendo le altre sue compagne, le quali anch’esse si alzarono in volo: in pochi attimi si scatenò il pandemonio. Le inutile grida di Dalmor erano coperte da quelle nettamente più acute delle sue rivali, ed egli, o meglio, il di lui manto venne coperto dei residui delle loro digestioni. Dopo qualche minuto, ebbe raggiunto una campanella posta alla base della scala a chiocciola, e la suonò parecchie volte: il suono dava talmente tanto fastidio alle aquile che esse iniziarono una rivolta ancora più violenta della precedente ma, non appena si resero conto che il loro nemico aveva un’arma che non potevano contrastare, si arresero, e si calmarono a mano a mano. L’aquila istigatrice venne allora ad appoggiarsi alla sua spalla e, dopo aver emesso un ultimo grido, partì e volò fuori dalla finestra.
“E questo era solo per Martisern! Mi restano ancora ventiquattro lettere… Maledette, vi odio tutte!” urlò diretto alle aquile, che lo guardarono con fare curioso e rimasero ad osservarlo. Dalmor, per precauzione, portò con se la campanella; gli riuscì utile in un paio di occasioni, quando gli uccelli non si rivelarono molto accondiscendenti. Alla fine, però, in capo a quaranta minuti da quando aveva messo piede sotto la luminosa volta, aveva terminato tutte le spedizioni; la prima aveva richiesto tempo quanto le altre messe assieme.
Tornò giù, posò il manto nero, diventato di tutt’altro colore a causa della sommossa degli uccelli, si allacciò il suo mantello e tornò dal padre.
“Se ci fossi andato tu mi avresti risparmiato un sacco di problemi” esordì non appena entrò nell’appartamento reale “sembra che abbiano qualche cosa contro di me.”
“Se sei convinto che esse preferiscano me a te sei di gran lunga sulla cattiva strada” rispose il re, ridendo “di certo non amano l’uso che ne facciamo di loro”
“A nessuno piacerebbe, ma, sfortunatamente per loro, ci sono indispensabili. Comunque, la convocazione è mandata, per quanto speri arrivino le risposte?” Si sedette su uno sgabello davanti al focolare, che era stato più volte riavviato nel corso della giornata notturna, e riprese la pipa.
“Mi aspetto che da Fortezza delle acque arrivino quei maledetti caladri a Zorqun entro tre giorni da oggi.” Era vero: non solo agli uomini era celata la capitale nei monti, ma anche agli stessi uccelli migratori, escluse le aquile, le quali, ovviamente, ne conoscevano l’ubicazione; se pur qualcuno avesse stupidamente voluto tentare di seguirne i movimenti, si sarebbe arreso dopo circa cinquanta piedi: quegli animali viaggiavano ad altezze sì elevate, ed erano sì minuti, che scorgerle era impresa ardua, figurarsi se in movimento. Quindi, i messaggi rivolti alla capitale giungevano a Zorqun e, da lì, passavano alle aquile, senza esser dissigillati, e giungevano finalmente a destinazione. “Per quanto riguarda Rhiman, dubito che attenderà più del tempo necessario a scrivere la risposta per inviarla. Prevedo che, comunque, prima dei due giorni conclusivi, arrivino tutte le risposte: per il nuovo anno saremo già partiti, e forse saremo giunti anche a Zorqun.” Concluse uscendo sul balcone e volgendo lo sguardo all’orizzonte: la luna era ormai per la strada dell’oblio, e la città continuava a fremere di vita.
“Mm, chiarissimo” disse il giovane, spostando la pipa dall’angolo destro al sinistro “dov’è Uldor?” chiese guardandosi intorno, accorgendosi della sua assenza.
“Tu puoi restare a digiuno tutta una giornata senza accorgertene, ma lui di certo se ne è accorto” Tildor era appoggiato al muretto e fumava beato: era come se un peso fosse stato tolto dal suo stomaco e buttato giù dalle mura.
“Cazzo è vero! Ci siamo dimenticati di mangiare!”
Il re scoppiò in una sonora risata “Davvero tu puoi dimenticarti di mangiare? Allora la luna potrebbe dimenticarsi di brillare!”
“Non c’è nulla da ridere” aggiunse con fare preoccupato il principe “ecco, mi sento male. Uff, respira profondo, ok, calma, calma, calma: respiri profondi, va tutto bene, va tutto bene. Respira profondo e… No.” Cadde a terra, svenuto.
Si risvegliò nel posto dove era caduto circa quindici minuti dopo. Il padre non era più al balcone, ed Uldor era affianco a lui che lo smuoveva col muso. Lentamente, aperse gli occhi e si rivolse, faccia verso il soffitto. Le mura giravano, le luci erano sfumate, sottili linee luminose che si perdevano nella confusione generale. Richiuse gli occhi. Sentì l’odore di carne arrosto, e voltò la testa verso la sua destra: affianco a lui c’era un piatto con una bistecca dentro, e Uldor mangiava con gusto.
“Ehi, ehi, no!” urlò il giovane verso il lupo “Non mangiare la mia cena!”
“Brutto idiota, da quando mangi a terra come i cani, eh?” la voce di suo padre risuonava ironica, seguita da una risata; Uldor considerò l’affermazione un insulto e ringhiò contro il re. “Alzati e mangia: non si è mai sentito di un uomo che sviene perché si è ricordato di non aver mangiato.”
“Tu scherzaci, io mi son visto passare la vita davanti.”
Il padre tirò un sospirò seguito da un “dove andremo a finire” mormorato sottovoce. Spinse la gamba verso il corpo del figlio e iniziò a stuzzicarlo, affinché si alzasse.
“Ecco, ecco, mi alzo” un gemito seguì la sua affermazione, e il giovane si alzò da terra. Lentamente, molto lentamente, si alzò completamente e si mise a sedere affianco al padre, a tavola, e mangiò a sazietà: era quasi ora di cena e non mangiava dalla mattina. La luna era ormai in procinto di sparire dietro i monti: mancava ancora qualche ora all’alba del sole.
Abbandonò, infine, la seconda torre, ed uscì nel cortile della fortezza. Diversamente da quanto si possa pensare riguardo il castello in cui vive la famiglia regnante di un così importante e vasto reame, non era questa brulicante di vita di corte, di cavalieri o di nobili dame: vi erano, anzi, pochissime donne in tutto il complesso. Era esso formato da un totale di sette torri, tre a base ottagonale, due a base esagonale e le due rimanenti erano a base circolare; erano esse disposte ai vertici e al centro di un esagono, e non erano collegate tra loro da mura, ma erano bensì circondate da una prima fila di mura, alte cento piedi e spesse dieci, avvolte da un fossato, cinto a sua volta dalle seconde mura, queste alte ottanta piedi e spesse dodici; il forte era quasi completamente inattaccabile: nel malaugurato caso che qualche esercito nemico fosse riuscito a giungere fin ai piedi delle mura, dopo aver distrutto la difesa nella città, si sarebbe trovato davanti a mura lisce, senza increspature, perfettamente circolari, con il portale d’accesso a ben venti piedi di altezza, teoricamente irraggiungibile se non tramite una scalinata molto stretta che si inerpicava su, e quindi non attaccabile da un ariete. Il complesso era comunque altresì protetto da gran numero di trappole. Il cortile nel quale erano le sette torri era per lo più in erba: caratteristica davvero molto rara nelle città all’intero dei monti, in cui erano rare le macchie di verde; vi era anche qualche albero e una sorgente, artificialmente divisa in due fontane situate in due punti opposti tra loro; la torre che era al centro delle altre era la prima torre, detta della luna: era la più snella e slanciata, a base ottagonale, si alzava vero il cielo per oltre centocinquanta piedi. In cima vi era l’osservatorio reale, dove sia il principe che il re solevano andare nelle notti chiare, anche se rare furono le volte che vi si trovarono assieme. La seconda torre, quella del re, era a base esagonale, e si trovava a sud rispetto alla prima torre; procedendo in verso orario, si aveva la sesta torre, a base circolare, adibita ad armeria di emergenza: quasi la metà delle armi della città era in essa; la terza torre, a base ottagonale, adibita a biblioteca, orgoglio non solo dei monti, ma di tutto l’esagono, poiché essa conteneva molti scritti proveniente dai primi anni riportati dalle scritture, dagli stati esterni; faceva concorrenza alla biblioteca di Arat Vanur. Vi era poi la quinta torre, esagonale, adibita a sole stalle: ben cinque piani di rifugi per cavalli, di cui i nove decimi non utilizzati: non erano utili i cavalli in una città come quella; poi c’era la settima torre a base circolare, la più bassa, che raggiungeva appena i venti piedi: in realtà, essa proseguiva sotto il terreno, attorcigliandosi fino alle falde del monte: era uno degli accessi ai magazzini nascosti della città; la quarta torre era affianco a quella del re, era a base ottagonale, ed i piani in cima erano riservati a Dalmor, mentre i piani in basso erano per le cucine. Vivevano in questo complesso di pietre nere come la pece o bianche e risplendenti come la luna pochissime persone; la regina era morta diciannove anni prima, in occasione del parto di Dalmor. Nessun altro appartenente alla casa reale o alla nobiltà viveva nella capitale dei monti oltre il re e suo figlio: quella schiera di uomini, famiglie e personaggi popolavano la corte di Zorqun, meraviglia, orgoglio e imponente simbolo di potenza delle montagne in tutto il mondo abitato. Oltre i due regnanti, viveva lo scudiero di Dalmor, la servitù strettamente necessaria e le guardie della fortezza, quest’ultime tuttavia non alloggiandovi, ma semplicemente svolgendovi i loro incarichi militari; le caserme infatti erano poste all’infuori del forte, qualche decina di metri più in basso: tutta la parte alta della città era alloggio dell’esercito: soldati, cavalieri e generali ivi vivevano. Poteva quindi sembrare ad occhi esterni, abituati alle sontuose corti delle grandi capitali del mondo, un posto tetro ed oscuro, più un rifugio che un castello reale; eppure questa era la popolazione, la vita all’interno della fortezza nera: famosa in ogni dove, eppur sconosciuta; mito di forza e grandezza, eppur mai alcun uomo straniero vi aveva posato lo sguardo senza poterlo raccontare. Il popolo di ghiaccio: era questo l’appellativo attribuito agli abitanti dei monti; essi non se ne vantavano, ne se ne lamentavano: semplicemente, non era nel loro minimo interesse, poiché la loro forza risiedeva nei loro segreti, non nella loro fama, e questa pure era grandemente riconosciuta, per cui era essa neanche lontanamente immaginabile dalle menti degli uomini.
All’infuori della torre del re, il giovane principe respirò l’aria della notte, e volse lo sguardo all’astro morente, ma questo non era più visibile al di sopra delle mura: occorreva che vi salisse per poterla osservare. Decise di fare di meglio: entrò nel centro del cortile, passando sotto imponenti querce secolari, mistero il modo in cui esse siano potute crescere e vivere lì, ed iniziò ad arrampicarsi sulla torre della luna; soli otto minuti dopo vi era già in cima, a dimostrazione di quanto quel popolo tenesse alla loro amata luna. Lì vi era già Mamnor, il quale attendeva il suo padrone da pochi minuti: ne conosceva le abitudini e sapeva già ben anticipato che non avrebbe perduto il tramonto della luna. Infatti, il principe non si mostrò per nulla sorpreso, e si sedette al suo fianco, preparandosi a fumare la pipa. Dietro di lui veniva Uldor, il quale, a movimento del principe di prendere la pipa, rispose con un dolce colpo di muso sul suo gomito, per indurlo a non fumare eccessivamente; venne in suo soccorso Mamnor.
“Non dovreste esagerare” furono le sue prime parole “sono sicuro che hai fumato abbastanza per oggi, mio principe.”
“Effettivamente si, Mamnor caro” rispose stranamente tranquillo il principe “effettivamente, si. Che dire, per oggi basta così.” Infilò di nuovo la pipa nel suo sacchetto e iniziarono a discutere sull’incontro tra il re e Dalmor; ad un certo punto, la discussione volse su Uldor.
“A proposito, quando inizierai a parlare, te?” chiese Dalmor, rivoltosi al lupo.
Questi non rispose, ma fece un movimento eloquente col muso, supportato dall’ottimo utilizzo degli occhi che ne fece: il risultato fu un silenzioso ‘non sono tuoi affari’ chiaro come la luce della luna in quella limpida sera di fine anno.
“Spero presto, mi sarà molto utile la tua saggezza e la tua accortezza; non so se te ne sei accorto, ma il tuo amico è proprio un grande idiota, nevvero Uldor?” Dalmor pronunciò queste parole all’animale, accarezzandolo e coccolandolo.
“Cosa di Ûd?” improvvisamente esordì lo scudiero.
“Eh?”
“Cosa di Ûd? Novità, sai qualcosa?”
Il principe restò un attimo sorpreso ed assorto nei suoi pensieri. “Cosa intendi dire? Tutto quel che mio padre mi ha detto ti ho riferito.”
“No, no, intendevo: tu. Avverti qualcosa, non so, ti senti in qualche modo, ecco… diverso?” il tono era quasi impacciato, a dimostrare che la domanda era da tempo postasi nella mente del vecchio, e che essa creava imbarazzo; poco si parlava, nella fortezza nera, di un argomento molto discusso e cantato altrove nel mondo.
“Io… No, nulla.” Disse infine il principe, sicuro di sé come lo era sempre. “No, non mi sento in alcun modo diverso, non avverto poteri o grandi capacità, nulla di simile; tutto verrà a tempo debito, ritengo. Sai, non credo che mio padre ti permetterà di seguirmi oltre Zorqun.”
Sul volto del vecchio si dipinse lo sconvolgimento. “Non farai sul serio?” furono le uniche parole che riuscì a dire, nel pallore che lo colpì d’improvviso.
“So che per te sarà un brutto colpo” rispose Dalmor con una tranquillità che sarebbe potuta sembrare indiscreta “ma temo proprio che non rientri nei suoi piani farti uscire dal regno: forse ti darà il controllo della fortezza da mantenere in ordine. Sarebbe stato praticamente ben architettato se sia tu che Uldor avesse potuto accompagnarmi: mi sarei davvero annoiato a morte, ma la faccenda si sarebbe conclusa sicuramente meglio.”
“Parli come se fosse già successo tutto” lo rimproverò lo scudiero.
“Hai ragione; in ogni caso, dovremo entrambi abituarci a non avere la presenza dell’altro accanto a noi; inoltre, dopo Zorqun vivremo di giorno, il che costituirà un ulteriore problema per le nostre povere menti.”
“Per la tua” sottolineò marcatamente l’aggettivo pronunciandolo lentamente “mente sfaticata; ti consiglio di iniziare a prepararti psicologicamente già da adesso, e forse ti ritroverai anche in ritardo.”
“Ti sembro uno puntuale?” scoppiò a ridire Dalmor “Andiamo, davvero credi che possa arrivare puntuale ad un appuntamento, tantomeno se importante quanto questa partenza?”
“Quando sarai re, e per di più sarai sposato, dovrai essere addirittura in anticipo.”
Dalmor accusò il colpo. Non trovò prontamente la risposta, e stette in silenzio a meditarci su; Mamnor ne approfittò per continuare.
“Spero proprio che ci sarò quando ciò dovrà accadere, mi renderebbe oltremodo contento vedere che tutti i miei inutili sforzi non siano serviti a nulla.”
“Ah, non pensavo dovessi aspettare il mio esser re per renderti consapevole di ciò.” I due si guardarono e scoppiarono a ridere.
La luna era ormai totalmente calata oltre le cime dei monti circostanti; i suoi raggi ancora ne superavano le vette, e la pietra lunare ancora brillava; lo avrebbe fatto per un’ulteriore ora circa, dopodiché sarebbe calato il buio sulla città, prima della luce del sole. Infatti, giù nei campi, nelle piazze e presso le porte fremeva la popolazione: tutti cercavano di tornare alle proprie case prima dell’oscurità che segnava la fine del giorno. I turni di guardia sarebbero terminati allo spegnersi della pietra, e le guarnigioni della notte avrebbero riposato, lasciando il loro posto alle guarnigioni del giorno. Un altro giorno notturno andava morendo nella capitale dei monti.
Il giovane principe, senza dire una parola al suo scudiero, si diresse verso le scale e discese la torre prima ad andatura tranquilla, seguito a ruota dal suo fido lupo; una volta giunto giù, in cortile, si diresse verso la terza torre e vi entrò. La biblioteca era la più grande e più fornita che si potesse trovare nell’esagono; a livello mondiale, essa era al terzo posto, preceduta dalla biblioteca di Arat Vanur come seconda, e da quella di Aglaas come primo. Non era un caso che nel continente interno si trovassero le migliori biblioteche: la storia del mondo ruotava per i due terzi della sua completezza attorno alle terre circondate dal mare interno, e solo agli esordi erano privilegiati le terre che si trovassero al suo esterno. Il popolo che abitava quel mondo, gli uomini, erano nettamente e prevalentemente guerrafondai, ma non pazzi, folli o che si possa dire avventati: la saggezza riempiva le loro menti più dell’amore per la guerra, ed essi conoscevano l’indole degli uomini stessi così bene da saper che, per quanto possa l’uomo essere razionale ed aver capacità di ragionamento, egli resterà pur sempre legato al suo essere animale oltre ogni ragion possibile: e, tra gli animali vige la legge della forza, e questo spiega le costanti ed infinite guerre che dilaniavano il mondo da millenni; molto spesso essi non si preoccupavano neanche di trovare una scusa che giustificasse lo scontro: semplicemente, partiva una dichiarazione di guerra, ed essa partiva. Strana era anche la diplomazia: in casi simili, le alleanze non si muovevano, e le nazioni coinvolte sarebbero state da sole nel farsi guerra. In altri casi, in cui vi era giustificazione alla dichiarazione, fosse questa anche senza ritegno e senza logica, entravano in gioco le alleanze, e partivano guerre che duravano decenni e dilaniavano interi continenti o addirittura il mondo intero, poiché, sebbene questo ancora non fosse accaduto, non si sarebbe potuto dire che non poteva accedere. C’erano state numerose guerre continentali interne ed esterne, ed ovunque la storia era considerata scienza maestra; solo gli dei potevano esserne padroni. E storia era appunto quel che Dalmor andava a studiare in quell’ora tarda della notte: conosceva a memoria e menadito gli eventi registrati dalle scritture in seguito, ma c’erano alcuni punti ch’egli amava rileggere, poiché da essi non si finiva mai di imparare: strategia, umana indole, diplomazia; tutto era importante, meno che mai in tempi preoccupanti come quelli che viveva. E allora entrò nella torre, e portò con sé un candelabro di pietra lunare: fino a quanto essa avrebbe brillato, non avrebbe avuto necessità di accendere le candele; si avviò su per la scala a chiocciola in legno che era posta al centro della torre, illuminata da pietre e candele ovunque.
Questa struttura era composta di un totale di trentasei piani, che si sviluppavano sia all’interno della torre che sotto terra: tutti questi erano collegati da una snella e tuttavia robusta scala a chiocciola di legno che si arrampicava al centro dei vari piani; i piani che andavano dall’entrata fino alla cima della torre si restringevano, poiché la torre aveva la forma di un artiglio che spuntava dal terreno, tanto che l’ultimo piano comprendeva uno stanzino, senza alcuna finestra, in cui c’erano poco meno di trenta volumi, vecchi quanto la terra: esemplari unici nel mondo che si trovavano solo lì, e raccontavano di cicli mitici e tempi gloriosi del regno di Aglaas. I piani che invece scendevano al di sotto dell’entrata erano molto più ampli, tanto che gli ultimi tre in profondità era tanto vasti quanto il cortile della fortezza nera: questo dimostrava la notevole quantità di libri, pergamene e testimonianze che si trovassero all’interno di quell’enorme biblioteca; i più preziosi si trovavano nel piano più alto poiché era il luogo più sicuro del complesso: chi avrebbe potuto in qualche modo conquistare la fortezza?
Era proprio quel piano la meta del giovane e, quando vi arrivò, trovò il volume che stava leggendo la notte precedente allo stesso posto in cui lo aveva lasciato; nessuno oltre lui ed il re poteva entrare nei piani più alti, ed il re aveva smesso di farlo da anni, da quanto ormai aveva terminato di copiare tutte le pagine e pergamene che vi fossero. Un lavoro che impiegò nove anni, ma che gli permise di avere quei testi sempre nel suo studio, oltre che nella sua mente, e di creare una copia di quei preziosi volumi in totale sicurezza. ‘Anno 450: la fondazione del quinto stato e la gloria di Aglaas’ era il titolo dell’immenso testo che era sulla scrivania: oltre ottomila pagine in lingua aglaasiana che narravano appena soli quattro anni di storia, coprendone altri quaranta nelle ultime tre pagine, in cui venivano riassunti gli eventi seguenti a quelli ivi narrati. Fortunatamente Dalmor conosceva tutte le lingue parlate dagli uomini, ma la lingua di Aglaas non era mai stato un problema: era lingua del regno dei monti, e la comune, ovvero la tabisiana, era parlata solo in rapporti diplomatici; era importante soprattutto per gli stati interni conoscere tutte le lingue, poiché esse erano tutte parlate all’interno dell’esagono. S’immerse nella lettura, il candelabro si spense e le candele lo fecero due volte prima che egli abbandonasse quell’angusto nido; il sole era in procinto di ascendere in gloria, ed egli si diresse dall’altra parte del cortile, raggiungendo la sua torre e salendo nelle sue stanze; Uldor lo aveva abbandonato quando le pietre lunari s’erano spente, ed era fuggito giù nella fortezza: la notte oscura e buia era vita nel suo cuore. La luce, infine, arrivò, e tutti, nella capitale e nella fortezza, dormivano, mentre nel resto del mondo iniziava la vita.

Il giorno notturno 12 Amkog’ cominciò non nel migliore dei modi per Dalmor. Quando Mamnor lo svegliò, pioveva a dirotto, e metà della sua stanza era allagata; si buscò una serie di rimproveri dal suo scudiero che dovette addirittura alzarsi da solo per raggiungere il bagno e lasciarsi cadere nel ghiaccio più freddo. Dopo i classici rituali del mattino, andò a vestirsi, e questa volta si mise i suoi abiti preferiti, i quali non erano quel che si direbbe simbolo di eleganza; tuttavia erano comodi, mantenevano caldo se faceva freddo e freddo se c’era caldo. Il tessuto non era un tessuto di alcun genere, sconosciuto a tutto il mondo, popolo dei monti compreso: lo aveva preparato lo stesso principe, e da solo si era creato i suoi vestiti, il che era ben visibile dai contorni grezzi di essi, che tuttavia procuravano loro un’apparenza più rozza e artigianale. Erano abiti di acciaio nero: una lega di sola conoscenza dei regni di Aglaas e dei monti, ma che nessuno mai era riuscito a lavorare talmente tanto bene da farne filamenti così sottili da poterli intrecciare in vesti come Dalmor Della Luna aveva fatto: erano abiti neri come la pece, di una trama fittissima e densa, eppur leggerissimi, ma avrebbero resistito a qualsiasi colpo di freccia: solo un colpo di lancia o spada ben assestato poteva in qualche modo ferire chi li indossava; erano un paio di pantaloni neri e larghi, talmente tanto che il principe dovette inserire corde ed elastici ad altezza vita e caviglie per poterli indossare, senza alcuna tasca o spacco, e una maglia, più che una giubba, senza maniche, molto larga, con un evidente spacco all’altezza del petto: Dalmor odiava indossare qualsiasi cosa che gli stringesse il petto od il collo, e questo non era pratico in guerra, poiché lasciava parti vitali scoperte agli attacchi nemici. Il tutto era completato da un lungo mantello, che si poteva chiudere anteriormente tramite delle corde che passavano da ambo le estremità di esso, in modo da rinchiudere chi lo indossava in una sfera di nera sicurezza contro le frecce e gli occhi indiscreti durante la notte; il mantello aveva un cappuccio largo ed enorme, sfiorava il terreno quando il principe lo indossava, testimonianza di quanto fosse lungo, ed era letteralmente ridotto a brandelli: alcuni erano lunghi anche un piede, e si staccavano dalla massa principale svolazzando al vento; l’effetto era stato espressamente voluto dal giovane, e quando lo indossava tali brandelli svolazzavano al vento: la vista nel buio della notte di chiunque lo indossasse era estremamente inquietante. Allegò al suo vestiario dei comodi stivali di pelle nera, un paio di pugnali alla cintola, e due ciondoli molto curiosi: uno era un globo di bianco diamante, un altro era, invece, una piccola punta di freccia in zaffiro blu profondo, con una grande macchia di sangue sulla punta. Dopo essersi così vestito, decise di portare anche la spada reale, e la allacciò dietro le sue spade: due piedi e mezzo di acciaio nero, pesante ed affilatissima, sormontata da un’elsa in argento puro con un diamante sferico, simbolo della luna: la spada era da quasi due millenni nelle mani della casata Della Luna e veniva tramandata di re in re, alla prima battaglia da regnante del successore; Dalmor l’aveva ricevuta dal padre il mese precedente. Così vestito, si avviò verso l’uscita, ma tornò, come al solito, indietro quattro o cinque volte prendendo ogni volta ciò che aveva dimenticato, sotto lo sguardo del suo vecchio scudiero, il quale aveva chiuso le finestre e mandato a chiamare qualche garzone per pulire la stanza, che ancora non si era presentato.
“Cosa ho da fare oggi, Mamnor?” chiese il principe, prima di uscire definitivamente dalla stanza.
“Allenamento, mio signore” rispose alzandosi il vecchio scudiero “per tutta la mattinata, e nel pomeriggio dovrete discorrere con i generali di ciò che è stato deciso ieri con vostro padre e delle novità esterne; questo secondo volontà di sua maestà vostro padre.”
Sul volto di Dalmor si dipinse lo sconforto. “Dannato padre” disse infine, tutt’altro che risollevato “lascia a me tutti gli incarichi peggiori mentre lui può starsene tranquillo a poltrire, eh?”
“In realtà, principe, il re è partito all’alba del sole per Mollorn ed ha lasciato la capitale, e la fortezza, nelle tue mani.”
Dalmor si voltò verso il vecchio; la sua espressione era incredula. “Eh?” riuscì infine a dire.
“Proprio così, mio caro; toccherà a te essere il re, almeno per questi giorni.”
“Dannato padre” rispose ancora; si voltò a guardarsi intorno per la stanza, poi risoluto disse “Fa chiamare di nuovo quel garzone, che pulisca questo macello; annulla gli addestramenti della mattina e convoca immediatamente i generali nella caserma madre tra due ore: vado a fare colazione; ci vediamo al tramonto, Mamnor. Ah, se vedi Uldor, digli di raggiungermi giù in città” disse queste ultime parole uscendo di corsa dalla torre e si diresse verso le cucine.
Il vecchio non seppe rispondere a tempo, e perse l’attimo; quando ormai se ne accorse, il principe era già uscito. Non rimase sorpreso, sapeva che era sfaticato, nullafacente, pigro, lento, molto lento, ma quando c’era da prendere in mano la situazione diveniva serio e molto accorto, salvo poi diventare ancora più lento una volta risolto il problema. Non se ne fece un crucco, ed eseguì gli ordini che gli erano stati dati: scese giù dalla torre e mandò due garzoni a ripulire l’appartamento, ed inviò un emissario giù in città per convocare i generali. Nel frattempo, dilagava la bufera: l’acqua era talmente fitta che non si vedevano le mura circondanti il cortile; si diresse verso la settima torre, discese nelle profondità ed andò a controllare i magazzini.
Dalmor, invece, fece una veloce colazione, strano invero per lui, ed uscì quasi di corsa; si accorse troppo tardi che pioveva a dirotto e si bagnò prima che riuscisse a chiudersi nel mantello; così riparato, si diresse verso il portone, passò sul ponte che attraversava il fossato ed uscì per le secondo porte, entrando nella città; era ben illuminata dalla pietra lunare, ma con tutta quella pioggia si distinguevano solo lucine sfumate; si inerpicò giù per la ripida discesa che collegava la fortezza al resto del monte, ed entrò nel quartiere militare; nonostante la pioggia, guardie e guarnigioni svolgevano i loro turni ed i loro addestramenti. Entrò nelle fucine, ed una vampata di caldo lo colse non appena fu dentro; si informò del ritmo e del numero di serie di armi che venivano prodotte, e diede ordine di incrementarle: spade ed armature erano necessarie, frecce molto meno vista la considerevole quantità che si trovava nelle armerie. Fece un giro di ronda nell’immenso magazzino,in parte anch’esso sotterraneo, in cui centinaia tra fabbri ed aiutanti lavoravano, dopodiché riuscì nella tempesta. Era passata poco più di un’ora e mezza dal suo risveglio, ma la pioggia continuava a battere e non mostrava intenzione di diminuire.
“Andrà avanti per un bel po’” si disse tra sé il giovane, e continuò a scendere nel quartiere, giungendo infine ad una squadrata costruzione in pietra nera come quella della fortezza, sulla cui facciata erano formate due enormi spade intrecciate in ferro su una luna piena in pietra lunare: gli uffici dell’esercito. Vi entrò e si diresse immediatamente, senza dare ordini o salutare alcuno, ai piani superiori, giungendo all’ultimo piano ed entrando nella sala delle riunioni. Era un ampio locale, di forma eptagonale, e ad ogni parete vi era dipinta la mappa di ognuno degli stati interni, aggregando il regno selvaggio al sud-ovest  e le cinque città al nord nemico. Il tavolo al centro era di pesante marmo bianco, e risaltava nel nero generale della struttura; era anch’esso di forma eptagonale, ad ogni lato vi era un enorme trono in pietra lunare addobbata con cuscini e manti neri e il trono opposto all’entrata era nettamente più grande degli altri, di pietra nera, e gli addobbi erano bianchi. I sei generali erano tutti già presenti nella sala, ed erano voltati incuriositi verso il giovane, il quale era a sua volta stupito.
“Sono in anticipo di venti minuti e sono pur sempre l’ultimo ad arrivare?” disse quasi sconfortato.
“Noi sapevamo avessimo incontrato il re, il quale porta sempre quindici minuti di anticipo” rispose uno di loro, con fare ancora più stupito “se sapevamo che vostra grazia avrebbe presieduto quest’incontro, sicuro saremmo arrivati con qualche ora di ritardo.”
“Dannato Mamnor, ha calcolato tutto” mormorò a bassa voce il principe “Bene signori, iniziamo?” disse infine ad alta voce, dirigendosi verso il trono; i sei generali si alzarono rispettosamente ed attesero che egli si fosse seduto. Nel mentre, Uldor entrò silenzioso dalla porta e si andò a sdraiare nel bel mezzo del tavolo, davanti agli occhi di tutti. Nessuno disse qualcosa a riguardo, ed egli rimase lì; tutti attesero che il principe parlasse.
“Oggi dovevate incontrare mio padre” esordì infine “ma vi toccherà accontentarvi di me; il re è partito all’alba del sole verso Mollorn senza avvertire altri che il mio scudiero, lasciandogli alcuni ordini, uno dei quali si sta adesso eseguendo.” E volse lo sguardo ai sei uomini che aveva davanti a se: la maggior parte era più anziana di suo padre, solo un paio forse ne avevano meno; era la prima volta in vita sua che teneva un incontro con i generali del regno, i quali si trovavano, per ordine reale della settimana precedente, tutti nella capitale.
“È un onore che lei presieda questo incontro”  disse infine uno dei più anziani, che si mostrò essere il maggiore in grado dei presenti “avremo certamente da lei notizie importanti, immaginiamo.”
“Se pensate che io parli più di mio padre, pensate sbagliato” disse francamente e immediatamente Dalmor “non sono in procinto di elargire segreti reali; ciò di cui andremo ora a parlare non è argomento piacevole o di pettegolezzo.”
“Non intendevamo dir ciò” a parlare ora era uno dei più giovani, che aveva dei vivaci occhi verdi “ma a nessuno dei presenti sarà sfuggito che lei ha dato ordine alle fucine di incrementare le produzioni; a quale guerra dobbiamo prepararci?” Uldor alzò il capo a queste parole, e fissò dritto Dalmor, il quale incominciò i lavori; mise al corrente i generali del prossimo consiglio che si sarebbe tenuto alle sei fortezze, e dell’immediata guerra che si sarebbe venuta a combattersi. Li tenne ovviamente all’oscuro dei più profondi segreti, tra i quali l’ipotetico viaggio che sarebbe andato a fare, e la salita di Ûd, e discussero riguardo la consistenza degli eserciti, le possibilità di movimento, le zone da difendere e le quantità per ogni impiego; vennero date notizie dal fronte dai due generali più giovani, i quali venivano dai confini con il nord, dall’artiglio di ferro, l’angusta strettoia che delimitava i due regni, in cui regnava solo la natura e la roccia pura, e che pure era zona in quel periodo di guerriglia e tensioni; informazioni dalla costa nord, da Durtar Telur e dai dintorni di Durtar Malur circa i movimenti delle flotte nemiche. Un solo significato era possibile a tutto ciò, e c’era l’unanime consenso a riguardo: il nemico preparava un immenso esercito per un altrettanto immenso attacco.
“Forse… forse sarebbe meglio pranzare.” Disse alla fine di un lungo silenzio, pesante, imbarazzante, Dalmor, riuscendo a risollevare l’animo dei generali i quali, avuta una possibilità di rilassarsi e liberare la mente dalle preoccupazioni, la colsero al volo. Dalmor attese che tutti furono usciti prima di uscire egli stesso: sarebbe fuggito via da quell’angusto buco, senza una finestra od una presa d’aria, per non tornarvi mai più, mai sapeva che doveva mostrare ai generali che, nonostante la giovane età, era in grado di tenerli a bada; uscì lentamente anche quando fu sicuro che essi fossero lontani, e, una volta nel quartiere militare, volse lo sguardo al cielo: non pioveva più. Un’aria pesante gravava tuttavia sulla città, riempiendo gli animi di stanchezza e apatia; non una stella nel cielo, ma mille brillavano nella città: la luce della luna mai sarebbe mancata in quelle strada fin quando la Luna stessa fosse esistita. Non si avviò verso le cucine militari, bensì scese giù in città, uscì dalle porte del quartiere militare e si ritrovò subito immerso nella frenetica vita dei vicoli cittadini. Era un posto triste in cui crescere, e ne era consapevole: non una macchia di verde, non un’ombra naturale, pochissimi animali; tuttavia i bambini in città erano molti, e di solito venivano a giocare alle porte delle caserme, osservando con gli occhi sgranati la vita delle guardie. Si imbatté infatti in un gruppo di bambini che giocavano a rincorrersi, ed uno di loro gli venne a sbattere, cadendo a terra; Dalmor lo aiutò ad alzarsi e gli chiese dove fosse la locanda migliore che egli conoscesse. Fortunatamente per entrambi, essa era poco distante da quel luogo, ed il principe ci guadagnò tempo prezioso, mentre il bambino una moneta d’argento. Dalmor pensava di aver concluso bene l’affare, quando si sentì tirare il mantello: il bimbo gli porgeva con la mano un cavallino di legno intagliato e colorato, evidentemente creato con le sue mani. “L’ho fatto io” disse infatti quando il giovane lo ebbe preso “tieni, ne ho fatti tanti, ci faccio qualche spicciolo da usare in famiglia.” E corse via, senza che Dalmor potesse in qualche modo rispondere.
Entrò nella locanda e si trovò inondato da un fascio intenso di luce: non c’era una pietra in tutta la sala che non fosse lunare, e sembrava di essere sulla stessa Luna. Dopo qualche secondo di cecità, il giovane si accorse che la locanda era ben frequentata, e la celerità era di casa: non poteva chiedere di meglio, solo che il pranzo fosse buono. Non vennero deluse le sue aspettative, ne riguardo il sapore, ne riguardo i tempi: venti minuti dopo era già in viaggio verso il quartier generale. Solo, era stato un pranzo leggermente caro: in una locanda di città, quindici soldi d’argento erano effettivamente troppi per gente comune; non viveva la situazione dei vicoli, ma probabilmente, si accorse, la popolazione non viveva nel totale agio e lusso.
Ripresero i lavori nella grande e scura sala; Uldor era già sul tavolo quando il principe tornò, dieci minuti prima che arrivassero gli altri.
“C’è da dire una cosa, abbastanza importante riteniamo.” Iniziò con tono incerto uno dei generali più anziani.
“Due, forse sarebbe meglio dire due.” Lo corresse subito un suo compagno, ancora più incerto
“Ebbene, dite pure, e siate chiari e svelti: se incespicate su ogni parola la morte vi coglierà prima che avremo finito.” Quel ‘vi’, inteso chiaramente a tutti loro, non passo inosservato, e gli anziani si guardarono quasi indignati; tuttavia, non osarono rispondere alla provocazione.
“La prima è che temiamo, e riteniamo, che l’attacco comincerà da noi: siamo lo stato più forte, e più vicino tuttavia; attaccherà i monti, tastando il terreno e tentando la presa: nel caso in cui questo riuscisse, avrebbe praticamente nelle sue mani l’esagono, sia dal punto di vista psicologico che militare; nel caso in cui non riuscisse l’impresa, potrebbe tranquillamente tentare altrove, e non avrebbe tuttavia perso tempo, poiché ci ritroveremmo indeboliti.” Il più giovane dei generali tenne il discorso con sicurezza, chiarezza e determinazione: ‘doveva essere così, non c’era altra spiegazione’ avrebbe potuto dire una folla dopo un discorso simile; ma lì c’erano generali e teste reali, e l’unica cosa certa era la futura morte dell’uomo per quelle menti.
“Ricevuto, c’è da tenere in considerazione questa ipotesi poiché non è azzardata.” Rispose in fretta Dalmor guardandolo, distogliendo lo sguardo dal cavallino di legno con cui stava giocherellando “La seconda cosa importante?”
“Ci sarebbe, ecco… un prigioniero della battaglia del mese scorso che voi conduceste da interrogare.” Il più alto in grado aveva parlato, ed aveva un tono di voce quasi funereo.
“Pensavo non ci fossero sopravvissuti.”
“Uno non fuggì nel baratro, ma scese scioccamente dall’altra parte: le nostre trappole scattarono e fu catturato. Voi tornaste immediatamente in città per affari urgenti, e noi lo tenemmo in custodia; poi ci fu questa convocazione, e lo portammo con noi: adesso si trova nelle segrete.” Il generale che aveva affiancato Dalmor nella battaglia delle baie di ferro era un uomo alto, slanciato, sulla quarantina: capelli grigio-bianchi brizzolati, occhi grigi e portamento fiero.
“E lo avete tenuto per quasi un mese prigioniero, senza interrogarlo?”
“È compito del re interrogare i prigionieri di guerra”
“Il re non c’è, è via.”
“Sta a voi, quindi.” Tutti gli occhi erano puntati sul principe, che rimase qualche secondo a bocca aperta, poi si alzò di scatto e si diresse alla parete sulla quale vi era dipinto il regno dei monti, che si trovava alla sua sinistra; stette qualche secondo ad osservarla, muovendosi lateralmente per avvicinarsi a diversi punti della carta.
“Un uomo, tenuto prigioniero di guerra, che per un mese è rimasto ad un accampamento quando doveva essere immediatamente portato qui in circa sei giorni?” urlava d’ira e incredulità “e voi ora, lo portate solo in occasione di questa convocazione?” fissò lo sguardo su tutti i presenti in sala, i quali abbassarono i propri uno alla volta.
“Fuori tutti.” Disse infine “Oggi interrogherò quest’uomo e domani riprenderemo i lavori. Avete tempo una notte per pensare a cosa poter dire come giustificazione. Via da qui!”
La sala si sgomberò nel totale silenzio ed imbarazzo. Dalmor attese due minuti che furono usciti tutti per seguirli, affinché non li incontrasse; dopodiché uscì immediatamente dal complesso, ed andò di furia verso un’alta torre circolare che si trovava nella parte est del quartiere: l’accesso alle prigioni. Vi si diresse senza neanche guardare null’altro che la stessa struttura, e non si accorse che il cielo andava schiarendosi; si immerse nel buio delle carceri e discese giù, nel profondo del monte, verso le oscure camere destinate ai peggiori detenuti del paese; erano completamente vuote: raramente vi era più di qualche detenuto. La maggior parte erano stranieri che si intrufolavano nel paese e che divenivano abitanti dei monti stessi, a meno che non volessero loro morire. In quei rari casi, la morte avveniva per avvelenamento, e i corpi venivano bruciati nei sotterranei. L’ospite straordinario era stato rinchiuso in una cella del secondo ordine: una fortuna, considerando che queste avevano un letto ed una sedia, mentre quelle del primo non avevano null’altro che l’oscurità. Si fece condurre da una guardia, e ne chiamò altre due per condurlo nella sala destinata agli interrogatori; questa volta, Uldor dovette accontentarsi di attendere il principe fuori la porta.
Venne appeso un globo di pietra lunare ad ogni parete, per illuminare l’ambiente; il detenuto fu incatenato ad una rozza sedia di legno, mentre il principe si sedette su uno sgabello postogli di fronte; le guardie uscirono dalla sala, ed i due rimasero soli, a guardarsi. Dalmor fissò lo sguardo sull’uomo che aveva davanti; era più alto di lui, era immenso: un combattente difficile da abbattere fisicamente, ma era psicologicamente crollato anche lui. Indossava solo uno straccio cencioso attorno alla vita, per coprire le sue intimità, ed era nudo il resto del suo corpo. La sue pelle era nera quanto la notte, non aveva capelli ed aveva occhi profondi di un viola sconvolgente: sembravano rose in mezzo ad un deserto di cenere. Le orecchie grandi erano tagliate nella metà inferiore: usanza delle tribù che abitavano le steppe del nord tagliare i lobi ai prigionieri; ciò dimostrava che l’uomo che il giovane aveva davanti ne aveva passate tante, anche prima della guerra. Il naso dritto e le labbra sottili chiudevano il quadro del suo volto: denti bianchissimi e mascelle squadrate, infine, lo completavano. Aveva cicatrici ovunque, sul torace, sulle braccia, sulle gambe, sulla schiena, anche sul viso e sul cranio. Dalmor non si fece intimidire, e restò a fissarlo negli occhi per qualche minuto prima di parlare.
“Capisci questa lingua?” gli disse in aglaasiano; il prigioniero fece un movimento con la testa ad indicare ‘no’ senza distogliere lo sguardo.
“Mi capisci ora?” disse in eveliaco. Stavolta l’uomo assentì, sempre con la testa.
“Voglio sapere il tuo nome, la tua età, la tua provenienza… tutto.” Continuò nella stessa lingua Dalmor, chiaramente e senza alcun impedimento.
“Parli bene la mia lingua” furono le prime parole dell’uomo; il tono di voce era rauco e profondo, come se non la usasse da tempo “è strano che uno straniero la sappia. Ho sete.”
“Dimmi il tuo nome e la tua età ed avrai da bere.” Dalmor doveva iniziare fin da subito a ricavarne qualcosa.
“Podgor, ed ho cinquantasei anni.”
Dalmor restò a bocca aperta. Come poteva avere cinquantasei anni ed avere le sembianze di appena un ventenne? “Acqua al prigioniero, poi uscite” gridò ai suoi carcerieri. Dopo che Podgor ebbe bevuto, allontano la brocca e riprese il discorso.
“Come fa un uomo di cinquantasei anni ad essere così fisicamente attivo?”
Il prigioniero non rispose. Restarono a fissarsi per qualche minuto.
“Allora, Podgor” riprese infine il giovane “mi va di chiarirti la situazione. Tu sei…” si guardò attorno “nel bel mezzo dell’oscurità. Sei nel più profondo della terra, e non c’è per te via di fuga o di salvezza. Tu sai cose che noi vogliamo sapere, ma che purtroppo, come immaginerai, non possiamo sapere; noi abbiamo, invece, la possibilità di farti uscire da qui. Adesso, se tu decidessi di collaborare, noi ti lasceremmo andare; nel caso in cui tu scioccamente decidessi di non farlo, vivresti il resto dei tuoi giorni abbastanza malamente.” Continuò a fissarlo, e l’uomo restò impassibile.
“Tu non sei il re” rispose infine Podgor “mi era stato detto che il re mi avrebbe interrogato; tu non lo sei.”
“Cosa ti dice che io non lo sia?”
“Io ti ho visto” rispose furiosamente e d’impeto il nordiano “tu eri lì, ed avevi con te il terrore; la disperazione e il freddo della morte avete usato in guerra, luridi bastardi!” urlò e si contorse sulla sedia tentando di liberarsi, ma non ci riuscì; Dalmor restò immobile.
“Vuoi un altro boccone di terrore?”
Il prigioniero respiro profondamente con le narici, che si allargarono e si restrinsero notevolmente. Gli occhi gli si riempirono di sangue, così pure le gengive scoperte dal digrignare dei suoi denti.
“Uldor, vieni qui.”il lupo venne fatto entrare “Quest’uomo vuole del terrore; stai tranquillo, la stanza è insonorizzata.”
Il lupo lo guardò fisso negli occhi, poi si girò e si pianto davanti al prigioniero; queste si mosse più convulsamente, e la sedia scricchiolò: era molto forte ed avrebbe finito col romperla; ma non ne ebbe il tempo: Uldor si sedette improvvisamente ed ululò: un lungo, profondo e ghiacciante ululato riempì la stanza. Il voltò del prigioniero si pietrificò dal dolore, impallidì, le pupille si dilatarono ed iniziò a sudare freddo; il corpo restò molle e non riuscì più a parlare: la sua faccia assunse un’espressione ebete. Quando Uldor terminò il suo freddo canto, si voltò verso Dalmor, ed uscì dalla stanza. Podgor era ancora immobile, pallido, agghiacciato: l’ululato dei lupi di ferro era micidiale per tutti i cuori che lo avessero sentito. Dalmor ne era impassibile poiché era abituato a sentirlo ogni notte.
“Allora, che te ne pare, eh?” disse dopo qualche tempo con un sorriso quasi malvagio il principe, risiedendosi sullo sgabello “Quel cucciolo lì è un bel grattacapo, vero? Ora, io non sono un uomo crudele.” Fece una lunga pausa dopo questa frase; il nordiano aveva ancora gli occhi sgranati su di lui, ed aveva iniziato a tremare.
“Non ho intenzione di andare avanti a torturarti.” Disse infine il giovane.
“Tu… tu…” balbettii uscirono dalla bocca del nordiano.
“Io?”
Il prigioniero iniziò, lentamente, ad inspirare sempre più a fondo. Erano passati oltre dieci minuti, e pian piano stava riprendendosi; i respiri profondi gli ridiedero colorito, sebbene il pallore sulla sua pelle nera fosse impercettibile, ma non perché minimo, ma semplicemente a causa del colore scuro; il sudore sparì e gli occhi tornarono a riempirsi di sangue.
“Te ne pentirai!” urlò infine Podgor, strappando il bracciolo della sedia con tanta forza da far volare pezzi di legno fin sulle pareti circostanti. Immediatamente Dalmor sguainò il pugnale che aveva alla cintola e glielo puntò alla gola: il prigioniero aveva avuto il tempo solo di toccarsi l’altra mano con quella liberata.
“Sentimi bene: io non sono il re” disse con un sussurro alle orecchie dell’enorme uomo il giovane principe “io non sono il re. Eppure sono qui, e non ho intenzione di sprecare un’opportunità simile: tu mi devi la vita, poiché diedi io l’ordine al generale di non ucciderti. Ora, noi abbiamo due opzioni: la prima, ed è quella che desidero prendessimo, è semplicissima: devi solo rispondere a tutte le mie domande, dopodiché sarai uomo libero in questo stato; la seconda, è sicuramente più divertente per me, ma sconveniente per entrambi: io faccio entrare qui Uldor e ti faccio stare per tre giorni interi a tremare come una ragazzina, dopodiché ti faccio morire di fame o mangiato dai topi. Io la mia decisione l’ho presa, tu?” premette più a fondo il pugnale e fece una piccola incisione, facendo scorrere del sangue su di esso. La stanza stava andando oscurandosi per via della pietra lunare, che si spegneva.
Il prigioniero girò gli occhi verso di lui, poi disse “Parola di re?”
“Parola di principe.”

Dalmor uscì da quella stanza che tutta la città stava dormendo; il sole era talmente alto che aveva quasi raggiunto lo zenit. “Datemi dell’acqua e del cibo, sto letteralmente morendo.” Disse ad una guardia, appena fuori dalla stanza “convocate per stasera al tramonto del sole un consiglio con i generali, svegliateli ora e riferite: ordine del principe, dite loro; che non facciano storie.”
“Cosa farne del prigioniero, mio signore?” chiese allora la guardia che lo sorvegliava.
Dalmor ci pensò su, poi si sciacquò il viso con dell’acqua che gli era stata portata “Date fuoco alla stanza” disse infine, salendo verso la superficie e tornando al mondo civile. Uldor lo seguì senza smettere di fissarlo, incollerito; non era probabilmente d’accordo con l’ultima scelta.

Il sole stava tramontando e Dalmor era nella sala già da un pezzo. Erano quasi ventiquattro ore che era sveglio e svolgeva le mansioni a cui suo padre si dedicava: la vita da re non era certo adatta a lui. Aveva mangiato molto dopo l’interrogatorio, ed era stato sommerso nei suoi pensieri per tutto il tempo; come se non bastasse, Uldor lo fissava con due occhi accusatori che avrebbero abbattuto chiunque. Quando i generali entrarono, egli era già seduto sul trono, gomiti poggiati sul tavolo e viso tra le mani, assorto nella fatica e nei pensieri.
“Sedetevi.” Disse senza guardarli.
“Ci chiedevamo come mai questa scelta azzardata di orario” fu la prima cosa che disse il generale in capo “non è nello stile di questo regno fare riunioni militari sì importanti prima che la Luna si sia alzata.”
“Essa non cala mai nel regno dei monti. ‘Non un cuore che batte, ma la Luna che splende’.” Era il motto della famiglia reale.
“Come sua maestà desidera.”
“Non so il re, e non pretendo esserlo prima del tempo.” Rispose adirato “Vi ho fatti convocare perché ho fatto in una manciata di ore molto più di quanto alcuni di voi abbiano fatto nella loro vita.”
“Non le pare offensivo, mio signore?” osò chiedere uno dei più anziani, dall’orgoglio ferito.
“No, non lo è; ho fatto nettamente più di quanto abbiate fatto e di quanto abbia fatto mio padre, e questo perché ho fatto quel che voi non avete voluto fare. Che c’è, quell’uomo vi spaventava?” Fissò gli occhi sul suo compagno in battaglia.
“Mio signore, la legge impo…”
“Niente scuse, il passato non esiste in questo istante” lo interruppe il principe “adesso vi riferirò tutto quel che sono riuscito a farmi dire, anzi no, vi riferirò tutto quel che posso dirvi di quel che sono riuscito a farmi dire; e voi eseguirete i miei ordini e partirete immediatamente per le località a cui sarete assegnati. Qualcosa non è chiaro?”
“No, mio signore.” Risposero a turno tutti, con lo sguardo abbassato per la collera del giovane.
“Arat Vanur è un formicaio di soldati.”
Un silenzio tombale scese nella sala; Uldor saltò sul tavolo e fissò lo sguardo sulla parete che raffigurava il regno del nord.
“Ci sono soldati ovunque; non vi è più un solo abitante che non sia un soldato. Cibo e rifornimenti arrivano via mare e via terra dai granai a nord e ad est: l’esercito in capitale è grande quanto la popolazione di Arat Vanur lo fosse prima di tutto questo.”
Il generale in capo deglutì e a stento pronunciò un “Die… Dieci milioni?” soffocato.
“Si, all’incirca quello deve essere il numero della milizia nella capitale. Non dimentichiamo quella nelle altre grandi città e sulla costa est. Ora, i numeri che mi sono stati dati sono: ottanta milioni di fanti, centomila navi da guerra circa. La flotta non è completa, e questo vuol dire che abbiamo ancora qualche tempo, ma quanto? E tuttavia bisogna ricordare che un tradimento a metà è due volte meglio che un tradimento completo: probabilmente le cifre non sono esatte, quasi sicuramente al rialzo, non saranno così tanti i soldati, ma noi non abbiamo abbastanza informazioni per dirlo. Ora, l’esagono conta, diciamo… quattro milioni di soldati in totale?” chiese rivolgendosi a chiunque potesse rispondergli. Mentre teneva queste breve sunto dell’interrogatorio, aveva passeggiato per la stanza, a dimostrazione di quanto fosse rilassato.
“Non ci arriviamo, a quattro milioni, mio signore. Se arriviamo a tre milioni e mezzo è tutto dire.” Rispose amareggiato uno dei più anziani.
“Perfetto! Quindi secondo le stime siamo circa… ventisette, ventotto volte inferiori di numero. Non male, no?”
“Mio signore, sebbene le notizie vadano prese con le pinze, c’è sempre un fondo di verità: magari non così immenso, ma sicuramente oltre le nostre immaginazioni.”
“Non è tutto” riprese Dalmor “so dove attaccheranno, o meglio, i possibili luoghi di attacco.” Si sedette e li guardò tutti attentamente.

Quando terminò il consiglio, era notte inoltrata, e la Luna stava già discendendo. Si diresse immediatamente, senza altri pensieri, verso la fortezza, ed entrò prima di ogni altra cosa nelle cucine, dove mangiò a sazietà, Uldor con lui. Era strano che un principe andasse a pranzare nelle stesse cucine del castello, ma egli soleva ripetere “Il cibo si raffredda su per le scale” e nessuno poteva in qualche modo convincerlo a consumare i pasti nei suoi appartamenti, ne egli voleva convincersi di ciò. Dopo aver chiuso il buco che si sentiva allo stomaco da ore, salì la quarta torre e si fece un bagno, dopodiché discese ed entrò nella terza: erano due giorni che il re non era nelle sue mansioni, ed egli doveva in qualche modo sostituirlo. Entrò quindi nella sala grande del castello, che era la più piccola tra i castelli di una certa importanza in tutto il mondo, e si sedette sull’alto trono di pietra lunare, che risplendeva di luce nella sala, illuminandola completamente; qui, diede ordine alle guardie di far entrare uno alla volta chiunque necessitasse di giudizio, e la giustizia del re fu aperta dopo quasi due giorni dall’ultima volta. La fila era lunga e l’attesa era spossante; Dalmor dovette giudicare casi di furto, incidenti, fuga di bestiame, alcuni erano addirittura assurdi: erano giunti due pastori dalle colline che si trovavano al limitare con le pianure del nord-est, le quali erano i granai del paese, per un discussione su una sola pecora; entrambi la reclamavano come propria e non si era giunti ad un accordo. Dalmor diede ordine di far pagare ad entrambi un costo pari a due pecore alle casse reali per aver fatto perdere tempo al tribunale, e la pecora in questione, che era stata ben portata davanti al trono, venne fatta cucinare e servita ai due pastori.
“Il prossimo” annunciò alla guardia “non ce la posso fare così, non può essere; ma le persone non hanno un minimo di cervello per risolvere certe stupidaggini senza invocare il re?” mormorò tra se, reggendosi la testa con stanchezza; il trono andava sbiadendosi: la Luna era tramontata ed era il secondo tramonto consecutivo che perdeva. Non aveva invero avuto occasione di porle gli occhi in tutta la notte. Al solo pensiero si rabbuiò, e chiese ad una guardia alle sue spalle se la fila fosse ancora lunga; alla sua risposta positiva, cadde nello sconforto più totale e disse: “Andremo avanti fino alla luce del trono; dopo ciò, la giustizia sarà chiusa e riaprirà nella notte successiva.”, l’annuncio fu ripetuto a gran voce dalle guardie e si sentirono numerosi rumori di dissenso nel corridoio; il resto del lavoro del tribunale fu veloce e meno snervante, forse anche perché la stanchezza gli impediva di innervosirsi tanto. Quando il trono si spense, la sala piombò nella più totale oscurità, e per tre minuti restarono il re e le poche guardie immobili come spettri esattamente dove si trovavano prima della notte; quando suonò la campana che segnava ufficialmente la fine del giorno, Dalmor ordinò di accendere una torcia ed essere accompagnato fuori; nel cortile, strappò il lume dalle mani della guardia e si avviò da solo verso i suoi alloggi, che trovò già in ordine, illuminati e con un bagno pronto: Mamnor non c’era stato per tutto il giorno, ed evidentemente aveva pensato bene che il principe fosse stato stanco dopo quella giornata. Dalmor fu sollevato, appese la torcia fuori dalla porta dei suoi appartamenti e si diresse filato verso la toilette, spogliandosi lungo il cammino ed infilandosi senza tanti preamboli nell’acqua gelata che era nella vasca, rilassando i muscoli ed i nervi tesi; mezz’ora dopo ne uscì, si asciugò con degli asciugamani, e andò verso la saletta attigua alla sua camera da letto, dove una cena era stata portata qualche ora prima. La mangiò come se non avesse mangiato da mesi, nonostante fosse tutto gelato, e sulla coscia di pollo c’era anche della brina, dovuta al gelo della stanza. Dopo quel veloce pasto, si avviò verso il balcone, ed uscì fuori, nudo, al gelo della notte sulla cima della torre, fumando la sua pipa ed appoggiandosi al parapetto finemente lavorato in marmo nero. Alla fine, si arrese alla stanchezza, e si lasciò cadere sul letto, senza spegnere alcun candela o altro lume nella stanza: le lampade si sarebbero consumate, e le candele sarebbero state spente dal gelido vento, allora perché preoccuparsi a spegnerle quando lo avrebbero fatto da sole? Si addormentò senza pensieri per la testa, così come era caduto sul letto, pochi secondi dopo che aveva toccato il soffice materasso coperto di cuscini.

Mamnor lo trovò esattamente in quella posizione. Lo toccò sulla spalla, e fu sorpreso della reattività del giovane: di solito, doveva buttarlo giù dal letto, o buttare del ghiaccio su di lui; quella notte, invece, bastò una leggere spinta per destarlo. Il principe si mise a sedere, affondando le mani nei suoi capelli ribelli, cercando di pulire dal viso i segni della notte.
“Ho avuto ordine dal re di lasciarti dormire tre ore in più” fu la prima cosa che disse il vecchio scudiero “spero che ti senti ben riposato, il bagno è pronto, quando te la senti puoi andare.”
“Il re non c’è, ora sono io il re” esordì Dalmor, con le mani ancora sul volto e la voce coperta “fa portare la colazione qui, e sceglimi degli abiti decenti: fare il re è una bella seccatura.” E si alzò, dirigendosi direttamente verso la vasca di acqua gelida che lo attendeva.
“Il re è tornato all’alba di questa notte” gli rispose Mamnor, immobile dove era rimasto “quindi oggi potrai dedicarti a non fare il re, anzi, ti ha già mandato a chiamare per il tramonto della Luna e un discorso faccia a faccia.”
‘Magnifico’ balenò nel pensiero del giovane, che si immergeva nel freddo puro ‘non finisco di provare a tirare avanti la baracca che già arriva la sentenza. Poco male, potrò riferirgli quelle cose che mi ha detto quel prigioniero… quel prigioniero!’
“Mamnor!” chiamò il giovane, alzandosi in piedi nella vasca e schizzando acqua ovunque “del prigioniero è stato fatto quel che richiedevo?”
“Ne è rimasto solo un mucchietto di ceneri.” Confermò il vecchio, con aria impassibile e lo sguardo fissò sul corpo del giovane.
“Non guardarmi così, andava fatto” rispose questi, immergendosi di nuovo “fino all’alba cosa dovrei fare di particolarmente impellente?”
“Nulla in particolare, la notte è tua; vado a chiamare la colazione, con permesso.”
Dalmor lo congedò con un cenno della mano, recuperò una pipa dalla mensola che si trovava lì affianco e si rilassò, fumando ed assaporando il gelo. Mezz’ora dopo, si stava infilando i suoi vestiti preferiti, che non si logoravano mai, ed iniziò a mangiare con calma. Dopo un’ora, iniziò a scendere le scale della torre, diretto nel cortile per allenarsi con la spada: in totale, impiegò due ore da quando si era svegliato per iniziare ad allenarsi, e non aveva fatto nulla in particolare. Si allenò con il maestro d’armi della guardia, un uomo che era stato compagno di età e di allenamenti di suo padre, che aveva servito sia nella guardia che nell’esercito, e che quindi sapeva il fatto suo in materia di scontri e duelli; tuttavia Dalmor non gli diede neanche uno scontro vinto, ed alla fine fu il maestro ad avere lividi su tutto il corpo invece dell’allievo.
“È sempre un piacere combattere con te” disse durante una breve pausa il giovane, col fiatone “almeno tu sai come si combatte, e sai farlo bene: sei quello che mi da più filo da torcere in questa pietra nera.”
“E meno male, pensa se non sapessi farlo come mi ridurresti” rispose, ansimando, il maestro, accasciandosi a terra a riposare. “Non ho più il fisico di una volta, perdonami: sono tre ore che combattiamo, la Luna va quasi a tramontare, perché non la finiamo?” c’era voglia di riposo, un bagno, una cena e sua moglie nelle parole del maestro, e Dalmor lo colse; restò sorpreso dalla tarda ora in cui si trovavano, ma si ricordò che si era svegliato molto tardi. Aiutò il maestro ad alzarsi, e si diressero assieme alle armerie, a posare armature, spade e scudi.
“Dovresti combattere con tuo padre” gli suggerì il maestro, di nome Ghildar, mentre svuotava una brocca di acqua “non saprei davvero dire chi di voi due vincerebbe.”
“Io” rispose senza pensarci il giovane “mio padre è rammollito.”
“Non dovresti dir così, non lo hai conosciuto prima che tu” gli posò un dito nel petto “nascessi, segnando la sua rovina.” Aveva comunque un sorriso ironico sul volto, a tutti piaceva scherzare con Dalmor quando c’era anche questi.
“E sia, combatterò con mio padre, e vediamo se non è così tanto rammollito come lo reputo.” Uscì dalle armerie e si diresse verso la torre del re, iniziando la scalata. Dopo un quarto d’ora raggiunse la cima, e venne fatto entrare dalle guardie nelle stanze del re. Nella stanzetta d’anticamera non c’era nessuno, e la porta era chiusa; si prese la libertà di entrare senza bussare e senza essere in alcun modo annunciato. Si aprì il maestoso solarium di suo padre, con i suoi alti e bassi, divani, tavoli, mappe, cristalliere d’alcolici e di tabacchi, di spade infrante appese alle mura, di arazzi; le finestre erano tutte ovviamente aperte, i caminetti spenti, e non suo padre non era lì. Ne approfittò per rubargli un goccio di liquore e del tabacco, ridando consistenza alla sua scorta che portava sempre con se. Si sentiva felice e rilassato, combattere gli faceva bene. Si diresse quindi verso la camera da letto, immaginando di trovarlo lì, cosa che fu. Il re era in piedi davanti la finestra, gambe aperte, mani sui fianchi, nudo; nonostante la sua età, e i capelli grigi che iniziavano a spuntargli, aveva ancora un fisico granitico, scolpito ed asciutto. Solo che era nudo, davanti una finestra aperta, col vento che gli soffiava attorno e la Luna davanti: era una notte limpida e serena.
“Buonasera papà” esordì Dalmor, dirigendosi senza preamboli sull’enorme letto al centro della stanza, dal tabacchino blu scuro e le lenzuola nere, buttandosi su quell’enorme catasta di cuscini e morbidi tessuti che vi erano su; si sdraiò pancia in su, gambe allargate, di traverso alla lunghezza del materasso, con la testa penzoloni in modo da guardare il padre, anche se a testa in giù.
“Dammi un po’ del mio tabacco, su” gli disse il padre, avvicinandosi al letto con la pipa in bocca “tanto lo so che me lo hai rubato di là, quindi non lamentarti.”
“E cosa ti dice che l’ho rubato?” il giovane allargò le braccia e assunse un’aria innocente, palesemente falsa.
“Il fatto che l’ho fatto anche io prima di te, e parecchio tempo fa” rispose con voce soffocata dalla pipa il padre, mentre l’accendeva con un fiammifero; dopo, si diresse di nuovo alla finestra e si posizionò come si trovava prima, a gambe allargate davanti la notte.
“Papà… sei nudo.” Dalmor non sembrava sorpreso, ma era stranamente divertito, ed assunse un’aria quasi stupida, come si trova a testa in giù.
“Certo che sono nudo. Dimmi, tu in camera tua come vai in giro?”
“Nudo?”
“Appunto.” Il padre tirò una boccata di tabacco molto consistente che il vento ricacciò dentro la stanza; Dalmor si decise a fumare anche lui.
“E, dimmi, papà…”
“Si?”
“Tuo padre…”
“Tuo nonno.” Il re non sopportava che non lo avesse mai chiamato nonno, ma solo padre di suo padre.
“Si, qualsiasi cosa tu voglia… comunque, dicevo, tuo padre, anche lui andava in giro per la sua stanza…”
“Nudo?” continuò il padre, sguardo sempre fisso verso la notte, senza voltarsi. “Ovviamente.”
“E suo padre…” il re mosse la testa con un gesto di assenso “e i suoi fratelli…” un altro movimento affermativo.
“E zio Ferm…”
“Pure.”
“Papà?”
“Dimmi”
“Non ti sembra che siamo un po’ una dinastia di merda?”
“E una delle più potenti al mondo!” rispose suo padre, orgoglioso e allo stesso ironico, divertito da quella conversazione.
“Bella roba.” Dalmor assunse una faccia a metà tra il meravigliato e il disgustato, con una vena di ironia.
Dalmor fece un gesto rapido, scattò in piedi, con la pipa ancora in bocca e si svestì velocemente.
“Che cazzo fai?” gli disse il padre voltandosi “questa non è la tua stanza!”
“No, ma lo sarà.” rispose il giovane continuando a svestirsi, e in breve tempo fu anche lui nudo.
“Non buttarti sul mio letto…” il figlio era già in volo verso i cuscini “…nudo.”
Restarono a guardarsi per qualche secondo: uno nudo, in piedi davanti alla finestra, con lo sguardo di rimprovero, l’altro rilassato, a testa in giù, sui cuscini. Dalmor allargò le braccia come per dire ‘Beh, che c’è?’ e il padre si voltò alla Luna, arrendendosi; l’astro si era per metà inabissato nei monti.
“Mi hanno raccontato la tua task force di due giorni da re” disse dopo qualche minuto di silenzio, vento e sbuffi di fumo Tildor, “come ti è sembrata stavolta?”
“L’ultima volta era stato più bello.” Disse funereo il giovane.
“L’ultima volta eri più giovane, altri svolgevano metà dei tuoi compiti ed eravamo in pace, se così si può dire.”
“E non ho dovuto presenziare una riunione di generali idioti ed incapaci o interrogare un gorilla che voleva pulirsi il culo con la mia faccia.” Aggiunse Dalmor, continuando a fumare.
“Quei generali sono tra i migliori comandanti di tutto il mondo” si voltò per guardarlo con rimprovero “e quel prigioniero non doveva fare quella fine.”
“No? Ha provato ad uccidermi, e chiunque ci provi da me avrà la morte, che sia la mia o la sua, e non avevo particolare voglia di morire ieri; non rimproverarmi più di tanto, ci sta già pensando Uldor, che non vedo da un giorno.”
“È più intelligente di te, sicuramente.”
“Domani all’alba della Luna combattiamo.”
Il re si voltò stupito, con un’espressione attonita sul volto. “Ho sentito bene?” disse dopo qualche secondo.
“Chiaro e tondo” confermò il figlio, mettendosi a sedere “Ghildar mi ha detto che sai combattere meglio di me, e io non ci credo, quindi combatteremo: solo spada, fino a quando uno dei due non sfinisce a terra.” Giocò un po’ con la pipa, poi si alzò, andando a prendere un piccolo globo di pietra lunare su un tavolino poco distante, iniziando a rigirarselo tra le mani.
“Come vuoi, combatteremo.” Si arrese infine il re, sospirando e gettando un ultimo sguardo alla Luna, che sprofondò tra i monti per risorgere la notte successiva. Passarono qualche minuto in silenzio, il figlio giocando con la luna in miniatura, il padre fumando e andando a sedersi su un divano a fianco alla finestra.
“Alle sei fortezze la rivedrai.” esordì dopo qualche tempo il re, riprendendo a fumare.
“Beh, Rhiman potrebbe portare Frigdan invece di Araya, non era specificato che dovesse essere proprio l’erede.”
“Se pensi che non verrà sei un completo idiota, sono tre anni ormai che aspettiamo questo evento per farvi sposare.”
Dalmor sospirò e tirò un gemito, passandosi una mano sul volto. “Mi aspetta una vita di inferno” aggiunse dopo qualche secondo.
“La ami?” chiese d’improvviso Tildor, sorprendendolo; infatti il giovane alzò lo sguardo fino ad incontrare il suo, restando per un po’ sovrappensiero.
“Non ne abbiamo mai parlato, effettivamente.” Aggiunse pensieroso poco dopo.
“La ami?”
Dalmor sembrò pensarci ancora un po’. “Amo Syriel, e lo sai.”
“È morta da quattro anni.” Rispose senza preamboli il padre, il viso concentrato e l’animo immerso nella conversazione.
“Tu ami la mamma ma lei è morta da diciannove anni.” Ribatté immediatamente Dalmor.
“Quattro anni non sono diciannove, e la storia è un po’ diversa.”
“Tra quindici anni saranno diciannove anni, e non penso che ci sia tanta differenza.”
“La ami?”
Dalmor, dentro di sé, fu sorpreso dall’insistenza del genitore; restò ammutolito per qualche secondo, pensando ancora tra sé e sé, poi si alzò in piedi ed iniziò a passeggiare per la stanza. “Lei… Quando ci sono affianco, la amo. Però, quando siamo lontani… Non so dire, è il suo aspetto e il suo carattere, ma non ho la stessa sensazione che avevo…” s’interruppe, abbassando lo sguardo.
“Con Syriel.” Concluse per lui Tildor. “Io penso che la ami, da quel che vedo quando siete assieme. Avrai abbastanza tempo per chiarire i tuoi dubbi.”
“Papà, il prigioniero ha confessato una cosa” cambiò immediatamente discorso Dalmor “lui si sta muovendo, per Îd.”
“E noi dobbiamo essere più veloci di lui allora.”
“Ma, come faremo ad anticiparlo?”
I loro sguardi si incontrarono: quello del padre, che aveva un brillio d’orgoglio, e quello del figlio, carico di preoccupazioni e dubbi.
“C’è un segreto, che conosciamo solo io e Rhiman. Alle Sei Fortezze ve ne parleremo.”

 

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