Capitolo III

In un certo senso, la discesa fu la parte peggiore di tutto il viaggio. Si erano lasciati alle spalle il Regno e stavano scendendo a valle, ma il vento, nonostante avessero superato il passo, continuò a tormentarli. Tutto attorno a loro era bianco, e la luce del Sole era un leggero sollievo, sebbene non fosse abbastanza potente da scaldarli. La strada sul versante Sud era mantenuta, se possibile, in maniera migliore di quanto non lo fosse sul versante Nord; eppure, le difficoltà che avevano trovato salendo, le ritrovarono maggiorate scendendo, poiché era più facile scivolare, il vento era più forte e il fianco più ripido: una caduta avrebbe portato ad immediata certezza di morte. Avevano impiegato un giorno intero per salire, dovevano impiegare meno per scendere. Erano partiti dopo appena tre ore di sonno, molto prima dell’avvento del Sole, ed ora che era salito nel cielo si avvicinavano alla vita.

Infatti, mezz’ora dopo la neve iniziò a scarseggiare, la strada divenne più agevole e iniziarono quasi a correre per affrettarsi. In capo ad un’ora davanti a loro si ergeva l’ultima torre della fortezza di Zorqun, ai loro piedi la città, alla loro vista le verdi praterie che si allungavano davanti alla città, e le grandi e numerose strade che da essa partivano.

Zorqun era l’orgoglio del Regno e del popolo. La città era enorme, e contava una popolazione superiore a tre milioni di abitanti. Essa si sviluppava in una stretta valle tra due massici montuosi, che andavano ad unirsi al Monte Luna; la pianta della città somigliava vagamente ad un triangolo, con il vertice rivolto verso il monte e a cui corrispondeva l’enorme fortezza. La metropoli era completamente costruita in pietra, eppure non mancavano i giardini ed i parchi, numerosi, e tanti erano anche i ruscelletti che scendevano dai monti circondanti e attraversavano la città. A Sud, aprendosi al mondo, era difesa da imponenti e spaventose mura, alte oltre sessanta metri, e l’unica via d’accesso era la Porta del Regno, un immenso portone di acciaio e quercia che, quando veniva chiuso, era più difficile da distruggere rispetto alle mura che lo affiancavano. Tutto, nella città, era grigio: tutto era in pietra. A differenza di tutti le città interne del Regno, in cui la prudenza era la parola d’ordine e tutto era costruito in fine di essa, un enorme viale partiva dalla Porta e giungeva in linea retta alla fortezza, che si trovava rialzata rispetto alla città. Essa, infatti, sviluppandosi sulla valle, ne seguiva l’andamento che si alzava verso l’alto, fino a raggiungere un dislivello di venti metri, trasformato in mura, che separava la cittadella al resto della metropoli. I quartieri più poveri erano i più prossimi alle porte esterne, mantenute pulite e in ordine e sorvegliate costantemente. Man mano che ci si avvicinava alla cittadella la città diveniva sempre più ricca, fino a raggiungere i quartieri militari che si sviluppavano esattamente sotto le mura interne.
La fortezza era chiamata Palazzo del Re, sebbene il re non vi abitasse. La Fortezza Nera, a confronto, era una capanna: oltre trenta torri si sviluppavano a diversi livelli di altezza, e la più alta superava quota mille metri. La cittadella non era altro che il Palazzo, che sembrava, appunto, più una piccola città che una sola struttura; a differenza della fortezza nel Monte Città, però, tutte le torri erano collegate tra loro, e da vedersi era un meraviglioso spettacolo architettonico. Tutta la città era una meraviglia, ed era appunto questo il nome che il popolo dei Monti preferiva usare per indicare la città: la Meraviglia.
A Palazzo viveva l’aristocrazia cittadina, alcuni signori che si erano spostati dalle zone interne dal Regno alla città e gli ambasciatori stranieri. Era usanza comune nel Regno che, quando un signore decidesse di lasciare le sue terre al figlio, esso dovesse trasferirsi a Zorqun, per vivere la vecchiaia e la pensione nella gioia della gloria e della beatitudine. Per questo, la vita nel Palazzo del Re era quanto mai frenetica, tutt’un altro ambiente rispetto all’isolamento e alla vita spartana nella Fortezza Nera. Il signore della città era di nomina reale, ma di solito il ruolo spettava al secondogenito del re; la vecchia linea genealogica governante restava a vivere nella città, e pian piano, con i secoli, la famiglia Della Luna si era allargata nella città, anche se non tanto quanto si potesse immaginare, visto che in media i re e i signori avevano non più di tre figli.
L’attuale signore era Ferm Della Luna, fratello di Tildor, zio di Dalmor. Era lui che li attendeva, al nascere del giorno, sulla torre più alta. Ferm era la brutta copia di Tildor: era solo qualche centimetro più basso, aveva una statura più larga ed una leggera pancetta iniziava a farsi strada con il passare degli anni, ma restava in tutto e per tutto un uomo attraente. Quando loro giunsero, quasi correndo, sullo spiazzale su cui la torre nasceva, lui li accolse con un grande sorriso e le braccia aperte.
Tildor e Dalmor, e tutti gli altri dietro loro, si piegarono sulle ginocchia per riprendere fiato. Qualcuno si sdraiò a terra alzando le gambe. Uldor passeggiava felice e contento in giro, gustando l’aria nuova ed un paesaggio che non aveva mai scorto in vita sua. Dalmor guardò la figura di suo zio, e le due che erano poco dietro di lui: una graziosa donna ed un uomo tozzo, in armatura, che teneva alto lo stendardo del Regno. Non appena si rialzò, riacquistando fiato, vide la figura femminile correre verso di lui e tirò fuori un sorriso: la giovane donna gli saltò addosso, stringendosi a lui in un abbraccio con le braccia e le gambe, che restarono impunemente scoperte, oscurando la sua vista con i lunghi capelli corvini. Sua cugina restò aggrappata a lui per più di qualche secondo, mentre Tildor e Ferm si stringevano in un abbraccio fraterno. Poi, lei allontanò la testa dalla sua spalla per guardarlo negli occhi e gli diede un velocissimo bacio sulle labbra.
“Ti aspettavo da tanto!” La sua voce era chiara e armoniosa.
“È un bel po’ che non ci si vede, Feralia. Se possibile, sei diventata ancora più bella.” Dalmor sorrise alla cugina, preoccupato però per il veloce bacio di poco prima.
Lei scivolò giù dal principe, rivelandosi molto più bassa di lui, cosa abbastanza comune per le donne; in effetti, ella era una donna alta per gli standard comuni del resto del mondo. Indossava un leggero vestito dorato, che lasciava intravedere più di quanto alla vista fosse concesso, e camminava a piedi nudi. Si strinse al braccio del giovane ed insieme raggiunsero il loro genitori.
“Zio Ferm, è sempre un piacere rivederti.” Dalmor salutò suo zio stringe noli la mano, mentre quello gli dava un buffetto sulla spalla sorridendo.
“Sarete sicuramente stanchi. Venite giù, vi mostro i vostri appartamenti. Tutti i bagagli che avete inviato dalla capitale sono giunti il giorno dopo l’anno nuovo, e in città i festeggiamenti ancora continuano, ed oggi riprenderanno più fragorosi quando si saprà che il Re è in città!” Ferm era l’uomo adatto a governare una città dalla vita mondana molto attiva: socievole, amichevole, amava la compagnia, le feste ed aveva sempre il sorriso sulle labbra.
“Ci sono un sacco di cose che devo raccontarti!” Feralia parlava, mentre scendevano numerose scalinate per raggiungere la cittadella. “Sei stato via tanto tempo, complimenti per volermi bene eh.”
Dalmor era, come ogni volta, in preda al panico. La cugina lo metteva in evidente soggezione. “Solo perché non vengo a trovarti spesso non voglia dire che io non ti voglia bene.”
“Non è vero. Sei un bugiardo.” Dalmor era affranto, mentre Ferm e Tildor ridevano di gusto. Il principe dovette subirsi numerosi rimproveri, spesso anche infondati, fino a quando, per suo sollievo, giunsero al cortile del Palazzo. Era un luogo bellissimo: prati, boschetti, fontane e ruscelletti riempivano gli spazi che non erano occupati dalle torri, dalle muri o dai vari sentieri di passaggio. Gli appartamenti per Tildor e Dalmor erano a loro strettamente riservati: mai venivano usati da altri personaggi, e sempre erano mantenuti con cura. Occupavano tutto l’ultimo piano della struttura centrale della fortezza, che era il vero e proprio Palazzo del Re, anche se poi ci si rivolgeva a tutto il complesso con quel nome. Ferm e Feralia li accompagnarono su per le scale fino a giungere ad una saletta circolare, da cui si aprivano due porte a doppio battente, una a destra ed una a sinistra, che immettevano nei due appartamenti. Il re si diresse a sinistra, mentre Dalmor a sinistra, seguito da Feralia e da Uldor. Aprì le due porte e si ritrovò in un enorme salone d’accesso, con numerosi divani, poltrone, tavolini, specchi e oggetti da arredo. Due finestre erano in fondo, erano spalancate e la vista dava sulla città.
“Vedo che non dimentichi le mie care abitudini.” Disse il principe, apprezzando l’aria fresca della stanza.
“Non sono mica sbadata come te.” Feralia si abbandonò su un divano sdraiandosi e stiracchiandosi, come se fosse a casa sua (in effetti, lo era). Uldor si guardò attorno ed andò in ricognizione nelle altre stanze, tornando poco dopo entusiasta.
“È enorme! Non finisce più! Il tuo appartamento alla Fortezza Nera è una bettola a confronto.” Disse felice e contendo, saltando su una poltrona piena di cuscini e rotolandosi tra essi, mentre Feralia e Dalmor ridevano.
“Feralia, ti presento Uldor, il lupo di cui varie volte ti ho parlato nelle lettere. Uldor, lei è Feralia, figlia di Ferm e mia cugina.” Dalmor, in piedi, fece le dovute presentazioni preparandosi la pipa e appoggiandosi ad un muro.
“Piacere di conoscerti. Se siete cugini perché prima lo hai baciato?” Uldor si stava ancora stiracchiando, e rivolse l’imbarazzante domanda senza guardarla.
“È perché lei è follemente innamorata di me da quando siamo bambini.”
“Dalmor!”
“Tanto ne sarebbe venuto a conoscenza facilmente, è più intelligente di quanto sembra… Forse.” Uldor stava forse esagerando, giocando con i cuscini.
Smise di giocare quando il giovane finì di parlare, e si sedette a guardarli.
“Sai che lui sta per sposarsi, vero?” Parlava senza freni e senza ritegno.
“Uldor, sta buono eh…” Dalmor era visibilmente imbarazzato.
“Si, lo so.” Rispose mesta Feralia. “So che dovrà sposarsi tra breve, ma secondo me, alla fine, si accorgerà di amare me.”
Dalmor si passò una mano sul viso, sconsolato. Erano anni che la stessa storia si ripeteva ogni volta. “Fery, quante volte devo ripetertelo? Se pure io fossi innamorato di te, tu sei mia cugina, e non ti sposerei mai, ne mi arrischierei ad avere figli da te.”
Lei puntò negli occhi di Dalmor uno sguardo malizioso, sorridendo. Il principe arrossì.
“Non è stupido amare qualcuno che non ti ama?” Uldor era sempre seduto.
“Chiudi un po’ quella cazzo di bocca.” Feralia iniziò ad innervosirsi, e Dalmor dovette rimediare immediatamente: se diventava nervosa, erano guai.
“No no, allora, calmiamoci, eh? Fery, devi sapere che Uldor non è a conoscenza dei classici eufemismi o delle regole sociali di noi uomini, quindi parla un po’ a ruota libera… Uldor, perché non vai a farti un giro? La città è grande, e spaziosa, e ci sono un sacco di cose da vedere!” Dalmor abbozzò un imbarazzato quanto finto sorriso, e il lupo lo squadrò con freddezza, per poi dirigersi sculettando fuori dalla porta di accesso. Abbassò la maniglia da solo, senza chiedere aiuto.
Non appena fu fuori, Feralia saltò di nuovo addosso a Dalmor, tentando di baciarlo; questi, però, voltò la testa e si diresse ad un divano, sul quale scaraventò la giovane.
“Sei insopportabile.” Le disse, quando lei si fu sistemata sul divano e lui sulla poltrona davanti a quello.
“No, tu sei insopportabile. Perché continui a fare così?”
“Perché vuoi sentirtelo dire? Non ti fa male?”
“Ne ho bisogno.” Distolse lo sguardo, puntandolo a terra. “Se tu non me lo ripetessi ogni volta, dentro la speranza divamperebbe sempre più forte, e potrei compiere azioni sconsiderate.”
“Non ti amo, Feralia. Ti amo come amerei una sorella, ma non nel modo in cui tu speri che io faccia.” Dalmor la guardò negli occhi, e lei ricambiò. Aveva grandi occhi neri, e una lacrima scivolò da quello destro. Dalmor si alzò e l’asciugò con la mano, aiutandola ad alzarsi.
“Continueremo, vero?”
“Non lo so. Forse. Sei intelligente, dannatamente intelligente, quindi capisci bene la situazione.”
“Una di queste sere, continueremo. Per ora, sistemati e divertiti.” Gli diede un leggero bacio sulla guancia barbuta, sorridendo e dirigendosi verso l’uscita. Dalmor sapeva che quel sorriso era falso, molto falso, e sentì un vuoto dentro di sé, come ogni volta che le aveva provocato dolore.

Trascorse il primo giorno a Zorqun a palazzo. Non uscì mai dalle mura, ma si affacciò da esse, gustandosi la vista della città; era quanto mai difficile restare soli lì, a differenza della Fortezza Nera dove erano facilissimo riuscirci. Era rimasto un paio di ore nei suoi appartamenti, finalmente lavandosi dopo giorni di viaggio, e riprendendosi un poco. Dalle sue finestre la vista era lunga, ed arrivava ben oltre la città e le strade. Si era poi diretto in un giro di ispezione del Palazzo, incappando in strane dame altezzose e in sgarbati signorotti di basso rango che, credendosi evidentemente padroni del mondo, avevano anche urlato malamente contro il principe per la sua mancanza di rispetto; Dalmor, dal canto suo, aveva sorriso mestamente ed era sgusciato via, pregustando la vergogna che avrebbero provato quando avessero saputo la verità.
In realtà, era rimasto a palazzo per un fine ben specifico: le ambasciate. La città di Zorqun, con i suoi tre milioni di fantasmi che non conosceva, con la fremente vita che non si interrompeva mai, era un’atmosfera da respirare a pieni polmoni, soprattutto al mattino, al sorgere del Sole. Ma, in quel momento, era interessato alla diplomazia internazionale più che a qualsiasi altra cosa: la capitale era isolata, e le notizie giungevano in eccessivo ritardo. A Zorqun, invece, si potevano avere facilmente e prontamente, e non avrebbe incontrato difficoltà in quanto figlio primogenito del re.
Le torri delle ambasciate erano un gruppo architettonico quasi a sé nel palazzo; sebbene gli sforzi degli ingegneri e degli architetti, era evidente che fossero state costruite molto più recentemente delle altre; l’evidenza però non era colpa degli esperti, bensì del tempo, il quale aveva lentamente ed inesorabilmente corrotto le pietre della struttura precedente, che appariva quindi più rovinata e più scura di quella nuova. Per quanto riguarda stili architettonici, equilibri di forma e di struttura, invece, non vi erano problemi alcuni. Erano in totale 4 torri a base circolare, che si alzavano a varie altezze; la base delle torri era talmente amplia che, in realtà, era divisa in tre settori, proseguendo la divisione lungo tutta l’altezza del cilindro. In totale vi erano quindi dodici strutture diverse in quattro torri totali, ed ogni struttura era riservata e destinata ad uno stato, che vi teneva gli uffici dell’ambasciata. Delle dodici strutture ne erano occupate solo undici; il Regno del Nord non aveva mai ricevuto invito ad avere ambasciate in Zorqun, anche perché queste furono costruite dopo che il Nord si fosse già isolato, chiudendosi agli altri stati del continente centrale. Le cinque città del corno erano ospitate in un’altra struttura del palazzo.
Dalmor si trovava nel piccolo parco al centro tra le quattro torri; era comodamente seduto all’ombra di un’enorme salice, appoggiato al suo tronco, che attingeva acqua dal ruscelletto che scorreva lungo tutta la cittadella attraversando poi la città. Fumava beato rilassandosi e gustandosi la freschezza dell’ombra e il microclima meraviglioso in cui si trovava Zorqun: le tre valli del tricorno alle spalle del Monte Luna erano preda dell’umidità e dell’afa, ma Zorqun aveva un dolce clima temperato, a volte anche molto freddo, in cui l’umidità mai penetrava. Era un bel posto per vivere, per chiunque amasse la compagnia, le folle, le feste.
Era perso nei suoi pensieri quando una figura indefinita si mosse davanti a lui; si ridestò come da un profondo sonno, ed alzò lo sguardo.
“Magari qualche piccolo barone di remote zone dell’esagono non ha idea di chi sia il principe dei Monti, ma qualcun altro sicuramente lo saprà.”
“Non che sia importante. Riderai con me vedendolo sprofondare nella vergogna?”
“Allo stesso modo in cui ridemmo di tuo padre otto anni fa?”
Dalmor scoppiò a ridere e a rotolare a terra; dopo un po’ si alzò ed abbracciò la figura vestita di raffinate vesti color cielo, che si stagliava affianco a lui.
“Turyn, non pensavo di trovarti qui, a casa mia!” Dalmor era felicissimo di aver ritrovato quell’amico: un ambasciatore facilmente dava informazioni ad un principe, ma sicuramente censurate. Un amico non lo avrebbe fatto.
“Sono arrivato a Zorqun da sette mesi, come assistente dell’ambasciatore. Volevo scriverti appena giunto, ma a colloquio tuo zio me lo ha sempre sconsigliato, dicendomi di attendere il tuo arrivo per una bella sorpresa.”
“Zio Ferm è sempre il solito idiota pagliaccio.” Scoppiarono a ridere entrambi e si avviarono passeggiando nel parco. “Se tu mi avessi scritto, avremmo passato assieme più momenti felici, e probabilmente non solo questa fugace fermata del mio viaggio.”
“Abbiamo saputo della vostra lettera.” Si avvicinò ed abbassò la voce fino a farla diventare un sussurro. “Non so se questo sia un posto sicuro per parlarne, ma ho notizie interessanti dal Nord…”
“Siamo a casa, nel pieno dei Monti. Ma la prudenza non è mai troppo, no? Quindi, stanotte sul tardi vieni ad osservare la Luna con me: mi trovi nell’ultimo piano del Palazzo, le guardie avranno il tuo nome.” Dalmor sorrise e diede una pacca sulla spalla al suo amico: era quasi alto quanto lui.
“Sempre risoluto. Ti ringrazio e ti saluto, tornando ai miei impegni. Ti saluto, adesso.” Turyn si avviò verso la torre più bassa, in via di un incarico sconosciuto.
“A dopo! È bello ascoltare la lingua aglaasiana da una voce straniera!” Dalmor urlò per farsi sentire e sorrise, dirigendosi verso una nuova ombra fresca. La giornata era cominciata abbastanza bene.

La sera venne preparata una grande festa nel grande salone dell’Alta Torre; la torre che avevano raggiunto la mattina presto era l’ultimo baluardo, il prolungamento verso l’alto, di una struttura enorme che partiva dalla cittadella. Il salone era sfoggio di sfarzo da far impallidire le altre capitali del mondo; il trono era in pietra lunare, decorato in argentino e platino e, infine, lavorato e impreziosito da numerose gemme preziose, che rilucevano come se avessero luce propria. Piatti e vassoi erano in oro, posate in argento e bicchieri e brocche in cristallo. Ferm, alla destra del fratello, seduto sulla sua sfarzosa poltrona, presenziò il banchetto, e Tildor assunse il ruolo di ospite d’onore, sebbene sedesse al trono che spettava solo a lui; non indossò la corona, perché i re dei Monti non la indossavano mai nei confini del Regno, escluso il giorno dell’incoronazione. Uldor si divertiva gironzolando e facendosi coccolare dalle dame che popolavano la stanza, mentre Dalmor si nascose tra un gruppo di giovani assistenti dell’ambasciata di Aglaas, seduto accanto al suo amico Turyn. Non gli piaceva essere al centro dell’attenzione, e preferiva una convivialità più intima, che trovò in quel gruppo di giovani intelligenti e prestanti. Nel frattempo, un giullare di corte arrivò suonando il flauto e saltellando allegramente, danzando tra i tavoli in inchini e smancerie.
“Signori miei, mio Re, mio Governatore! Ascoltate tutti questo modesto cantore, signori miei!” Si rivolse a tutta la sala, girando in piroette e altri saltelli. “Quest’oggi vi canterò di era passate, di leggende e di eroi, ma vi racconterò anche del mondo e di coloro che lo governano! Ascoltate tutti Dearon, il cantore del Sole, che qui per voi narrerà il glorioso e leggendario viaggio che portò una manciata di eroi al cospetto di tutti gli dei, dall’altra parte del mondo e fuori di esso!”
Il baccano restò immutato, ma più di qualcuno si fermò ed ascoltò la voce del giullare, armoniosa e accompagnata dal suono di una chitarra che Dalmor non aveva idea da dove potesse essere spuntata, visto che non la aveva quando era entrato in sala. Non si curò minimamente del canto: conosceva a memoria quella leggenda. Mentre attorno a loro le discussioni vertevano in maleducati commenti alle signore, sputi, risa e baccano causati dal vino, dove erano seduti loro la situazione era molto più calma, nessuno era ubriaco e tutti sedevano allungati con le gambe sul tavolo, fumando e parlando come se fossero ad un circolo di artisti. Dalmor, addirittura, si sedette completamente sulla tavola.
“Secondo me, l’invenzione del motore a scoppio rivoluzionerà il mondo.” Dalmor aveva appena appreso da quel giovanotto di sedici anni che, nel Regno di Evelfo, un abile ingegnere aveva messo a punto una macchina capace di trasformare energia termica in energia meccanica. “Pensate solo a cosa implicherà questa grandissima invenzione: si potranno compiere lavori faticosissimi senza sforzo!”
“Sono tremila anni che si compiono lavori faticosi senza sforzi grazie alle teorie della meccanica. Carrucole, traini, macchine a ruota… L’ingegneria aveva già risolto quei problemi.” A rispondere fu un uomo sulla trentina, che aveva evidentemente idee reazioniste. Nel Regno di Aglaas la fazione conservatrice era molto forte, anche se non prevalente.
“Gymgyr (nome orribile), non puoi non ammettere che se sviluppata questa invenzione porrà fine al mondo come lo conosciamo ora.” Turyn aveva assunto il ruolo di moderatore del confronto; Dalmor ascoltava attentamente ed educatamente.
“Ma pensate anche ai trasporti! Merci e persone potranno muoversi molto più velocemente ed economicamente! La vera rivoluzione non si sta facendo nei Ghiacci, si sta facendo ad Evelfo, ed è pacifica, scientifica, culturale!” Il ragazzo aveva soli sedici anni, ma prometteva davvero molto bene.
“Il re di Evelfo deve assolutamente mettere un bando a quest’invenzione. Deve essere sottoposta al controllo della corona, altrimenti la situazione potrebbe degenerare!” Gymgyr era diventato rosso, e forse era quasi consapevole di star perdendo il confronto.
“Siamo tutti d’accordo che debba certamente essere controllata come cosa” Dalmor aveva preso la parola per la prima volta. “ma non si può non riconoscere che la rivoluzione scientifica è prossima, e che presto ne vedremo delle belle. Basti solo pensare alla nuova matematica geometrica che sono state pubblicate pochi mesi fa!”
Tutti lo guardarono come se avesse detto che gli asini volano. “Di cosa stai parlando?” Turyn aveva il viso completamente disorientato.
“Davvero ancora non lo sapete? Nel mese di Agosto mi sono arrivate alla Fortezza Nera delle pubblicazioni di un grandissimo matematico di Bogfolgon, il suo nome era… Diavolo, ce l’ho sulla punta della lingua… Lokafelyai! Ecco, Lokafelyai, si chiama così. Comunque, ha negato la quinta verità di Pooru e ne ha ottenuto una nuova geometria, valida e coerente! Ed anche una nuova matematica!”
Attorno a lui vide solo facce sconvolte. Possibile che non lo sapessero?
“Davvero, mai sentito.”
“Io nemmeno.” Confermò Turyn.
“Può darsi che nel nostro paese non siano ancora giunte…”
“Probabilmente è così.” Disse Dalmor. “Comunque, la rivoluzione culturale è vicina, e tutto il mondo si sta preparando… Non dobbiamo essere travolti dallo scorrere del tempo!”
“Si, si, hai ragione tu, ma adesso spiega quella geometria.” Lo stesso uomo che fino a tre minuti prima difendeva con foga le sue idee, adesso voleva solo apprendere una nuova teoria. Dalmor cominciò, e attorno a loro crollarono tutti in preda all’alcool, mentre la voce di un matematico lontano riecheggiava attraverso il principe.

“La sala era in condizioni pietose.” Dalmor era nudo, davanti al parapetto del balcone, scrutando la Luna.
“Sono dieci giorni che è così ogni sera.” Turyn, dal canto suo, se ne stava seduto su una poltrona nel salotto, evitando di osservare il corpo nudo del giovane. “Qui non ci sono regole, è incredibile.”
“Anche questo è il bello: puoi trovare nella stessa sala chi muore per l’alcool e chi invece parla di cultura.” Svuotò la pipa dal balcone e andò a sedersi sul tappeto davanti a Turyn.
“Sai che non è più come una volta? Avevamo undici anni e non era imbarazzante che tu andassi in giro nudo.”
“Per me non è cambiato nulla.” Perse lo sguardo nel camino freddo e spento. “Cosa vuoi dirmi? Oppure dovrei dire cosa puoi dirmi?”
“Inappropriato come sempre.” Turyn sorrise leggermente. “Vuoi un monologo noioso e strappa palle oppure magari un discorso interattivo?” Si distese sulla poltrona, mettendosi comodo, con le gambe penzoloni.
“Strappiamoci le palle. A dopo le conclusioni.” Dalmor allungò le gambe, sciogliendo i muscoli.
“Nel Ghiaccio è il caos più totale.” Gli occhi azzurri del giovane straniero incontrarono i neri del principe. “Ogni giorno, ogni settimana, ci arrivano nuove informazioni, e sono sempre più confuse. Sappiamo per certo che, ormai, la nazione è divisa in due e la guerra civile dilaga in lungo e in largo, ma non ci sono ancora divisioni territoriali nette. Abbiamo chiuso la nostra ambasciata lo stesso giorno in cui è stato ucciso il maggior rappresentante progressista del parlamento. Ora ci arrivano solo voci o scarse notizie dai pochi mercanti che passano da quelle parti; il paese è sull’orlo del disastro.” Dalmor non guardava il giovane amico, ma aveva lo sguardo perso nel vuoto, ascoltando attentamente. “Inutile dire che a Bogfolgon stanno attendendo che le due parti si scannino a vicenda per poter riconquistare il paese. Cerchiamo in tutti i modi di evitarlo, ma ormai la nostra supremazia si è affievolita, e il nostro re è saggio, e mantiene il paese in equilibrio, evitando guerre di partito come sta succedendo lì.”
“Tutto qua?”
Turyn sorrise nuovamente. “La verità è che noi abbiamo ormai compreso che il potere centrale è controproducente; stiamo decentralizzando i poteri e l’amministrazione, la burocrazia è notevolmente stata alleggerita, il re mette solo la firma agli atti delle camere. La monarchia assoluta è caduta ormai, Dalmor: voi siete secoli indietro rispetto a quel che accade all’esterno.”
“Non intendo replicare alle critiche costruttive.” Dalmor si voltò con viso neutro verso Turyn. “Sai bene che le elezioni a Zorqun sono solo una messinscena pietosa, ma non intendiamo riformare il nostro sistema politico non perché teniamo troppo al potere, ma perché il popolo non lo vuole.”
“Ho sentito di chi invocava la Repubblica.”
“Gli abbiamo dato la possibilità di dimostrare che almeno il quindici percento della popolazione è dalla sua parte. Ha raccolto a malapena diecimila firme in tutto il paese.”
“Siete uniti come popolo e tradizioni, non c’è dubbio. Forse potrebbero interessarti informazioni sul Nord?”
Dalmor si mise sull’attenti ed osservò intensamente il suo interlocutore. Che davvero avesse notizie dal vicino nemico?
“Sapevo che avrei attirato la tua attenzione.” Stavolta nel suo sorriso c’era una vela maliziosa; Dalmor la colse al volo.
“Cosa vuoi in cambio?”
“Perspicace.”
Seguirono alcuni secondi di silenzio in cui i due si guardarono.
“Mi spiace ma non sono attratto dagli uomini. Stranamente ho sempre preferito le donne.”
“È perché nel vostro paese la tradizione vale moltissimo. Non sei forse per l’amore libero?” Turyn si distese un fianco, guardandolo con sguardo sognante.
“Certo che lo sono, ma libero non vuol dire indisciplinato. Se io non voglio, non voglio. Ognuno può avere i suoi gusti: so bene che voi ad Aglaas siete quasi tutti bisessuali. Ma io non lo sono, e mi spiace di questa situazione: se lo avessi saputo, non mi sarei svestito.” Si alzò e si diresse nell’angolo in cui erano volati i suoi abiti. “Non che ti stia dicendo con questo di esserci rimasto male; certo non mi sarei mai aspettato che un vecchio amico ci provasse con me, ma sappi che per me è tutto come prima, e spero che valga lo stesso per te.” Si risedette sul tappeto, guardando Turyn.
“Tutto al suo posto.” Rispose questi, alzando le mani e sorridendo tranquillamente. “Però sappi una cosa: qualsiasi uomo o donna ci proverebbe con te. Cerca di fare più attenzione, potresti aver sprecato un sacco di situazioni.”
“Ti ringrazio, ma se non ti spiace tornerei a parlare del Nord.” Turyn lo guardò con un guizzo. “Ed evita qualsiasi pagamento in natura, non ci tengo minimamente.” Scoppiarono a ridere entrambi.
“Va bene, va bene, mi arrendo.” Disse infine il giovane di Aglaas. “Tra i mercanti c’è un’aria molto elettrizzata. I più pensano che tra poco tempo il loro signore avrà sotto controllo tutto il continente interno, e non si fanno problemi ad annunciarlo ad alta voce nei porti stranieri.”
“Chissà se il loro signore sarà felice di ciò.”
“Una cosa è certa, dovete prepararvi alla guerra.”
“Ci stiamo muovendo, ma temo sia troppo tardi.” Ci fu una pausa di pesante silenzio, come il futuro in bilico sul baratro che sprofonda nel buio dell’incertezza. “Senti un po’, cosa sai dirmi di quel motore termico?”
Restarono a parlare per molto tempo ancora, tanto che la Luna tramontò ed essi crollarono nel salotto, prede del sonno.

Dalmor si svegliò a mattina inoltrata, e Turyn era già andato via. Il suo pensiero volò a cosa avevano pensato le guardie vedendolo scendere dopo la notte, ma si rese conto che non gli importava e la sua testa crollò di nuovo a terra.

Il re decise di passeggiare per le strade della Meraviglia quel pomeriggio. Dalmor, invece, scelse di mescolarsi tra la folla ed osservare il popolo che osservava il re in visita: sebbene la somiglianza tra i due era palese, se si fosse coperto col mantello nessuno si sarebbe accorto che era il principe; così fece.
Se la Meraviglia, da lontano, era una meraviglia, era meravigliosamente bella vivendola di prima persona: perfino i quartieri più poveri erano ricchissimi rispetto ai ghetti delle altre capitali. Erano capitati a Zorqun nel periodo più bello dell’anno: le festività ancora continuavano, e a tutte le ore si beveva, si ballava, si cantava; a Dalmor dispiaceva leggermente il non poter assistere a qualche discorso per la campagna elettorale, ma non se ne fece un problema: il popolo era felice, e quando vedeva passare il re lo diventava ancora di più. Commenti entusiasti arrivavano da ogni angolo, accompagnati da severe critiche e anche da dispregiativi incitamenti all’odio; Dalmor cercò di ricordare il più possibile, ma non era fattibile, e ben presto dimenticò quasi tutto quel che aveva sentito. Sarebbe stato prudente che suo padre non visitasse la città senza scorta, o almeno senza protezioni.
Ovunque vi erano sentieri alberati, boschetti e numerosi ruscelli tagliavano la città, scavalcati da ponticelli esili ed eleganti. Nonostante fossero più di dieci giorni che si festeggiava ininterrottamente, la città era in uno stato esemplare: il merito andava sia all’efficiente lavoro della guardia cittadina che alla visita di Tildor, la quale aveva di certo allarmato i più. Sebbene questo, non furono prese precauzioni: la vendita di alcool non era stata limitata, non erano entrati in vigore decreti speciali per particolari giorni o condizioni e la vita proseguiva come ogni anno in quel periodo. Nel periodo di feste del nuovo anno, nelle casse cittadine entravano montagne di oro.

La giornata era stata leggera quanto la precedente. Quella pausa nel bel mezzo del viaggio giovava sicuramente a tutti loro, e Dalmor aveva incrociato qualche suo compagno che usciva felice e contento da un bordello. Quella sera non vi furono banchetti, ma si trovarono negli appartamenti di Tildor per discutere; Dalmor dovette solo uscire dai suoi, percorrere due metri ed arrivare a destinazione.
Con sua sorpresa, non c’erano le guardie che li avevano accompagnati; gli unici presenti nella stanza, oltre Tildor e Uldor, erano Ferm e Feralia. Dalmor si chiese dove fosse finita sua zia Ehana.
“Sei sempre l’ultimo; pensavo che con gli anni migliorassi, e invece…” Ferm alzò il bicchiere colmo di vino al nuovo arrivato, sorridendo.
“Peggiorassi, vorrai dire…” Tildor, invece, lo guardava come al solito.
“Per me è sempre bellissimo.” Feralia si alzò e gli diede un rapido bacio sulle labbra, lasciandogli un sentore di dolce profumo di rose. Ferm e Tildor si guardarono, anche se non fu possibile leggere i loro pensieri dai loro sguardi.
“Zio caro, un marito per la mia bellissima cugina non si riesce a trovare?” Dalmor strinse a sé i fianchi di Feralia, dirigendosi e sedendosi su un comodo e largo divano.
“Non è che non si trovano; anzi, c’è la fila per sposarla, anche se non è vergine ed è risaputo.” Fece una pausa squadrando sua figlia, mentre gli altri non commentarono. “Però è lei che non vuole nessuno, nessuno escluso te.” Ora il suo sguardo era puntato sul giovane.
Dalmor pensò brevemente che tutta la sua famiglia aveva capelli neri ed occhi neri, e pelle bianchissima. Poi si ricordò di dover rispondere. “Però a mia discolpa devo dire che ci ho provato a farle cambiare idea, anche ieri ci ho provato. È che è dura quanto la pietra, non ci possiamo fare nulla.” Diede un delicato colpetto alla fronte della cugina, scaturendo qualche riso tra i presenti.
“Ne dobbiamo parlarne proprio tutti assieme? Tutti contro di me?” Feralia stava diventando rossa, e Dalmor iniziò a preoccuparsi. Non era mai un bene se accadeva. “Dobbiamo ricordare a tutti quanti che anche lo stesso Dalmor è inciampato per la strada cadendo per caso nella mia vagina?” Dalmor scostò lo sguardo e si sentì avvampare leggermente. Non approvava che lo ripetesse davanti ai loro genitori, ma di una cosa era sicuro: non era inciampato e non ci era caduto per sbaglio.
“Non è piacevole questo argomento.” Dalmor parlò con voce soffocata, guardando altrove.
“No, certamente no.” Tildor era imbarazzato quanto lui.
“Forse ti farà cambiare idea sapere che Dalmor si sposerà tra qualche settimana.” Ferm voleva portare a termine il discorso con sua figlia, invece.
Feralia si azzittì completamente. Il suo colorito passò dal rosso al bianco cadaverico, e Dalmor temette potesse svenire; si aggrappò al suo braccio, stringendolo con forza, e percepì che stava tremando. Si girò poi a guardarlo, e lui si sentì in colpa, in colpa per non averglielo detto.
“Non mi avevi detto che sarebbe accaduto così presto!”
“A fine mese, se tutto procede come deve.”
“A fine mese!” Feralia scattò in piedi, guardandolo. Adesso era preda dell’ira; era stato anche quello a farlo inciampare, tempo addietro: i suoi repentini sbalzi di umore lo intrigavano molto. “Perché diavolo non me lo hai detto?!” Dalmor ricevette un sonoro schiaffone sulla guancia, mentre attorno a lui gli altri ridevano. In fondo, la situazione era abbastanza comica, anche se di comico non ci era nulla, poiché era più simile ad una tragedia.
“Perdonami.” Dalmor assunse un’aria colpevole e vedette la volontà di sua cugina cedere; si vergognò un poco di aver usato quel subdolo stratagemma, ma alla fine lei si sedette al suo affianco appoggiandosi al suo braccio.
“Forse possiamo finalmente cominciare il discorso che dobbiamo fare?” Uldor si era spostato dai margini della scena, sedendosi al centro del salottino formato dalle poltrone e dai divani.
“Certo; stavo illustrando a tuo padre le varie precauzioni che avevamo pensato di adottare per il vostro viaggio.” Ferm aveva già ripreso a fumare: un Della Luna non restava mai troppo tempo su un discorso concluso.
“Del tipo?”
“Beh, resterete qui ancora un poco. Scegliete voi quando partire, la città è completamente a vostra disposizione.” Tirò una lunga boccata di fumo, risoffiandola pian piano fuori, in grandi anelli. “La strada parte da Zorqun e procede diritta o quasi al ponte, quindi non potrete perdervi. Il gran problema è che dovrete vedervela per la notte: ci sono solo due città che si affacciano sulla strada, e partendo da qui le avrete entrambi alle spalle.”
“Troveremo qualche villaggio, qualche locanda strada facendo, no?” Dalmor allargò le braccia: in qualche modo, se la sarebbero cavata.
“Più di questo non posso fare per voi: inviare messaggeri lungo la strada, fino al ponte, avvertendo e segnando tutte le locande. Sarebbe un gran dispiacere se vi riempiste di pulci.” Ferm era evidentemente più attaccato all’apparenza di suo fratello. “Forse Feralia potrà aiutarvi tutti, procurandovi delle coperte leggere ma calde.”
Scoppiarono tutti a ridere; Feralia non aveva mai tessuto neanche un fazzoletto, e non era minimamente capace di farlo.
“Siete una banda di stronzi” Rispose quella di punto. “certo che posso aiutarvi a procurarvele, questo palazzo pullula di ancelle e signore che tessono, perché dovrebbe essere difficile? Eppoi, Tildor è il re, quindi dopodomani le avrete già pronte.”
“Ti ringraziamo molto, Feralia.” Tildor fece un cenno con la testa alla nipote, alzando il calice di vino.
“Tornando a noi, ci farebbe comodo quella spedizione in avanscoperta, zio. Da quando non si aggiornano le mappe della strada?” Si voltò verso suo padre.
“Da quattro anni, ormai. L’anno prossimo dovrebbe partire il nuovo ciclo di mappatura, però, per questa strada, potremmo fare un’eccezione e anticiparla.”
Dalmor ebbe un inquieto presagio. “Papà… Penso che dovresti ordinare la mappatura totale. Siamo alle porte di una guerra.”
Giustamente, tutti ne furono colpiti; capendo che il discorso aveva virato violentemente verso argomenti a lei estranei, Feralia si alzò, pronta a lasciarli.
“Direi che per me è giunta l’ora di lasciarvi a questioni più grandi di me.” Tutti si alzarono rispettosamente. “Vi auguro buon proseguimento e un buon riposo.” Si voltò poi verso Dalmor, al suo fianco, l’abbracciò e gli parlò sottovoce. “Ti aspetto da te?”
“Non stasera.”
“Va bene.”
Feralia abbracciò poi il padre, lo zio e fece un po’ di feste a Uldor, uscendo infine dall’appartamento, ancheggiando seducente.
“Farebbe cadere chiunque, sta tranquillo.” Tildor rivolse un sorriso affettuoso al figlio.
“È certamente strano .” Ferm si risedette e continuò a fumare; fumava per ore intere, senza mai smettere, e certamente non poteva giovare alla sua salute, anche se sembrava ancora un giovanotto, magari leggermente allargato. “Anche nella nazione dell’amore libero rifiutano l’incesto.” Si riferiva alla Repubblica del Sole e del Mare. “Da noi, invece, non c’è limite a nulla. Possiamo davvero essere così indifferenti?” Si voltò verso suo fratello.
“È nella nostra natura.” Rispose questi, allargando sconsolato le braccia.
“Ti prego solo, Dalmor” Ferm lo fissò negli occhi. “Sta’ attento. Se rimanesse incinta…” Chiuse gli occhi al pensiero.
“Non accadrà. Non c’è alcun problema, non accadrà.” Dalmor era fermo e sicuro su quel punto.
Entrambi si rilassarono, allo stesso modo sullo stesso divano, affiancati; Dalmor li guardò leggermente stranito: sapeva che erano legati e molto simili, ma forse superavano il limite del “molto simili” infrangendo il campo del “quasi uguali”. I due si guardarono e scoppiarono a ridere, dandosi pacche sulle spalle come giovanotti; Dalmor si sentiva leggermente fuori luogo.
“Si, se magari potessimo tornare all’argomento…” Ci provò, e gli altri tornarono concentrati. “Grazie.”
“L’idea di questo idiota non è malaccio.” Uldor si spostò sul divano accanto a Dalmor, appoggiando la testa sulle gambe del suo idiota preferito.
“Non è un poco esagerato?” Ferm guardò suo fratello.
“Beh, sicuramente le mappe che abbiamo ora sono più che affidabili, soprattutto per le zone interne al paese. Per le strade sui confini potrebbero esserci novità che potrebbe far comodo sapere.”
“Mappatura parziale?” Dalmor la propose.
Tildor fece un cenno con la testa, assentendo. Ferm si alzò immediatamente.
“Preparo subito una bozza di decreto. A nome del re.” Si avviò verso una scrivania su cui erano presenti articoli di cancelleria.
“Ferm, tranquillo, non serve proprio ora.” Tildor alzò la mano, invitando alla calma il fratellino. “È sempre stato così: io parlavo, parlavo, anche di sogni e cose impossibili, e lui subito iniziava a darsi da fare per aiutarmi.” Disse poi a bassa voce al figlio, sorridendo nostalgico.
“Non credo sia così.” Ferm tornò a sedersi al suo fianco e posò carta, penna e calamaio sul tavolino. “Se non fosse per persone come me che ti spronarono a fare cose, non saresti re oggi.” Iniziò subito a scrivere.
“Quindi da giovane era come me? Nullafacente sfaticato?” A Dalmor brillarono gli occhi.
“Non ero com…”
“Assolutamente si. Anche peggio, forse; se si potesse essere peggio, ovviamente.” Si guardarono tutti e tre e scoppiarono a ridere.
Ferm iniziò a leggere quello che aveva gettato. “Per ordine diretto del Re dei Monti Tildor III Della Luna, visti gli articoli eccetera eccetera, considerato lo stato d’emergenza eccetera eccetera, si ordina una mappatura parziale delle strade… e poi mettiamo l’elenco delle strade in questione. Che ve ne pare?” Alzò lo sguardo dal foglio verso gli altri.
Dalmor era sbalordito. “No tu…” disse a suo padre.
“Taci una buona volta. Ferm, aggiungici ‘Sotto consiglio e direttiva del governatore di Zorqun…’ e tutti i tuoi vari titoli.”
“Con piacere.” Era felice di poter partecipare anche lui, anche solo con il nome. Si vedeva da lontano che era molto legato a suo fratello.
Terminarono di parlarono della mappatura, tornando poi all’argomento.
“Turyn mi ha passato buone informazioni.” Disse poi Dalmor, preparando la sua pipa.
“Chi è?” Tildor era evidentemente spaesato.
“Un buon ragazzo di Aglaas; adesso lavora all’ambasciata come assistente, ma non mi sorprenderebbe che tra qualche anno diventi ambasciatore presso la nostra città.”
“Papà, lo hai conosciuto anche tu, quando andammo ad Aglaas. Quel ragazzo esile e veloce, te lo ricordi?”
“Aah, lui! si ora ricordo.” Fece una pausa, tenendo la faccia pensante. “E, dimmi, te lo sei portato a letto per farti dare queste buone informazioni?” Ferm e Tildor scoppiarono a ridere; evidentemente sapevano che quella mattina l’uomo in questione era uscito dagli appartamenti di Dalmor.
“Lo ammetto: ci ha provato con me mentre ero nudo. Però non ho ceduto, non ho quei gusti, mi spiace.”
“Che vuol dire ‘Ci ha provato con me mentre ero nudo’? Che te lo ha toccato e magari te lo ha anche succhiato?” Ferm scoppiò ancora di più a ridere, seguito a ruota dal fratello. Dalmor diventò rosso.
“E va bene, me le tengo per me quelle informazioni…” Dalmor si voltò e guardò altrove; la Luna discendeva nel cielo limpido, ma a Sud della città si ammassavano nubi cariche di pioggia.
“Come sei suscettibile! Noi della famiglia non lo siamo, da dove sei uscito fuori tu?” Ferm si risistemò sul divano, dopo essersi completamente lasciato andare alle risate.
“Di solito non lo è, ma ogni volta che parliamo di possibili rapporti omosessuali lui si chiude a riccio…” Tildor sorrise malizioso.
“Sai che quello che hai appena detto è davvero, davvero, davvero molto ambiguo, vero?” Ferm lo guardava seriamente.
Tildor ci pensò su, facendo mente locale sulle parole appena dette; poi, accorgendosi del punto ambiguo, scoppiò a ridere assieme al fratello, e si rotolarono a terra.
“Va bene, io vado a dormire allora.” Dalmor si alzò, muovendosi per andar via.
“No, fermo, non andare.” Ferm a fatica parlò, interrotto dalle risate e da corti respiri, alzandosi lentamente. “Riprendiamo, va bene?” Guardò il fratello. “Pausa?”
“Accolta.” Sentenziò Tildor, calmandosi e ricomponendosi.
L’attenzione era tutta su Dalmor: si aspettavano grandi notizie. In verità, il principe aveva solo la conferma alle loro inquietudini, cioè che sì, il Nord stava per muovere guerra a loro, all’esagono, al continente. In pochi minuti riferì le parole di Turyn ed espresse le sue conclusioni.
“Quindi” Tildor inspirò profondamente dal naso. “dopo molto tempo siamo incastrati in una vera guerra.”
“Potremmo averci perso la mano, dopo tutti questi decenni.” Ferm era pensieroso.
“Sarà una prova per tutti noi: Monti, esagono, tutto il mondo dovrà mettersi all’erta. Perché è vero che le questioni interne ormai interessano ben poco ai magnifici isolati esterni, ma qualora tutto l’esagono cadesse nelle mani di un solo nemico… Tutto il mondo dovrà allora temere il peggio.”
Ferm guardò suo fratello con stupore; il discorso sembrava disfattista.
“Zio, non possiamo non ragionare in ottica negativa.” Dalmor chiarì i vari dubbi. “E per quanto negativa possa essere, si avvicina molto più alla realtà di una prospettiva di una rosea vittoria: non potremo mai vincere.”
“Ma resistere, questo potremo farlo.” Ferm non era di animo arrendevole. “Cadrà l’esagono, ma non noi, non i Monti, non Zorqun; Torre Oscura resterà celata, la Meraviglia verrà chiusa, non conquisteranno questo regno.”
“Lo speriamo tutti. È forse l’unica cosa in cui possiamo sperare, ad oggi.” Tildor guardava nel vuoto indefinito.
“Siete strani voi uomini, temete e parlate più di cose che non esistono che di come evitare le cose che non esistono.” Il pensiero di Uldor fu una lancia di sole in una giornata nuvolosa. “Almeno, potreste iniziare a preparare qualcosa di concreto, di preventivo, no?”
Lì guardò tutti, e tutti lo guardarono. Si ricomposero come dopo una lunga fatica.
“Proporrei la mobilitazione generale.” Ferm e Dalmor guardarono il Re.

Quella notte stessa furono inviati i messaggeri lungo la strada che portava al ponte. Fuori dalla città e dalla stretta valle in cui si trovava infuriava la tempesta, ma non giunse una goccia su Zorqun, e l’aria venne solo leggermente rinfrescata. La città non dormiva di notte, ovunque vi era gente nelle strade, nelle piazze, ovunque si cantava e si ballava. Dai balconi della sua finestra, Dalmor vedeva indistintamente tante piccole luci rosse in mezzo al grigio della città e al bianco della pietra lunare, e passò la notte sveglio, guardando la Luna, fumando ed immerso nei suoi pensieri.

La vita nella cittadella di Zorqun era una ventata d’aria fresca per il giovane. Trascorse quel breve periodo gustandosi il perfetto microclima sempre sereno e fresco della città, ebbe l’opportunità di parlare e discorrere con molti personaggi che avevano una certa rilevanza a corte; alcuni erano molto strani, come i grandi professori della Scuola Magistrale, i quali sembravano sempre avere la testa tra le nuvole; altri erano amichevoli, soprattutto gli assistenti delle ambasciate, i giovani della guardia o la servitù che popolava la fortezza. Però le conversazioni più interessanti le ebbe con gli ambasciatori stranieri, da cui potette apprendere che, in verità, a ben pochi, anche nell’esagono, interessava della guerra, guerra che loro non vedevano, che consideravano una chimera, che era solo futile e controproducente allarmismo. Ogni volta capiva sempre di più che l’illusione è meglio di qualsiasi realismo per l’animo umano, nonostante le conseguenze fossero poi catastrofiche.
La spedizione lungo la strada rientrò quattro giorni dopo; era il giorno 11 di Ilraset, e l’atmosfera festiva in cui la città li aveva accolti si stava affievolendo, e pian piano la vita stava tornando alla normalità. Dalmor, il Re e il Governatore di Zorqun andarono alle porte della città ad attendere il ritorno della compagnia; approfittarono dell’occasione per discutere di una questione spinosa. Si trovavano appena fuori dalla Porta del Regno, sull’immenso spiazzale lastricato da cui si dipartivano le strade che uscivano dai Monti.
“Dov’è che si trova?” Chiese Dalmor, guardandosi attorno.
“Mai pensavo potesse verificarsi la benché minima possibilità di solo pensare di utilizzare quest’infernale macchina.” Tildor era stranamente tetro; guardava verso il troncone est dei monti che chiudevano la valle.
“Non crucciarti per la sorte di aver regnato nel più oscuro dei periodi del nostro regno, fratello. La gloria arriva anche in tarda età.” Ferm era, tuttavia, non abile a consolare le persone. Si avviò verso il punto che osservava il re, e tutti lo seguirono.
“Meglio cento anni di vergogna ma prosperità che un giorno di gloria e caduta.” Dalmor guardò suo padre pronunciare queste parole, senza molta sorpresa: non era la prima volta che le sentiva.
Lungo tutto il perimetro esterno delle mura il terreno era lastricato e ben mantenuto, per circa quattro metri oltre la barriera difensiva; costeggiarono le alte mura fino a giungere in prossimità delle pendici dei monti, e si infilarono in un anfratto nascosto alla vista, uno dei tanti passaggi segreti che circondavano la città permettendo una veloce fuga, o una sorprendente sortita agli attaccanti. Il tunnel sprofondava giù nel terreno per circa dieci metri, e poi si diramava in varie direzioni; quella presero li fece risalire nell’animo della montagna. Giunsero in quella che poteva essere un’enorme piazza scavata all’interno del monte: si estendeva a perdita d’occhio in tutte le direzioni, ed enormi pilastri la sorreggevano: erano scolpiti nel cuore della pietra, come se, costruendo quell’anfratto nascosto avessero scavato solo lo spazio attorno ai pilastri, cosa che effettivamente fu. Tutto il locale era cosparso di macchinari, enormi ruote, carrucole, corde spesse quasi quanto una persona adulta.
“Dall’altra parte c’è un locale simile.” Disse Ferm, guardandosi attorno. Non erano soli: ingegneri, uomini e apprendisti erano riuniti in gruppi, interessati ai loro affari, senza degnarli di attenzione.
“Non lo faremo veramente. Vero?” Dalmor guardò suo padre.
“Probabilmente sì.” Dalmor impallidì, ammutolendosi.
“Basta tirare un paio di levi e…” Ferm non concluse, come se temesse le sue parole.
“La città sarà al sicuro.” Continuò Tildor.
“Mettiamola così.” Ferm guardò il fratello, quasi ringraziandolo.
Il meccanismo davanti a cui si trovavano era stato costruito oltre sette secoli addietro, durante la prima guerra tra i Monti e i Fiumi. Era una soluzione difensiva delle più drastiche: consisteva nel far crollare i fianchi dei monti davanti all’imbocco della valle, precludendone l’accesso, creando una naturale barriera di massi e macigni. Più che i fianchi, quasi metà degli speroni che si allungavano oltre le mura sarebbero crollati, e non vi erano certezze assolute che una parte dei macigni potesse cadere sulle mura o all’interno delle stesse; inoltre, per poter riaprire la strada alla città ci sarebbero voluti, poi, anni di lavoro. Ma Zorqun sarebbe stata celata al mondo, e la via d’accesso ai Monti chiusa. La prospettiva di un tale evento era quanto mai allarmante, soprattutto per quanto concerneva i commerci: sarebbe stato difficile sfamare il popolo solo con le scarse risorse delle valli interne; le riserve non sarebbero durate a lungo. Chiudersi al mondo esterno comportava la salvezza dalle invasioni, ma avrebbe decimato la popolazione nel giro di pochi anni, indebolendo, se non addirittura ponendo fine allo stesso Regno dei Monti. Eppure, in quel grave momento di crisi, quella prospettiva veniva presa seriamente in considerazione, auspicando, poi, una veloce fine della guerra.
I tre uomini avevano volti tetri; parlarono con alcuni ingegneri, i quali assicurarono loro che, sebbene fosse un meccanismo antichissimo, la continue manutenzioni lo rendevano ‘quasi totalmente affidabile’, per utilizzare l’espressione che fu riferita, e che ‘c’erano scarse possibilità che dei macigni cadessero nella città’. I loro visi si fecero, nonostante questo, tetri, come se avessero sperato che non era possibile scegliere quella soluzione alla guerra.
Quando tornarono davanti la porta di certo non potevano dirsi allegri. Dalmor e Tildor pensavano soprattutto, in quel momento, all’imminente partenza, fissata per due giorni a seguire. Attesero, nelle torri a difesa del portone, due ore che tornassero i messaggeri. Erano tutti stanchissimi, probabilmente avevano dormito molto poco, e molto impolverati. Riferirono di aver incontrato all’incirca venti locande lungo la strada, che non fossero troppo distanti da essa, e di queste ne avevano stilato un elenco ed una lista delle migliori, consigliando vivamente di non scegliere le ultime della lista; erano state anche segnate sulla mappa. Poterono quindi preparare un programma di viaggio, cosa che li tenne occupati per molto tempo, tanto che pranzarono all’interno della torre sinistra, senza tornare a palazzo. Ferm ringraziò i messaggeri, congedandoli con un premio in denaro non modesto, e si preoccupò di far recuperare la compagnia che aveva portato il re a Zorqun. Nessuno aveva idea di dove fossero finiti tutti, anche perché, stranamente, nessuno se ne interessava. Erano quasi un semplice cavillo formale, come se i regnanti non ne avessero bisogno: di certo era così all’interno delle montagne, ma non all’esterno, dove avrebbero fatto comodo, almeno in parte per scoraggiare briganti o malavitosi della mattina. Quindi, serviva ritrovarli, e furono incaricati alcuni servitori.
Tornarono nella cittadella a pomeriggio inoltrato e Dalmor corse a farsi un bagno. Nella sua stanza trovò, su un tavolino, un bigliettino e una chiava; vi era scritto: “Stasera.” Dalmor sorrise, poi si fece pensieroso; si infilò nella vasca gelata e si rilassò.

A sera inoltrata si diresse verso l’ala del Palazzo in cui viveva la famiglia dello zio; la Luna era salita già oltre le cime dei monti circondanti, l’aria era fresca, e per il palazzo non vi era troppa gente. Raggiunse una piccola porta di legno chiaro, spinse la maniglia; era chiusa, quindi aprì con la chiave che aveva trovato assieme al biglietto. Lei lo aspettava sul divano davanti al camino, acceso. Una bottiglia di vino, due bicchieri ed una piccola ciotola erano appoggiati sul tavolino davanti al divano. L’aria era calda, troppo per lui; entrò, chiuse la porta a chiave a la appoggiò su un tavolo, lontano dal divano; lei era di spalle.
“Non fa troppo caldo, qui?” Dalmor si diresse verso le finestre.
“Non aprire, ti prego.” Si voltò a guardarla, e si accorse solo allora che era nuda.
Si bloccò a metà strada; diresse lo sguardo più volte dalle finestre a lei, con un’espressione ebete.
“Dai, fa caldissimo!” Supplicò lui.
“E allora spogliati. Oppure vattene.” Gli lanciò uno sguardo penetrante. Il principe abbassò la testa, arrendendosi. Si guardò attorno nel salotto, gustando il calore delle pareti in pietra, la fragranza delle candele.
“Spegniamo il fuoco?” Propose poi.
“Sei cocciuto, eh.”
“Perché tu invece no.” Replicò. Si slacciò la cintola a cui era legato il pugnale, e la appoggiò affianco alla chiave. Poi si tolse la larga maglia e gli stivali, restando solo con i larghi pantaloni.
“Ricordami ancora una volta perché sono qui.” Disse, mentre si sfilava i vestiti.
“Perché mi ami, altrimenti perché dovresti essere qui?”
“Non ti amo, almeno non in quel senso.”
“Ma ami qualcos’altro.” Si girò sul divano, mettendosi in ginocchio, i seni che spuntavano oltre il bordo dello schienale. Lui li guardò ipnotizzato. “Ci avrei scommesso.” Disse poi lei, sorridendo.
Dalmor sospirò. “È sbagliato, Fery.”
“Quanto cazzo sei ripetitivo. Come faccio ad amarti se sei così noioso?” Lui la folgorò con lo sguardo.
“Ho bisogno di vino.” Si diresse sul divano e si sedette affianco a lei; riempì i due bicchieri, brindarono, e vuotò il suo. Poi riempì il calice, e ne bevve un’altra metà. Sprofondò il viso nelle mani, mentre lei gli accarezzava i capelli.
“Ci facciamo un bagno?” Guardò i suoi occhi neri e dolci.
“Magari dopo.” Posò il calice sul tavolino e prese la ciotolina. “Ho una sorpresa per te.”
Il principe assunse un’aria scettica, dando un’occhiata al contenuto della ciotola di terracotta. “Pensi di comprarmi con la droga?”
Lei scoppiò a ridere, e non riuscì a fermarsi. “Pensi davvero che avrei bisogno di questo per averti?” Rispose.
“No, effettivamente no. Mi sono sempre chiesto come mai tu…” Non finì la frase. Lei lo guardava con attenzione, mentre lui la squadrava dalla testa, i profondi occhi scuri, la pelle chiara, i seni perfetti, i fianchi delicati, le gambe lunghe, lo scuro triangolo sotto l’ombelico. “Se solo lo avessi voluto, avresti potuto prendermi e portarmi in un posto lontano, sperduto, senza neanche troppa fatica.”
“La verità è che io non ce l’ho il coraggio di prenderti e obbligarti a venire con me.” Rispose lei, lentamente. “Per me sei qualcosa di così importante che ho paura di farti male solo guardandoti, come faccio a costringerti a fare qualcosa?”
“Non avresti dovuto costringermi.”
“Ah no? Abbandonare tuo padre, il regno, il tuo futuro da re… Come pensi che io sarei poi sentita?”
Lui non rispose. Abbassò lo sguardo, poi vuotò l’altra metà del calice di vino che rimaneva. Lei si alzò rapida, e si diresse verso una credenza poco lontano. Lui si sforzò, ma non riuscì a non guardarle le natiche, soprattutto quando poi si piegò per prendere qualcosa il basso. Deglutì, iniziando a sudare. Il vino cominciò a riscaldarlo più di quanto non fosse già.
Tornò con in mano una piccola, lunga e sottile pipa; prese un po’ delle foglie verdi e secche che erano nella ciotola e la riempì.
“Dove te la sei procurata?”
“Oh andiamo, non essere stupido.” Il mercato nero era pieno zeppo di droga, ed anche il mercato legalizzato. Il commercio della droga era legale in quasi tutto il mondo. “Come se non sapessi che anche tu fumi questa felicità ogni tanto.” Lui arrossì. “Anche papà fuma, anche se preferisce il vino. Non fare storie.” Prese un bastoncino di legno e si allungò per infilarlo nel fuoco; l’estremità prese fuoco, e lei accese la pipa, tirando qualche lunga boccata, e sorridendo. Poi la passò al principe, che iniziò a fumare. Soffiò fuori il fumo, si appoggiò sul divano per rilassarsi e lei gli saltò addosso, gli infilò la lingua nella bocca e infilò una mano nei suoi pantaloni.

“Sai cosa ho visto stamattina mentre uscivamo dalla città?”
“Riesci anche a ricordare, che coraggio.” Lei scoppiò a ridere, appoggiandosi sulla sua spalla. Erano infilati in una grande vasca scavata nel pavimento, l’acqua gelata.
Lui aprì la bocca per rispondere, ma non riuscì a mettere in fila le parole, poi rise anche lui. Avevano gli occhi rossi, la mente annebbiata e non riuscivano a ragionare lucidamente. Lei vide la sua esitazione e riprese a ridere. Era notte inoltrata, erano nella vasca da tempo indefinito, e continuavano a fumare. Avevano fatto l’amore sul divano, a terra, e poi si erano spostati nella vasca, dove avevano replicato ancora.
“Ah, ecco, mi sono ricordato.” Disse poi. “C’era un tizio, in mezzo una piazza, che… Mi pare stesse leggendo e commentando l’opera di Tande.”
“Ce ne sono molti che lo fanno.” Si perse un secondo nei suoi pensieri. “A che punto era?” Chiese lentamente.
“Fatti non foste…”
“A viver come bruti.” Completò lei. Si guardarono sorridendo: avevano studiato assieme tutta l’opera, da bambini. Lei lo baciò delicatamente.
“Sai… Non sono sicuro di essermi controllato.” Il suo sguardo si fece pensieroso per un attimo, poi si perse nuovamente nel vuoto.
Lei rise ancora, stringendosi sempre di più a lui. “Non ti sei regolato per nulla.” Disse poi, sorridendo e baciandolo.
“Siamo nella merda.” Tirò una nuova boccata di fumo, poi delicatamente infilò il bocchino della pipa nelle sue labbra morbide, facendo fumare anche lei.
“Tranquillo, prendo da tempo la Morte Bianca.” Lui la guardò preoccupato. “L’unica controindicazione riscontrata è l’eccessivo ingrassamento, e pare che io ne sia immune.”
“Dovresti trovarti un marito.”
“Ma ci sei già tu.” Si appoggiò la testa sulla sua spalla, baciandogli il collo; un brivido corse sulla schiena del principe.
“È l’ultima volta che possiamo vederci così, Feralia.”
“Approfittiamone.” E ripresero da dove si erano interrotti.

La mattina si svegliò sul letto di Feralia; era nudo, il corpo completamente abbandonato sul letto, le lenzuola sfatte. Il Sole era alto, la finestra aperta, l’aria fresca. Aveva la vista annebbiata e non riusciva a connettere molto bene. Restò a fissare il soffitto per più di qualche minuto, incosciente del mondo attorno a sé; Feralia era sdraiata affianco a lui, i capelli lunghi che coprivano il petto del principe, ma lui non se ne accorse, almeno per il momento. Dovette fare un movimento brusco, perché Feralia si svegliò d’improvviso, alzando la testa.
“Che… Ora è?” Chiese, incerta e sbadigliando. Dalmor rispose con un mugugno soffocato. Si alzò a sedere sul letto e lo guardò.
“Avrei desiderato tanto che non fosse giunto questo momento.” Disse lei, sconsolata, cercando di sistemarsi i capelli. Dalmor riuscì ad alzare a malapena la testa, per poi farla ricadere sul letto e rotolare fino a cadere da esso.
“Dove vorresti andare?”
“In vasca.” Disse a fatica, strisciando sul pavimento e trascinandosi il lenzuolo bianco.
Lei si alzò e, a fatica, riuscì a gettarlo nella vasca, seguendolo. Come solito, non appena sprofondò nell’acqua gelata Damor si svegliò.
“Ho ricordi abbastanza confusi riguardo stanotte.” Disse, sciacquandosi più volte il viso.
Feralia non rispose, ma si rannicchiò ad un angolo della vasca, senza guardarlo. Lui capì la situazione e uscì dalla vasca, a testa china. Si diresse verso il salotto, recuperò i suoi vestiti e si specchiò. Lasciò lentamente l’appartamento, sentendo, attutiti dalla distanza, i singhiozzi di sua cugina che piangeva. Con una stretta al cuore aprì la porta ed uscì.

Era talmente tardi che tra poco sarebbe stato servito il pranzo. L’alcol e la droga corrompevano ancora il suo cervello, ed un senso di stanchezza e stordimento lo accompagnò fino ai suoi appartamenti. Si sedette ad una scrivania ed iniziò a scrivere.

 

All’Amor perduto nebbia a terra
l’animo strozza e’l cuore serra
che il sole freddo muore il mondo
non più solleva lo spirito, e affondo.

Non la vita respiro in Primavera
ma la Morte e l’arida steppa
attorno al corpo traditrice e Mera
Ciliegio in fiore, di vuoto l’aria zeppa.

Manco la luce, gli occhi bui, e vitrei,
corre; Marzo alle spalle pugnala
quando la Natura nasce su aurei

rami; il sospiro finale è caduto,
e alla fine ricordar senza lacrime
la nebbia a terra e l’Amor perduto.

 

In capo a venti minuti finì il sonetto; lo rilesse due volte, lo firmò, lo datò e lo lasciò a vista sulla scrivania. Lo fissò per tutto lo spazio che percorse per uscire, poi con un sospiro scese giù.

Era l’ultimo giorno che avrebbero passato nella Meraviglia. Dalmor si trovò a ripensare a quel breve ma intenso periodo che era appena trascorso con una strana fitta di nostalgia; un senso di vuoto lo accompagnò per tutta la giornata.
Dopo pranzo restò su nella cittadella, passeggiando sotto le fronde degli alberi nei freschi giardini. Come un’anima che vaga nel sottile limbo tra la vita e la morte cercando in tutti i modi di restare appesa ad un filo unico che la tenesse in qualche modo nel regno della vita, fuggendo dissennata dalla morte, egli vagò nella cittadella, gustandosi l’aria fresca, assaporando respiri di casa, cercando in tutti i modi di raccogliere e mantenere nella sua memoria ricordi di Zorqun, dei Monti, di casa. Perché come un condannato all’impiccagione conta i respiri che mancano alla gogna, vive al massimo i vicoli e le strade che percorre come se fossero tutta la sua vita, sapendo di dover abbandonare questo mondo senza alcun dubbio, Dalmor sapeva nel suo animo che dal suo viaggio non ci sarebbe stato ritorno.
Immerso nei suoi cupi pensieri di addio vide un’esile figura seduta su una panca al fianco di una vigorosa quercia. Sapeva già chi era, anche se non si erano dati appuntamento. Lentamente scivolo al suo fianco, restando lì, senza parlare e senza guardarla, per qualche minuto.
“Mio padre ha organizzato un banchetto di addio, questa sera.” Disse Feralia senza guardarlo.
“L’ultimo inesorabile colpo al mio metabolismo, la pugnalata finale!” La battuta riuscì a far increspare leggermente le labbra della ragazza in un sorriso.
Di scatto si voltò a guardarlo, cogliendolo di sorpresa. “Andrai?”
“Sì.”
“E non tornerai?”
Non rispose. Sospirò profondamente, poi virò bruscamente discorso. “Hai detto che fai uso della Morte Bianca…”
“Pensi che sia una donna casta e pura?” Tirò fuori un risolino acuto che non si addiceva alla sua persona. “Che poi si scopa suo cugino? A volte sei davvero molto ingenuo, ­­Dalli.”
“Non chiamarmi così.” Si adirò velocemente, mentre lei scoppiava a ridere; nonostante l’apparente serenità, si intravedeva una profonda inquietudine nel suo volto. “Sai, non è bene che la figlia del Governatore sia…”
“Una poco di buono? Mi hai presa per un puttana per caso?” Il suo volto cambiò immediatamente espressione in un ghigno sdegnato.
“No, no, assolutamente!” Cercò di difendersi il principe. “Cioè, insomma, me lo hai detto tu…”
“Sei proprio ci tieni a saperlo, ho avuto rapporti con altri due uomini oltre te, e di sicuro non così frequenti.” Il viso del giovane si incupì leggermente. “Oh, ma sei geloso!” Lei scoppiò a ridere.
“Non essere scema, sarei felicissimo se tu trovassi un marito.”
“Prendo la Morte Bianca da quando avevo sedici anni, per evitare gravidanze indesiderate, come quella che adesso probabilmente avrei, visto che stanotte non ti sei regolato minimamente.” Dalmor arrossì e scostò lo sguardo. “Alcuni dicono che sia pericoloso, ma intendo farne uso finché non trovi un marito, rendendovi tutti felici. Sembra proprio che dal mio futuro dipendano le sorti di tutto il regno!”
Dalmor restò sorpreso da quella affermazione. “Fammi indovinare: anche mio padre te ne ha parlato?”
“Certo, proponendo anche principi lontani e sconosciuti come candidati. Non capite che, alla fine, l’ultima voce l’avrò io?”
“Adesso sei tu che ti comporti da stupida, sai che rispetto le tue scelte. È solo che sarei felice di vederti sistemata, magari felice con una tua famiglia…”
“Non sarò felice con una famiglia in cui non ci sia tu.”
Il giovane sospirò nuovamente. “È inutile parlarne, finisce sempre così.”
“Te lo meriti: sei troppo insistente. Vuoi rimediare ai tuoi errori in maniera approssimativa e inconcludente. Rompi il vaso e mandi qualcun altro a tentare invano di ripararlo al posto tuo, ma sai già che un vaso rotto non si può riparare.” Dalmor scoppiò a ridere e abbracciò la cugina.

La ricerca dei loro compagni di viaggio non si era rivelata difficile; la maggior parte era alloggiata in bordelli o in taverne, e certamente non erano felici di lasciare la beatitudine di Zorqun, pur mantenendo un rigoroso senso del dovere nei confronti del Re. Furono invitati anche loro al banchetto d’addio, che, per fortuna di Dalmor, si rivelò meno sontuoso e sfarzoso di quello di benvenuto: c’erano la famiglia del Governatore, Ferm, Ehana (era la prima volta che Dalmor la vedeva da quando era arrivato, e la trovò molto ingrassata dall’ultima volta che l’aveva vista) e Feralia, i regnanti che stavano per partire, Uldor, i loro compagni di viaggio e alcune personalità di spicco tra la diplomazia internazionale. In totale non raggiungevano le trenta persone; da un breve sguardo alla sala, Dalmor non scorse nessuno dei giovani con i quali aveva intavolato quell’interessante conversazione pochi giorni prima. Non sapeva in che modo si sarebbe evoluta la serata, ma dopo cinque minuti, vedendo i sorrisoni che campeggiavano sulle labbra di suo zio, suo padre e molti ambasciatori non ebbe dubbi: sarebbe finita male, probabilmente piegato dall’alcool.
La riservatezza dell’evento, tuttavia, non corrispose in una austerità di cibo e bevande, tutt’altro: la lunga tavolata era piena di cibo al loro arrivo e, per quel che poté ricordare, non rimase mai vuota. Particolarmente buona era una peperonata che andò praticamente a ruba, tanto che il vassoio fu riempito altre due volte; il vino e la compagnia non resero nessuno cosciente del pericolo cui andavano incontro. A mezzanotte circa, tre ore dopo l’inizio, era tutti brilli, sorridenti, alcuni avevano il viso paonazzo e non riuscivano a smettere di ridere, mentre l’aria si riempiva di fumo. L’ambasciatore dei Fiumi, un anziano signore piccolino e molto educato, offrì un grosso sigaro a Dalmor, che lo gustò sorridendo. L’atmosfera di festa era in totale contraddizione con l’aria che aleggiava nella diplomazia internazionale.

A notte inoltrata si trovavano negli appartamenti di Ferm; erano Dalmor, Uldor, Tildor, Ferm e le guardie che li avrebbero accompagnati. Alcuni erano talmente sbronzi che crollarono addormentati non appena entrarono nel salotto, altri si stavano riprendendo, qualcuno col mal di testa forte. In teoria avrebbero dovuto discutere del viaggio imminente, in pratica continuarono a ridere, bere e ridere a non finire; un boato accolse un garzone assonnato che portò, alle quattro inoltrate, un vassoio di peperonata avanzato, e tutti cominciarono a mangiare, continuarono a bere e a fumare. Uldor li guardava tutti in malo modo, ma non perché era contrario, bensì perché Dalmor gli aveva offerto un bicchiere di vino ed era anche lui partito per la piacevole sensazione che Bacco offre ai suoi devoti. Il principe e il re, mentre mangiavano, bevevano e fumavano, si diedero ad una delle loro amate sfide a scacchi da ubriachi, mentre tutt’attorno a loro si faceva il tifo, si tiravano scommesse e si rideva senza motivo logico.

Dire che il risveglio fu traumatico sarebbe equivalente ad affermare che il fuoco scotta leggermente; nessuno, per loro fortuna, era uscito dal salotto, ma la sveglia, fissata per le sette del mattino, fu dura per tutti. Tutti avevano la mente annebbiata, mal di testa, e gravi problemi intestinali, tanto da spingere qualcuno a correre giù per le scale a rotta di collo (alcuni caddero davvero per la fretta e lo scarso equilibrio) per raggiungere una latrina; Dalmor non venne risparmiato, ma poté approfittare dello spazioso bagno dello zio. Non riuscì a ricordare quanto tempo passò seduto liberando le viscere, ma di sicuro non era poco.
Tornando nel salotto diede un’occhiata rapida alla scacchiera, dove regina, alfiere e torre neri incastravano il re bianco in scacco matto. La notizia di aver perso contro suo padre non migliorò il suo umore.

L’incontro era previsto alle dieci del mattino avanti alla Porta del Regno; prima delle dieci e mezza nessuno si presentò nel luogo dell’incontro, e chi lo fece a quell’ora restò da solo attendendo gli altri, con evidenti problemi all’interno del suo organismo. Tildor, Dalmor e Uldor giunsero quasi alle undici e mezza, ed avevano tutti e tre le facce di chi, sembrava, avevano visto la morte in prima persona.
“Dannata peperonata.” Disse Dalmor, mentre un rigurgito gli risalì dalle viscere.
“Porca puttana se era buona.” Confermò il re.
“Diavolo porco!” Dalmor si strinse con una mano il ventre, e corse verso le torri che affiancavano l’immenso portone.
“Quante volte ci è andato da stamattina?” Chiese una guardia al re, lo sguardo stanco.
“Tre.”
“Beato lui.” rispose un altro, con il viso cupo e sconsolato. “Io alla quinta temevo di cagare giù l’intero intestino.”
Il re non rimase sorpreso dalla volgarità dell’affermazione, anzi, si avvicinò al soldato e gli diede una pacca sulla spalla, rassicurandolo. “Tranquillo, giovane, anche io ho cagato così tanto stamattina che mi fa male il buco del culo.” Qualche soldato accennò un sorriso sconsolato: tutti erano finiti nella stessa, infima, trappola.
Dalmor tornò un quarto d’ora dopo, con una faccia contratta in una smorfia di dolore e fastidio.
“Temo che mi si sia infiammato il buco del culo.” Disse, camminando lentamente e a lunghi passi; tutti gli diedero la propria comprensione.
Una disperazione generale avvolse il gruppo quando videro uscire dal portone quattordici cavalli sellati e carichi di provviste. Qualcuno impallidì, un silenzioso terrore conquistò tutti.
“No, vi prego, no.” Mormorò qualcuno; altri si portarono le mani al volto, qualcuno nei capelli. Dalmor abbassò la testa sconsolato, Tildor aveva lo sguardo di chi ha appena scoperto che il suo amico più fidato lo ha pugnalato alle spalle. Ferm, dal canto suo, distolse lo sguardo e preferì non pensare alle pene che avrebbero patito i poveri viaggiatori.
Tutti, ovviamente, sapevano che sarebbero andati a cavallo, che erano fondamentali e che, addirittura, avrebbero percorso molte miglia al galoppo, ma quando viene sbattuta in faccia la dura realtà delle cose fa sempre male.

 

 

 

 

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