Capitolo II

Dalmor tornò nei suoi appartamenti che la notte moriva; lui e suo padre avevano passato la notte a bere e a giocare a scacchi, due attività che normalmente non andrebbero d’accordo, ma che essi riuscivano ad armonizzare in maniera eccellente. Difficilmente Tildor riusciva a vincere una partita, ma almeno portava suo figlio allo stallo per più della metà delle volte; le restanti erano per oltre i quattordici quindicesimi vittorie di Dalmor e, solo quindi una piccolissima parte del totale, vittorie del re. Nonostante questo divario, entrambi si divertivano abbastanza al gioco degli “scacchi ubriachi”, e non rare erano le volte in cui un cavallo compiva una L più lunga o un re venisse addirittura scambiato per la regina, con conseguente disordine totale della partita.

Il giovane impiegò una mezz’ora buona a salire le scale della sua torre, sbandando vistosamente e in preda a sporadici attacchi di risa; non appena riuscì ad entrare nella sua stanza da letto, si buttò sul letto e, strisciando e contorcendosi, si spogliò, svegliandosi la notte successiva in una posizione atipica, nudo.
Mamnor dovette compiere più sforzi del consueto, a causa dei postumi che gravavano sul giovane, e questi non riuscì a svegliarsi completamente, nonostante fosse lucido e consapevole della situazione. Quando seppe che il padre lo attendeva nel cortile per un duello rispose facendo cadere la testa sulla tavola.

La luna era sorta da tre ore quando, dalle porte della quarta torre, il principe uscì guardandosi attorno; la notte era gelida, fredda e ventosa, ma limpida e senza nubi e, anche se il tempo cambiava molto velocemente, non prometteva precipitazioni. Indossava i suoi abiti preferiti, e il mantello, legato alla spalla sinistra solo da una spilla, volava nella notte; come suo solito, aveva le braccia e le spalle scoperte, e portava non la spada reale, bensì la sua: Respiro di Morte. Dopo avere passato più di qualche minuto a guardarsi attorno, scorse suo padre, appoggiato con le spalle alle mura della quinta torre, che lo guardava sorridendo; si nascondeva nell’ombra, ma non completamente.
Il figlio lo raggiunse con molta calma, guardando le attività che si svolgevano nel frattempo attorno a lui, fermandosi proprio a qualche passo dal re.
“Allora, come ci organizziamo?” chiese Dalmor, osservando che suo padre non aveva armi con se.
“Beh, io dovrei combattere con la spada reale, prima di ogni cosa. Ma mi sembra di notare che tu l’abbia dimenticata su, quindi ti suggerirei di andare a prenderla.” Sorrideva allegro, pregustandosi il fastidio del figlio.
Questi, invece, assentì, si voltò e tornò da dove era venuto, spuntando dieci minuti dopo dalle porte e riavvicinandosi al padre; gli porse la spada, ed attese le istruzioni.
“Avevo una spada prima di questa? No, non l’avevo.” Dalmor sgranò leggermente gli occhi: voleva significare semplicemente che il padre era andato in guerra più giovane di lui. “Mi sono sempre allenato con questa, portandola con me a nove anni alla corte di Efald Colle, ma la storia è lunga. Questa è la mia spada e lo è sempre stato, quindi non ti dispiacerà se la prendo in prestito.”
“Prego, fa pure: troppo pesante, non fa per me.” Dalmor sguainò la sua: più sottile e veloce dell’altra, grezza e con l’elsa non raffinata, puro acciaio nero alla punta all’impugnatura, senza ornamenti alcuni.
“Al meglio delle tre: perde chi viene messo a morte dall’altro.” Dalmor spostò lo sguardo dalla spada al padre.
“Perché al meglio delle tre?”
“Voglio darti una chance di vincere.” Dalmor scoppiò a ridere, e la sua testa protestò vigorosamente, ancora vittima dell’alcool. Dopo qualche minuto, tornò serio, ed accettò le condizioni.
Si spostarono davanti le porte della fortezza, dove vi era uno spiazzo più largo e senza ostacoli; era però abbastanza trafficato, e non era pratico duellare mentre persone varie passavano pochi pollici da loro, se non addirittura tra di loro. Decisero quindi di combattere lì. Il via lo diede Tildor, mentre i due erano a venti passi di distanza.
Il re attaccò subito, di corsa, e suo figlio fu preso quasi alla sprovvista, ma la distanza riuscì a dargli tempo di prepararsi e schivare il fendente, che arrivava larghissimo; non si sforzò molto, considerando che un colpo di quel tipo poteva essere evitato semplicemente piegandosi sulle ginocchia, e fu quello che fece. Era già convinto di aver vinto, perché stava alzando la spada dirigendola al punto in cui si sarebbe trovata la gola di suo padre tra poco tempo, quando si sentì alzare da terra, vide il cielo vorticare e atterrò cinque piedi oltre. Si rese conto, quando era a terra, che il padre gli aveva dato un calcio in pieno petto, e riaprì gli occhi pensando a protestare, trovandosi la spada reale a due centimetri dalla fronte.
“Uno a zero per me.” Disse suo padre, volgendosi e allontanandosi.
“Ehi, non mi pare un modo corretto di duellare questo! Insomma, ma ch…”
“SEI UN RAMMOLLITO O UN PRINCIPE?!” L’urlo di suo padre lo fece restare a bocca ed occhi aperti: dopo qualche secondo di incredulità, Dalmor scoppiò a ridere, ricadendo a terra. Impiegò più di qualche tempo per riprendere il controllo di se, quando infine si accorse che, tutto sommato, quel calcio gli aveva fatto bene: aveva cancellato la notte prima dalla sua mente, aveva fatto scorrere del sangue nella sua bocca e risvegliato la sua volontà di guerra. Si rizzò, e guardò il padre con un ghigno.
“Secondo turno.” Il padre parlò, e questa volta fu Dalmor a caricare; il re rispose, ma suo figlio scartò violentemente a destra, investendo un garzone della cucina con una brocca di vino, che andò in frantumi a terra.
“La pagherai per questo, brutto idiota!” urlò Tildor, inseguendolo. Dopo un’ampia curva, Dalmor si fermò, voltandosi, e le due spade s’incrociarono; quasi contemporaneamente partirono i ganci di entrambi, ma Dalmor fu più sveglio e parò il colpo di suo padre alzando il gomito del braccio che impugnava la spada. Il risultato fu che il suo pugno colpì il regal volto in pieno, mentre il regal pugno non arrivò mai a destinazione. L’urto bastò a Dalmor che, approfittandone, divincolò la spada e l’appoggiò al pomo d’Adamo del padre.
“Uno pari.” Disse, sghignazzando. Il padre rise con lui, riprendendo la postura; poi inavvertitamente, parlò.
“Terzo turno.” Erano talmente vicini che anche alzare le spade era difficile; chi passava di lì, vedeva solo due teste in mezzo ad una macchia di nero in cui volavano spade e pugni: il mantello di Dalmor rendeva il tutto più divertente. Finì che da duello si trasformò in zuffa, e poco o a nulla servirono le spade, se non a parare calci e pugni vari; numerosi colpi andarono a segno, ma i due non cedettero, e le loro nocche si spaccarono. Dalmor non era mancino, ne destrorso; suo padre come lui: due ambidestri che si prendevano a pugni non capitava tutti i giorni di vederlo.
Dopo dieci minuti di scazzottate, il principe diede una testata al padre tanto forte da spaccargli la fronte, da cui cominciò ad uscire sangue; la testa del padre era più dura della sua, e questi scoppiò a ridere, rispondendo allo stesso modo: il principe cadde a terra rintronato. Tildor si preparò alla condanna, quando vide suo figlio ridere e Respiro di Morte appoggiata al suo interno coscia, poco lontano dall’inguine: era evidente che mirasse all’arteria femorale, e che avesse condannato suo padre ad una morte certa. Aveva vinto.
Il re restò ad occhi aperti, mentre il figlio ancora rideva; lasciò andare la spada e si appoggiò a terra, dove scoppiò a ridere anch’egli, mentre tutto il cortile li guardava poco interessato a quel che i due facessero.
“Degno figlio di tuo padre.” Disse ad un certo punto il re, ansimando e mettendosi a sedere. “Sei appena diventato lo spadaccino più forte dell’esagono. Forse: ci sarebbe qualcun altro che dovresti sfidare per decretare davvero chi lo sia, ma non dubito che lo batteresti.” Si alzò ed aiutò il figlio a fare lo stesso.
“E chi sarebbe?”
“Probabilmente è invecchiato; io l’ho battuto trent’anni fa, quindi non dovresti aver problemi, male che dovresti incontrarlo.” Si avviarono verso la seconda torre.
“Ah già, dimenticavo: una battaglia l’hai combattuta.” Dalmor guardò divertito suo padre, il quale, invece, lo guardava quasi con commiserazione.
“Se tu ci fossi stato, capiresti tutta la mia politica.” La conversazione non proseguì oltre, e i due si diressero su per le scale della torre, diretti agli alloggi del re.
“Non dovresti farti un bagno?” Tildor camminava su per le scale volgendo le spalle al figlio.
“Magari dopo. Prima voglio parlare un po’.”
“Ultimamente stai ben tralasciando i tuoi addestramenti.”
“Ho diciannove anni. Ho diciannove anni, ti ho sconfitto con la spada e sono incapace ad usare la lancia. Penso sia ora che mi prenda una pausa ed inizi ad aiutarti a governare questo paese, no?” Entrarono negli appartamenti ed andarono diretti al solarium, dove si buttarono entrambi su due poltrone; Dalmor era seduto in maniera scomposta.
“Allora, di cosa vuoi parlare?” Entrambi prepararono le pipe per fumare.
“Cosa intendi fare nel mentre che il consiglio non si svolga?”
“Tuo zio Ferm ha già inviato ambasciatori diretti per Arat Vanur; ovviamente non torneranno.” La discussione si era fatta seria.
“Quindi non intendete fare nulla?”
“Ferm ha intenzione di promulgare un embargo nei confronti del Nord. Il vero problema è che tale embargo graverebbe anche su di noi: Arat Vanur è il più grande porto del mondo, e di certo interrompere gli affari verso questa parte della terra non è conveniente. Tuttavia, non possiamo restare indifferenti a quel che sta succedendo.”
“Ovviamente no. Lo stato di guerra?” La proposta di Dalmor restò sospesa nell’aria, mentre anelli e sbuffi di fumo venivano portati via dal vento.
Tildor aspettò un po’ a parlare. Sembrava pensarci bene. “Sarebbe meglio aspettare il consiglio.”
“Effettivamente si.” Se i Monti dichiaravano guerra ad uno stato, il mondo intero tremava, e Zorqun si sarebbe riempita di ambasciatori nell’arco di un mese.
“Allora, vogliamo perderci nelle beatitudini dei tatticismi di guerra?” Dalmor alzò un sopracciglio molesto.
Tildor sorrise. “E sia.”

La notte morì nel cielo, Dalmor rientrò nella sua stanza che l’alba era vicina. Vi trovò Uldor ad attenderlo; il lupo era seduto tra l’ingresso e il letto, e lo guardava con sguardo insondabile.
“Ah, sei vivo allora. Mi fa piacere.” Dalmor accarezzò il collo peloso del cucciolo e si sedette accanto a lui, per coccolarlo un poco. “Non fare il difficile, tanto so che ti piace il solletico.” Il muso di Uldor si allungò in una smorfia di piacere mentre Dalmor gli solleticava il ventre, ed il lupo si abbandonò sulle sue gambe contorcendosi dalla gioia e ansimando, con la lingua di fuori.
“Sono abbastanza stanco; domani vorrei alzarmi prima della notte, a metà pomeriggio, diciamo. Mi svegli tu?” Il lupo mosse un orecchio, probabilmente aveva capito. Il giovane si alzò e si addormentò, ed il lupo si acciambellò attorno alla sua testa, come usava fare qualche anno prima, quando era ancora più piccolo.

“Svegliati!” Una strana voce tuonava nella stanza, e Dalmor aprì gli occhi per un attimo, in una fessura.
“Svegliati, è mezzo pomeriggio. Alzati.” Dalmor mugugnò qualcosa, e sentì vagamente il polpaccio stringersi in una morsa, senza però riuscire a comprendere. Uldor lo buttò giù dal letto, poi gli saltò sul petto, e gli urlò nelle orecchie.
“Svegliati, dannato idiota!” Il giovane non reagiva bene. Si avvicinò ad un orecchio ed ululò, ed il cervello di Dalmor si azionò; si riscosse, vide il lupo, lo salutò e si diresse nel bagno, uscendone venti minuti dopo. Il sole era alto, diretto verso l’orizzonte, e Uldor lo stava aspettando dove lo aveva lasciato.
“Grazie per avermi svegliato, sei davvero un amico.” Disse, mentre s’infilava il calzoni neri.
“Non c’è di che, è un piacere svegliare un idiota.”
Dalmor fu colto alla sprovvista. Fissò il lupo negli occhi, a bocca spalancata, senza accorgersi di essere in una posizione di equilibrio precario; cadde a terra mantenendo la stessa espressione ebete per tutto il tempo di caduta. Si rialzò subito, con la bocca ancora spalancata.
“Tu… Tu… Tu parli!”
“Certo, chi pensi abbia parlato prima, un fantasma?” Il lupo lo guardava con aria mista tra il divertito e l’incredibile. Era davvero così stupido appena sveglio?
“Da… Da quando?” Il giovane ancora non ci credeva bene.
“Da un paio di giorni. Sono sparito per imparare ad usare bene il linguaggio, e direi che è una bella sensazione. Potrei parlare a vita, ma non mi va, troppo stancante. Tanto sei stupido, e non varrebbe la pena parlare tanto.”
“Non mi piace questa storia.” Dalmor, accusato il colpo, adesso si stava già abituando. “Mi accompagni? Avevo in mente una bella scampagnata giù a valle. Tu correrai libero per campi e io cavalcherò un poco.”
“Basta che ti sbrighi, il sole non aspetta gli idioti.” Si alzò e uscì dalla stanza. Dalmor si affrettò e dopo mezz’ora erano già in città, diretti a valle.
Uscirono dal Monte Città da Porta Nord, uno dei due enormi cancelli che permettevano di entrare ed uscire dalle strade cittadine; il portone di Porta Est, l’altra via d’accesso alla città, era in marmo bianco, mentre Porta Nord in pietra nera, come le mura che circondavano, formando un segmento di circonferenza, la città. Non una pietra lunare vi era nelle mura o su di esse: di notte, la città riluceva di luce lunare, ma era circondata da un oscuro anello, il che rendeva leggermente complicata la cerca di Porta Nord, poiché per scorgerla si necessitava essere abbastanza vicini, e avere la vista abbastanza acuta, da confondere il nero nel nero, una parete liscia incastrata in una parete altrettanto liscia e coincidente. Porta Est era invece facilmente scorgibile, anche da distanze relativamente lunghe, ed era puramente voluto: aprire i portoni di Porta Est conduceva ad un baratro che nessuno mai era riuscito a sapere quanto fosse profondo. Non che ci tenessero abitanti e soldati dei monti a saperlo, anche perché un ponte in pietra, all’occorrenza facilmente distruttibile, collegava le due estremità dell’abisso per permettere il passaggio. L’abisso, a forma di spaccatura nel terreno, si allargava poi sotto le mura, restringendosi. Seguiva lo stesso percorso delle mura e, all’altezza di Porta Est, aveva larghezza massima, pari a quella delle mura, che pertanto si chiudevano ad arco sopra di esso senza poter poggiare su base solida. Per il resto del baratro, gli ingegneri ed i tecnici dei monti erano riusciti a costruire un sistemi di volte e colonne che poggiavano alle pareti dell’abisso tanto resistenti da permettere loro di sostenere le mura, che quindi non cadevano e restavano solide. Nessuno sapeva dove era il monte, ed anche saperlo non facilitava il suo raggiungimento, ma la prudenza non era mai troppo, secondo la tradizione aglaasiana.
Da Porta Est si andava ai vasti campi della valle che si allungava per chilometri davanti il monte, mentre da Porta Nord si entrava quasi direttamente nelle selve e nei boschi. Fu lì che andarono Uldor e Dalmor: il primo a caccia, scorrazzando felice libero, il secondo gustandosi la campagna, gli alberi, i rumori e la freschezza del bosco.

Tornarono alla fortezza che gli ultimi barlumi di luce si stavano spegnendo; entrambi sudati, si infilarono nella vasca ghiacciata e si lavarono. Dalmor lavò anche i suoi vestiti, poi li sistemò accanto al camino, che accendeva solo per quello scopo, per farli asciugare, attendendo nudo e fumando. Appena furono asciutti, corse via, fece una rapida colazione nelle cucine ed infilò le scale della seconda torre. Era raro, se non unico, che fosse così attivo già prima che la luna fosse sorta. Suo padre era già sveglio, e studiava alcune carte e lettere che aveva tra le mani seduto nel suo solarium, fumando e mangiando la colazione. Lo guardò come se avesse visto un fantasma, divertente, e restò a bocca aperta per qualche secondo.
“Buongiorno!” disse allegro Dalmor, sedendosi di fronte a lui, sorridendo e fumando.
Nessuna risposta venne dal re, che continuò a fissarlo, sistemandosi sulla poltrona.
“Uldor parla.” Annunciò orgogliosamente il principe, sorridendo ancora di più.
“Non è la cosa più strana che sia accaduta oggi.” Tildor posò il panino che aveva in mando e si alzò, posando le pergamene che aveva tra le mani.
“Che studi?”
“Ordinamento civile della Repubblica del Sole e del Mare, non penso possa interessarti.”
“No, per niente. Già studiarne costituzione e ordinamento per i trattati internazionali è stato una tortura, fidarsi studiare anche l’ordinamento civile…” lanciò una gamba sullo schienale della poltrona e si mise capovolto, con i piedi dove doveva esservi la testa e la testa dove dovevano esservi i piedi. “Cosa strana la Repubblica, eh?”
“Noi per il resto del mondo lo siamo.” Dalmor scoppiò a ridere.
“Mi chiedo come possano crederci ancora, papà. Dai, seriamente? Io e te, re e principe dei Monti, abbiamo viaggiato in lungo e in largo per il mondo con i nostri titoli. Tu sei garante della pace nell’esagono, detieni un potere assoluto internazionale e il nostro regno dovrebbe essere una repubblica? Ancora qualcuno ci crede?”
“Ci credono tutti, strano a dirsi.” Tildor si era risistemato sulla poltrona e continuò a mangiare.
“Certo, sì, le elezioni… E poi, alla fine, zio Ferm è sempre signore di Zorqun. Strano.”
“Vorrà dire che è un buon signore.” Scoppiarono entrambi a ridere. “Gli eletti hanno un ruolo rilevante, in fin dei conti, no? Posso mettere veto alle decisioni di Ferm.”
“Ma non alle nostre. Che senso ha?”
“Per gli stati esterni ha grande importanza. Credono che così da noi ci sia la libertà di parola e di pensiero.”
“Ma c’è già! L’altro giorno un tizio a Ghor ha detto di voler indire le elezioni per la repubblica, e tu gli hai dato l’opportunità di farlo. In quale altro regno esiste questa cosa?”
“In nessuno, effettivamente.”
“Perché noi siamo superiori.” Tirò la conclusione nell’aria, aleggiò un po’ e dopo cadde a terra con un tonfo.
“Non crederlo sul serio. Non sei superiore a nessun altro essere umano.” Tildor si era leggermente rabbuiato.
“Dai, su. Il nostro sentimento di popolo e nazione è il più forte ed unito al mondo. La nostra tradizione è il commercio ed il progresso, quindi il progresso non può preoccuparci perché fa parte della stessa tradizione. Da noi la libertà di espressione è riconosciuta dalla casa reale. Se andiamo in guerra, distruggiamo tutto. Se dovessimo dover distruggere le montagne, costruiremmo un castello talmente enorme da far paura agli dei. Potremmo fare di tutto, e non lo facciamo perché sappiamo regolarci. Siamo unici.” Il discorso, Dalmor, lo pronunciò con il suo solito fare tranquillo, come se nulla di importante stesse venendo detto.
“Tra i numerosi poeti che hai studiato” Tildor si prese una pausa per bere un goccio d’acqua. “dimmi il nome del più eminente rappresentante dei Monti.” Dalmor restò muto, senza poter rispondere, guardando il padre. “Non ce ne sono. I più grandi poemi sono stranieri. Il nostro più eminente naturalista?” Un’altra pausa di silenzio. “Nessuno. Botanici? Filosofi? Letterati? Nessuno. Siamo un paese di costruttori e di soldati. Possiamo plasmare la pietra e il mondo a nostro desiderio, ma la mente fugge via da noi. Siamo pratici, mentre il resto del mondo è teorico.”
“Su questo dissento.” Dalmor si rivoltò e si sedette a gambe incrociate sulla poltrona. “I nostri trattati sull’ingegneria e sull’arte scultorea sono superiori a qualsiasi altro testo simile. Siamo pratici, ma dietro la nostra pratica c’è teoria. E vuoi non citare Lahorn di Malur? Colui che ha posto le basi della filosofia dell’insegnamento? È riconosciuto a livello mondiale come uno dei filosofi di maggior spicco.”
“Ed è vissuto nei Monti fino a quando aveva quindici anni, trascorrendo i restanti settanta ad Aglaas.” Gli occhi di Tildor erano imperscrutabili. “Ho letto le tue poesie; il tuo breve trattato di filosofia, le tue ricerche scientifiche e la tua teoria del movimento terrestre. Tu da solo, se pubblicassi i tuoi scritti, supereresti la tri-millenaria produzione culturale del nostro paese.”
“Non ne sei felice?” Dalmor sorrideva allargando le braccia.
“Molto, ma dovresti saper dire che non siamo meglio di qualsiasi altro popolo, se quello che ci riesce meglio è uccidere.”
“Ammetto la sconfitta.” Dalmor si alzò in piedi ed accennò un inchino; un intimo rituale tra i due. “Complimenti, argomentazione impeccabile.”
“Erano anni che mi aspettavo il tuo discorso” ammise Tildor, sorridendo e rilassandosi sui bracciali della poltrona. “Mio padre lo fece a me e mio fratello quando eravamo giovani, suo padre fece lo stesso a lui e così via. Strano a dirsi.”
“Strano proprio.” Dalmor si alzò e si diresse verso il balcone, respirando l’aria della notte. “Comunque dovremmo arrivare a Zorqun in piena campagna elettorale, se non sbaglio.”
“Giustissimo, potremmo gustarci qualche discorso interessante, se saremo fortunati.”
“Ma ci riconosceranno, non ci saranno discorsi interessanti con noi in mezzo.” Dalmor svuotò la pipa delle ceneri e la ripose.
“E allora non ci faremo riconoscere. Da quando Uldor parla?”
“Ah ma allora te le ricordi le cose, ancora.” Fece una breve pausa ad effetto, mentre suo padre lo fulminava con lo sguardo. “Da ieri l’altro. Temo che abbia imparato solo gli insulti.” Entrambi scoppiarono a ridere.
“Devo lasciarti, la giornata inizia.” Tildor si allacciò il mantello alle spalle e si avviò verso l’uscita.
“Io vado a studiare, forse ci vedremo a notte inoltrata, altrimenti, divertiti.”
Entrambi uscirono dagli appartamenti e presero strade diverse.

Nelle successive settimane, la vita nella Fortezza Nera continuò normalmente senza straordinari eventi. Il resto del mondo, però, era in bilico sull’orlo del precipizio. Il Regno del Nord dominava i mari dell’emisfero boreale, nonostante non una sola nave nemica fosse stata attaccata: il dominio era stato guadagnato solo con la schiacciante supremazia numerica. Il golfo di ferro era ancora sotto il dominio ed il controllo dei Monti, nonostante le numerose difficoltà che incontravano le navi mercantili a giungervi. Durtar Malur, nel pieno dello stretto del serpente, era in forte prosperità: l’unica via d’accesso via mare ad Arat Vanur era quella e, sebbene non vi fossero dazi sul passaggio, la stragrande maggioranza delle navi dirette alla capitale del nord si fermavano prima nel porto dei Monti, con grande vantaggio per il commercio.
Le Colline erano il paese maggiormente minacciato dalle vele rosse del Nord: nel resto del mondo iniziavano a circolare voci di scorrerie e razzie da parte della flotta nordica sulle coste dei Colli, nonostante non fossero confermate dalla monarchia. I restanti stati dell’esagono erano in stato di allerta: le vicende che avvenivano attorno alle coste settentrionali non li riguardavano direttamente, ma era tutti incastrati nelle sorti dell’esagono: se uno stato sarebbe caduto, inevitabilmente gli altri sarebbero caduti assieme a quello. Nonostante questo, gli attriti tra i Venti e le Colline erano più che mai aspri; interessi nello scontro li avevano anche le Praterie, che finanziavano entrambi gli schieramenti, pregustando parte dei profitti.
Il resto del mondo viveva nel beato isolazionismo rispetto ai problemi che affliggevano il continente centrale, e quest’ultimo vive a sua volta nel beato isolazionismo riguardo le vicende dei paesi esterni: non tutto era rose e fiori oltre i mari. La Repubblica del Ghiaccio, costantemente e continuamente dilaniata dai dissidi interni, era più vicina che mai ad una guerra civile, che avrebbe potuto avere ripercussioni gravissime sugli equilibri internazionali; il vicino Regno di Bogfolgon era quanto mai interessato ad una catastrofe interna, che avrebbe aperto le porte ad una facile conquista straniera. Tra Tabin e la Repubblica del Sole e del Mare i problemi di ordine politico risalivano a millenni prima, ed ora si erano evoluti, diventando di matrice culturale, scientifica e ideologica. La supremazia del Regno di Aglaas era ormai in decadenza: nei tempi d’oro sarebbe bastata una parola del re per mettere fine ai dissidi interni di un qualsiasi stato. Ora, invece, il potere della monarchia si era affievolito, in favore del parlamento e del governo. Nel bel mezzo delle crisi mondiali, nel Regno di Evelfo uno straordinario ingegnere aveva messo a punto il prototipo del primo motore termico, che permetteva di trasformare il calore in energia meccanica; pochi mesi prima, un matematico esule di Bogfolgon aveva pubblicato una nuova geometria, che probabilmente avrebbe rivoluzionato il mondo matematico e scientifico.

L’ultimo uccello giunse a Zorqun il 27 Amkog’, e fu una straordinaria fenice dal manto blu notte. Il governatore della città, Ferm Della Luna, inviò immediatamente un messaggero ad avvisare il re suo fratello della notizia; man mano, gli uccelli furono rispediti ai rispettivi luoghi di origine.
Il messaggero arrivo all’alba della Luna della sera successiva; senza pause e senza riposo, aveva cavalcato per oltre un giorno, seguendo i meandri dei tunnel segreti scavati dagli abitanti dei Monti per le comunicazioni urgenti, ed era presto giunto alla capitale, dove consegnò la notizia al re per poi cadere a terra esausto, affianco al suo cavallo sfinito. I regnanti si erano da tempo preparati, ma furono lo stesso colti impreparati, tanto che non riuscirono a partire quella notte e dovettero rinviare alla successiva. “Non si parte mai se non all’alba della Luna.” Avevano concordato Tildor e Dalmor, davanti ad un Uldor estremamente turbato ed incerto; nonostante le preoccupazioni del lupo, il 29 Amkog’ 3077 i regnanti dei monti lasciarono la Fortezza Nera, verso l’ignoto.

Della compagnia facevano parte il re e suo figlio il principe, assieme al lupo Uldor; con loro andarono dodici guardie, per un totale di quindici viaggiatori. Scesero il monte a piedi, percorrendo in silenzio le irte strade della capitale; la popolazione fece poco caso al re che partiva per l’estero: la vita continuava anche senza il regnante. I loro bagagli erano stati già preparati alle porte della città, dove trovarono ad attenderli quattordici cavalli, pronti per il viaggio. Le stazioni per cambiare la cavalcatura erano già state avvertite; UIdor avrebbe viaggiato al loro fianco correndo sulle sue zampe.
“Per che giorno dovremmo arrivare a Zorqun?” chiese Dalmor al padre.
“Intorno al 4 o 5 Ilraset. Ce la prendiamo comoda.” Rispose il re, nella sua imperturbabile tranquillità.
“Un bel po’ comoda. Hai per caso organizzato una sosta a Durtar Telur, nel frattempo?” Dalmor era abbastanza accigliato in sella al suo cavallo. “Anche prendendocela comoda potremmo arrivare tranquillamente per il 2 Ilraset. Che razza di giro vuoi farci fare?”
“Non intendo sfiancare i cavalli, tutto qua.”
“Forse che non sono state avvertite le stazioni? Andiamo, che scusa trovi adesso?”
“Sta’ zitto e goditi i tuoi Monti. Potrebbe essere l’ultima volta che ci sei in vita tua.” Detto questo, Tildor si allontanò, spostandosi in capo al gruppo, lasciando suo figlio profondamente pensieroso in coda.
Uldor lo affiancò immediatamente dopo. “Tuo padre ha ragione: non dovresti aver fretta di partire.”
“Stranamente adesso non ne ho più voglia.” Il suo umore era diventato cupo, e guardò con un misto di amore e tristezza le cime innevate e le fredde valli che stavano percorrendo.
Uscendo da Porta Nord, un sentiero si inoltrava nei boschi, sparendo presto alla vista dei più; eppure, per coloro i quali conoscevano le contrade, perderlo sarebbe stato difficile, e, dopo circa mezz’ora, uscirono dalle selve ritrovandosi nella valle nascosta alle spalle della città. Era la strada più breve per giungere a Zorqun, sebbene bastasse una semplice deviazione per allungare il viaggio di giorni interi. La vallata era un’immensa distesa di campi e fattorie: sebbene si trovassero ancora sulle alture, in pieno inverno, la vicinanza all’equatore rendeva difficile la sopravvivenza della neve a quelle basse altezze. Era tagliata a metà da una strada in marmo, ai cui fianchi vi erano due corsie di manto erboso adatte ai cavalieri, che erano ora percorse dai viaggiatori. Alla fredda e limpida luce lunare la vallata riempì l’animo di Dalmor, che, pensò, non era mai stato così riluttante a partire prima di allora.
Procedettero al trotto, evitando il galoppo; ogni ora fecero una pausa di pochi minuti, per poggiare le gambe a terra o sedersi sull’erba morbida. L’aria nel gruppo era completamente serena: guardie e re parlavano del più e del meno, senza alcun imbarazzo o censura di sorta: si poteva anche dire al re che fosse uno stronzo, nei Monti: probabilmente, questi sarebbe scoppiato a ridere concordando. L’unico che parlò poco quella notte fu Dalmor, completamente perso nei suoi pensieri: fumava tanto e in poco tempo svuotò la sua borraccia, e dovettero fermarsi in un villaggio per permettergli di riempirla. Uldor era forse quello dall’umore più sereno: si poteva addirittura definire felice. Non era mai stato fuori dai Monti, e non si era mai allontanato più di troppo dalla capitale; per lui quella era una nuova avventura, un mondo nuovo da scoprire si apriva davanti al suo muso.
Esattamente come Dalmor aveva previsto, non seguirono la vallata verso est, bensì voltarono a Nord: suo padre aveva scelto non il percorso più breve, ma forse il più significativo: non una città avrebbero incontrato durante il percorso, almeno così pensava il principe, tentando di indovinare i propositi del re a riguardo. Quando la Luna tramontò erano già usciti dalla valle, inoltrandosi in un passaggio sotterraneo che avrebbe permesso loro di sbucare al di là del passo sotto cui stavano cavalcando: uno straniero avrebbe impiegato due, forse addirittura tre, giorni per salire il passo e discendere dall’altra parte; loro lo avrebbero superato prima che il Sole salisse.
Così avvenne, e, una volta fuori dal passaggio, si fermarono alla stazione, dove non si limitarono a cambiare i cavalli, bensì si riposarono proprio. Dalmor si sdraiò in un angolo solitario e si lasciò prendere dal sonno.

Come richiesto, i soldati della stazione li svegliarono un’ora prima del tramonto del Sole. Mezz’ora dopo erano quasi pronti per ripartire, gli unici a mancare erano il re ed il principe, che si erano allontanati nei boschi affianco la strada per il passaggio sotterraneo.
I due si trovavano su un costone roccioso, circondati da querce e olmi; Tildor era in piedi a fumare, mentre Dalmor se ne stava seduto con la schiena appoggiata ad un’enorme quercia secolare.
“Di certo non avevo pensato a quello che mi hai detto ieri.”
“Immaginavo di no, ma per me è stato meglio non ricordartelo.” La faccia di Tildor si strinse in un’espressione accigliata. “Ora siamo già in viaggio.”
“Verso la fine.”
“Verso la morte.”
“Se non abbiamo nulla da perdere, cosa è che mi spaventa così tanto?” Tildor si voltò lentamente, fissando il figlio negli occhi. “Papà, ho paura. Mi sento in bilico su un’asta troppo sottile per sostenermi: da una parte c’è il baratro, dall’altra pure; sopra di me c’è solo un cappio. Cosa è questa sensazione?”
“È la stessa che provo io.” Tildor decise che non era il momento adatto per far notare al figlio che era la prima volta in diciannove che avesse detto ‘Papà, ho paura’, e preferì continuare il discorso. “Siamo a metà strada tra l’incudine e il martello, e non a colpa nostra: siamo prede dei grandi cacciatori, siamo solo pedine in una scacchiera di grandi, il cui unico obiettivo non è forse neanche vincere, quanto solo mangiare il più possibile.”
“Cosa dovremmo fare in una situazione simile?”
“Bisogna capire quando uscire fuori di scena e tornarvi più forti, per mangiare quelli che volevano mangiare te.”
“Ma noi non possiamo.”
“No.”
“E allora se proprio devo essere mangiato, che chi mi mangia muoia per infiammazione intestinale.” Si alzò e svuotò la pipa dalla cenere.
Tildor lo guardava con un’espressione illeggibile. “Non manderei mai il mio unico figlio. Nessuno che possa dirsi uomo lo farebbe mai. Ti sto mandando a salvare tutti noi, e non morire nel tentativo di farlo.”
“Così sia. Che questo discorso resti tra noi, nell’eternità.” Dalmor porse la mano al padre, che la strinse.
“Spero che l’ombra sul tuo essere possa almeno essere scansata, se non può essere distrutta. Tanto so già che ci penserà una luce a farlo.” La bocca del padre si increspò in un leggero sorriso, mentre Dalmor lo guardava quasi accigliato.
Udirono suonare un corno in fondo; la compagnia li stava richiamando, era ora di ripartire. I due corsero giù per il forte pendio, scivolando ed appoggiandosi a pietre e tronchi. Giunsero alla stazione, dove gli ultimi preparativi precedettero la partenza. Mangiarono a cavallo, in viaggio.

Il passaggio sotterraneo li aveva portati in una delle enormi valli chiuse che si trovavano in lungo e in largo nel Regno. Queste sottili terre fertili erano apparentemente irraggiungibili a piedi, a meno che non si foste disposti a salire per duemila o tremila metri per poi scendere dall’altra parte, e si allungavano lungo le creste dei monti per chilometri e chilometri, diramandosi in sottili baratri, in cui il sole raramente batteva; pochi villaggi vi erano in queste valli, anche considerando la scarsa possibilità di coltivarvi qualsiasi cosa. Selve, animali feroci e rocce vi dimoravano, affianco a soldati che controllavano e mantenevano pulite strade, passaggi segreti e scale. Le città era quanto mai lontane, nascoste nei monti stessi, dietro di essi o nella profonda terra, ma quelle valli erano il cuore del Regno: quelli erano i Monti, un luogo inospitale, inabitabile, senza possibilità di futuro e sopravvivenza, che era diventato il territorio di uno dei più grandi stati del mondo.  Tildor aveva scelto di passare in angusti baratri, attraverso scomode stradine e nel buio dei cunicoli, perché la vera essenza del suo reame era quello, più dello sfarzo verso cui erano diretti. I soldati erano di buonumore, Dalmor si era ripreso e Uldor lo sarebbe stato in qualsiasi caso, così, in un clima di serenità generale, il Sole si abbassò e la notte iniziò a calare.
Quando la luce cominciò a non bastare per una marcia, presero delle lanterne di pietre lunare (che consistevano in semplici pietre grezze non lavorate e scheggiate) e la appesero alle loro cintole o alle borse ai fianchi dei cavalli, e si accamparono attendendo la luce della Luna. Ripartirono non appena questa sorse e il sentiero fu rischiarato dalle pietre che avevano.
“Straordinario come non ci attacchino gli animali selvatici da queste parti.” Un giovane soldato si guardava attorno, con un misto di incredulità e leggera paura.
“In tutto il Regno sembra aleggiare un’aria di saggezza e sapienza. Se probabilmente un lupo ci avvistaste, si fermerebbe a guardarci andare senza fare nulla di stupido.” Uldor anche si guardava intorno, ma era felice e gaudio di tutto quello che vedeva. “Non so spiegarti se” Proseguì il lupo. “ciò è un effetto naturale o è stato causato dalla presenza del vostro popolo per millenni, ma ci accontentiamo del fatto che ci sia. Sei in una terra meravigliosa, giovane.” Il soldato guardava con ammirazione lo splendido lupo.
“Non farci troppo l’abitudine, Uldor.” S’intromise Dalmor sorridendo. “La maggior parte dei soldati ti avrebbe mandato a quel paese senza pensarci più di tanto.” Quasi tutta la compagnia scoppiò a ridere.
La valle si allungava da Sud verso Nord per chilometri, ed era continuamente intrecciata da spaccatura nella terra simili, che si allungavano verso est e verso ovest. Ne superarono tre, poi imboccarono la quarta che si dirigeva ad Est; non appena voltarono, il terreno s’inclinò, e procedettero in discesa per chilometri. Se pure ci fosse stato qualcuno che li stesse spiando, ad un certo punto li avrebbe persi: la strada era costantemente interrotta da curve, incroci, bivi; la compagnia proseguì con sicurezza verso il suo cammino.
La Luna si alzò e discese giù nel cielo, inabissandosi. Per un’ora ancora le pietre avrebbero illuminato la loro strada, e dovevano raggiungere la successiva stazione in quel tempo, altrimenti avrebbero dovuto attendere il Sole e proseguire. Erano tutti consapevoli che non ce l’avrebbero fatta, anche se molti si chiedevano anche dove diavolo fossero; fatto sta che proseguirono per un’ora allo stesso ritmo, e si accamparono quando le pietre si spensero.
“Fantastico, siamo al buio. Ottimo organizzazione, papà.” Dalmor si sedette a terra e tentò di preparare la pipa per fumare.
“Pur volendo, non avremmo potuto proseguire ad una velocità maggiore su questi terreni. Quindi riposati.” Tildor pure si sdraiò e si preparò a fumare. I soldati sistemarono i cavalli, assicurandoli ad un gruppo di arbusti abbastanza resistenti, per poi disporsi in circolo assieme ai regnanti. I più fumavano, qualcuno parlottava; trascorsero due ore raccontando storie o scambiandosi informazioni: i soldati furono i più privilegiati, visto che ricevevano notizie fresche direttamente dai reali; questi si accontentarono di tacere sulle situazioni più spinose e ascoltarono i loro problemi di vita quotidiana e le loro aspettative.
L’aria cominciò a rinfrescarsi, e finalmente il cielo iniziò ad ingrigirsi; nel mentre preparavano i cavalli, la luce era diventata abbastanza da permetter loro di viaggiare in sicurezza. Si guardarono attorno e videro che attorno a loro si era riunito un enorme branco di lupi, che stava seduto e li fissava. I soldati si guardarono, alcuni impauriti, altri straordinariamente incuriositi; Dalmor si stava chiedendo cosa c’è che non andava in quegli animali, mentre Tildor li guardava quasi per rimproverarli.
Uldor si fece avanti e si piazzò davanti ad uno di loro; fecero smorfie, gesti, strani versi, e alla fine i lupi si alzarono e si allontanarono tranquillamente, passando tra di loro, alcuni addirittura tra le gambe di un soldato, e scomparendo nel bosco.
“Cosa volevano?” Chiese Dalmor al lupo, avvicinandosi.
“Nulla di che, solo guardare.”
“Cosa c’è che non va da queste parti?” Chiese il giovane, a nessun particolare interlocutore, guardandosi attorno.
“Sarà la pressione, oppure la latitudine.” Un soldato più anziano parlò mentre fissava la sella ad un cavallo, e tutti scoppiarono a ridere. Ripresero il cammino, riuscendo a raggiungere la stazione, che si rivelò essere più vicina delle aspettative, prima dell’alba del Sole, e si lasciarono cadere a terra o sui pagliericci per dormire.

Come il giorno prima, furono svegliati un’ora prima del tramonto. Dalmor, dopo essersi rinfrescato ad una fonte alle spalle della stazione, salì sul tetto di questa, guardandosi attorno. Ad ovest non mi era che rocce e monti, e la via per la quale erano giunti lì era celata alla vista; a Nord e Sud la vista era occultata dalle montagne, che si alzavano quasi verticalmente, raggiungendo picchi elevati ed innevati nei cieli. Nulla di diverso vi era guardando ad Est: la strada si inabissava subito, dopo una brusca svolta verso Sud, scomparendo alla vista, che si fermava quindi ad altri monti, altri boschi. Il sole era ancora alto, ma era sprofondato dietro le montagne da tempo ormai: restava solo la luce, che continuava a perdurare, mentre sulle sponde e sulle spiagge del mondo il disco rosso ancora poteva essere scorto nel cielo.
Ridiscese e fece colazione assieme ai suoi compagni di viaggio; il cibo in viaggio era certamente scarso rispetto a quello che poteva avere ogni mattina nella Fortezza Nera, ma, nonostante questo, era abbondante per gli standard di qualsiasi viaggio: trovandosi ancora al sicuro tra le montagne, questo non scarseggiava e non c’era bisogno di razionare i pasti.
“Dalla prossima notte iniziamo ad abituarci al nuovo fuso orario.” Tildor parlò tra un boccone e l’altro. “La prossima stazione è più vicina, e da lì in poi la strada si fa più veloce; all’alba della Luna nasce il nuovo anno, e dovremmo riuscire a festeggiare con i soldati della guarnigione. Quindi, preparatevi a qualche ora di cavalcata senza interruzioni, e partiamo.” Si alzò senza finire di mangiare, e tutti lo imitarono, correndo a svolgere i preparativi per la partenza. Solo Dalmor restò seduto e terminò di mangiare, scendendo quando gli altri erano ormai prossimi ad andare.
“E allora, andiamo. Voglio vedere cosa avrai intenzione di fare in queste selve.” Disse, sistemandosi in sella e dirigendosi in capo al gruppo, affianco a suo padre.
“Sta’ un po’ zitto, ogni tanto.” Stava già fumando, e Dalmor si affrettò per preparare la sua pipa prima che partissero; non ci riuscì, e tentò di farlo mentre cavalcavano, riuscendoci nonostante tutto.
La strada, immediatamente dopo la brusca svolta verso Sud che aveva individuato Dalmor, proseguiva in quella direzione a perdita d’occhio; davanti ai suoi occhi si apriva un’immensa vallata, piena di campi e villaggi; dovevano solo scendere, calcolò, circa duemila metri quasi in linea perpendicolare. Presero un sentiero che si inerpicava sui fianchi, che ben presto divenne una comoda e larga strada a pendenza lieve, e in capo a mezz’ora era incredibilmente già in fondo, cavalcando sulla morbida terra della valle.
“Sai cavalcare ancora?” Chiese Tildor al figlio, guardandolo.
“Che ti credi, che sia diventato idiota di punto in bianco?” Rispose il giovane accigliato.
“E allora fammi vedere.” Non terminò di parlare che era già partito al galoppo. Dalmor studiò il suo cavallo: non meglio di quello del padre, un robusto esemplare per scalare le montagne. Il galoppo lo avrebbe steso dopo appena due chilometri. Partì al trotto leggero, guardando suo padre diventare un puntino lontano, non curandosene e standosene beato in sella, fumando. Al suo fianco, Uldor lo studiava guardandolo con una strana espressione. I soldati seguirono lui e non il re, stando al suo trotto. Dopo che ebbe percorso circa mezzo chilometro, calcolò che ne mancavano ancora cinquanta o sessanta alla fine della valle. Rischiò un andamento più veloce, senza sforzare troppo il cavallo, per un chilometro circa, per poi fermarsi ad una fontanella sul fianco della strada. Guardò il piccolo villaggio che si stagliava sotto le pendici dei monti alla sua destra: nessun segno di vita. ‘Strana la vita notturna.’, si disse. Diede cinque minuti di respiro al cavallo, e poi riprese il trotto.
Proseguì in questo modo per un paio di ore buone; ormai era quasi buio. Guardò i soldati ed i cavalli attorno a lui, e guidò il galoppo, o meglio, Uldor guidò il galoppo, stagliandosi davanti tutti loro. Galopparono a lungo, fino a quando la strada non cominciò a confondersi con il paesaggio circostante. Il buio non permise loro di vederlo, ma Tildor fu raggiunto e tutti se ne accorsero solo quando lo ebbero superato. Alcuni soldati gridarono di attenderlo, ma Dalmor diede l’ordine di andare avanti: la stazione si vedeva, ormai, le sue torce nella notte. Obbedirono al principe in quanto lo avevano scelto come comandante: non avevano seguito il re nella sua corsa sfrenata, e Dalmor aveva preso la guida del gruppo. Raggiunsero tutti assieme la stazione, che si trovava a circa tre chilometri dalla fine della valle: Dalmor aveva sbagliato qualche conto, visto che risultava allungarsi per oltre trenta chilometri. Sistemarono i cavalli nelle stalle, ed entrarono nella guarnigione, dove i preparativi per l’anno nuovo erano in corso. Le guardie li salutarono calorosamente, in clima di festa, e tutti diedero una mano prima di sistemarsi. Quando la tavola fu pronta, si diressero alle vasche sul retro e si lavarono, poi sistemandosi nelle stanze ai piani superiore. Era una delle più grandi stazioni che aveva mai visto, e Dalmor guardava sorpreso le stanze singole. Scese di sotto dopo essersi rilassato una decina di minuti, e vide che era giunto, finalmente, anche suo padre.
“Sai ancora cavalcare?” Gli chiese, prendendo un panino e addentandolo affamato.
“Il tuo cinismo razionale ha vinto ancora una volta.” Disse il re, salutando le guardie, che lo guardavano stranite: evidentemente, non dovevano essere in quella stazione quel giorno. Una mancanza del padre o un effetto voluto? Dalmor non seppe rispondere. I soldati guardarono anche lui con facce sorprese, e lui rispose alzando il panino con un sorriso soddisfatto, continuando a mangiare. Tildor sparì, andandosi a sistemare.
Giunse in tempo, qualche minuto dopo, per assistere all’inizio del nuovo anno solare e lunare. La Luna, infatti, non seguiva un corso irregolare, e non aveva un ciclo regolare: il tempo in cui si stagliava in cielo era pressoché identico ogni notte, senza variazioni di sorta, ed una notte poteva sorgere crescente, la successiva calante o addirittura nuova. Era in teoria impossibile prevedere lo stadio della Luna, ma i regnanti dei Monti erano abbastanza particolari: loro erano gli unici a riuscirci. Salirono sul tetto della costruzione, dove tantissime sfere di pietra lunare erano state sistemate in ordine sparso; si sedettero tutti rivolti verso Ovest, guardando il cielo ed attendendo l’astro nascente.
“Mio signore, di quale fase sarà questa sera la Luna?” Chiese un soldato della guarnigione rivolto a Tildor.
“Piena. Stasera sarà piena.” Rispose questi, pensieroso.
“Sono due mesi che non accade, era quasi prevedibile.” Rispose Dalmor, fumando e con lo sguardo completamente assorto ed assente.
“Sono d’accordo con te, è raro che capiti un periodo così lungo senza Luna piena.” L’atmosfera era molto rilassata, e pervasa da un leggero vento freddo proveniente da Nord.
“Domani piove.” Annunciò Dalmor, ancora assorto nei suoi pensieri. “Quindi preparatevi ad un viaggio scomodo con i postumi della sbronza.” Tutti sorrisero.
L’attesa non durò molto. Ad un certo punto, nel silenzio generale, i piccoli globi iniziarono ad illuminarsi tutti assieme, e il pavimento era un concerto di luci e lanterne; i villaggi della valle erano in festa, e si vedevano numerose altre piccoli luci pallide lungo tutto il panorama. Dalmor immaginò il Monte Città, con tutte le sue luci, in festa a godersi la notte. Pensò poi a Zorqun, dove i festeggiamenti sarebbero continuati per giorni. Sicuramente, nella città nella valle vi sarebbero stati festeggiamenti diversi dal rigore della capitale: l’indomani, a Monte Città, nessuno sarebbe stato in grado di lavorare o vagamente ricordare quel che era accaduto la notte precedente a causa della sbronza, e sarebbero iniziati i lavori per sistemare i danni, paralleli alle conte dei numerosi morti, spesso per cause ignote, che sarebbero avvenute. A Zorqun, invece, all’alcol si sarebbe unito l’amore, la gioia, e le grandi feste pubbliche, rigorosamente controllate da soldati e guardie: niente danni eccessivi, un elevato numero di arresti, che poi sarebbero stati revocati alla fine delle feste, ed una serena atmosfera di libera trasgressione e incontrollata vivacità. Pensando a tutto questo, si meravigliò, come ogni volta, dello strano paese e dello strano popolo che lo abitava e a cui apparteneva.
Dal canto loro, i soldati e i regnanti, sul tetto della stazione, presero i globi ed iniziarono a sistemarli sui merli che circondavano il tetto; ne avanzarono moltissimi che, come da usanza, dovevano essere portati ai villaggi della valle. La stazione aveva funzione di guida e sorveglianza, come se fosse una fortezza, solo che non lo era in nessun caso. Ne presero un paio a persona e partirono con i cavalli, andando incontro ai festeggiamenti popolari. Visitarono sette villaggi, lasciando globi ai contadini, in particolare ai bambini, i quali furono sorpresi di vedersi arrivare il re in persona a festeggiare con loro. Ogni incontro era salutato da grida di gioia, canti, balli e vino a volontà: alla fine del tour, erano tutti vagamente incerti sopra le selle, e tornarono lentamente alla stazione, illuminati dalla splendente Luna che aveva finalmente fatto capolino da dietro le cime montuose. Una volta tornati alla base, il gruppo riuscì, con non pochi problemi, a sistemare i cavalli nelle stalle, per poi rientrare nel salone d’entrata. Uldor era misteriosamente sparito per i boschi: non condivideva molto la passione degli umani per i festeggiamenti, e mai aveva provato l’alcol.
Nella stazione la festa continuò per tutta la notte, con effetti catastrofici sui fisici e sulla mente dei conviviali.

La mattina seguente Dalmor si svegliò nel caos più totale. Aprì gli occhi con non poche difficoltà; rimase qualche minuto immobile, con gli occhi semiaperti, senza riuscire a connettere immagini e cervello. Quando finalmente riuscì a mettere in moto qualcosa, fu capace anche di alzare leggermente la testa, con uno sforzo enorme: davanti alla sua testa aveva una brocca di ceramica in frantumi, e il vino era asciutto a terra, una scura macchia viola sulla pietra. La testa gli scoppiava, e la lasciò cadere a terra, con immediato sollievo; si rotolò sulla schiena, sentendo qualcosa di duro che gli premeva sulle scapole, ma non vi fece caso. Il soffitto gli sembrava un muro che si divertiva a non stare fermo davanti ai suoi occhi; il pensiero gli fece venire un conato di vomito.
Dopo circa dieci minuti, si convinse di avere il proprio corpo sotto controllo, e tentò di alzarsi; si mise a sedere, e si guardò attorno con la faccia di qualcuno che è stato una settimana preda della morte ed è tornato alla vita: capelli più in disordine del normale, occhi scavati, viso ancora più pallido. Si guardò le mani e non fece minimamente caso ai numerosi tagli e alle varie ferite che vi erano; se le passò sul viso e tra i capelli, tentando invano di ravvivare il tutto. Con un grande sforzo riuscì infine a mettersi in piedi; barcollò pericolosamente, e si appoggiò ad una sedia per non cadere a terra: tutto inutile, perché torno a sedere sul pavimento, con aria totalmente persa. Ritentò, e stavolta riuscì a restare in piedi per qualche minuto. Poi, arrischiò a muoversi; non aveva minimamente fatto caso a quello che c’era attorno a lui: uomini a terra, immobili, forse morti, oggetti sparsi ovunque, tavolo e sedie ribaltati, cibo ovunque (anche sul soffitto): procedette senza problemi verso l’uscita, o verso il luogo in cui credeva fosse l’uscita. Inciampò dopo due passi sul corpo di qualcuno e cadde rovinosamente a terra. L’uomo colpito mugugnò uno strano verso e non si mosse, e Dalmor dovette nuovamente tornare in piedi. Quando finalmente riuscì a raggiungere l’uscita, era trascorsa quasi un’ora da quando aveva aperto gli occhi ed era inciampato in quasi tutti i corpi che vi erano tra lui e la porta. Afferrò con soddisfazione la maniglia e aprì la porta; rimase accecato dalla violenza della luce solare, che lo fece barcollare all’indietro, facendolo cadere nella penombra. Strisciò lentamente fuori, coprendosi gli occhi con una mano: vide una chiara giornata di sole, e ricordò vagamente che sarebbero dovuti partire prima di mezzodì, e che forse avrebbe dovuto piovere. Tutto a puttane.
Una figura si mosse davanti ai suoi occhi, lentamente e fermandosi davanti a lui: era Uldor.
“Il primo dei morti torna alla vita.” Disse sarcasticamente il lupo, guardando con rimprovero il giovane.
Dalmor non capì nulla di quello che aveva detto. “Ehi, sei tu.” Disse lentamente. “Lì dentro temo ci sia un macello, e io non sono in grado di combinare nulla.” Per pronunciare questa frase impiegò il triplo del tempo minimo necessario, incespicando sulle parole. Il lupo si allontanò e sparì dalla sua vista.
Sempre coprendosi gli occhi dal sole, si sedette a terra, sulla strada vicino al margine, spalle al sole e viso rivolto alla porta della stazione: ancora non si muoveva nulla dentro, e tutto era oscuro. Dopo poco tornò Uldor, trasportando un secchio pieno di acqua; Dalmor non capì l’utilità.
Lo posò davanti al giovane e, con forza, spinse la di lui testa nel secchio, affondandola nell’acqua; Dalmor non era pronto, e respirò una boccata d’acqua, e riemerse con forza, tossendo acqua.
“Ma sei scemo!” disse quando riuscì ad avere le vie aeree libere. “Mi stavi affogando!”
“Almeno ti sei ripreso.” Disse il lupo indifferente. Era vero: riusciva a connettere meglio, era quasi totalmente attivo, se non fosse stato per il mal di testa e lo stordimento che lo attanagliavano. Si alzò e si diresse nella stazione, da cui dovette riuscire velocemente, per l’acido odore di alcol: rischiava di vomitare. Si legò un fazzoletto umido al viso, poi entrò, aprendo porte e finestre, facendo entrare la luce del sole, e, con l’aiuto di Uldor, svegliò gli altri, usando secchiate d’acqua.

Dovettero fermarsi ed accamparsi quando la luce calò; legarono i cavalli a degli alberi lungo il margine della strada e si riunirono in cerchio al centro di essa, accendendo un piccolo fuoco. Avevano tutti la stessa espressione nauseata e stordita, e qualcuno si allontanò per vomitare. Negli attimi immediatamente successivi al risveglio era scoppiato il caos: i più non erano capaci di reggersi in piedi, e Dalmor soffriva il forte mal di testa causato dalle eccessive risate, sebbene non stesse meglio degli altri. Trenta minuti dopo il risveglio erano partiti di corsa, sotto l’incitamento della guarnigione locale, la quale aveva insistito per sistemare autonomamente i danni; il re aveva ringraziato e la compagnia era partita in primo pomeriggio, a passo lento perché essere sballottati sulla sella di un cavallo rendeva le cose estremamente complicate ad ognuno di loro. Uldor li aveva guardati per tutto il tempo con uno sguardo accigliato di rimprovero. Avevano raggiunto la fine della valle ed avevano svoltato nuovamente verso Est, entrando in un profondo burrone scuro, debolmente illuminato dal sole; per loro fortuna, l’angusto passaggio era breve e ne erano usciti in tempo per rimettersi in strada ed accamparsi, evitando di attendere la Luna nel fondo del crepaccio. Ora Dalmor conosceva i luoghi in cui si trovavano: si trovavano nelle anguste e inospitali fosse di Terranova, così chiamate in onore dell’isola da cui proveniva re Ghurtar I, l’isola di Terranova per l’appunto. Come le strette valli simili a quella che avevano percorso due giorni addietro, queste gole affiancavano spesso i fianchi delle montagne, e fornivano un buon riparo per chi ne cercasse uno, nonostante potessero facilmente diventare una trappola; quella da cui erano usciti era solo l’entrata di un dedalo inestricabile di burroni, dentro i quali era facilissimo perdersi: una volta dentro, non si usciva più; per loro fortuna avevano saputo individuare le svolte che portavano dalla giusta parte, grazie anche all’esperienza del re e al fiuto di Uldor.
All’interno della gola avevano perso completamente l’orientamento: Dalmor non aveva idea di quale parte del sistema di crepacci si fossero lasciati alle spalle, e Tildor era quanto mai disorientato: non era mai stato una lancia in quel campo, e spesso si perdeva nei viaggi lunghi. Quella era la ragione principale per la quale non viaggiava mai da solo e difficilmente teneva il comando di una spedizione.
“Fin qui tutto bene.” Esordì dal cerchio illuminato fiocamente dal fuoco. “Siamo arrivati esattamente dove dovevamo arrivare.”
“Che vorresti dire?” Dalmor aveva un bruttissimo presentimento.
“Che da adesso in poi non ho più idea di dove si trovi Zorqun.” Lo sguardo del re confermava le sue parole, la bocca di Dalmor si spalancò in un’espressione mista di orrore e stupore e si lasciò cadere a terra, gemendo e ridendo allo stesso tempo.
“Ho un padre idiota!” continuava a ripetere a bassa voce, agitandosi.
“Non ti preoccupare, molto prima di partire i soldati scelti per accompagnarci hanno imparato a memoria il percorso e sicuramente ci guideranno.” Il principe non fu minimamente rassicurato da quelle parole.
“Non vedo come possano farlo nelle condizioni in cui si trovano.” Gettò uno sguardo attorno a sé, nella notte. “Sono tutti completamente fuori uso. Gran bell’organizzazione, papà. Complimenti.” Tildor non rispose.
“Potrei rimediare io. Dimmi in che zone di Terranova ci troviamo.” Ora Dalmor era in piedi e si guardava attorno, pur non riuscendo a vedere molto; la sbronza non era completamente passata.
“Testa Nord-Ovest, terzo estremo superiore.” Disse Tildor, alzando lo sguardo verso il figlio.
“Quindi questa valle dovrebbe puntare a Nord-Est, per poi curvare dolcemente verso Est.” Si fermò un attimo a raccogliere idee e ricordi. “Dovrei avere chiaro in testa il percorso, attendiamo la Luna e partiamo.”
“Se tutti saranno qui.” Aggiunse cupo Uldor.

Non dovettero attendere molto; la Luna, o meglio, la sua luce nelle pietre si presentò qualche minuto dopo. Si contarono, ed attesero i due che mancavano all’appello, dopodiché partirono quasi immediatamente, illuminati dalle pietre lunari.
Per loro fortuna, si trovavano esattamente dove Dalmor aveva previsto che fossero; come aveva preannunciato, la camerata non era in grado di poter ricordare l’itinerario, ed erano tutti in condizioni pessime. La strada procedeva tortuosamente per circa un chilometro, per poi adagiarsi sul fondo di una valle stretta, appoggiandosi ai fianchi delle montagne; se fosse stata in linea retta, probabilmente avrebbero raggiunto l’estremità di essa in capo a due ore, ma dovettero impiegarne quasi il doppio per arrivare alla svolta verso Est che il principe aveva evocato nella sua mente. La Luna era ora alta in cielo, iniziando il cammino di discesa, e il giovane li spinse a velocità più elevate, sforzando i cavalli. Quando l’astro crollò dietro i Monti, la valle stava per terminare, ed un enorme massiccio si avvicinava davanti a loro. In capo ad un’ora, poco prima che anche le pietre si spegnessero, raggiunsero il blocco montano. La strada si inerpicava sul fianco, diretta verso un passo in alta quota; affianco ad essa, a ridosso del monte, una stazione era pronta ad accoglierli, con la guarnigione che li salutò ed augurò loro buon anno.
Dopo aver sistemato i cavalli, la compagnia si abbandonò al sonno senza cenare: quella dormita li avrebbe quasi totalmente puliti dall’alcol dell’anno nuovo; Dalmor si concedette un po’ di pane raffermo prima di coricarsi su un pagliericcio, per poi sprofondare nel sonno. L’ultimo pensiero che occupò la sua mente fu quello dell’orario del risveglio, che probabilmente sarebbe giunto di lì a poche ore.

Le sue preoccupazioni furono ben riposte. Furono svegliati, come da accordi presi col re, dalla guarnigione che era ancora mattina; il Sole era alto da due o tre ore al massimo, ed erano tutti esausti. A colazione si riunirono nella sala, raccogliendosi attorno ad una lunga tavolata, ascoltando le parole del re mentre consumavano il pasto.
“Oggi è 2 Ilraset.” Esordì, guardandoli tutti. “Siamo effettivamente in ritardo con i tempi di marcia, quindi dovremmo sforzarci ed andare più veloci, o marciare più tempo. Ho chiesto che ci venissero forniti cavalli più adatti alla fretta.” Bevve una lunga sorsata d’acqua. “Per nostra fortuna avevamo Dalmor che ci ha guidati fin qui in piena notte: saremmo potuti facilmente morire nelle gole o in qualche strano androne desolato. Da adesso in poi ci guiderà lui, visto che conosce la strada.” Guardò il figlio: Dalmor stava facendo mente locale, richiamando le carte che aveva studiato a lungo, e convenne che conosceva la strada. “Quindi, lo chiedo direttamente a lui: per quale giorno dell’anno potremmo finalmente giungere alla Meraviglia?”
Il principe ci pensò qualche secondo. “Al mattino del 5 Ilraset.” Disse, dopo un po’. “Potremmo anche esserci per la notte del 4, ma non ci cambierebbe molto, se non che ci farebbe dormire meno, quindi, se nessuno fa stronzate, per quella data dovremmo esserci.”
“Perfetto.” Concluse il re. “Partiamo tra dieci minuti.”

La strada si alzava per oltre millecinquecento metri verso il passo, ed essi la seguirono per un centinaio di metri, fino a raggiungere uno spiazzo piano; un soldato della guarnigione scomparve dietro una fessura nel fianco della montagna ed attivò il meccanismo che aprì il passaggio segreto che cercavano: un enorme porta sprofondò lentamente nella terra, aprendo un buco nel fianco della montagna; la strada, in pietra bianca e liscia, proseguiva anche al suo interno, fiancheggiata da un tratto in morbida terra per le cavalcature. Ognuno di loro prese una lampada ad olio, che appese alla propria cintola o al cavalo, ed entrarono.
Il passaggio scendeva immediatamente: una leggera ma costante pendenza. Non seppero dire quanto tempo trascorsero lì dentro, ma raggiunsero l’altra estremità ancora freschi. Uscirono alla luce del sole sorvegliati dalla guarnigione della stazione che si trovava all’uscita, la quale aveva già preparato i cavalli che avrebbero permesso loro di mantenere una velocità maggiore. Dalmor respirò l’aria e notò un alzamento di temperatura: erano scesi parecchio rispetto alle altitudini a cui vivevano.
La valle che si apriva davanti ai loro occhi era diversa da qualsiasi altra che avevano visto durante il loro viaggio: si distendeva in tutte le direzioni, ed era percorsa da felici corsi d’acqua; Dalmor scorse la città-palazzo di Thuur alla sua lontana sinistra: una costruzione squadrata grande quanto il monte a cui si appoggiava; molte strade convergevano in quella direzione. La città contava una popolazione di centomila abitanti circa, e molti dei campi che loro vedevano erano coltivati da contadini che abitavano in città, una strana usanza del Regno dei Monti.  Pochissimi erano i villaggi nella valle, e comunque non ancora scorgibili: si trovavano alle varie estremità. Potevano dirigersi in qualsiasi direzione volessero, ma loro dovevano solo andare a Sud-Est, e fu quello il loro cammino.
Dopo aver saluto la guarnigione, che diede loro delle leggere borse di pelle che potevano contenere parecchia acqua senza perdite, scesero il fianco della montagna ed iniziarono la cavalcata a fondo valle. Partirono subito al galoppo, e proseguirono per alcune ore, interrompendosi per dar fiato ai cavalli ogni tanto; quando il sole era prossimo al tramonto, erano in vista dei monti che formavano il confine naturale meridionale della vallata, ma ancora erano lontani. Non dovettero attendere la Luna perché raggiunsero la stazione poco prima dell’oscurità; erano esausti per il viaggio ed il sonno: dopo una veloce cena crollarono addormentati, pregustando un’intera notte di riposo.

Come al solito, al mattino si riunirono in sala per colazione e per discutere del viaggio. Il sole non era ancora sorto, l’aria era grigia e fresca, Dalmor aveva le occhiaie che sprofondavano ma la vista sveglia. Prima di colazione, passeggiò nelle immediate vicinanze della stazione assieme a Uldor, assaporando il fresco della mattina, gustandosi la sensazione dello stomaco vuoto e respirando l’aria fredda dell’inverno.
In sala, fu lui l’unico a parlare, mentre gli altri ascoltavano; la guarnigione era un edificio piatto e lungo, ad un solo piano e con molte stanze. La sala era quadrata, spoglia ma calda e accogliente, e Dalmor era in piedi davanti al tavolo, al centro di essa.
“Dopodomani dobbiamo giungere a Zorqun.” Esordì, facendo subito una pausa per ingoiare un boccone, guardandoli tutti. “Questo vuol dire che domani sera dovremmo essere su al passo: nessun Re è mai entrato nella Meraviglia sgusciando sotto terra. Ci mancano ancora molti chilometri da percorrere, questo vuol dire che cavalcheremo molto e a lungo; probabilmente, questa notte riposeremo meno. Quello di oggi è l’ultimo sottopassaggio di cui faremo uso. Uscendo, ci troveremo nella valle centrale del tricorno della battaglia: dovremo cavalcare solo verso Sud, in linea diritta, fino a giungere alla cortina di monti che circonda Zorqun. Sono circa settanta chilometri da percorrere sulla strada, dobbiamo raggiungerli entro sera.”
Nessuno aveva da obiettare qualcosa, quindi il principe si sedette e terminò la sua colazione. Partirono qualche minuto dopo, la compagnia in preda ad una leggera euforia.
La stazione in cui si trovavano si poggiava sul fianco della montagna e si allungava su di esso; era in una posizione strategica particolare: il passaggio sotterraneo era, in linea verticale, esattamente sotto di essa. Quindi, per raggiungerlo dovettero scendere, intrufolandosi nella sterpaglia e negli arbusti, con difficoltà non piccole; trovarono l’accesso e vi entrarono ratti, per ripararsi dalle spine e dagli intricati rami che graffiavano la loro pelle, insinuandosi oltre le vesti. Dalmor rimpianse, per una vota, il non indossare le maniche. Una volta dentro, le guardie augurarono loro buona fortuna e scomparvero da dove erano entrati. Stavano per raggiungere la zona più famosa nel mondo di tutto il Regno, l’estremo Sud-Ovest della catena montuosa; più di ogni altra, questa regione pullulava di guarnigioni, fortezze nascoste e ripari. Due delle maggiori fortezze di tutto il Regno si trovavano in questa zona: Zorqun, che si apriva al mondo a Sud, e Torre Oscura, che invece non si apriva, bensì si nascondeva sulle vette e sui profondi abissi delle montagne che affiancavano Zorqun ad Ovest. L’enorme città era circondata su tre lati dai monti, invalicabili poiché altissimi; ai lati Est ed Ovest, vi erano massicci enormi inospitali e disabitati, mentre dietro la parete Nord si sviluppavano tre lunghe valli, a Nord-Ovest la prima e più corta, a Nord la centrale e la più lunga e verso Nord-Est, curvando dolcemente verso Est, l’ultima e più larga delle tre. Venivano chiamate comunemente il “tricorno della battaglia”, perché le leggende narrano che esse furono causate da un acceso scontro di due dèi, che lottando avevano scavato nelle montagne le tre valli come tagli sulle pelle della Terra. Proprio verso la valle centrale era diretta la compagnia di viaggiatori, percorrendo il passaggio sotterraneo che proseguiva quasi totalmente pianeggiante, scendendo leggermente verso la fine.
Come al solito, delle guardie erano ad attenderli all’estremità opposta; questo perché era presente un meccanismo che avvisava le due stazioni quando uno dei due portoni d’accesso si apriva: in questo modo, qualora fossero entrati invasori o sconosciuti, le guardie li avrebbero attesi non impreparate: esse infatti potevano percorrere dei tunnel sottili che camminavano ai fianchi del grande passaggio e scrutare tramite fessure chi stesse percorrendolo; in questo modo, se si presentava un pericolo, avrebbero potuto lanciare l’allarme e iniziare la difesa. Per questo motivo, le guardie dall’altra parte già sapevano che stava giungendo il Re, e quindi attesero pazientemente, per guidarlo nel tricorno.
La vista che si presentò davanti sconvolse i più, che non si erano mai allontanati dalle profondità dei Monti e che avevano visto e vissuto sempre e solo rocce, montagne e neve: l’aria era nettamente più calda, quasi si trovassero nelle calde piane del Nord o delle Colline; la valle era verde ed oro, e si allungava direttamente verso Sud come un taglio netto, fino a raggiungere un monte altissimo, che potevano vedere anche da quelle distanze; il Sole era alto alla loro sinistra e l’effetto era un’esplosione meravigliosa di luci e colori. Anche la fortezza che controllava il passo era nettamente diversa dalle stazioni che finora avevano incontrato: era un piccolo castello di pietra grigia, con mura di difesa e torrette di guardia. I cavalli erano già pronti fuori dal portone, e subito s’incamminarono verso Sud, ringraziando i soldati che li avevano accompagnati.
La cavalcata fu, stavolta, faticosa e snervante; nelle profondità del Reame l’aria era nettamente più fresca, un eufemismo per dire che era gelata per chiunque non ci fosse abituato, ed il Sole picchiava meno. Lì, all’estremità Sud del paese, ad un’altitudine bassissima, l’aria era addirittura afosa e il Sole picchiava non poco. A metà giornata, quando l’astro raggiunse lo zenit, erano sudati, stanchi e abbattuti, e dovettero fare una pausa. Era sì inverno, ma il Regno dei Monti si trovava ad una latitudine prossima all’equatore, che faceva quasi scomparire le stagioni: esse erano salvate, nel Regno dei Monti, dalle altitudini e dalle inospitalità della natura. Ma dove si trovavano ora i regnanti e la compagnia era pericoloso stare sotto il Sole cocente, per cui si ripararono all’ombra di un boschetto di lecci. In metà giornata avevano percorso poco meno di metà cammino, quindi non si arrischiarono ad una sosta troppo lunga: mangiarono, si rinfrescarono e ripartirono.
Presto dovettero fare i conti con la carenza d’acqua; per loro fortuna il pomeriggio divenne più fresco grazie al vento che si era alzato nel frattempo ed il Sole che iniziava a scendere. Dalmor modificò l’andatura del gruppo ad intervalli regolari, mangiando il terreno sotto di loro; villaggi e fattorie scorrevano ai loro lati, e qualche cittadini sparuta si vedeva in lontananza, al riparo sul fianco dei monti. Quando il Sole calò dietro le montagne alla loro destra, furono pervasi da un’immediata sensazione di sollievo, che non durò molto: dovevano sbrigarsi per non restare nel bel mezzo del nulla al freddo della notte. Fu così che, accelerando e sforzando i poveri cavalli, giunsero infine all’altissimo monte che segnava il confine della valle; davanti ad esso vi era un’ampissima pianura semi circolare, che ne attorniava le pendici: da lì si diramavano i tre corni. La compagnia penetrò nella pianura al galoppo, osservando le strade che si univano alla loro proveniente da destra e da sinistra. Esattamente davanti a loro, in tutta la sua maestosità, si alzava la Torre del Perdono, l’avanguardia nelle montagne di Zorqun: un enorme fortezza di pietra grigio-chiara, con un’altissima torre di vedetta in cima; il forte si inerpicava, come tradizione nazionale, sul monte alle sue spalle, ed era a circa duecento metri di altezza rispetto a dove si trovavano adesso i viandanti che, giunti fino alle pendici del monte, iniziarono lentamente a salire la strada, giungendo infine al portone nero di quercia.

Furono accolti dalla guardia di Zorqun. A differenza dell’arma dell’esercito, questa aveva una divisa scintillante grigio chiaro e protezioni in ferro, inoltre indossava un elmo leggero che lasciava il viso scoperto e portava il blasone del signore di Zorqun sulla tunica: una pietra grigia su luna bianca, con sfondo azzurro. I compiti che spettavano alla guardia di Zorqun erano tra i più disparati, ma raramente veniva usata in guerra, esclusi casi eccezionali; per il resto, era tenuta a mantenere l’ordine pubblico nella città, a sorvegliarne le vie d’accesso o la fortezza sulla cittadella. Le fortezze nascoste che permettevano di accedere alla città erano quattro, ma la più facilmente accessibile e più sorvegliata era quella in cui si trovavano i regnanti. La guarnigione era numerosa e si occupava, oltre che di sorvegliare il passo e il sottopasso, di mantenerli puliti, sicuri e svolgeva compiti di manutenzione lungo le tre strade del corno; per questo motivo, era assai numerosa, e l’accoglienza fu rapida ed ospitale.
A Tildor e a Dalmor furono assegnate due piccoli appartamenti in alto; i soldati che li accompagnavano vennero sistemati in alloggi più comuni; erano arrivati dopo l’ora di cena: Zorqun e le fortezze ad essa annesse seguivano l’orario del mondo comune. Trovarono quindi la cucina ancora aperta, ma, poiché le guardie sapevano del loro arrivo, la cena era stata preparata e mantenuta in caldo, e poterono quindi mangiare qualcosa di più abbondante rispetto a quanto fatto finora lungo il viaggio. Poiché la partenza era prevista per l’alba, tutti si coricarono presto, e la famiglia reale si avviò verso i suoi appartamenti.

Dalmor seguì suo padre nelle sue stanze, mantenendo uno stanco silenzio lungo le scalinate. Una volta entrati, si rilassarono sopra delle poltrone, fumando beatamente.
“Il Re torna a Zorqun! Immagina che bella confusione creerà questo evento.” Esordì allegramente il principe, sorridendo al padre.
“Non dico di amare questa città, ma ogni tanto mi piace uscire dall’isolamento della Fortezza Nera e venire a contatto con gente brutta.” Il re sorrise, Dalmor rise senza ritegno.
“Non farti sentire che scateni una rivoluzione e nasce la Repubblica!”
Trascorsero un paio di ore a parlare del più e del meno, e di cose meno importanti, finché Dalmor non si ritirò nelle sue stanze per coricarsi. Trovò Uldor ad attenderlo, sdraiato sul letto e sulla via del sonno.
“Rilassiamoci un poco, domani ci aspetta una faticosa scalinata.” Il consiglio del principe era accorato, il lupo se ne accorse e gli fece posto. Dalmor i spogliò, si buttò sul letto e dormì beatamente, tentando di recuperare il tanto sonno perso lungo il viaggio.

Il Sole si alzò, e venne il cambio di guarda alla Torre del Perdono; il nome è dovuto a quando, nei tempi antichi, il Re di Aglaas chiese perdono al popolo dei Monti per le misure che ne limitavano la libertà, e concesse la piena sovranità ed indipendenza al Regno, dando vita ad uno stato autonomo. Nella sala più alta della torre più alta è mantenuta conservata ed intatta la pietra su cui vennero pronunciate le parole del  giuramento.
Contemporaneo al cambio della guardia fu il risveglio della compagnia; si presero un’ora per organizzarsi e mangiare, per poi partire. Uscirono dalla fortezza non dal portone attraverso cui erano entrati bensì da un’uscita laterale, che immetteva direttamente sulla strada per il passo; proseguirono a piedi, considerata l’ardua fatica che avevano davanti.
Il passo si trovava a quattromila metri di altezza, dove la neve ed il ghiaccio regnavano su tutto; per questo motivo, lungo tutta la strada erano stato costruite numerose stazioni e guarnigioni, e la guardia di Zorqun costantemente e quotidianamente teneva pulita e praticabile la via; il numero di stazioni andava via via crescendo, poiché più si andava in alto più c’era bisogno di manutenzione. Nelle varie stazioni avrebbero trovato ristoro o aiuto se ne avessero avuto bisogno.
La strada non era stretta, tre persone affiancate potevano percorrerla tranquillamente, ed era finemente lavorata, tanto da non essere scivolosa o eccessivamente inclinata; era però scoperta, non aveva ripari ed il vento sferzante delle alte vette poteva facilmente far volar via qualche povero sprovveduto che non avesse dato peso alla cosa. La strada procedeva tortuosamente sul fianco Nord del Monte Luna, il più alto del Regno: raggiungeva e superava i settemila metri, ma non era mai stato scalato da alcuno, ne si pensava potesse essere possibile, per cui l’altezza era stimata e non misurata con precisione, anche perché non si riusciva a vedere oltre un certo livello, per cui non si era a conoscenza di quanti picchi e quali altezze avessero avesse il Monte. Il Passo della Luna, cui loro erano diretti, si trovava sul versante Est, ed era una piccola incanalatura tra il monte e i suoi adiacenti. Dalmor stimava e sperava di raggiungerlo entro l’alba della Luna, per non passare la notte in una stazione ad alta quota. Per non dare false speranze aveva però affermato che l’arrivo fosse previsto per la mattina seguente, ma, in realtà, tutti sapevano che il loro obiettivo era conquistare il passo quel giorno.
Partirono di buona leva, con pochi bagagli, senza provviste e muniti ciascuno di un bastone nodoso di quercia, poco estetico ma molto funzionale. Avevano solo abbondanti riserve di acqua, poiché il cibo lo avrebbero trovato per la strada nelle guarnigioni. La strada procedeva in lunghe ed interminabili scalinate, percorrendo numerosi gradini. Ad un occhio attento, non sfuggì che, ogni cinque grandini, vi fosse una piccolissima pietruzza lunare incastonata tra le pietre, per aiutare la salita o la discesa in piena notte: non che vi fosse qualche pazzo che avrebbe tentato l’impresa al buio, ma era importante che le guardie, in caso di necessità, potessero nella maggiore sicurezza possibile, percorrere la via. Certo era, e tutti ne convenivano, che non si poteva creare la scala di sola pietra lunare, sia a causa dei costi, sia per questioni di sicurezza: sarebbe stata troppo visibile, anche da molto lontano. Il compromesso delle piccole pietre incastonate rendeva tutti felici e contenti.

La salita fu faticosa, e a metà mattina funestata da un improvviso temporale che rallentò di molto la loro andatura. A quelle latitudini e a quelle altezze, prevedere il tempo diventava molto difficile, anche se il vento del giorno prima poteva aver suggerito qualcosa a chi fosse tanto attento da coglierlo. Fu così che, quando la pioggia cessò, era giunto e passato il mezzodì, e continuarono la salita fino alla successiva stazione, in cui si riposarono e si ristorarono. La pausa fu brevissima e presto ripresero; quando era pomeriggio inoltrato, la neve iniziò a prevalere su tutto il resto, e presto non incontrarono più una traccia di vegetazione, segno che erano vicini alla meta; il vento iniziò a diventare il loro peggior nemico. Eppure, nonostante questo, la salita si fece più ardua: la strada si strinse, i gradini si alzarono e fu molto più lento e faticoso proseguire. Il Sole giunse infine al tramonto, ma l’aria era già fredda e grigia, e la meta alta sopra le loro teste.
Si fermarono brevemente ad una stazione per prendere coperte e mantelli, e subito proseguirono, dopo aver ingoiato poco cibo caldo. Ben presto la luce diminuì, e dovettero proseguire con più accortezza ed attenzione, quando sentirono la strada sotto i loro piedi diventare meno ripida, curvarsi leggermente ed infine scorsero la fortezza che sorvegliava il passo, e il grande arco che lo sovrastava. I loro cuori e i loro animi si riaccesero e velocizzarono il passo, giungendo alla porta. Una guardi li riconobbe e, con una cerimonia solenne, poco prima dell’alba della Luna, venne aperta la Porta Nord al Re delle Montagne.

Si rifugiarono, per la notte, nella fortezza; simile, ma più piccola, di quella che avevano incontrato a valle, era calda ed ospitale, e da essa si scorgeva lontano a Nord ed a Sud. Sotto i loro occhi, la Meraviglia, così era chiamata Zorqun, brillava di infinite luci, e le distese verdi si allungavano davanti alle sue porte per chilometri e chilometri. Dalmor e Tildor attesero sul passo, imponendosi affiancati contro il freddo e il vento, sovrastando il loro regno e la città di pietra, finché la Luna non ascese in gloria e brillò nel cielo, facendo risplendere tutte le pietre lunari sulla loro vista, nonché i sottili battenti del portone che avevano superato. Sorrisero alla loro meta, e si avviarono nella fortezza, al caldo, preparandosi ad entrare a Zorqun.

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