Capitolo IV

Il primo giorno di viaggio fu un vero incubo. I postumi della sbornia erano ormai passati, lasciando solo qualche fitta al capo ogni tanto, ma la maledizione della peperonata non era finita. Considerata la vicinanza della prima taverna, non ebbero un andatura veloce, ma se la presero comoda, fermandosi ogni volta che qualcuno doveva svuotare l’intestino.

“Io non ci credo che ho ancora qualcosa da cagare nel corpo.” Disse Dalmor, guardando un giovane soldato scendere da cavallo e addentrarsi nell’erba alta che circondava la strada.
“Forse non è stata una buona idea mangiarla ancora in piena notte…”
“Quando mai abbiamo avuto buone idee da ubriachi?” Dalmor guardò di profilo suo padre, con aria colpevole.
“Deduco mai.” Entrambi abbassarono il capo, arrendendosi all’evidenza.
“Io non so che cazzo ci trovate di piacevole, dannazione” Uldor tornò dal suo giro di perlustrazione “in quella merda rossa. Io sono completamente rimbambito, vi odio.” Si mise al capo del gruppo, sedendosi.
“Ricordi la tua prima sbronza?”
“Cosa?” Dalmor guardò stranito suo padre.
“Io sì, oh se me la ricordo.”
“Quando vomitai pure l’anima al mio compleanno?”
“Quella, già. Che risate, cazzo, le risate… È un peccato che ti sia abituato così presto a bere, quella sera sarà stata una delle più divertenti della mia vita.”
Dalmor distolse lo sguardo, incupendosi. La sua mente recuperò i vaghi ricordi di quella notte, che sperava di aver occultato per sempre: un tavolo, il suo vomito, lui che non riusciva ad alzarsi dal suo vomito continuando a vomitare. “Sentiamo, la tua prima sbronza è stata diversa?”
Tildor ci pensò un poco. “Non molto in realtà. Solo che eravamo in riva al mare, quindi non ero pieno di vomito fino al culo, ma di sabbia.”
“Almeno il vomito scivola…”

Si trovavano a metà strada verso la prima taverna. Superata la curva verso Est, questa si trovava dopo appena venti chilometri, in un piccolo villaggio circondato da campi di cereali. La strada procedeva in linea quasi retta fino al ponte, collegando Zorqun e Torre Oscura al mare interno; nei pressi delle città era larga dieci metri circa, poi si stringeva, diventando una semplice corsia lastricata di pietre che permetteva il passaggio di un solo carro. Affianco, per tutta la sua lunghezza, c’era una corsia in erba corta per i cavalli, usabile come area di sosta per quei carri merci e carovane che necessitavano di una pausa.
A destra si estendevano i campi di grano e cereali che sfamavano le popolazioni locali e Zorqun; qua e là, qualche villaggio spiccava tra i campi, raggiungibile attraverso piccole sterrate che si collegavano direttamente alla strada.  A sinistra, invece, il panorama iniziava ad alzarsi dolcemente: alle pendici dei monti vi era una lunga striscia di colli, dai profili dolci e smussati, alcuni resi coltivabili, su cui si alzavano piantagioni di uva, olivi e frutteti, altri invece pieni di macchie e boscaglia. Dall’esterno, i monti sembravano un invalicabile muraglia naturale, alta chilometri, con tutte le cime innevate. Il panorama proseguiva così fino al mare interno, senza interruzioni o variazioni di sorta.
Il mare interno era in realtà un enorme lago: l’acqua era dolce, non salata, e molti fiumi o ruscelli sfociavano lì. Non era collegato in alcun modo al mare esterno ma, per la sua estensione, era sempre stato chiamato mare dai coloni, per cui restò quel nome agli annali.
Proseguirono con quel ritmo per il resto del pomeriggio: Uldor ogni tanto si staccava dal gruppo in avanscoperta, tornando poco dopo, per poi ripartire quando si avvicinavano ai limiti delle zone che aveva esplorato. Dalmor gli disse anche di stare tranquillo, perché difficilmente sarebbero stati attaccati: le incursioni di briganti lungo la strada erano poche, poi non avrebbero di certo attaccato un gruppo di quindici cavalieri armati e addestrati a combattere. Tuttavia, il lupo se ne infischiò e continuò i suoi giri di ronda, anche perché era molto euforico: non aveva mai messo piede fuori dai monti prima di allora.
Quando il Sole iniziò a calare alle loro spalle, i problemi intestinali erano passati a tutti, e accelerarono lievemente il passo, per poter arrivare alla locanda prima che il Sole sprofondasse a Ovest. Vi riuscirono senza troppi problemi, sistemando i cavalli nella stalla, che era troppo piccola per contenerli tutti; allora quelli di Tildor e Dalmor finirono dentro, mentre gli altri vennero legati allo steccato che circondava la piccola costruzione. Da quel che ne sapevano, le locande avrebbero dovuto essere avvisate del loro arrivo.

Entrando, si trovarono nella piccola sala comune. La taverna stessa era molto piccola, e l’oste li accolse senza troppe smancerie; disse loro che era stato avvisato, e anche che aveva avuto difficoltà, perché c’erano solo quattro stanze disponibili, quindi aveva dovuto cacciare i clienti che pernottavano e preparare sette pagliericci, perché non aveva quindici materassi. Tildor ascoltò con pazienza le lamentele, poi infilò nelle mani dell’oste cinque monete d’oro e quello si azzittì subito, ringraziando e facendo un goffo inchino: era di certo più oro di quanto ne avesse mai visto in vita sua.
Le camere erano strette e buie, ma i letti erano puliti e sistemati. Visto che non erano presenti altre persone oltre loro, l’oste disse che avrebbero potuto scegliere la cena che avrebbe cucinato sua moglie. Tutti furono concordi per una leggera minestra: avevano ancora lo stomaco gonfio dall’alcol e dalla peperonata. Mangiarono in sala: il cibo non era granché, ma almeno era commestibile; nessuno toccò il vino. Poi andarono a dormire nelle stanze, che erano al piano terra, dividendosi: nelle stanze più grandi avrebbero dormito in quattro, nella più piccola in tre. Uldor si sarebbe accucciato al letto di Dalmor: cresceva a vista d’occhio.

Il mattino dopo si svegliarono all’alba: il Sole non era neanche sorto che loro stavano già salutando un assonnato oste, che consegnò loro dei pranzi al sacco da mangiare lungo il viaggio. Erano semplici panini farciti di carne essiccata, ma li accettarono volentieri ringraziandolo, partendo subito.
La giornata si preannunciava particolarmente favorevole; non vi erano molte nuvole in cielo, e il vento non era forte. Sebbene fosse pieno inverno, a quelle latitudini si sentiva poco. Nei monti, ovviamente, era inverno tutto l’anno, considerate le altitudini: la variazione tra estate e inverno era di una decina di gradi, che si avvertiva poco, se si viveva tutta la vita nel Regno. Non capitava spesso, ma poteva nevicare anche sulla strada in cui si trovavano; la neve non si posava e non gelava, ma cadeva, almeno un paio di volte in cinque anni. Non sembrava essere periodo di neve, ma, se fosse caduta, avrebbero continuato senza che nulla stesse accadendo: non era un problema per nessuno.
Il vento veniva da Ovest, quindi lo avevano alle spalle: partirono al galoppo non appena tornarono sulla strada. La seconda locanda era più distante: circa quaranta chilometri. Alternando galoppo e trotto, considerate qualche pausa e il fatto che non andavano di fretta, avrebbero potuto raggiungerla prima che facesse buio.
Come il giorno prima, Uldor si mise alla guida del gruppo, partendo in avanscoperta. Quando si fermarono a mezzodì per pranzare, poiché si trovavano vicino un colle boscoso, lo videro correre e sparire nella selva, tutto felice. Tornò mezz’ora dopo con una lepre tra le fauci, che mangiò avidamente vicino a Dalmor.
“Beato te che mangi lepre, a me tocca la carne secca.” Disse questi, accarezzandolo sconsolato.
“Una migliore qualità della vita non implica una migliore qualità del cibo, umani.” Rispose Uldor, tra un boccone e l’altro. Dalmor si zittì e non gli parlò più, continuando però a giocare col suo pelo morbido e lucido.

Quando si avvicinava il tramonto, era abbastanza vicini da poter smettere di galoppare e proseguire con calma. Il panorama era pressoché identico: la strada continuava a snodarsi alle pendici delle colline, alla loro destra i campi si allungavano oltre la vista. Uscirono dalla strada girando verso sinistra, per arrampicarsi su un piccolo colle dove sorgeva un centro abitato abbastanza folto, popolato da circa duecento anime. Mentre salivano sul colle, Tildor pose una strana domanda a Dalmor.
“Quanto ne sai del dialetto locale?”
Dalmor lo guardò stranito. “Non l’ho mai sentito dal vivo, ma dovrei aver letto qualcosa a riguardo…”
“Bene, allora non parlare proprio.”
“È così incomprensibile?”
“In realtà no, solo che sembra brutale e violento, ma in realtà è solo un dialetto. Lascia parlare me.”
“Come vuoi.”
Si arrampicarono sul colle, mentre il Sole alle loro spalle cadeva giù nell’orizzonte. Arrivarono su che ormai stava facendo buio.
Il villaggio era circondato da una palizzata in grossi tronchi, con un unico accesso, quello davanti a cui si trovavano. Al loro arrivo un uomo li fermò: supposero fosse una guardia, ma non aveva altro che una piccola giubba in cuoio e una lancia vecchia. Evidentemente, non era un soldato addestrato dell’esercito, ma un cittadino locale. La legge non vietava ai cittadini di difendersi da soli, ma era fortemente sconsigliato: di solito, in villaggi un poco più popolosi, si tendeva ad inviare un manipolo di quattro o cinque soldati anche solo per far sentire al sicuro gli abitanti.
“Uomo, come mai non ci sono soldati a difendere questo cancello?” Chiese Tildor.
“Aò, n’i vogliamo gli estranei noi. L’abbiamo cacciati, quelle quattro teste de cazzo che so venuti a rompe li coglioni…”
“Va bene, ho capito.” Tildor scese da cavallo. “Allora, ci fai entrare o no?”
“Fateme capì n’po’, chi sareste voi? Perché ve devo fa entrà dentro aa città nostra?”
Le guardie si guardarono, ridendo in silenzio. “Forse è meglio che te stai zitto, eh? Lascia passa al Re tuo, mbecille.” Detto ciò, Tildor prese il cavallo per le redini e entrò a piedi, invitando tutti a fare lo stesso, sotti gli occhi stupefatti dell’uomo al cancello.
Stavolta, la locanda era una struttura grande, evidentemente più attrezzata e più utilizzata dai viaggiatori. Le stalle erano già mezze piene quando arrivarono, ma i loro cavalli ci andarono comodi, lasciando addirittura qualche spazio.  L’entrata dava su un corridoio rialzato, con delle scale che scendevano giù appena affianco alla porta: la sala comune era in basso, al piano terra c’erano delle stanze e, salendo altre scale, c’era tutto il piano superiore pieno di stanze da affittare. Quando scesero le scale, si resero visibili a chi vi era all’interno; la sala era molto amplia e gremita di persone, probabilmente anche molti abitanti locali, tuttavia c’era qualche tavolo libero qua e là. Un chiasso assordante riempiva l’ambiente mentre scendevano: risate, urla, brindisi e musica, le persone si divertivano. Tutto si interruppe quando Tildor, l’aprifila, fu visibile agli occhi di chi era dentro. Nel silenzio più totale, i quindici uomini, accompagnati da Uldor, si fecero strada tra i tavoli raggiungendo il bancone.
“I cani n’i vojamo qua dentro.” Disse l’oste, incrociando le braccia e appoggiandole al bancone.
Di tutta risposta, Uldor si avvicinò al bancone e salì su uno sgabello; prima che l’oste potesse dare in escandescenze, il lupo parlò. “Primo, non sono un cane. Secondo, sono più intelligente e sicuramente più educato di voi, quindi non penso uscirò da questa locanda.”
Tra lo stupore generale, l’oste restò a bocca aperta. “Ni questo… Saa! Sakah! Viè qua, viè a vede n’po’ sto lupo…” si rivolse verso le cucine, aprendo la porta. “Aò, Sakah, viè qua!” Tenne aperta la porta e uscì una ragazza, probabilmente sua figlia, molto graziosa. Vedendo il lupo, fece un attimo un passo indietro.
“Ma no tranquilla, ha parlato, t’ho giuro! Parla n’po’, facce vede…”
Uldor strinse lo sguardo diffidente. “Sì, ho parlato.” Disse dopo qualche secondo.
La ragazza si strinse le mani al petto, felicissima e con gli occhi che brillavano. “Aò ma sei bellissimo! Fatte accarezzà… Oh, nun me morde però!” Disse lei, tendendo la mano. Uldor fece il bravo e si fece accarezzare, approfittando delle coccole della ragazza.
L’ambiente si rilassò, e le persone tornare a parlare e a brindare. Tildor prese a parlare con l’oste sottovoce; Dalmor non poté sentire cosa si dissero, ma era distratto da altre urgenze: da quando era venuta fuori, non riusciva a togliere gli occhi di dosso dalla ragazza. Vedendo che stava accarezzando Uldor, e che i loro genitori erano intenti a confabulare sottovoce, si avvicinò ai due.
“Bello eh? Pensa che la cosa che sa fare meglio è insultarmi.” Disse lui, approcciandosi alla ragazza.
“Solo perché sei così idiota che te lo meriti.” Disse il lupo, prima di starnutire per i troppi peli smossi dalle mani della giovane. Lei rise.
“A regazzì” si sentì un urlo che azzittì di nuovo tutti “guarda n’arta volta mi fija e te faccio diventà ‘n mobile da salotto.” Tirando fuori un martello da sotto il bancone, l’oste lo sbatté sul tavolo, rivolto a Dalmor.
Questi lo guardò stranito; prima che potesse succedere qualsiasi cosa, la ragazza mandò un bacio a Uldor e si diresse di nuovo verso la cucina. Dalmor la seguì con la coda dell’occhio e gli parve di vederla fare l’occhiolino verso di lui, mentre si chiudeva la porta alle spalle.
Tildor allungò la mano, poggiandola sul braccio dell’oste che stringeva il martello.
“Poi esse pure er Re der monno, ma mi fija n’se tocca.” Disse stavolta a volume normale, guardando prima Tildor, poi Dalmor.
“Abbiamo capito, grazie. Facci vedere le nostre stanze, così ci sistemiamo e ci leviamo di torno.”
“Kratos! Aò, a palle mosce, a’ndo cazzo stai? Daje n’po’, viè qua!” Dopo qualche secondo, un giovane arrivò dal nulla, forse da uno scantinato. “Che cazzo stavi a fa là sotto, eh? N’sia mai che lavori, sa… Accompagna n’po’ sti signori, le stanze che c’amo preparato ieri mattina, so le loro. E sbrigate n’po, daje!”

“Lo sapeva che ero tuo figlio?” Dalmor e suo padre finirono nella stessa stanza.
“Certo che lo sapeva. Anzi, direi che se fossi stato un soldato si sarebbe comportato con più garbo.”
Dalmor fece una smorfia sorpresa. “Come se fosse capace di essere garbato.”
“Cosa ti ho detto prima di venire qui?” Tildor lo fissò infastidito. “Il dialetto locale sembra violento e maleducato, in realtà è solo un dialetto.”
“Beh, mica male. Che dici, possiamo restare qui due giorni?”
“Scordatelo. E scordati quella ragazza, non voglio problemi fino all’isola.”
Dalmor lo guardò profondamente, quasi cercando di convincerlo col pensiero. “Dai, mi ha fatto l’occhiolino.”
“Tu pensi che ti ha fatto l’occhiolino, in realtà no.”
“Gli altri si sono sistemati tutti, aspettano solo voi per scendere a cena” Uldor entrò dal nulla, parlando, e andando subito a infilarsi tra le gambe di Dalmor “quindi vi consiglio di sbrigarvi perché sembravano abbastanza affamati.”
“Ecco, lui potrà dirtelo.” Dalmor accarezzò il lupo, che gli arrivava quasi al cavallo dei pantaloni ormai. “Diglielo, Uldor, quella ragazza mi ha fatto l’occhiolino.”
Uldor chiuse gli occhi, compiaciuto delle carezze del ragazzo. “È brutto dargli ragione, ma purtroppo è così.”
Tildor faceva smorfie in continuazione, cercando di comunicare in silenzio col lupo. “Dannazione, e dammi corda una buona volta. Ora abbiamo un problema enorme da controllare.”
Uldor alzò la testa e guardò Dalmor. “Non intenderai farlo sul serio?”
“Dai, cosa ci costa. E poi, è molto carina.”
Tildor si passò una mano sul viso. “Per te la fedeltà è un concetto molto astratto, eh?”
“Non sono mica sposato. E sono sicuro che quando non eri sposato anche a te fregava poco.”
“Non dopo aver conos…”
“Sì, okay, eri innamorato. Io no, non ancora. La finiamo?”
“Andiamo a mangiare.” Tildor sospirò e si diede per vinto.

La cena consisteva in un’angusta e poco accattivante sbobba in cui sembravano esserci tanti ingredienti misti, tutti affiancati senza alcun rigore logico. Le guardie, più avvezze al cibo del popolo, riuscirono a finire il loro piatto, ma Tildor e Dalmor ne lasciarono più della metà, schifati anche dall’odore della pietanza.
Decisero di restare nella sala comune dopo cena, chi fumando la pipa, come Re e principe, chi giocando a carte e puntando qualche spicciolo, come le guardie. Dal canto suo, Uldor se ne stava tranquillo seduto affianco la sedia di Dalmor, senza proferire parola.
“Non hai fame?”
“Certo, ma non posso andare a cacciare, se esco da questa locanda da solo probabilmente mi troverò circondato dalle forche dei contadini.”
Il giovane fece un cenno di assenso, tornando poi a discutere col padre.
“In pratica questa macchina permette di fare lavori senza che animale o uomo si sforzi, ho capito bene?”
“A quanto ho sentito dire a Zorqun, sì. Sembrerebbe che, bruciando del carbone, si riesca a far girare una ruota.”
“Se una ruota può girare, possono girarne quattro.”
“E se si riuscisse a montarlo su un carro, il carro potrebbe camminare senza cavalli.”
Tildor restò un attimo pensieroso. “Che razza di diavoleria è mai questa? Dici che sia possibile?”
“Non ne ho la più pallida idea, non ho mai sentito parlare di cose simili in vita mia. Devono essere scoperte recenti non ancora diffusi negli altri paesi.”
“Come si farebbe poi a governare il carro? Cioè, sì, può muoversi, le ruote girano, ma poi? Andrebbe sempre dritto, no?”
Dalmor alzò le spalle. “Ti ripeto, sono rimasto sorpreso quanto te. Non voglio neanche cercare di capire l’esatto funzionamento di tutto senza prima aver studiato qualcosa a riguardo.”
“Che strana la vita. Un giorno i carri hanno i cavalli, il giorno dopo camminano da soli. Bah.”
“Ancora non camminano, eh, vacci piano. Che ne sai che magari far girare quattro ruote sia possibile? E poi un carro pesa, forse non è una forza sufficiente a spostarlo..”
“Sarà, ma secondo me in capo a dieci anni ci troveremo davanti a una rivoluzione mai vista prima.”

Dopo la cena la taverna si riempì. I paesani locali evidentemente cenavano nelle loro case, per poi spostarsi lì per parlare, bere e stare in compagnia. Tildor e Dalmor se ne restarono appartati in un angolo, osservando dall’esterno l’ambiente.
“Il dialetto locale è un misto tra la nostra lingua e la lingua dei Fiumi, soprattutto della parte settentrionale del paese. Ti sembrerà strano, ma non è il peggiore che ci sia nell’esagono.”
“Addirittura?” Dalmor svuotò la cenere che si era accumulata nella pipa. “E dimmi, quale sarebbe il peggiore?”
“Nelle Colline, a Sud, si parla un dialetto gutturale che solo a sentirlo ti disgusta.”
Dalmor fece una faccia sorpresa. “Spero di non sentirlo mai, allora.”
“Spera davvero, è orribile. Non so come facciano quelle persone a sopportarlo, forse per loro sarà normale…”
“Per ognuno è normale la propria lingua, mi sembra ovvio.”
“Già. Ogni popolo ha tradizioni, usi e lingua propri. Sarebbe bello unificare tutto in un’unica tradizione, no?”
“Mah, non saprei dire. Sarebbe sicuramente molto più efficiente, certo. Se tutto il mondo parlasse la stessa lingua non dovremmo tradurre o imparare le altre, favorendo commerci e scambi anche culturali, però forse si perderebbe l’identità di ogni popolo così.”
“Si potrebbero mantenere i dialetti e le lingue locali come seconde lingue, no?”
Dalmor scosse la testa. “Una roba simile o la fai per intero, o non la fai. Mantenere seconde lingue non sarebbe diverso da ora, dove ognuno ha la sua lingua ma poi si comunica con gli altri paesi con una lingua comune.”
“Non per forza. Immagina se tutto il mondo parlasse perfettamente aglaasiano, però poi ogni paese ha i propri dialetti e la propria lingua che si usa all’interno. Sarebbe davvero un passo avanti per commerci, anche solo per i trattati di pace, ci sarebbe migliore comunicazione.”
“Le seconde lingue non avrebbero motivo di esistere a quel punto, e cadrebbero in disuso nel giro di qualche generazione.”
“E così torniamo al punto di partenza.”
“Come al solito.”

La figlia dell’oste serviva le birre ai tavoli dopo cena. Tildor intimò al figlio di scambiarsi di posto, così lui avrebbe dato quasi completamente le spalle alla sala e avrebbe evitato di guardarla.
“Se dovessimo ordinare una birra la vedrei lo stesso, non ti pare?”
“Se le metti gli occhi addosso ti ficco un coltello in gola.”
“E addio ai bei sogni di pace futuri.”
TIldor rise. “E tutto per una ragazza che hai visto per caso. Che cosa strana la vita, eh?”
“Già. Comunque io una birra la prenderei volentieri.”
“Trova una scusa per lasciare questa sala e le ordino io, altrimenti niente birre.”
Il giovane sospirò. “E va bene, vado a pisciare. Dannazione, la tua prudenza è incredibile.” Si alzò e uscì dalla sala.
La notte era serena, e uno spicchio di luna crescente si avvicinava all’orizzonte. Fece ciò che doveva e rientrò, sedendosi al suo posto. Le birre erano già arrivate.
“Però, veloce la ragazza.” Disse, dando una lungo sorso al suo boccale.
“Beh, anche se l’oste ha detto quelle parole, penso che comunque riconosca il nostro stato. E con l’oro che gli abbiamo dato non deve di certo lamentarsi.”
Dalmor iniziò a riempire di nuovo la pipa. “Ho notato che stai pagando caro questo viaggetto. È prudente sperperare così l’oro? Da queste parti non sanno manco com’è fatto, probabilmente il nostro passaggio farà scalpore.”
“È proprio per evitarlo che paghiamo così tanto. Ci paghiamo il loro silenzio.”
Il giovane rise. “Non mi sembra, da come ha sbroccato prima l’oste. Penso che ormai tutti qui dentro sappiano chi siamo.”
“Non abbiamo abiti regali, io non porto lo scettro e tu sembri sempre uno straccione con quella roba addosso. Sicuramente l’avranno intesa come una frase retorica.”
“Non possiamo affidarci su una tua supposizione.” Diede bocca al bicchiere si scolò il resto della birra. “È comunque rischioso.”
“Fidati, conosco abbastanza bene le usanze locali. Se non ti fidi, chiedi a Uldor.”
“E lui cosa dovrebbe saperne?” Chinò la testa verso il lupo. “Sai qualcosa tu?”
Uldor mosse le orecchie e si voltò verso Dalmor, quasi svegliato da un sogno a occhi aperti. “Stavo origliando le conversazioni degli altri uomini qui dentro. Ci credono una spedizione di esploratori addetti alla sicurezza dei confini, a quanto pare. Voi due, a quel che sento, siete gli ufficiali che comandano ‘quel branco de guardie’ seduto qui affianco.”
Dalmor restò sorpreso. “Udito fino, i miei complimenti.”
“Torno a farmi i cazzi degli altri, col tuo permesso.” Abbassò il capo e tornò concentrato sulle altre conversazioni.
“No.” Tildor si alzò. “È ora che andiamo tutti a dormire, domani partiremo prima dell’alba. Su, andiamo.” Si rivolse ai soldati i quali, appreso l’ordine, sbaraccarono le loro cose e si prepararono a tornare su, non senza rammarico. “Mentre saliamo, evita di fare guai.” Disse infine al figlio, stringendoli il braccio.
Si mossero attraversando la sala, per raggiungere le scale che erano dall’altra parte del locale. Dalmor tenne lo sguardo fisso avanti a sé, cercando di evitare a tutti i costi di incrociarlo con quello della ragazza. Sapeva che, se fosse successo, sicuramente avrebbe fatto qualcosa di stupido in seguito. Mentre passavano davanti al bancone, però, l’oste lo fermò.
“A regazzì, fermate.” Gli fece cenno di avvicinarsi, poi gli parlò a bassa voce. “O so a che stai a pensà. Me ne sbatte di chi sei, nun sto a scherzà. Movite n’po’ oltre, e te sfonno. Ce siamo intesi?”
Dalmor alzò lo sguardo incontrando quello dell’oste. “Sì, ho capito.”
“Bene, bravo. Va a nanna mo, se fai er bravo vedi che va tutto liscio e domani mattina ve faccio pure n’regalo.”
Dalmor fece finta di non sentire la provocazione e proseguì oltre, seguendo i suoi compagni di viaggio nelle stanze.

“Quindi? Non hai fatto davvero nulla di avventato?”
Erano già lontani dal paesello sul colle, proseguendo verso Est. Il Re e Dalmor guidavano come sempre l’avanzata.
“Prima di rispondere voglio sapere quale sarà la tua reazione in base alla risposta.”
“Non ha senso, come faccio a sapere che reazione avrò se non so la risposta?”
“No, ma immagini già uno spazio di probabilità in cui si muove la mia risposta e ti stai preparando a reazioni diverse in base a quale sarà. Se riuscirò a sorprenderti ovviamente i tuoi progetti andranno a farsi fottere e sarai solo sorpreso, giusto?”
“Sì, ma così è come giocare a nascondino con quello che cerca che guarda dove gli altri si nascondono.”
“Cioè?”
“Cioè non c’è sfizio di avere una reazione, dopo, se ti dico le possibili reazioni che avrò.”
Dalmor accusò il colpo. “Mi dichiaro sconfitto, stavolta hai ragione. Comunque no, è ovvio che ho provato a muovermi; bel tentativo quello di chiudere a chiave la porta, peccato che anche un cieco sarebbe riuscito a scassinarla.”
Il padre lo guardò torvo. “Va avanti.”
“Diciamo che più che provarci davvero con quella ragazza ero tentato a farmi una passeggiata alla luce di Luna, capirai la mia poca dimestichezza col giorno comune. Insomma, alla fine di tutto, esco dalla stanza con Uldor che mi aveva guardato da un occhio senza dirmi nulla e mi inoltro nella taverna.”
“Tu sei stato zitto?” Tildor parlò al lupo, che li affiancava per un po’.
“Che cosa avrei dovuto fare” disse il lupo, guardando altrove “iniziare ad ululare nel bel mezzo della notte facendo morire mezzo paese di crepacuore e provocando un caso enorme? A quel punto meglio lasciarlo andare e vederlo poi morto, non ne valeva la pena, davvero.” Tildor gli diedi ragione a smorfie.
“Insomma, esco fuori e mi avvio per le scale. Ovviamente mi aspettavo che l’oste restasse tipo in sala a fare la guardia al locale, invece no, non c’era nessuno. Arrivato giù, dovevo scegliere tra il cercare dove dormiva lei rischiando davvero di fare una brutta fine o causare un bel casino, oppure uscire tranquillamente dalla locanda e farmi un giro notturno in pace. Insomma, sono uscito e via, nella notte stellata.”
Tildor restò sorpreso. “Davvero non hai fatto nulla di avventato? Sono sorpreso.”
“Beh, quando sono tornato lei era in sala comune, non so perché, abbiamo scopato e sono tornato in stanza.”
Il Re si portò una mano al viso. “Dovevo sospettarlo.” Suo figlio sorrise.
Erano solo al loro terzo giorno di viaggio verso il ponte, il giorno 15 di Ilraset secondo i calcoli del tempo, e il tempo sembrava favorire il loro viaggio. Le temperature restavano sopra la media stagionale, il Sole non bruciava e il vento non era forte. Avanzavano senza intralci in clima idilliaco. La tappa successiva era molto distante, e avrebbero galoppato per gran parte della giornata. Il regalo promesso dall’oste consisteva in un cesto di pane, formaggio e salame che divorarono a pranzo, e che era nettamente più buono della cena precedente. Scesi dal colle ripresero la strada verso Est inoltrandosi nel pieno della regione: ora si scorgevano molti villaggi e paesini, sia alla loro sinistra, arrampicati sui colli, che alla loro destra, distesi tra i campi di grano e cereali. Notarono la differenza anche perché incontrarono più traffico sulla strada rispetto a quanto ne avevano visto finora: un andirivieni continuo di persone dai colli alla pianura e viceversa, chi andava carico con sacchi in spalla, chi con asini, altri semplicemente con un bastone da passeggio e una borsa per arbusti. La loro andatura ne risentì leggermente: andavano spediti e i pedoni avrebbero dovuto evitarli, ma se incontravano un carro o un gruppo di viandanti più folto dovevano rallentare. Il risultato fu che il Sole calò alle loro spalle e il paese in cui avrebbero soggiornato era appena apparso all’orizzonte. Ancora una volta dovettero scendere verso la pianura, entrando in un agglomerato di case e fattorie che sembrava essere nato per caso, alla rinfusa, da come le abitazioni erano posizionate senza senso logico affiancate. Il villaggio era come i precedenti: piccolo, poche centinaia di abitanti, per lo più fattori o artigiani. La locanda era già piena di persone che bevevano e parlavano tra loro; il loro arrivo placò i rumori nel locale e tutti li fissarono, per poi tornare ai loro affari e riprendendo il parlottio di prima.
Dalmor notò che il dialetto non era per nulla diverso dal paesino precedente, e che aveva quindi a che fare di nuovo con dei modi di fare non proprio garbati. L’oste tuttavia non fece storie, disse a Tildor dove erano le loro stanze e li mandò in un corridoio laterale, informandoli che ‘La cena l’amo fatta già, se volete ce sta quarche avanzo ma ve dovete accontetà. Ed è freddo, quindi ve accontentate’. Si sistemarono e mangiarono quello che passava la casa, accontentandosi come previsto: almeno il bollito di carne era mangiabile.
Un’altra cosa che Dalmor notò era la grande diversità dei sapori locali: in tre paesi diversi avevano mangiato tre tipi di carne diversa, sebbene non vi fosse una grandissima varietà nella zona, o erano maiali allevati in loco o era cacciagione dei boschi, questa molto più rara. Tuttavia trovare carne di cinghiale e manzo lo sorprese in positivo: avrebbe mangiato variegato e, se capitava come era appena successo, avrebbero mangiato anche bene. Ovviamente prese anche la birra, che era tutta più o meno uguale nella zona, visto che gli unici birrifici della regione si trovavano esattamente al centro e rifornivano tutta l’area. Quella, purtroppo, non era al livello del cibo.

Quando partirono il quarto giorno Dalmor si accorse di una variazione nell’aria: il vento si era alzato, predette pioggia per il pomeriggio.
“Già, il prossimo punto di arrivo è lontano, dobbiamo affrettarci stamattina.” Confermò suo padre, guidando il gruppo. Uldor li abbandonò appena tornarono sulla strada, addentrandosi nelle selve.
Galopparono quasi ininterrottamente per tutta la mattina, ignorando o cercando di ignorare passanti e ostacoli sulla strada. Poco prima di mezzogiorno le nubi scesero dai Monti, veloci, e oscurarono l’aria.
“Non sarà un po’ di pioggia a fermarci.” Disse Tildor stizzito. Tuttavia, dovettero rallentare l’andatura, perché la pioggia era forte, continua e fredda. Durò per un’ora buona, per poi calmarsi, prima di riprendere a cadere per il resto del pomeriggio. Il tramonto fu oscurato dalle nubi, ma riuscirono a raggiungere la cittadina in cui avrebbero pernottato prima del calare della luce.
Questa era un agglomerato urbano ben più grande dei precedenti, contava più di mille anime; le case erano in pietra e ed era in parte circondato da piccole mura in roccia. Appoggiandosi su un lato di un colle, per il resto era difeso dalle mura naturali. La città fremeva ancora di vita quando entrarono nelle mura, sebbene tutti si stessero ritirando nelle loro abitazioni per la notte; nella taverna, al centro delle strade maggiori, contava diversi viaggiatori, ai quali non si unirono gli abitanti locali. Evidentemente, le usanze erano diverse e in una città un poco più grande la diffidenza cresceva.
Non ebbero problemi vari col taverniere, che accettò i loro soldi e li accompagnò di persona alle loro stanze, situate al piano superiore. La cena consisteva in carne mista grigliata, che non era male in ogni caso. Vista la situazione tranquilla, si permisero di soggiornare di più nella sala comune, per risposarsi e chiacchierare. Uldor li raggiunse quando Dalmor si era appena acceso la pipa.
“Mi stavo chiedendo che fine avessi fatto.” Lo accolse il giovane, guardando sconfortato il pelo bagnato e sporco.
“Mi ha beccato la pioggia, ho tardato.” Disse lui, tentando di ignorare l’argomento.
“Come se non lo sapessi. Come sei entrato qui?”
“Passando per il colle e evitando gli sguardi nella notte, che non sono così acuti. In ogni caso, preferirei non parlarne.”
“Come no, quando finisco nei guai io se ne fa caso di stato, quando tocca a te non diciamo nulla, eh?” Dalmor sorrise guardandolo.
“Beh, stavolta ha ragione lui.” Tildor era curioso di vedere come avrebbe reagito il lupo.
“A mio parare sta avendo troppa ragione in questi tempi. Comunque, ho girato un po’ la zona con un branco di lupi locali. Certo ho dovuto lottare per farmeli amici, ma alla fine conoscono meglio queste zone di me. Le vostre tracce poi non spariscono neanche con l’acqua, almeno per me. Saziate le vostre domande?”
“Non lo saranno mai, ma mi accontento. Non allontanarti così tanto domani, va bene?” Dalmor lo accarezzò, per poi pulirsi le mani su uno straccio. “Sei in uno stato pietoso, un bagno non ti farebbe male.”
“Taci, per una buona volta.” Padre e figlio risero.
Mentre i soldati giocavano a carte, che sembrava essere il loro passatempo preferito, Tildor e Dalmor iniziarono un discorso sull’opera di Tande, un grande poeta e scrittore di Tabin del millennio precedente.
“Secondo te, in che cerchio finiresti?” chiese Dalmor, dal nulla.
“Perché dovrei finire nell’inferno, scusa?”
“Dai, non dire stronzate.” Risero entrambi.
“Beh, posso però dirti con certezza dove finiresti tu.”
“Sentiamo.” Dalmor ordinò due birre urlando all’oste, e gli rivolse l’attenzione.
“Nell’ottavo, bello mio.”
“Addirittura? Sarei così infame? E come mai, sentiamo un po’.”
“O finiresti tra i ruffiani, o tra gli adulatori. Penso che tu non abbia modi di difenderti da questa accusa.” Tildor sorrise.
“Addirittura uno scacco matto subito? E se invece finissi tra i lussuriosi?” Dalmor lo guardò sfidandolo.
“Nah, dai, sei un porco, ma hai contegno, nel tuo essere porco.”
“Beh, mi scopo comunque mia cugina.”
“Già, ma il tuo reato non è quello, ma poi adulare e fare ruffiano più o meno con tutti, con lei, con me, con tuo zio… E così nascondi il reato con un altro.”
Dalmor ci pensò. “Devo dire che mi hai sorpreso. Però, secondo te, essere ruffiani e adulatori è peggio di essere lussuriosi? Sinceramente questo punto potrebbe non essermi chiarissimo.”
“Attacchi la più grande opera che mente umana abbia mai partorito? Audace… o idiota?”
“Entrambi. Ora rispondi.”
Tildor si prese qualche secondo per pensarci. “Sicuramente sono due vizi e difetti ben differenti, ma penso che Tande li abbia messi in questo ordine per diverse questioni etiche. Certo è più infame tradire e ingannare che scopare come conigli.”
Dalmor assentì. “Vero, sicuramente vero. Però fare i ruffiani senza fini di inganno non è così infame, no?”
“Forse, ma c’è sempre un secondo scopo quando lo si fa. I lussuriosi hanno come scopo primo, secondo e terzo fine scopare e fottere, adagiarsi, vivere nei beni materiali. I ruffiani hanno sempre un secondo fine.”
“Quindi avere secondi fini è sinonimo di essere infami? E se si rendesse noto il secondo fine?”
Tildor poggiò i gomiti sul tavolo. “Ne avresti un terzo.”
Si guardarono qualche secondo, poi sorrisero. “Beh, chi sono io per contestare Tande, alla fine?”
“Solo un idiota, quindi è ben inutile che tu lo faccia.”
“Già.” Dalmor trasse un lungo sorso dalla sua birra. “Sai dove finiresti tu, secondo me?”
“Sono curioso.”
“È difficile, davvero. Poco tempo fa ti avrei messo tra gli ignavi, ma con quello che stai facendo adesso hai decisamente preso posizione. Se te ne fossi stato con le mani in mano quello era il tuo posto senza neanche pensarci.”
Tildor ci pensò. “Sì, se non avessi fatto nulla sarei finito lì. Ma quindi, dove finirò ora?”
“Beh, è paradossale ma tu hai ancora possibilità di salvarti. Se questo va a buon fine, che ne sappiamo noi che non vai a finire nel purgatorio? Se invece dovesse andar male, beh… finiresti nel ghiaccio a viso in su.”
“Traditori della patria.” Tildor si rabbuiò. “Anche se non avessi deciso io la sorte del mio paese?”
“Vedila così. Tu non saresti l’artefice diretto della rovina, ma saresti solo l’iniziatore della catastrofe. Hai preso posizione, sei uscito dagli ignavi, ma hai un bivio: se la fortuna ti benedice, vai diritto in purgatorio, altrimenti… giù, nel profondo freddo.”
Tildor finì la sua birra. “È difficile da accettare. Certo, sono in buona fede, ma forse hai ragione tu. Non possiamo pretendere di fare cose in buona fede e, che vadano bene o male, meritare per queste la salvezza. In fin dei conti, avere le mani pulite solo perché credevamo di fare del bene di certo non ci rende innocenti.”
“Se vuoi un paragone, vedila così: tu sei un medico, e stai curando un paziente. Il paziente è destinato a morte certa tra qualche mese, ma tu hai possibilità di salvarlo, provando un nuovo rimedio mai usato prima. Questo rimedio potrà salvarlo, o potrà ucciderlo immediatamente. Se lo salva, sei un eroe. Se lo uccidi, gli hai tolto qualche mese di vita, e chi sei tu per poter togliere la vita senza ritegno? Se invece non facessi nulla, saresti solo un ignavo che se ne frega delle disgrazie altrui.”
“Ma un medico ha il dovere di tentare, anche se esiste una minima possibilità, di salvare il suo paziente.”
“ Ma ciò non ti da il permesso di accorciargli la vita, anche se in buona fede, sperando di salvarlo.”
Tildor accusò il colpo. “Accidenti, non avevo mai pensato a questa faccia della medaglia.” Sbuffò una grande nuvola di fumo. “Mi hai dato da rifletterci per un bel po’.”
“Oh dai, non mi dirai ora che davvero ti interessa della salvezza eterna?”
“Dovremmo pensarci tutti, in fondo. Solo che tu sei un nichilista, quindi te ne sbatti altamente.”
“Esatto. E poi, chi ce lo dice che quello scritto da Tande sia davvero il post morte? Nessuno. Può darsi anche che finiremo tutti assieme in un luogo sconosciuto.”
“Una volta l’umanità lo sapeva di certo, ma temo lo abbiamo occultato, dimenticando gli dei. Che Kog’Tar ci perdoni per questo affronto.”
Dalmor rise. “La colpa è nostra, perché siamo deboli di memoria. Ma loro governeranno in eterno, se esistono davvero, ma noi non saremo che piccoli essere insignificanti per loro, potenze eterne del mondo.”
“Si è fatto tardi. Dovremmo andare tutti a dormire.” Si alzò, poi parlò a tutti. “Su, forza, a letto, domani ripartiamo.” E tutti si diressero nelle loro stanze, a dormire. Tuttavia, i sonni di Dalmor e Tildor furono infastiditi dal pensiero ricorrente di quel loro discorso.

Nei giorni seguenti, il tempo resto cupo, alternando folate di vento a piogge incessanti. I prossimi punti di ristoro erano più vicini tra loro, quindi poterono permettersi di viaggiare con più calma. Il dialetto locale ancora assillava le orecchie di Dalmor, il quale si stava tuttavia abituando e iniziava a capirlo, trovandolo anche meno terribile della prima impressione che gli fece. Forse, si disse, avrebbe potuto parlarlo tranquillamente: in fondo, era sprezzante, sincero e a volte sarcasticamente cattivo, cosa che gli piaceva. Si immaginò un futuro da Re con quel dialetto parlato nella Fortezza Nera, e il solo pensiero lo faceva ridere. Sarebbero state scene divertenti.

Al settimo giorno del loro viaggio raggiunsero il centro della contrada, in cui i villaggi collassavano gli uni sugli altri, creando enormi agglomerati che potevano essere considerate singole città da migliaia di anime, piene di vita campestre. Due di queste erano cinte da mura di pietra e sorvegliate da guarnigioni di soldati, preferendo tuttavia pernottare nelle taverne e cercare di avere meno rapporti possibili coi governatori locali, per tentare di rendere ancora segreto il loro viaggio. La voce che un gruppo di soldati guidato da due ufficiali incompetenti viaggiava sulla strada per il ponte si era tuttavia diffusa, e speravano che non tentassero di riconoscere in loro i regnanti del loro paese.
Le città in cui giunsero avevano i più grandi magazzini e mercati della zona, e cercavano di sfruttare il paesaggio come difesa naturale. Per questo, o si sviluppavano su più colli o alle pendici di questi. Nonostante questo, difficilmente avrebbero resistito a un assedio. Raggiunsero anche le birrerie della zona, e Dalmor tastò un notevole aumento della qualità della birra, che era più corposa, meno annacquata e, sorpresa, poteva scegliere tra diversi gusti, alcune anche fruttate. Le sere che passarono in quelle città terminarono tutte male, con lui e suo padre ubriachi fradici a fare i conti, il giorno dopo, con la sbornia. Non aveva mai in vita sua percorso la strada verso il ponte, e un po’ se ne pentì, perché la contrada gli piaceva non poco: la vita semplice, le città vive, erano lontane dagli agi di Zorqun o dall’ermo di Fortezza Nera, una piacevole via di mezzo. Si disse che, se fosse rinato contadino, avrebbe voluto nascere in quelle zone. Ovviamente, ci credeva poco anche lui.

Il viaggio proseguì senza intoppi per il resto della strada che restava da percorrere. Superate le città al centro della regione, i centri abitati si fecero meno densi, simili a quelli che avevano incontrato all’inizio della strada. Procedendo verso Est, usi e costumi iniziarono a cambiare, così come il dialetto, che si faceva più sporco e meno comprensibile. Il cibo passò dall’essere a tratti buono all’essere pessimo ovunque, e vissero di cacciagione gli ultimi giorni di viaggio, cacciagione che anche Uldor contribuiva a procurare.
Fu con gioia che salutarono l’apparire della torre sul ponte all’orizzonte. Tuttavia, avrebbero pernottato ancora una volta in una locanda, e, facendosi coraggio, si sorbirono per un’ultima volta una cena terribile, giungendo infine, a metà del giorno seguente, alla guarnigione
Questa era una torre solitaria in cui vivevano circa cento anime, tra soldati e servi, il cui scopo era sorvegliare il ponte per le Sei Fortezze e l’area circostante. Quando scesero da cavallo si abbracciarono tutti felici di aver compiuto il loro viaggio con serenità e senza problemi; alla guarnigione furono anche avvisati che i carri con i loro averi li precedevano di due giorni, quindi sarebbero giunti alle Sei Fortezze prima di loro.
“Incredibile, tutto come previsto.” Disse Tildor, e Dalmor gli battè il pugno in segno di vittoria.
Fu organizzata una festa per quella sera, in cui tutta la guarnigione era invitata. Il cibo era scarso, ma l’alcool ve ne era a fiumi, e quindi la serata finì male. Dalmor, intuendo l’epilogo, preparò i suoi bagagli prima di scendere alla festa, che terminò quando tutti cercarono di tornare nelle loro stanze ubriachi fradici. I regnanti faticarono su per le scale e infine riuscirono a entrare nelle porte giuste, per poi lasciarsi cadere sull’uscio privi di sensi.

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