Capitolo V

Anno 2584, 8 Sêdulem, Arat Vanur

“Cosa desidera, mio signore?” chiese un uomo ai piedi del trono, dopo essersi inchinato, fatto chiamare nella sala grande.
“Il mio primo ordine è” disse a voce chiara ed alta l’alto uomo seduto sul trono, rivolgendosi a tutta l’immensa sala, vuota “che tutti i contatti con gli altri stati interni vengano a mancare; venga dichiarata terminata la guerra in questo paese a qualsiasi condizione, e che gli eserciti stranieri lo abbandonino immediatamente; il Nord dichiara ufficialmente la sua uscita dalla guerra del continente interno. Ora sparite tutti, ho bisogno di solitudine.”
“Sarà fatto, sire.” Rispose inchinandosi il piccolo uomo, indietreggiando fino ad uscire da una porta laterale, nascosta nell’ombra; fu rapidamente seguito dai pochi presenti in sala, in maggioranza soldati di guardia. L’uomo alto restò solo nel locale, seduto sull’enorme trono d’oro, argento e smeraldi.
Spostò il suo sguardo dal portone grande della sala alla sua mano destra. Un anello brillava al dito medio, un anello di fuoco: era composto da tre filamenti di pure fiamme intrecciati tra loro, senza ne inizio ne fine; si notavano, per occhi attenti, dei prolungamenti sottilissimi che si inserivano nelle carni del dito tutt’attorno, e che così collegavano l’anello al portatore. Non era un oggetto sfarzoso, che si faceva notare: a meno che non fosse buio, si nascondeva alla vista; nell’oscurità, però, brillava di fuoco come le fiamme di un camino, ed era una piccola stella in terra.
L’uomo che lo indossava se lo sfilò lentamente, con la mano sinistra, la quale era protetta da un guanto di maglia, ed il legame che vi era con l’oggetto venne a recidersi: fece una leggera smorfia di dolore quando ciò avvenne; guardò quindi l’oggetto che aveva tra le mani molto attentamente: un così piccolo ed insignificante monile, un enorme e spropositato potere. Quando era staccato dalla carne umana, bruciava come legna, e fiamme si sprigionavano da esso: si può affermare che non avesse altra consistenza che le fiamme, e che il fuoco fosse la materia di cui era composto. Se lo rimise al dito, ed un’ulteriore smorfia passò sul suo volto quando esso si ricollegò al suo corpo. Una miriade di ricordi inondarono la sua mente, e quel che era avvenuto dall’inizio dell’anno a quell’istante lo rivisse.

Aveva scoperto, il giorno 17 Ilraset precedente, una grotta; si trovava nella sua terra d’appartenenza, ovvero nel Nord-Ovest del paese a Nord dell’esagono, in cui colli e valli rendevano fertile ed accogliente quella contea. La guerra era giunta anche lì: si lottava in tutto il continente interno: sette stati l’uno contro l’altro, senza alleanze eccetto una, che aveva fatto scaturire lo scontro: il Nord-Ovest, i monti, si erano alleati col Sud-Est, i deserti, e da lì era partito tutto; nell’arco di un mese gli altri stati dell’esagono erano tutti in guerra, e il re del Nord, pensando di approfittarne, dichiarò guerra a tutto l’esagono insieme; la mossa fu azzardata e il regno a Nord,  mal difeso e con l’esercito poco pronto ed organizzato, venne presto invaso, e la disperazione dilagò ovunque. I popoli si spostarono da villaggi e città in boschi, monti, grotte e qualsiasi anfratto potesse ripararli dalla furia degli stranieri. I veri nemici, però, erano le truppe alleate, che ovunque saccheggiavano e torturavano la popolazione. Era stato proprio fuggendo da una piccola squadra di nemici che si era imbattuto, lui, Azhamor, di ventotto anni, in quella piccola ed oscura grotta; ritenendola sicura, vi entrò, e cadde nel baratro che si trovava poco dopo l’entrata. La caduta fu di circa cinque metri, e non si fece troppo male, a parte la rottura della gamba sinistra. Ma era solo, senza nessuno che potesse aiutarlo, e destinato a certa morte; aveva passato lì dentro non ricordava quante ore, nel buio, gemendo ed affliggendosi per il dolore e l’avversa sorte, finché, forse illuminato dalla ragione della rassegnazione, notò una minuscola luce nella grotta. Restò a fissarla meravigliato, finché si decise di scoprirne l’origine, avanzando strisciando e con fatica; scoprì che la luce proveniva da un corridoio che si trovava dietro una curva naturale delle rocce, ed era molto più lontana di quanto potesse immaginare, e gli parvero trascorrere i giorni prima che essa poté illuminargli fiocamente il viso, mentre la fame, la sete, la fatica ed il dolore lo sfiancavano. Si sforzò per raggiungerne la sorgente: non aveva a quel punto nulla da perdere, e non faceva differenza tra il morire agonizzante di fame o malattia dove si trovava o dove sarebbe giunto, quindi si risolse di soddisfare la sua curiosità; questa determinazione lo portò, dopo un altro giorno di faticoso avanzamento, alla scoperta di un piccolo anfratto  cubico, dove un bambino entrava a mala pena; un’apertura in una delle pareti della piccola cavità permetteva alla luce di uscire. Le piccole mura erano di ceramiche pregiate e lavorate, di color rosso fiammante, ed al centro del minuscolo locale, in equilibrio su un raffinatissimo e snello obelisco, vi era la fonte della luce: un piccolo anello fiammeggiante, che emanava calore. Azhamor restò impressionato dalla vista di quel minuscolo oggetto, ed allungò lentamente il braccio sinistro, accingendosi a prenderlo, ma venne scottato dalle fiamme, e ritirò la mano. Restò qualche minuto ancora a riflettere, anche se, a quel punto, non era più capace di nulla: la mente non ragionava a causa di dolore, fame e sete, il corpo non gli rispondeva più, la morte incombeva. Riallungò la mano sinistra e prese l’anello, e lo infilò rapidamente al medio destro. Non poté mai più in vita sua dimenticare i dolore di quel momento: si sentì bruciare dentro, come se la sua anima e la sua ragione venissero infilate in una fornace; il suo corpo si contorceva e la sua mente era un delirio di dolori. La sua memoria non poteva in alcun modo commisurare quanto tempo trascorse dolorante; ricordava solo un vuoto dopo il dolore, probabilmente dovuto ad uno svenimento: per norma logica, sarebbe dovuto morire nel momento stesso in cui si era infilato l’anello. Ma ciò, per quanto ne poteva sapere il mondo, non avvenne, ed egli era sopravvissuto. Si svegliò un indeterminato tempo dopo, e la prima sensazione che provò fu, strano a dirsi, benessere. Si sentiva riposato, fresco, carico di energie; provò ad alzarsi, ma la sua gamba rotta protestò violentemente, e passò alcuni minuti ansimando per il dolore. Ma non provava più fame, ne sete, e neanche fatica: stava bene. Doveva però far qualcosa per la questione della gamba, e vi poggiò su la mano destra, cercando di vedere di che entità erano i danni col tatto, quando si accorse dell’anello al dito e della luce che procurava. Rigirò la mano davanti ai suoi occhi per qualche secondo, ammirando il modo in cui l’anello si era perfettamente adattato al suo dito e come si era collegato a questo; poi, tornò a fare luce alla gamba, e la tastò con la stessa mano destra. Al minimo tocco, un’ondata di calore benevole gli percorse l’arto, e ritrasse la mano, spaventato. Quando capì la situazione, la ripose immediatamente sul punto che credeva causa del dolore e centro della frattura, e premette contro la pelle, che era diventata gonfia, putrida e nera; calore, benessere e fitte di dolore si alternarono nei minuti successivi, ma alla fine, dopo tutto ciò, la ferita era guarita, e poteva rialzarsi, dopo non sapeva quanti giorni. Tentò piano lo sforzo, e le sue gambe tremarono dopo quel tempo di inutilizzo: si resse alle pareti irregolari della grotta, sostenendo col sussidio delle braccia lo sforzo delle gambe, e decise di verificare per una seconda volta le strane capacità di quell’anello, e poggiò nuovamente la mano destra prima sulla gamba sinistra, più debole a causa della ferita, poi sull’altra, e non tremarono infine più: si erano completamente ristabilite. Allora passò i minuti successivi a curare, guarire e ricaricare tutto il resto del suo corpo, ed alla fine si trovò carico di energie e fresco, come se nulla fosse accaduto. Allora, e solo allora, girò lo sguardo verso la piccola stanza in cui l’anello era custodito, ed entrò, o meglio, vi inserì il busto dalla fessura, facendo luce con l’anello e studiandola a fondo. Le pareti rilucevano alla luce di un rosso profondo, e le ceramiche erano fissate con tanta precisione da nascondere perfettamente gli spazi tra le piastre. Il soffitto ed il pavimento erano della stessa fatta delle pareti, e Azhamor non riuscì proprio a capire come quella stanza potesse essere stata costruita, perché era tutto perfettamente identico, le pareti perfettamente lisce e senza crepe o fessure, tranne quella dalla quale lui vi poteva penetrare, che gli sembrò causato da un cedimento della pietra, che era infatti fradicia e poco spessa il quel punto, e l’acqua era scesa fin dentro il localino, senza però provocare alcun tipo di danno: sembrava che lì dentro tutto fosse immune a danni esterni. Osservò allora il piccolo obelisco al centro del complesso: era elegante, sinuoso, e snello, tanto che poteva in ogni punto della sua struttura chiuderlo nel suo pugno, e in alcuni poteva addirittura racchiuderlo nel mignolo. Non riuscì a capire di che materiale era fatto, ma alla luce rossa dell’anello sembrava essere di un grigio ferroso molto scuro, quasi nero, e tutta la superficie era liscia e lucida; la punta era affilatissima, tanto che quando passò il polpastrello dell’indice su di essa, pur semplicemente sfiorandola, venne ferito, e del sangue scivolò giù sul dito, cadendo sulla mano; alcune gocce caddero sull’anello, e questo le assorbì, brillando ancora più intensamente. Non poté metterlo sulla ferita poiché avrebbe dovuto levarselo, ed i legami che lo univano alla sua carne non gli piacevano, e temeva di farlo; lasciò quindi la piccola ferita libera di sanguinare. Osservò attentamente, ancora, l’obelisco, e, istintivamente, lo agguantò e tirò verso l’alto con l’intento di staccarlo e portarselo. Quel che avvenne, però, fu che non si staccò l’obelisco, bensì tutto il pavimento, che si alzò di qualche pollice, ed iniziò, poi, a scendere lentamente verso il basso, fino a fuoriuscire dalle pareti laterali e cadere giù, nel buio. Subito Azhamor si spinse dentro tentando di afferrare l’obelisco, ma si accorse della sua pesantezza solo in quell’istante, ed esso lo trascinò giù con se, nell’oscurità, ferita da quel piccolo anello che vi portava luce. Dopo qualche secondo, l’obelisco e il pavimento della stanzetta crollarono su una superficie ruvida, e l’uomo si scansò furbescamente dall’impatto, evitando l’affilatissima punta di quell’oggetto bello come ornamento e feroce come arma. Il muro e le ceramiche andarono in pezzi, mentre l’obelisco restò integro, attaccato a dei pezzi di pietra; Azhamor, nell’impattò, non si era fatto male: alzò la mano verso l’alto, e si accorse che il localino che aveva lasciato si trovava a circa cinque metri sopra la sua testa, e poteva indovinarlo solo dai contorni del buco che si distinguevano fiochi sul soffitto rude di un’ampia grotta a semisfera. La luce che proveniva dall’anello era tuttavia fioca, sebbene assomigliasse ad un sole nella totale oscurità in cui era situata; lo spazio illuminato era di appena qualche decina di centrimetri attorno all’uomo, che quindi iniziò a muoversi furtivamente, osservando con attenzione tutto quel che poteva vedere. La grotta aveva un pavimento irregolare, roccioso ed umido, mentre il soffitto, da quel che aveva potuto notare cercando il buco da cui era caduto, era lavorato e liscio come marmo; l’aria non era pesante ne greve, questo gli fece pensare che la grotta dovesse avere delle uscite, ma il fermo movimento delle fiamme lo sconfortò. Doveva trovare un modo di scappare da quella tomba sotterranea, o qualsivoglia fosse lo scopo di quell’anfratto. Perlustrò quindi attentamente lo spazio dapprima circostante, poi iniziò ad allontanarsi dal luogo della caduta, che sembrava essere il centro esatto del locale; si muoveva a cerchio, evitando così di andare solo da una parte e perdersi, utilizzando la cavità della stanza sulla sua testa come punto di riferimento. Nel raggio di tre metri attorno al centro,non vi era nulla di interessante oltre nuda roccia; ma, inaspettatamente, urtò col piede qualcosa di duro, che rumoreggiò come cavo. Subito si abbassò a controllare cosa fosse: una piccola coppa d’oro, leggermente opaca ma conservata, senza ragnatele; in quel luogo non vi era vita che potesse sopravvivere. Si accorse che la coppa non era sola, bensì affianco vi era una piccola catasta di altri oggetti d’oro, e più dietro ancora un tavolo, ed infine l’estremità della caverna; doveva trovarsi a circa sei metri di distanza da dove era caduto. Esaminò prima di tutto il muro, e vi trovò delle scritte e dei disegni, talmente sbiaditi da essere incomprensibili. Iniziò a percorrere in cerchio la grotta seguendone il perimetro e scansando dalla sua strada oggetti, armi, utensili, mobili e pergamene; trovò, quando aveva percorso poco più di un terzo della circonferenza, un piccolo buco, con attorno disegnate, da quel che poteva capirne, i colori e le forme erano molto sbiadite, delle fiamme; ne ricavò che l’anello andasse messo lì, ma era restio a privarsene. Decise allora di tentare la sorte e vi infilò il dito intero, con l’anello al suo posto: i disegni brillarono e si andarono illuminando tutte le scritte e le immagini che vi erano alle pareti; dopo qualche minuto, la stanza fu totalmente illuminata dalla luce proveniente dalle pareti, ed Azhamor poté osservarla interamente: il pavimento era irregolare solo nei pressi del centro, alle estremità era piano e formata da enormi graniti squadrati; non se ne era accorto quando aveva perlustrato le mura a causa della sua forte curiosità. Vi erano un mucchio di oggetti sparsi per il luogo, in gran parte pergamene, libri e scaffali che li contenevano; vi erano anche scrittoi, sedie, resti di penne e inchiostri essiccati. Utensili da cucina erano pochi, solo quelli che aveva trovato all’inizio, e tutti interamente d’oro; cibo e bevande assolutamente nulla. Sembrava che nessuno visitasse quel luogo da secoli, tutto aveva l’aria di aver visto ere e guerre diverse. Una fessura nel muro, posta esattamente all’estremità opposta di quella dove egli si trovava, attirò la sua attenzione: era, questa volta, a forma di spada, lunga un metro e con i lineamenti dell’impugnatura e della guardia molto raffinati. Ma la spada era assente. Osservò allora attentamente i disegni sulle pareti, e notò che raccontavano una storia, una storia di quelli che gli parvero enormi mostri, e che le leggende conoscevano come Îd ed Ûd, i due fratelli dei, del fuoco il primo, e del ghiaccio il secondo, che avevano creato il mondo e dato la vita agli uomini, e che, fin dall’alba dell’uomo, si incarnavano in due umani, lottando l’uno contro l’altro. Notò che Îd portava un anello di fuoco, esattamente come il suo, e del sudore iniziò a cadere dalle sue tempie. Crollò seduto a terra, la testa gli girava, e cercò di ripristinare il controllo del respiro, stendendosi ed alzando le ginocchia; quando si fu ripreso, esaminò più a fondo tutte le immagini, e capì la storia; c’erano anche delle scritte, ma non sapeva che lingua fosse, e non sapeva in generale leggere, essendo nato e vissuto come contadino, non ne aveva mai avuto bisogno ed opportunità; per sfizio colse da terra una pergamena arrotolata, e notò la data: 1365, i numeri sapeva leggerli; capì che era un testo molto antico, ma non poteva leggerlo. Osservò attentamente le linee ed i grafi che componevano il testo, ma con falsa speranza che qualche strano potere dell’anello gli permettesse di comprenderne il senso; oltre ogni sua aspettativa, ci riuscì. Rimase stupito ed iniziò a gridare dalla gioia, esultando come un ossesso, ed iniziò a leggere avidamente quel testo, poi un altro, e un altro ancora, fino a leggere tutto quel che era in quella stanza. Se pure avesse saputo leggere tutte le lingue del mondo prima di entrare in quel luogo, non gli sarebbe servita a nulla la sua conoscenza: la lingua era quella usata dai semi-dei, ovvero gli uomini in cui vi erano Îd ed Ûd, ed era sconosciuta ed incomprensibile a chi non aveva quei poteri; inoltre, avrebbe impiegato anni per poter leggere tutto quel che c’era scritto, seppur fosse riuscito a farlo, ma egli non si accorse che leggeva le righe cinque alla volta capendone il senso, e che dopo due occhiate la pagina era giù nella sua testa e nella sua mente. Le mura che illuminavano la grotta dovevano essere “ricaricate” a determinati intervalli, e l’andare alla fessura sulla parete ed inserirvi il dito con l’anello era l’unica cosa che lo distraesse dallo studio. In capo a 2 mesi del mondo esterno, aveva completato tutte le letture, ed era esperto dei suoi poteri, limiti, e della storia di quelle sue caratteristiche che doveva all’anello. Una persona comune avrebbe impiegato almeno cinque anni per farlo, e pochi al mondo erano coloro i quali conoscevano quanto lui gli arcani poteri degli dei. Si decise ad abbandonare la grotta solo quando fu sicuro che non celava ulteriori segreti. Rivolse la mano verso il basso, ponendosi sotto l’apertura sul soffitto, e fiamme si sprigionarono dalla sua mano, e volò verso l’alto; così proseguendo, uscì alla luce del giorno: era il giorno 5 di Tavore, e numerosi eventi erano accaduti durante la sua assenza dal mondo civile. Si recò primamente nel villaggio più vicino, non il suo, ma un altro, per non essere riconosciuto, ed andò al pozzo a rinfrescarsi e a bere, sebbene non avesse più bisogno; si specchiò nell’acqua e saltò via dalla paura causata dall’immagine che vide: non era più un alto uomo bianco, con capelli bruni e lunghi e barba rasata, bensì aveva la carnagione scura, non aveva capelli ed aveva una foltissima barba bianca che gli ricopriva il volto e gli cadeva giù, giungendo all’altezza delle ultime costole. Aveva inoltre occhi di fuoco, rossi, con pupille gialle che rendevano il tutto molto inquietante: si spaventò per cosa era diventato. Si voltò allora e notò che tutto il villaggio lo aveva circondato, e lo guardava impaurito e incuriosito.

La sua mente tornò al presente; era solo nell’enorme sala del trono, scura nella notte. Non si sentivano rumori se non in lontananza e soffocati. Si alzò e passeggiò da solo nell’enorme locale.
Cosa fare, ora? Ho in poco tempo conquistato i cuori del mio popolo, anche se, a tutti gli effetti, sono un mostro. Adesso finalmente ho posto fine alla guerra nella mia terra, e la pace può tornare. Ma no, non la pace sola deve tornare, bensì la prosperità e la ricchezza devono dilagare! Devo porre fine a questa fastidiosa situazione di incertezza politica e culturale del paese! Siamo solo una schifosa colonia. Quale è il suo popolo? Quali sono i suoi diritti, le sue tradizioni, la sua cultura? Non esiste alcuna informazione, alcuna istruzione, non vi è altro che il Governatore, suddito di Evelfo, e tutti gli altri sono sudditi, sottomessi e mortificati, del suddito dell’alto Re. Ormai tutte le altre colonie sono diventate indipendenti, io devo far sì che anche questa lo diventi. Il Governatore è fuggito, ed io ho preso possesso del trono, della capitale, ma devo risolvere, devo trovarlo ed ucciderlo. Se solo sapessi dove si trova! Ma perché diamine mi da così fastidio questo anello? Il silenzio di questa sala è opprimente, devo uscire fuori. Finalmente un po’ d’aria pulita! Guarda quant’è bella Arat Vanur di notte… Cosa ne sarà stato del mio villaggio? No, ormai è tardi, quella vita non esiste più. Cosa sono io? Il mare è così calmo, sereno… Che magnifica Luna! I Monti hanno una devozione particolare per la Luna… Maledetti bastardi, sono superiori in tutto. Mi restano così tante cose da fare ed ho una sola vita a disposizione! Possibile che i miei poteri non prevedano l’immortalità? Già, ma potrei uccidere facilmente il Governatore, trovarlo… Anche Îd va trovato, assolutamente. Cosa devo fare? Che cosa diamine devo fare? Devo schiarirmi le idee. Non sono nemmeno cosa sono, come mai potrei poter fare qualsiasi cosa? Medito.

 

Anno 2584, 16 Tavore, Zorqun

“Mio signore, porto brutte notizie.”
Che bello. Mi mancavano le brutte  notizie. Viene dal Nord, mi sembra strano che ci siano brutte notizie. Forse è solo un falso allarme…
“Un battaglione è stato distrutto sulle rive del fiume.”
Gli occhi di Ermen II, Re dei Monti, si gelarono un istante. “Che cosa vuol dire ‘è stato distruttto’?” chiese, portandosi le dita ad arricciarsi i baffi.
“È… mio signore… sono stati ritrovati tutti morti sulle sponde del fiume Resin. Anche i cavalli erano morti.”
Cosa diceva tuo padre? ‘Prima di parlare, pensa. Prima di uccidere un uomo, giudica. Prima di dare di matto, chiedi spiegazioni.’ Vediamo un po’ che spiegazioni mi sa portare.
“Dimmi, giovane” il volto del Re non aveva cambiato espressione, né la voce si era incrinata. “come sono stati ritrovati? Feriti, mutilati?”
“No, mio signore. Morti. Nessuno di loro era ferito, sembrano essersi tutti addormentati, in realtà sono solo morti.”
Veleno. Nel fiume. Potente. Troppo.
Il Re riconsegnò la lettera che stava leggendo all’ambasciatore di Aglaas, e iniziò subito a camminare. “Seguimi, ragazzo, accompagnami alle stalle. Voglio che porti questo messaggio a tutti i battaglioni che sono in quella zona; se dei plotoni dovessero essere distaccati, voglio che tu li trovi e comunichi anche loro quanto sto per ordinare. Sono stato chiaro?”
“Sì, mio signore.” Il giovane messaggero, che non poteva avere più di sedici anni, rispose pronto.
“Voglio che vengano abbandonate le sponde del fiume Resin. Se questo significa arretrare anche di cinquanta chilometri, allora si fa lo stesso.” Infilò una mano nella giacca e tirò fuori una sfera nera. “Prendi questa e guai a te se la perdi. Ora va, corri.”
Il ragazzo prese la sfera nera, girò sui suoi tacchi e tornò sul cavallo da cui era sceso. Intanto, il Re si dirigeva alle stalle.

Ma ti pare che non posso prendermi neanche due giorni di riposo. Dannazione, questo è un bel problema. Pensavo di archiviare entro l’estate la conquista del Nord, ma a quanto pare  dovrò tenere la terza armata lì per un po’ ancora. Tutto questo mentre la prima armata resta impantanata a due giorni da Fortezza delle Acque. Che noia, mi toccherà preoccuparmi di tutte queste cose. Che cazzo è quell’uccello? Ah è solo un pollo. Un pollo sulle mura?! Bah, ultimamente anche questo posto è diventato strano. Se solo le pianure non si fossero messe in mezzo… No, probabilmente tutto questo sarebbe successo comunque. È inutile darsi pena. Dovevamo farlo, dovevamo rischiare. Era nostro dovere farlo. La probabilità di trovarsi due stati alleati militarmente e economicamente a prevalere sugli altri quattro, e per giunta posti a due angoli opposti  dell’esagono… No, era troppo bassa, e noi ci eravamo finiti dentro. Non potevamo non farlo, dovevamo, per rispetto nei confronti di qualche dio strano, ma dovevamo.
“Mio signore, non è prudente uscire da soli.” Era la terza volta che lo scudiero glielo ripeteva. “Mio signore, mi permetta di insist..”
“Sta zitto dannazione, taci.” Ermen salì a cavallo. “Troppo rischioso, dici? Troppo rischioso un corno. Mi sono rotto le palle di essere circondato da lacchè  e persone inutili. Annulla il consiglio di stasera, dì a quei vecchi che se la possono anche sbrogliare da soli. Ho urgenze diverse, adesso.” Partì verso le porte della città.
“Mio signore, dove devo dire che siete diretti qua…ndo me lo chiederanno.” Disse le ultime parole a bassa voce, ormai il Re non poteva più sentirlo.
Vecchio pazzo. Ma che dico, ha soli trentadue anni, è ancora nel fiore della sua vita. Solo che sembra un vecchio dannazione, quella barba e quei baffi bianchi… E ora che cazzo mi invento? Mi urleranno contro, ma non sarà colpa mia. Almeno. Speriamo solo che stia andando dove penso che stia andando.

Il Re giunse alle porte di Zorqun e le varcò al galoppo. La strada davanti la città si biforcava: a destra verso Nord, a sinistra verso il mare interno, e l’Isola di Nessuno. Aveva bei progetti per quell’isola: una volta conquistato l’esagono, vi avrebbe fatto costruire un enorme castello, diviso in sei palazzi, e da lì avrebbe regnato su tutto l’esagono. Lo avrebbe chiamato Sei Fortezze. Il Re svoltò a destra e proseguì verso Nord per una decina di minuti, per poi virare verso Ovest dove si aprivano le interminabili foreste del Regno Selvaggio. La prospettiva era nemica e, sebbene queste sembrassero vicine, solo dopo un’ora al galoppo, con qualche pausa, riuscì a raggiungerle. Si fermò sotto le fronde degli alberi esterni, che facevano da confine per quello strano regno estraneo al mondo, scendendo da cavallo. “Aspettami qui.” Gli disse.
Chissà se mi capisce… direi di sì, mi ha sempre capito. Bah, andiamo a trovare quel vecchio svitato.
Entrò all’ombra degli olmi e si avviò, seguendo un sentiero.

Ho sempre odiato questo posto, però dannazione se è sicuro. Fa paura solo a guardarlo. Vediamo di far presto, a questo punto dovrebbero già avermi individuato e…
“… Probabilmente ho cinque frecce puntate al cuore.” Terminò i suoi pensieri ad alta voce, avendo visto davanti a se una figura oscura che gli puntava un arco al collo.
“Bravo, uomo, sei sveglio.” La figura venne alla rada luce del poco sole che filtrava tra le foglie e si mostrò a lui. Un cane su due zampe alto più di lui. Che posto strano. “Cosa sei venuto a fare?”
“Cerco il vecchio stregone. Dovrei porgli dei quesiti importanti.”
“Ah, sì.” Il cane abbassò l’arco. “E tu chi saresti per rivolgerti a lui?”
“Il Re dei Monti.” Ermen indicò l’elsa della spada che portava alla cinta, dove la sfera di pietra lunare spiccava sul resto.
Il cane sembrò guardare divertito la spada reale. Dopo qualche secondo, alzò il capo e fischiò. Si sentirono numerosi fruscii e suoni sordi nel fogliame, poi il silenzio. “In realtà, ti sei sbagliato, Re. Avevi ben quindici frecce puntate al tuo cuore, e una alla tua gola, la mia. Devi scusarci per la cattiva accoglienza, ma questi sono tempi bui.”
“Concordiamo su un aspetto, allora.” Il Re si rilassò e stiracchiò il suo collo. “Ho cavalcato a lungo e in fretta, spero che stavolta non sia lontano.”
“Forse sei fortunato. Oggi sarebbe dovuto essere giù a Sud, lo avevano convocato per uno strano caso di influenza volpina, ma da quel che ho capito era già troppo tardi.” Spostava le fronde dal suo cammino, facendo strada. “Seguimi e lo scopriremo.”
Seguire un cane in fin dei conti  non è strano. Cioè, è normale, loro percepiscono con l’olfatto gli obiettivi e noi li seguiamo. Solo che questo cammina. Dannazione, ho bisogno di drogarmi, ho davvero un maledetto bisogno di droghe adesso. Speriamo di fare presto. Questo posto è buio, e umido. E silenzioso. È anormale, un silenzio simile in una foresta. Non sono io a decidere come devono essere le cose, però. Sono ospite, dovrò ricordarlo.
Camminarono per una ventina di minuti nella foresta. Ermen aveva seguito in silenzio la sua guida, senza fare domande, senza lamentarsi. Non aveva neanche la più pallida idea di dove si trovasse, nella mappa mentale che si era fatto dell’esagono. Sapeva di essere nel Regno Selvaggio, ma quanto a Nord o Sud non sapeva dirlo. Una volta era arrivato alle coste Sud dell’esagono in dieci minuti, poteva giurarlo. In quel posto tempo e spazio perdevano senso.
“Fa silenzio,uomo.” La sua guida gli intimò di fermarsi, e poi girò dietro un albero. Ermen si trovava nell’oscurità più totale. Dopo qualche secondo, riapparve il cane. “Vieni.”
Ermen lo seguì al buio. Percepiva la presenza della sua guida tramite i rumori che sentiva davanti a sé, e cercava di individuare ostacoli vari, senza successo. Riuscì a tornare alla luce senza inciampare, e ne fu allegro.
Si trovava in una radura della foresta, a forma ellittica. Al centro della radura c’era una sola tenda, viola e consumata, attorno cui girovagavano un sacco di animali. Qualcuno si reggeva a due zampe. La luce del Sole arrivava diretta dal cielo, e sentì anche dei gabbiani gracchiare.
“Gabbiani? Come, dove cazzo siamo finiti?” Ermen non riuscì a tenere per sé questi pensieri e parlò.
“Siamo a Sud, probabilmente più a Sud di quanto tu immagini. Sembra che l’emergenza fosse vera. Dirigiti dentro la tenda e non rivolgere la parola a nessuno, o ti taglierò la lingua.” Il cane lo spintonò con un pugnale.
Il Re, in silenzio, fece un cenno di intesa. Poi si diresse verso la tenda, lento. Doveva girarvi attorno per poter entrare. Era anche abbastanza grande.

All’interno l’aria era pregna di fumi densi e profumati. Strani colori aleggiavano sotto la tenda, e non riuscì a vedere nulla appena fu entrato.
“Un Re!” Si sentì dal fondo del fumo.
“Sì, esatto.” Tossì. “Sono io, Ermen II, ci conoscemmo l’estate scorsa quando mio padre morì.”
“Ah, già già. Sì, ricordo. Ricordo di te, sì.” La voce si avvicinava. Poi, dal fumo, apparve una vecchia scimmia, curva su un bastone. Se fosse stata eretta, anche lei avrebbe superato il Re in altezza. “Vieni, seguimi giovane, seguimi. Ti mostro una meraviglia.” Lo prese per mano, senza neanche chiedere, e lo trascinò all’interno. Al Re girava già la testa per via dei fumi e delle esalazioni che riempivano l’aria.
Venne guidato in un angolo della tenda più areato: c’era una piccola apertura verso l’esterno, per permettere il ricambio d’aria. A terra, sdraiata su tanti cuscini, c’era una stupenda ed enorme volpe viola a tre code. Sembrava in fin di vita.
“Ecco, ecco, siedi affianco a lei, Re, siedi.” Il vecchio stregone lo accompagnò nella discesa e poi sedette affianco a lui. “Lei è una volpe tricoda, immagino non esistano fuori dal bosco. Sono esemplari meravigliosi, bellissimi, eleganti… e letali. Posso azzardare: più intelligenti di qualsiasi altro sulla Terra. Anche dei lupi di ferro, direi. Sì, senz’altro. Animali stupendi.”
“Riconosco tu abbia ragione, vecchio.” Ermen osservava l’esemplare che aveva davanti a sé: un folto pelo blu, tre code morbide che si attorcigliavano attorno al corpo, il muso triangolare e dai lineamenti eleganti. Decisamente, un esemplare meraviglioso. “Cosa gli è successo?”
“Le, è una femmina, questa. Influenza volpina, una rara malattia, che può portare alla morte in alcuni casi. Non se ne vedeva una da secoli, ormai. Temevo di aver anche buttato la medicina.”
“Brutte storie.” Ermen chinò il capo in segno di rispetto.
“Ma si rimetterà. Ha già lottato molto contro la morte, e non perderà, ormai è salva. Solo, è stanca, stanca. Deve riposare, lei. Già.” Si girò verso il Re, guardandolo con due occhi verdi e rilassati. “Cosa posso fare per aiutare te, invece. È strano che un Re venga da me a chiedere consiglio. Parla pure, uomo.”
“Esiste un veleno così potente che, se riversato in un fiume, possa uccidere mille soldati con i loro cavalli?”
Il vecchio continuò a fissarlo, ma i suoi occhi erano spenti, e ormai pensava a tutt’altro. Dopo qualche minuto, il vecchio riprese a respirare e a battere le ciglia.
“Sai, Re, un veleno è tale se considerata la dose.”
“Cioè?”
“Ogni cosa è velenosa, dipende quanta ne serve per uccidere. Anche l’acqua, già. Ti sfido, Re, a bere fino a quanto non ne puoi più. Se superi un certo limite, già, morirai. Anche l’acqua è veleno, già.”
“Quindi?”
“Quindi tutto sta nella dose, nella quantità per uccidere. Alcuni veleni sono potenti, molto potenti: una sola goccia può uccidere una mandria intere. Ma non uomini, no, quelli non uccidono uomini. Per uccidere un uomo, tanto ne serve. Ed esiste solo un potere in natura che può fare ciò che leggo nella tua testa. Quel potere, non è umano.”
Ermen inspirò profondamente, poi buttò fuori l’aria. “Lo sospettavo. È un dio, ciò di cui parliamo, vero?”
“Frena, frena le tue paure.” Il vecchio si alzò e sparì nel fumo, continuando a parlare. “Tu temi gli dei, perché loro non puoi vincere. Ma sappi che hai contro non ciò che pensi. Già, solo il potere divino riesco a tracciare lì, ma non il divino. Qualcosa non è andata come doveva, Ermen II, qualcosa di grave è accaduto.”
“Cosa mi consigli, quindi?”
“Consigli? Io non consiglio, non sono un consigliere, già. Tu sceglierai, tu deciderai. Tua è la scelta, tua è l’attuazione. Io rispondo, io spiego.”
“Se ti chiedessi invece la cosa migliore da fare?”
“Sarebbe un consiglio, e io non consiglio, giovane. Tu sei giovane, un uomo, mortale e giovane. Vivi la tua vita, fa i tuoi sbagli, piangi e ridi. Questo mondo è per te, gioiscine. Ma non chiedermi consigli.”
“Capisco.” Il Re fece per alzarsi, ma il vecchio lo fermò con la zampa.
“Buono, buono, Re. Stai buono, non c’è fretta. Ormai si è fatta notte fonda nel tuo regno, e non è sicuro partire, già. Resterai qui per la notte.”
“Non vorrei disturbare.”
La vecchia scimmia scoppiò a ridere. Poi sedette di nuovo affianco a lui, stavolta portava un sacchetto con sé. “Un altro desiderio ti leggo. Forse è un bisogno, ma non fa nulla.” Tirò fuori dal sacchetto un’erba secca e finemente tagliata.
“Droga.” Il Re sorrise.
“Nomi brutti date a cose non brutte. Voi uomini siete strani, ma stanotte fumeremo assieme.”

 

Anno 2584, 2 Bûrset, Fortezza delle Acque

Ma ti pare che adesso dannazione devo andare a cagare non mi sembra proprio il momento adatto andiamo è quasi l’ora dannazione devo trattenerla…
“Mio signore, tutte le truppe sono in posizione.”
Un altro tenente giovane che va a morire. Che triste la vita umana.
“Bene, fa partire i messaggeri e avvisa tutti di stare fermi. Non ci muoveremo fin quando non avremo il segnale.” Si girò e si guardò attorno. Era circondato da ufficiali dell’esercito. Non poteva allontanarsi per espletare le funzioni corporali, a quanto sembrava.
La campagna dei Monti nel Regno dei Fiumi era stata in gran parte una felice scampagnata; appena era iniziata la primavera, la prima armata del Regno dei Monti, che contava oltre cinquantamila uomini, si era spostata verso Sud iniziando l’attacco. Come auspicato, non ci furono grandi resistenze: cinque anni prima una terribile pestilenza aveva colpito l’esagono, decimando popolazioni ed eserciti. Chiusi nei Monti, il Regno era riuscito a contenere l’epidemia, pur subendo numerosi focolai di pestilenza e morte. La Peste Nera afflisse per quasi tre anni l’intero continente, e alla fine solo il Regno dei Monti contava un esercito numeroso e addestrato. Da lì era partito tutto.
Dopo essere rimasti bloccati per una settimana in una immensa palude alla fine di Tavore, l’armata dei Monti aveva ripreso la sua campagna militare. Adesso circondava Fortezza delle Acque e si preparava ad assediarla.
Sarà tutto inutile, lo sappiamo sia noi che loro. Un assedio inutile che non procurerà alcun vantaggio, da nessuna parte. Speriamo solo che Etham si sbrighi. Una volta conquistato il resto del paese, potremo anche andarcene da questo buco infernale e, magari, potrei andare a cagare in pace. Soli dieci giorni in questo anfratto umido e schifoso. Resisterò, dai, faccio questo sforzo. Ho ancora un po’ di erba del vecchio, penso che sarà il caso di approfittarne.
“Inviate dei messaggeri alla fortezza.” Tutti lo restarono a fissare. “Che c’è? Non vi sembra saggio?”
“Mio signore, si era deciso di non negoziare col nemico.” Un generale alla sua destra aveva parlato.
“Beh, direi che ci siamo sbagliati. Non ne usciremo vincitori in ogni caso.”
“Signore, la scelta del consiglio era diversa.” Insisteva.
Il Re sbuffò. “E allora volete davvero dare il via all’assedio?”
“Siamo dell’idea che, come già ci siamo pronunciati in consiglio, possiamo prevalere sulle difese del nemico.”
“Non sono nemici, sono avversari. Non hanno fatto nulla di male, siamo noi gli stronzi della situazione.” Respirò e si voltò verso il complesso tra i fiumi. “Non riusciremo a vincere, è inutile. Quella fortezza è impenetrabile.”
“Ma come ci racconta la storia già una volta riuscimmo…”
“Hai un cazzo di semidio a disposizione?” Ermen lo fissò infastidito. “No, non lo abbiamo. I semidei sembrano aver lasciato questo mondo, sono dormienti, spariti. Quindi, dobbiamo fare affidamento sulle nostre forze. E queste non sono sufficienti a prevalere. Quindi restiamo qui, li assediamo, aspettiamo che Etham ci raggiunga e poi ce ne andiamo.”
“Si era deciso di attaccare…”
“Sì, sì, lanciate pietre con le catapulte. Ma guai a voi se fate partire un attacco diretto. Se un solo uomo morirà trafitto da una freccia o da un colpo avversario perché troppo vicino alle mura, prenderò le vostre teste. Sono stato chiaro?”
“Sìssignore.” Risposero in coro.
Dannati idioti. Vorrei sapere che cazzo insegnano loro alle accademie. Come cazzo fate a pensare di poter espugnare un castello galleggiante con triple mura. Bah. Che lancino le loro maledette pietre, voglio solo tornare a casa. E andare a cagare. Basta, non resisto più.
Si voltò e si incamminò verso il confine dell’accampamento.
“Signore, dove andate? Dobbiamo far partire l’attacco, non potete and…”
“Vado a cagare dannazione. Mi state tutti sulle palle adesso, lasciatemi cagare.” Si voltò e fissò arcigno il tenente. “Volete lanciare pietre? Lanciatele. Divertitevi, qui ormai è tutto detto.”
Finalmente.

Sette giorni dopo, la situazione non era mutata. L’armata era disposta attorno alla fortezza, non c’erano stati tentativi, non erano stati mandati emissari. I caladri che partivano dalla fortezza venivano uccisi tutti, ma quelli che arrivavano venivano lasciati in pace. Dovevano ricevere notizie dall’esterno, essere consapevoli della sconfitta che stavano subendo ovunque, ma non dovevano poter chiedere aiuto. Dovevano essere soli. Le catapulte avevano danneggiato in gran parte le mura, peccato che erano solo lo strato più esterno, quindi non si era ottenuto alcun risultato. Le mura interne risultarono più ardue da distruggere, ed era rischioso avanzare ancora con le catapulte.
Verso metà mattinata, arrivò un messaggero a cavallo. Veniva di corsa, e portava tanti mantelli larghi e colorati. Le guardie lo fermarono a Est, dall’altro capo dell’accampamento. Portava un messaggio per il Re. Non lo fecero passare, e questi dovette circumnavigare l’accampamento fino a raggiungere il capo opposto. Nel mentre, si era fatto mezzogiorno.
Fu il Re stesso ad andare ad accoglierlo al confine dell’accampamento. Lo salutò e gli strinse la mano.
“Mio signore, porto un messaggio da parte di Etham, Re dei Deserti a Sud-Est dell’esagono.”
“Da qua, figliolo.” Non rivolgeva parole dolci da molto tempo. “Fammi leggere. Date un pasto a questo ragazzo e al suo cavallo. Trattatelo come se fosse mio figlio, sono intesi?” Disse arcigno a un soldato di passaggio. Questi si mise sull’attenti e eseguì immediatamente l’ordine.
“Mio signore, il mio Re chiede una risposta celere, se possibile.” Il messaggero era un ragazzo che poteva avere al massimo quattordici anni. Sembrava avesse paura a parlare.
Ermen si girò. “Certo, mi sembra ovvio. Riposati e mangia, appena avrò la risposta te la consegnerò. Se vuoi cambiare cavallo, hai libero accesso alle stalle; se proprio tieni tanto a questo, puoi tornare a prenderlo quando ci incontreremo ancora.” Detto ciò, il Re si voltò e si diresse alla sua tenda.
Ermen II non aveva figli quando assediava Fortezza delle Acque. A trentadue anni suonati, non era ancora ammogliato e non aveva eredi. Gli portavano noia quelle questioni, sebbene suo padre, Tyogor IV, lo pressasse da tempo. Quando Tyogor morì un anno prima, il Re si trovò sul trono senza figli e senza famiglia a sostenerlo. Ritenuto da tutti una testa pazza, era audace, brillante e strano agli occhi di tutti. A rendere il tutto ancora più strano, i suoi capelli avevano perso di colore a soli ventitré anni, e ora aveva una folta chioma bianca, e il viso circondato da una sottile barba candida. I baffi erano lunghi e arricciati, completamente bianchi. Non si curava delle dicerie e continuava a vivere la sua vita a modo suo. Non si circondava di consiglieri, non gli piaceva che qualcuno gli dicesse come comportarsi. Non faceva altro che il suo lavoro di Re, e non gli dispiaceva: era divertente fare tante cose diverse, e farle a modo suo lo rendeva felice.
In realtà, era stato promesso sposo a diverse donne nel corso della sua vita. A diciassette anni, il padre gli organizzò un matrimonio con la principessa dei Venti, ma lui, dopo aver viaggiato da solo per mesi verso Martisern, si presentò alla corte del Re e rifiutò con eleganza la proposta, dicendo di essere “attualmente impegnato per potermi sposare”. Suo padre non la prese bene, e lo punì con due mesi d’esilio nell’ambasciata a Bofolgon. Manco a dirlo, ne fu felice e si divertì un mondo.
Poi, a ventidue anni, il padre gli propose un’altra moglie. Si trattava di una ricca nobildonna di Aglaas, che dicevano essere molto graziosa. Ermen guardò stranito il padre e chiese spiegazioni. Il padre ammise le sue idee di voler stringere i rapporti col Regno che una volta dominava i Monti e lui rifiutò.
Quattro anni prima, ebbero un’altra lunga discussione. Il padre era seriamente preoccupato per il futuro della sua dinastia, e arrivò a minacciare Ermen di lasciare il trono a suo fratello, Nemser. Anche stavolta, Ermen non se la prese e disse che avrebbe accettato le scelte del padre.
“E va bene, fa un po’ come ti pare.” Gli disse, senza pensarci troppo.
Il padre sospirò. “Ermen, tu sei un folle. So che ti sembrerà strano, ma sei la persona migliore per salire sul trono. Sei pazzo e geniale. Ma devi sistemarti, sebbene tu non voglia.”
“Lo so padre, solo che mi annoiano queste faccende casalinghe.”
“Puoi anche sceglierti una moglie, sposarla, metterla incinta e poi non avere alcun rapporto con lei, se proprio ti da fastidio avere donne attorno. Forse sei omosessuale e non me ne sono mai accorto?”
Ermen lo guardò e rise. “Non sono le donne a darmi a noia padre, sono le persone che mi danno noia. Uomo o donna, non mi piace l’idea di essere vincolato a qualcun altro.”
Il padre ci pensò su. “Mi arrendo. Ci ho provato varie volte, ma non ho mai voluto forzarti. Fa della tua vita ciò che vuoi, non ti obbligherò a sposarti quando sono in vita. Rinuncerò alla gioia di un nipote. Però, devi promettermi che, quando sarai sul trono, ci penserai con più attenzione.”
“Così sia.”
Morto suo padre, ci pensò seriamente a un matrimonio. Ma non riuscì a venirne a capo. Non poteva sposare una donna qualunque, era un Re dell’esagono. Quindi doveva essere una moglie di origini nobili, come voleva la legge. Ma la scelta era peggiore: le nobildonne erano altezzose e noiose. Decise di partire in cerca di ispirazione, addentrandosi nel Regno Selvaggio, così da poter anche incontrare il Re, come prevedeva la prassi al passaggio del trono. Trovò il vecchio stregone, scoprì quel nuovo mondo e ne fu affascinato. Al suo ritorno, era diventato ancora più strano, e sul matrimonio non ci aveva più pensato.
Ora però, solo in quell’accampamento, forse necessitava di qualcuno di fidato a cui parlare dei propri dubbi, oltre alla droga.
Tornato nella sua tenda, aprì la missiva, e la lesse. Nulla di inaspettato: non avevano incontrato difficoltà, e si dirigevano verso la capitale. Le truppe dei Deserti avevano viaggiato per nave nel Mare Interno, infrangendo le leggi dell’esagono, ma in guerra non importava a nessuno: ormai erano davvero tutti contro tutti, quindi oltre che dichiarare una guerra già in corso, gli avversari non avrebbero potuto fare altro. Ormai, la presa dei Fiumi era vicina. Un tassello del puzzle che si infilava lentamente al suo posto.

La risposta partì a metà pomeriggio, sul cavallo con cui era arrivata la prima. Ermen guardò felice il messaggero partire diretto a Est. Poi, tornò ai suoi accampamenti.
La vita da campo è una palla. Nulla di nuovo da fare, nulla di nuovo. Niente di interessante o divertente, ufficiali noiosi, generali impettiti. Gente noiosa. Che vita noiosa. Neanche il vino mi piace, quindi non ho proprio modo di divertirmi. Neanche posso drogarmi sempre, verrei ucciso in breve, temo. Ah, che bel Sole oggi. Quando non c’è umidità è bello qui. Però non ci vivrei mai, ma che sei scemo. Fa un caldo boia. Devo tornare a Nord il prima possibile. Devo anche sistemare la questione di Arat Vanur, ci sta volendo più del previsto per conquistarla. Non me lo aspettavo. Bah, che noia. Speravo di divertirmi di più in guerra. A quanto pare, mi sbagliavo. Ora attendiamo solo Etham che arrivi e poi festeggeremo. Almeno ci sarà qualcosa di diverso da fare.

Quattro giorni dopo, l’esercito dei Deserti si unì a quello dei Monti, accerchiando Fortezza delle Acque in una morsa indistruttibile. I due Re si incontrarono nell’accampamento dei Monti, abbracciandosi. Erano compagni da tempo, fin da quando, da giovani, si erano trovati entrambi alla corte di Obivaret. Ora, si erano ritrovati in una guerra da loro voluta, e che stavano vincendo.
I convenevoli durarono il minimo necessario, e poi i due si spostarono nella tenda di Ermen, a discutere.
“Allora, vecchio pazzo, come va su queste sponde?” Etham si distese su una poltrona come se fosse a casa sua. Si erano piaciuti da subito perché erano entrambi pazzi.
“Noie, noie, nulla di divertente, e devo anche avvisare qualcuno che vado a cagare. Sono circondato da rotture di palle con le gambe. Tu, invece, cosa mi racconti?”
“Mah, una scampagnata qua, una scampagnata là, le Praterie che ci invadono… le solite cose, insomma.”
“Che palle.”
“Già.” Si girarono i pollici in due per pochi secondi. “Allora, andiamo alla Fortezza?”
“Sì dai, poniamo fine a questa storia.”

Il giorno 13 Bûrset, i Fiumi si arresero alle forze congiunte di Monti e Deserti, e Fortezza delle Acque aprì i suoi cancelli agli avversari. Il Re sconfitto, Vageo, chiese pietà per le popolazioni già duramente colpite dalla carestia, offrendosi in ostaggio. Ermen ed Etham, di comune avviso, accettarono lo scambio, e Vageo III venne portato a Arbaran come prigioniero di guerra. Quella notte si festeggiò nella fortezza appena conquistata, e l’esagono perse uno stato.

 

Diario di guerra della prima armata dei Monti – 2584, 25 Bûrset

Siamo rimasti di guarnigione a Fortezza delle Acque. Il castello è grande, enorme. Ogni giorno troviamo un nuovo passaggio, e temo non riusciremo mai a esplorarlo tutto. La popolazione locale ci disprezza, non ci guardano con amore. Arrivano notizie da Est, parlano di dure battaglie tra le Praterie e i Deserti, nostri alleati. Il generale Agata ci riunisce tutti i giorni nel cortile e ci aggiorna sulla situazione del continente. A Nord la terza armata avanza verso Arat Vanur incontestata – un grande applauso ha seguito questa notizia. Al di là del Mare Interno, invece, Colline e Venti si fanno la guerra a vicenda – i generali tutti temono ripercussioni anche su di noi. Forse ci faranno mobil […] non temiamo una rivolta, ma pensiamo che forse non abbiamo ancora davvero vinto contro questo paese.

 

Anno 2584, 5 Sêdulem, Arat Vanur

I festeggiamenti per la vittoria sui Fiumi non durarono molto; dopo la festa che si tenne spontaneamente quella notte stessa, ognuno tornò ai propri affari: Etham si diresse a Est, verso il Regno delle Praterie, che stava tendendo agguati alle retrovie del suo esercito e cercava di farlo cadere in trappola, mentre Ermen tornò a Nord per risolvere la situazione della terza armata.
L’avanzata verso Arat Vanur si era fermata sul fiume Resin quando, nel mese di Tavore, uno dei battaglioni dell’avanguardia era stato ritrovato morto lungo le sponde del fiume. Il Re aveva ordinato di allontanarsi dal fiume, ma non aveva ordinato di interrompere la campagna. Per questo motivo, i suoi generali, guidarono la terza armata verso Nord, tenendosi lontani dal Resin, non abbeverandosi alle sue fonti e cercando di non cacciare nei dintorni. In poco più di un mese erano arrivati alle fonti del Resin, lo avevano superato, ed erano dall’altra parte. Quando Ermen partì da Fortezza delle Acque, l’esercito si trovava già oltre il Resin.
La resistenza dell’esercito del Nord all’invasione era pressoché nulla: dopo la prima battaglia, nel passo tra i monti, in cui oltre ventimila uomini del Nord erano morti o fatti prigionieri, il governatore del Nord aveva immediatamente chiesto aiuto alla corona di Evelfo, rintanandosi dentro Arat Vanur con tutte le truppe che gli erano rimaste. Gli aiuti da oltre mare non erano arrivati, e le truppe dei Monti erano libere di scorrazzare in giro senza freni. L’esercito della terza armata dei Monti arrivò a cinquanta chilometri dalla capitale il 4 Sêdulem, attendendo l’arrivo del Re per condurre l’attacco finale.

Il Re aveva solo un piccolo ostacolo: il Resin. L’esercito era stato costretto ad evitarlo e quindi viaggiare tutto attorno ad esso, ma il Re non aveva così tanto tempo a disposizione. Con lui, viaggiava una scorta di appena cinque soldati, che aveva scelto il Re in persona affinché non fossero molesti.
Ora ci tocca trovare un modo di attraversa questo fiume di merda. Quella è sicuramente la catasta dei corpi bruciati. Poveri ragazzi, poveri cavalli. Qui il fiume è basso e calmo, un ottimo guado. Il nemico lo sa e puf, tutti morti. Come, non lo so. Adesso devo vedere come superare questo fiume enorme.
“Mio signore, cosa intende fare?”
“Se mi dai tempo di pensare, te lo dico.”
Potrei sperare che il pericolo sia passato, tentare di guadare il fiume senza troppi preamboli e vedere cosa accade. Però poi, se muoio, sono bei cazzi. Non ho neanche un erede, e sarebbe abbastanza stupido morire in questo modo. Dannazione.
“Ho deciso, guadiamo il fiume qui.”
“Ne è sicuro? Non sarebbe più prudente attendere che qualche animale venga a bere per vedere cosa gli accade?”
Ermen lo fissò brutto. “Tu mi stai davvero chiedendo di attendere che un cazzo di animale venga a bere?”
“Beh, è più prudente, meglio non rischiare insomma..”
Il Re imprecò e montò sul suo cavallo. “Andiamo e non rompete le palle, o andrò da solo.” Spinse il cavallo verso il fiume, e questi si mosse piano piano. Non diede segni di irritazione o nervosismo, e questo tranquillizzò il Re.
La sua scorta si mosse prima. Avanzarono oltre il Re e entrarono per primi nel fiume, spinti da un senso di dovere e protezione. Dopo essere entrati tra le acque, si girarono sul posto, guardandosi attorno e guardando il Re.
“A quanto pare la maledizione che colpì le nostre truppe è finita.” Disse il Re. “Proseguiamo e raggiungiamo l’armata.”
Mi sono cagato sotto per un attimo. Dannazione, mai pensavo di poter avere così tanta paura alla luce del giorno. Voglio andar via da questo fiume maledetto, ci tocca ancora un viaggio lungo. Che schifo la vita in guerra, sempre a cavallo, emorroidi, viaggi, turni stressanti. Perché non mi sono fatto i cazzi miei? Potevo starmene buono buono a casa, a bere, a cagare in pace, ad annoiarmi, ma almeno mi annoiavo comodo. E invece no, mi devo annoiare e devo anche stare scomodo. Prima finirà, meglio sarà per tutti. Spero che il governatore sia abbastanza saggio da arrendersi. E che i generali siano abbastanza stupidi da non fare obiezioni.

All’alba del 5 Sêdulem il Re e i suoi cinque compagni arrivarono ad Arat Vanur, unendosi a metà mattina al resto dell’esercito. La città era assediabile via mare e via terra, ma loro avrebbero attaccato solo da terra: poche miglia più a sud la flotta dei Monti aveva chiuso lo stretto fin dall’inizio della guerra, impedendo a qualsiasi nave di entrare o uscire dalla capitale, ammazzando commercio, fughe della speranza e rifornimenti. La flotta aveva tentato più volte di aprirsi un varco, ma perse in casa propria, e venne completamente distrutta. La città non era ancora alla fame, ma lo sarebbe stata appena finita l’estate, quando non sarebbero arrivati rifornimenti da Nord, e sarebbe iniziata l’agonia della popolazione.
La terza armata dei Monti si dispose a battaglioni davanti le varie entrate della città; per poterla circondare e assediare completamente, almeno la parte che affacciava a terra, ci sarebbero voluti circa mezzo milione di uomini, e i Monti non ne avevano, almeno per ora. Non escludevano ci fossero altre uscite segrete e più piccole dei portoni enormi che davano accesso alla città, ma non se ne curarono: non volevano uccidere chiunque incontrassero, volevano solo la resa della città.
“Mio signore, le truppe sono pronte ad attaccare.” Un generale lo accolse a cavallo, tutto impettito. “Spero abbiate fatto buon viaggio, vi consegniamo la guida dell’esercito.” Detto questo, gli porse un bastone argentato. Il Re lo guardò, poi guardò il generale, riposò lo sguardo sul bastone e mandò tutti a quel paese.
Spronò il cavallo davanti alle truppe, e iniziò a urlare la carica. “Io mi sono rotto il cazzo di questo posto di merda! E voi?”
L’armata rispose unanime.
“E allora prendiamo questo buco di merda e torniamocene a casa, dannazione!”
Fu così che partì la carica dei Monti per Arat Vanur.

L’esercito difensore era stremato, sebbene non combattesse da mesi. La fame, la peste, la pazzia del governatore e l’indifferenza del Re di Evelfo avevano distrutto il morale del popolo e dell’esercito, che passava gran parte del tempo a ubriacarsi, andare a puttane o suicidarsi. Gran parte della popolazione si ammazzò in questi mesi bui precedenti alla battaglia per la città. Quando l’esercito dei Monti caricò, solo pochi erano gli arcieri sulle mura, e questi, ancor più demoralizzati, abbandonarono le loro postazioni.
In pratica, la carica della terza armata si interruppe davanti ai portoni, quando si accorsero di essere tutti vivi e vegeti e di non aver incontrato difese.
“Che cazzo sta succedendo?” Chiese il Re ad alta voce. Il pensiero di tutti era più o meno simile. L’esercito era completamente disorientato, come se non fossero pronti a quell’evenienza.
“Come dobbiamo comportarci, mio signore?” Un soldato della truppa aveva parlato, sistemandosi l’elmetto.
“E io che cazzo ne so.” Il Re continuava a guardare gli enormi portoni chiusi davanti loro. “Forse staranno ancora dormendo..”
“Proviamo a bussare?” Un tenente alla sua sinistra aveva parlato. Il Re si voltò e si passò una mano sul volto.
“Dannazione che triste vita.”

Le porte della città erano sprangate. Ancora nessuna difesa arriva dalle mura. Venne fatto avanzare l’enorme ariete costruito per abbattere i portoni, e lo stesso valeva per le varie entrate sprangate alla città. Non vennero disturbati mentre gli arieti caricavano contro le enormi porte, e gran parte dell’esercito non sapeva come occupare il tempo. Gli ordini assoluti erano di mantenere le postazioni, sostituire i soldati agli arieti se questi morivano, evitare di morire, per quanto possibile. Le truppe avrebbero potuto infrangere solo il primo di questi ordini, visto che gli altri erano inutili. Lo infransero, e gli ufficiali neanche dissero nulla a nessuno. La scena che si ottenne era quella della terza armata dei monti che circondava le mura Nord ed Est di Arat Vanur, passeggiando e chiacchierando allegramente, mentre gli arieti spingevano contro le porte risuonando nel nulla. Il Re era molto annoiato dalla situazione.
Che palle. Dannazione, che palle. Questi neanche si difendono, neanche una misera freccia lanciata verso di noi, o un sassolino. Nulla, neanche una parola. L’assedio più noioso della storia dell’umanità, è una vergogna anche chiamarlo assedio. Dai che razza di assedio è quello a una città che non si difende. Bah. Mi sono anche rotto il cazzo di stare seduto qua, a parlare con me stesso. Che poi, odio me stesso, dannazione quanto cazzo parlo. Dovrei davvero non parlarti più.
Prova. Cioè, stai zitto e non parlare.
Siamo nella mia testa, tu chi cazzo saresti?
Te. Cioè, te stesso. Hai detto che mi odi e non vuoi parlare più con me, beh, fallo. Sta zitto, taci per una buona volta, dannazione.
Ah. Pensavo che tu fossi sparito dopo quella caduta da cavallo, e invece no, eh?
Se tu vivi, io vivo. Mi sembra normale.
Diavolo se potessi ucciderti lo farei senza remore, quanto ti odio.
Che palle Ermen, che cazzo ti ho fatto di male? Cioè, io sono te, cosa hai fatto di male a te stesso per farti odiare così tanto da te stesso, tanto che tu stesso odi te stesso?
Che cazzo hai detto?
Boh, secondo me sei pazzo.
Ecco perché ti odio, perché lo sai e lo dici.
Ma anche tu lo sai.
Certo che lo so, io sono me, tu sei me stesso, è ovvio che lo so.
Quindi oltre a odiare me odi anche te stesso.
Devo assolutamente ubriacarmi male. Sto decisamente uscendo pazzo.

Il Re continuava a fare avanti e indietro davanti le porte della città, senza proferire parola ma continuando a gesticolare, come se stesse tenendo una conversazione con qualcuno. Le truppe lo osservavano, ma nessuno osò disturbarlo o distrarlo, almeno finché le porte della città non cedettero sotto i colpi dell’ariete. A quel punto, qualcuno doveva comunicargli la notizia che stavano per entrare in città, ma nessuno, né i generali, né i soldati, avevano intenzione di farlo.
Un’enorme esplosione proveniente dall’interno delle mura risolse i problemi di tutti: il Re interruppe il suo discorso con se stesso, e i soldati smisero di decidere chi doveva parlargli. Tornato in se, Ermen cominciò a imprecare a voce altissima contro le mura, infuriato, arrivando a levarsi l’elmo dal capo e a sbatterlo con violenza a terra, ammaccandolo.
“Brutti figli di puttana, che cazzo volete ancora, eh?! Che cazzo rompete le palle! Non solo noi veniamo qua da  lontano, vi facciamo la guerra, cazzo, vi facciamo la guerra cazzo! E voi ve ne fregate, altamente. Eh no, signori miei, così non si fa. No cazzo, no, è maleducazione. Non una missiva, non un biglietto, un cazzo, un emerito cazzo di nulla. E ADESSO VI FATE ANCHE SALTARE IN ARIA, EH, BRUTTI STRONZI! Fatevi vedere, cazzo, se vi prendo, venite qua brutti infami traditori, venite qua cazzo! Vi ammazzo tutti, vi uccido, figli di puttana…”
Il Re, da solo, iniziò a camminare furibondo verso le mura, mentre ufficiali e truppa lo circondavano, cercando di fermare la sua avanzata in qualche modo. Arrivati a poche decine di metri dalle porte, visto che non riuscivano a placcarlo in alcun modo pacifico, neanche sbarrandogli la strada, i generali iniziarono a urlare ordini, facendo sì che l’entrata del Re fosse preceduta da una gran quantità di soldati, per sicurezza. Ermen, dal canto suo, continuava ad ignorare il mondo e a inveire contro gli assediati.

La scena che si trovarono davanti fu disarmante. Anche il Re smise di inveire a vuoto, dopo essere entrato nella città ed essersi guardato attorno. Nessuna traccia di soldati o guardie, nessuna traccia di vita. Le strade erano in abbandono, qualche cadavere era sparso qua e là per le vie. Alcuni corpi si reggevano ancora in piedi, stanchi, affamati, e barcollavano. Tutti li guardavano. Il grande fragore causato dagli arieti aveva fatto uscire tutte quelle povere anime dalle proprie case, riversandole per le strade. Erano comunque pochissime, rispetto alla grandezza della città in cui vivevano. Qualche generale dell’esercito si tolse l’elmo, portandoselo al petto, in segno di rispetto. Il Re restò basito di fronte a quel terribile spettacolo. Gli occhi azzurri erano spalancati, osservando la distruzione che li accolse oltre le mura.
“Mio signore, cosa ordina?” chiese un generale, sottovoce, lanciando occhiate ai corpi che ancora camminavano.
Il Re ci pensò su qualche secondo. “Aiutateli, dannazione. Date loro cibo, acqua. Aiutateli.”
La terza armata entrò in città e si trovò davanti quel terribile spettacolo ovunque. L’unica zona dove non arrivarono fu la cittadella, il quartiere centrale della città, costruito sul versante di un colle; era un’area molto ampia e cinta da mura. Il Re ordinò che si lasciasse stare la cittadella e si pensasse ad aiutare la popolazione stremata, prima. Si scoprì anche la causa dell’esplosione che avevano sentito prima: un piccolo magazzino di polvere da sparo, utilizzata per i pochi cannoni che erano sulle mura (Arat Vanur era la prima città al mondo ad essere difesa da cannoni, ma questo lo si scoprì solo quando le truppe dei Monti entrarono nella città) era esploso, forse per mano dolosa. L’esercito aiutò a spegnere le fiamme dell’incendio: due persone, una donna e un bambino, erano rimasti uccisi dalle fiamme.

L’esercito si accampò nella città; le porte restarono aperte. Vennero organizzati dei carichi di cibo e rifornimenti per il popolo di Arat Vanur: sarebbero arrivati da Nord. Ermen firmò le missive, dichiarando di avere occupato la città. Non vennero inviati messaggeri a Evelfo, perché la cittadella era ancora chiusa e in piedi. Non sapevano che scena si sarebbero trovati di fronte una volta superate le mura seconde, ma di notte potevano scorgere le luci delle candele provenire dalle case. Il popolo parlava di cibo e ricchezze tenute strette lì, a solo uso dei nobili della città.
Ermen passò il primo giorno a organizzare la permanenza in città. Le truppe si sarebbero accampate sulle mura, pronte ad agire in caso di un attacco improvviso da non si sapeva dove; tutti i carri rifornimento alla coda della marcia vennero fatti entrare in città, dando da sfamare alle popolazioni. Il Re scelse come suo quartier generale una villette posta in un rione centrale, a metà strada tra le mura esterne e quelle interne. Era conservata bene, e all’interno non c’erano inquilini. Una semplice casa a pochi locali, e cacciò chiunque volesse restare anche solo nella cucina al piano terra per fare la guardia. Aveva bisogno di stare da solo per qualche ora. L’attacco alle mura interne si organizzò per il tramonto del giorno successivo: la mattinata sarebbe stata utilizzata per controllare meglio la città e i suoi abitanti. Il Re si congedò dai generali nel tardo pomeriggio e si ritirò nella stanza da letto, al piano superiore. C’era solo il letto, casa di pulci, e un piccolo mobiletto. Osservando il mobilio, Ermen sospirò soddisfatto.

Si svegliò di soprassalto nella notte. Qualcuno era nella casa, qualcuno era in quella stanza. La luce della Luna illuminava una piccola porzione di pavimento, ma anche l’elsa della sua spada brillava: era in pietra lunare. Ricordava dove l’avesse messa, ma la luce che percepiva da quella direzione era oscurata da qualcosa che gli bloccava la visuale. In penombra, il Re concluse che dovesse essere l’intruso. O magari era il proprietario e lui era l’intruso, in ogni caso, doveva trovarsi lì. Fece tutte queste considerazioni restando immobile a letto, solo osservando. Se era stato bravo, quella persona non si era accorta che lui era sveglio.
“Guarda che lo so che sei sveglio.” Una voce di donna. Parlava in Eveliaco, non letterario, ma comune. Probabilmente una donna del popolo.
“Sai che sono sveglio. Complimenti.” Ermen si rizzò seduto, lentamente, scandendo le parole. Aveva fatto un po’ di pratica con l’eveliaco ultimamente, considerata la guerra che stava conducendo. Ma era ancora arrugginito.
“Non parli benissimo la mia lingua.” Lei si mosse nel buio, lasciando libera la luce proveniente dalla spada. “Strana la tua spada, si illumina al buio.”
“Fatti vedere. E rivela le tue intenzioni.”
Fece due passi avanti, ponendosi nel cono di luce lunare che entrava dalla finestra. Era una donna esile, e indossava abiti da uomo. Il seno, tuttavia, la tradiva: la camicia si gonfiava al suo petto.
“Non ti dirò il mio nome. Sono qui per ucciderti.”
“Bene, e immagino che hai anche fatto in modo che non avessi addosso il mio pugnale…” passò la mano alla cintura, sorridendo. Lei glielo mostrò, girandoselo tra le mani. “Sei brava. Sono disarmato, indifeso; stavo dormendo e riposavo, e sei venuta a disturbarmi per uccidermi. Direi che, almeno per il disturbo, tu sia in debito con me. Dimmi, perché vuoi uccidermi?”
“Perché tutto questo è causa tua.” L’emozione incrinò la sua voce.
Ermen ci pensò su. Doveva salvarsi da quella situazione. “Sì, probabilmente è causa mia. Ma, prima che tu faccia ciò che devi fare, lascia che ti dica una cosa: secondo te, se questa guerra non fosse mai esistita, la situazione, ora, sarebbe diversa?”
“Sì.” Alzò leggermente la voce, per pronunciare quel ‘sì’.
Ermen fece un cenno col capo. “Certo, forse sarebbe stata diversa. Ma tra qualche mese, secondo te, sarebbe stata ancora diversa?”
“Dove vuoi arrivare, vecchio?”
“Ehi stà calmina, ho solo trentadue anni. Voglio arrivare a farti capire che il vostro governatore vi stava vessando già da prima, e che questo sarebbe successo comunque, prima o poi. Noi siamo stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.”
“Non noi, tu lo sei stato.” Gli puntò il dito contro e iniziò a passeggiare nervosamente per la stanza. “Voi avete ucciso migliaia di uomini, causato infinite sofferenze, flagellato la popolazione di questo paese. Una popolazione pacifica.”
Ermen restò in silenzio per qualche secondo. “Sei sicura che siamo stati noi? Hai visto le truppe dei Monti uccidere, torturare, flagellare le popolazioni in prima persona?”
Lei tornò alla luce della Luna. Stava piangendo. “No, le truppe del Nord lo hanno fatto. Perché voi avete dichiarato guerra. Così da poter ricevere aiuti da oltremare.” Singhiozzò. “Ma se voi vi foste fatti i cazzi vostri, non sarebbe successo nulla di tutto questo.” Si voltò a guardarlo asciugandosi le lacrime. Dai suoi occhi partivano fiammate e fulmini.
Ermen si alzò. Era ora di finirla con quella storia. “Te l’ho già detto prima. Se non fossimo arrivati noi, sarebbe successo comunque. La peste, la fame, già c’erano. La guerra non ha fatto altro che dare un pretesto per torturarvi, ma lo avrebbero trovato comunque.”
“Ora vorresti farti credere salvatore, eh?” Sarcasmo nella sua voce.
“Assolutamente no. Ho iniziato io questo guerra, ne sono consapevole e lo ammetto. Ma non sono colpevole delle azioni del vostro esercito, mi spiace.” Iniziò a camminare, entrando nel cono di luce anche lui. Se lei lo avesse voluto, avrebbe potuto ucciderlo senza muoversi da dove fosse. Ermen restò due secondi in quella posizione, guardando la ragazza negli occhi, nocciola, e proseguì. Accese una candela e la posò sul mobiletto. “Sono dell’idea che dobbiamo osservare bene una persona prima di ucciderla.”
Lei tirò un sospiro lieve. Il Re lo percepì e si voltò. “Non ho intenzione di farmi coinvolgere in una cena a lume di candela con morto alla fine.” Lanciò il coltello sul letto, e uscì sul balcone. Solo allora Ermen notò che la finestra era aperta. Lei si arrampicò sul parapetto si voltò verso di lui. “Sono venuta qui per ucciderti, vecchio. Mi hai convinto a non farlo. Ma sappi che se sei ancora vivo, è grazie a me. Sei in debito, vecchio. E un giorno verrò a saldarlo.”
“Ti attenderò.”
Lei fece un salto e balzò via dalla sua visuale.

Il Re si rimise a dormire come se niente fosse, senza porsi troppe domande. Non erano affari suoi. Si svegliò al mattino riposato, come poche volte gli era capitato da quando era iniziata la guerra, e scese giù immediatamente a coordinare la giornata. Avrebbero organizzato degli ospedali improvvisati, in magazzini grandi e ancora integri, in cui avrebbero invitato o trasportato la popolazione della città. I viveri andavano razionati per tutti, quindi la distribuzione fu più severa del giorno precedente. In città si respirava un’aria pesante, greve di morte e marciume. Andavano anche ripulite le strade: per quanto potessero, i soldati dell’armata cercarono di pulire le strade più trafficate, raccogliendo i corpi in pile comuni, poi bruciandoli. Il compito era rischioso: se qualcuno dei morti era appestato, si rischiava un’enorme epidemia. Per questo motivo, alla raccolta dei cadaveri furono inviati solo i soldati o i medici già colpiti dalla peste in passato: si ottennero quindi solo tre squadre di due uomini adatte a compiere questo lavoro: i Monti erano davvero rimasti fuori dall’epidemia continentale. In questi modi, la mattinata trascorse veloce, mentre in tra i soldati si parlava poco e si restava tanto in silenzio: erano tutti addolorati per quella carneficina umana, e portavano rispetto.
Il Re aiutò in prima persona, osservando i lavori e creando le squadre addette al trasporto cadaveri; poi, andò a controllare gli ospedali e la distribuzione di viveri. Organizzò anche una distribuzione di coperte e mantelli per aiutare la popolazione nelle notti fredde. L’esercito eseguiva i suoi ordini senza batter ciglio e senza protestare; nessuno parlava della sua pazzia in quegli istanti.
Verso mezzogiorno, venne raggiunto da un sergente mentre tornava a piedi alla sua abitazione. “Mio signore, una domanda” esordì il giovane, correndo verso di lui e riprendendo fiato.
“Cosa vuoi? Non farmi perdere tanto tempo, quindi mi accompagnerai se vuoi ascoltare la risposta.” Il Re continuò a camminare verso la sua direzione.
Il sergente annuì col capo e si pose al suo fianco. “Sono al servizio del generale Avvalle, mi ha chiesto all’inizio della nostra campagna di tenere un diario della spedizione.”
Il Re si voltò verso di lui. “Davvero qualche generale è così intelligente? E io che li credevo un branco di scimmie.”
Il sergente non rispose e sorrise imbarazzato. “Beh, comunque, le opinioni riguardo questi eventi sono contrastanti. Molti pensano che non dovremmo render note le circostanze in cui ci siamo imbattuti, altri invece che dovremmo cercare di occultare tutto e fuggire via, lasciando la città al suo destino e abbandonando il paese. Il mio generale non ha voluto darmi un ordine preciso, mi ha solo detto ‘Fa come ritieni più giusto’, ma non ne ho la più pallida idea adesso.”
Ermen si fermò. “Chi è che pensa che dovremmo nasconder tutto?”
“Beh, molti soldati…” era molto insicuro mentre parlava “e anche qualche generale.”
“Mm, capisco.” Si arricciò i baffi. “Beh, il tuo generale ti ha dato un bel consiglio, ma se vuoi il mio, allora stammi bene a sentire.” Riprese a camminare, gesticolando col braccio destro per dare più estro al suo discorso. “A volte, quello che per noi è giusto, per gli altri non lo è. E per ‘a volte’, intendo sempre. Il consiglio di Avvalle forse è un’arma a doppio taglio: dicendoti di fare ciò che tu reputi più giusto, non ti ha detto cosa lui reputasse giusto, e quindi potreste andare in conflitto e tu potresti finire la tua carriera con un degrado.” Il giovane sbiancò alla parola ‘degrado’: un soldato degradato non trovava più da vivere nei Monti. “Sta tranquillo, qualunque cosa tu faccia, mi imporrò per evitarlo, stai facendo un lavoro importante. Riguardo queste scene…” si interruppe: erano giunti sulla strada principale che collegava la porta Sud alla cittadella: in quella giacevano più cadaveri che nei vicoli. “Beh, noi abbiamo il dovere morale di raccontarlo, di dire al mondo cosa è successo qui. Non è una scelta, è un obbligo: dobbiamo farlo, per forza. Non possiamo nascondere tutto e far finta di niente. Queste cose resteranno impresse nelle nostre menti per sempre, e forse qualcuno di noi si ammazzerà anche a causa di tutto questo. Scrivi tutto quello che riesci riguardo questi eventi.”
Il giovane annuì: era d’accordo con il suo Re. “Grazie signore.”
“Figurati. Ah, se avessi bisogno di più materiale, puoi seguirmi durante i miei giri della città. Dopo pranzo riprenderò, fa come meglio credi.”
“Grazie mille, mio signore. Verrò senz’altro.”
“Bene, ora va, levati dalle palle, prima che ti prenda a schiaffi.” Ermen si girò e proseguì rapido verso la sua villetta.

Le mura interne, che dividevano la cittadella dal resto della città, avevano una sola entrata, collegata con la porta Sud delle mura esterne. Sgomberata la strada, venne fatto avanzare l’ariete, che stavolta si fermò però a distanza di tiro, come il resto dell’esercito. Il Re e i suoi generali, a cavallo, erano fermi davanti le enormi porte, e inviarono un araldo sotto le mura, a chiedere al governatore di arrendersi e abbandonare le armi. In tutta risposta, venne inviata una freccia ai piedi del cavallo, a cui era legata una lettera; raccolta la missiva, l’ambasciatore tornò immediatamente dal Re, porgendola.
“Possiamo sapere il suo contenuto, mio Re?” Chiese uno dei generali.
“Guarda tu stesso.” Gli porse il biglietto: c’era scritto solo ‘Fuggite via. Subito.’
“Sembra non intendano arrendersi.”
Il Re si voltò perplesso. “Ma dai.” Fece una smorfia incredula.
Assediare le mura interne era decisamente più complicato che assediare quelle esterne; comportava meno perdite umane, certo, ma più difficoltà tecniche, come la disposizione delle truppe, che dovevano mescolarsi tra i vicoletti della città, e l’impossibilità di essere al sicuro: in ogni punto poteva giungere una frecce passeggera e uccidere chiunque. Il Re inviò gli arcieri nelle case che circondavano le mura: dai tetti e dalle finestre avrebbero preso di mira i loro colleghi avversari che, invece, dalle mura cercavano di ucciderli e fermare la loro avanzata. Perché queste mura vennero difese, e con forza e vigore: numerose furono le perdite nell’avanzata dell’ariete, che impiegò molto tempo a giungere davanti alle porte. Quando finalmente fu conclusa l’avanzata, era ormai diventato buio. Subito si iniziò a colpire ripetutamente i portoni di legno e ferro, mentre frecce infuocate volavano da una parte e dall’altra. Il Re faceva il giro a cavallo degli edifici dove li aveva mandati a colpire i nemici, rincuorandoli. Quando il primo tonfo dell’ariete contro il portone riempì l’aria, questa immediatamente si vuotò: un silenzio disumano riecheggiò ovunque per due secondi, seguito da un fragore di suoni distinti. Da fuori le mura, la terza armata urlò tutta assieme, spingendo gli uomini all’ariete a buttar giù le porte. Da dentro le mura, chi vi abitava iniziò a urlare, in preda al panico. Fino a quel momento non si era sentite voci oltre le mura, ma da allora fu il delirio: donne urlavano, bambini piangevano, ordini venivano comandati, tutto mentre la Luna sorgeva a Est e le fiamme circondavano la zona di battaglia. Infine, dopo pochi minuti di urla e delirio, le porte cedettero, in un rumore sordo che rimbombò ovunque. Nello istante, però, dall’altra parte della città, un’esplosione riempì l’aria: i due suoni si mescolarono, e le porte cedettero nel bel mezzo di un fragore immane, come di cento elefanti che caricano contro una montagna.

Le porte si aprirono di scatto, cedendo sotto l’ariete; tuttavia, nessuno poneva l’attenzione da quel lato della città: tutti erano rivolti verso Sud, verso le mura esterne, dove enormi fiamme brillavano nella notte. Alla prima esplosione ne seguirono altre, tutte accompagnate da immense fiammate. Poi, un drago di fuoco si alzò nel cielo, e si riversò sulle zone periferiche della città, esplodendo in un inferno di fuoco e fiamme.
Gli arcieri nelle case non riuscivano tutti a vedere cosa accadeva; chi non vi riusciva, ignorava i rumori provenienti da Sud e continuava a dardeggiare i soldati sulle mura interne. Quelli sui tetti e gli stessi difensori sulle mura, invece, abbassarono tutti le armi e restarono stupefatti a guardare l’orrore che si riversava sulla città già martoriata da terribili sciagure.
Anche il Re e la sua guardia si voltarono. Le fiamme si riflettevano nei loro occhi spaesati e spaventati. Il primo a reagire fu proprio Ermen, che spronò il suo cavallo verso le mura esterne. I generali, vedendolo correre, si ridestarono e lo seguirono; uno di loro restò presso le mura interne a guidare ancora l’offensiva.

La cavalcata del Re fu seguita da un numeroso gruppo di cavalieri, mentre i soldati appiedati restarono ad attaccare la cittadella; quelli che invece erano in città, a pattugliare le strade o a controllare i punti di supporto alla popolazione istituiti, si unirono ai cavalieri seguendoli a piedi. La corsa si fermò a cinquecento metri dalle mura: da quel punto in poi, regnavano solo le fiamme. Dei corpi erano sparsi a terra, morti e continuando a bruciare: tutti i soldati dei Monti che erano in quelle zone della città morirono bruciati vivi.
Il Re scese da cavallo.
Dei miei inesistenti. Cosa può aver creato questo inferno terribile? Che Bûr sia arrivato qui a sfogare la sua furia? No, dannazione, gli dei ci hanno abbandonato.
“State attenti tutti. Non sappiamo cosa abbiamo davanti.” Disse il Re, rivolto al suo seguito. Si fece avanti, camminando fino a giungere a pochi metri dalle fiamme. Il calore gli bruciava gli occhi e la pelle, ma lui stava in piedi, immobile, a fissare al di là. Nessuno riusciva a capire cosa stesse fissando.
Poi, anche da lontano, si riuscì a distinguere una sagoma nell’inferno infuocato: una sagoma umana, che camminava tra le fiamme, circondata dalle stesse fiamme, che comunque non soffriva, non urlava, sembrava non accorgersi di essere in fiamme. Tutti restarono sbigottiti di fronte quella scena. Qualcuno iniziò a indietreggiare. Di scatto, il Re abbandonò la sua posizione e corse verso destra. Tutti lo seguirono e spostarono lo sguardo da quella parte, finché non sparì dietro un vicolo: nessuno riuscì a vedere cosa stese andando a fare.

Alla sua destra, in un vicoletto, una delle povere abitazioni in pietra era per metà esplosa, riversandosi in terra. Tra le macerie, un’esile figura umana si muoveva. Ermen non se lo fece ripetere due volte e corse da quella parte, riconoscendo chi era stato colpito. Correndo, si avvicinò e studiò la situazione, mentre attorno a loro infuriavano le fiamme e la polvere.
“Va via!” Urlò la donna, infuriata, continuando ad agitarsi, tentando di liberarsi. “Vai via, se mi salverai non sarai più in debito, non posso permetterti di salvarmi!”
“Oh, taci, brutta idiota.” Il Re ignorò le urla della donna e cercò di spostare con le mani il masso che le bloccava la gamba sinistra. “Se non la finisci, ti uccido dove sei.”
“Smettila!” Lei tentò di ribellarsi e lottare con lui, ma alcuni movimenti le procuravano un dolore disumano, quindi iniziò a urlare.
“Smettila di muoverti, dannazione!” Il Re continuò a spingere, ma il masso era troppo pesante. Nessun soldato era arrivato ad aiutarlo. Si guardò attorno tra le fiamma, e notò una trave di legno, a terra, con una estremità in fiamme. Spense con le mani il fuoco, scottandosi, poi la prese, ignorando il bruciore con colpiva le sue mani, e la usò come leva per spostare il masso; il perno era la gamba stessa della donna. Sforzandosi e urlando di dolore, con tutta la forza che aveva in corpo, riuscì a liberare la gamba della donna, mentre questa continuava a gemere. Infine, la sua gamba fu libera e lei la ritirò dal masso.
“Dannazione, sei un pazzo.” Disse lei, col fiatone, guardandolo da terra.
“Non sei né la prima né l’ultima persona che me lo dice.” Il Re era piegato dallo sforzo, guardandosi le mani ustionate. “Ora, se te ne stai buona e mi permetti di salvarti, risolveremo i nostri problemi in seguito.”
Lei continuò a guardarlo. Era stupefatta: aveva tentato di ucciderlo la notte precedente, e ora lui la salvava da morte certa. Prima che potesse controbattere, la prese in braccio, delicatamente, evitando di farle male alla gamba rotta. Poi corse fuori dal vicolo, prima che la casa crollasse del tutto, tornando sulla strada dove erano le truppe dei Monti.

Il Re uscì qualche minuto dopo dal vicolo, portando in braccio una donna. Erano entrambi impolverati, e le mani del Re erano nere. Il Re corse verso il cavaliere più vicino, consegnandoli la donna e ordinandogli di portarla da un medico.
“Portala immediatamente da un medico. E trattatela come se fosse me, mi sono spiegato?” Urlò al cavaliere.
“Certo, mio signore.” Annuì il tenente, voltandosi e partendo verso la città, con la donna seduta davanti a lui.
Il Re si riposizionò dove si trovava. Le fiamme si erano abbassate, e la figura era avanzata: adesso si trovava a poco più di dieci metri da loro, e poterono vederlo bene. Era un uomo alto, esile, come se fosse malnutrito, e la sua pelle era nera come il carbone, come se le fiamme l’avessero bruciata completamente. I suoi occhi erano lontani, ma potevano vedere benissimo che dardeggiavano come le fiamme che lo circondavano. Li osservava accigliato, senza proferir parola. Nel silenziose generale, gli unici suoni che si sentivano erano il crepitare  delle fiamme e i crolli sporadici delle abitazioni.
Poi, l’uomo di fuoco si mosse. Iniziò a camminare avanti e indietro, davanti ai loro occhi: destra, sinistra, e ritorno. Senza parlare. Lentamente e inesorabilmente.
“Chi sei, cosa vuoi?” Chiese infine il Re, ritto davanti lui, con le mani ustionate.
Lui continuò a fissarlo e a camminare. “Sei un uomo coraggioso, Ermen II Della Luna. Pochi uomini affrontano le fiamme col vigore che tu hai mostrato poco fa.” Parlava un aglaasiano perfetto.
“Non hai ancora risposto alla mia domanda.” Ribatté il Re, ignorando le sue parole.
“Non sono obbligato a rispondere alle tue domande, Re d’oltremonti.” Si fermò, continuando a fissarlo. “Non sono obbligato a rispondere a chi ha portato distruzione e morte nel mio paese.”
Ermen sorrise. “Ho già avuto il piacere di una discussione simile.” disse, allargando le mani. “Come ho già risposto a chi mi rivolgeva tali accuse, a te dirò la stessa cosa: sono colpevole della guerra, non delle nefandezze e delle azioni disumane che avete subito da chi avrebbe dovuto proteggervi.”
Azhamor continuava a camminare. “Sei scaltro, Re. Magari qualcuno ti considera pazzo, ma io ti vedo come uno dei più scaltri uomini di questo mondo. Forse, sai, hai ragione. Non avete colpa delle torture dell’esercito del Nord, voi. Lo riconosco.”
“Ebbene, non darmi colpe che non sono mie.”
“Non lo farò, ma ora risponderò alle tue domande.” Si fermò e iniziò ad avanzare. Tutti indietreggiarono, tranne il Re, che restò a pochi passi dalle fiamme, solenne. “Mi chiamo Azhamor, e non ho cognome, perché sono un bastardo nato da una puttana. Sono qui per liberare il mio paese dagli oppressori, che siano dei Monti o siano di Evelfo. Voglio solo portare la pace in un paese martoriato dalla morte.”
“Nobile principio, il tuo.” Ermen aveva capito cosa aveva davanti. “Pensavamo che i semidei fossero spariti dal mondo, e invece ci sbagliavamo. Benvenuto ad Arat Vanur, semidio di Îd.”
Azhamor sorrise. “Vedi, non sei pazzo. Complimenti, Ermen. Sei il primo a riconoscere il mio potere.”
Tutti si azzittirono. Le fiamme continuavano a strepitare.
“Ho osservato il vostro esercito avanzare nel nostro paese; ho osservato come vi siete comportati: da invasori, ma non da approfittatori. Come se fosse casa vostra, non avete distrutto villaggi, non avete saccheggiato città. Poche nefandezze vi siete portati dietro di voi. Vi ringrazio da parte del popolo del Nord. Ma ora, devo chiedervi di abbandonare queste terre, e lasciare a noi il governo del nostro paese: ci libereremo dal potere straniero, termineremo di essere una colonia, torneremo ad essere un paese splendente e fiorente. Ma per favore, lasciate queste terre. Basta morti, basta distruzione. Quello che chiedo è solo la pace.”
Il Re ascoltò in silenzio il discorso dell’uomo in fiamme. Poi chinò il capo. “Sai, mi stupivo della facilità di questa campagna. Avrei dovuto rendermi conto che era una campagna fallimentare fin dall’inizio.” Le truppe attorno a lui restarono basite. Davvero voleva darla vinta a un solo uomo? Se lo avessero attaccato tutti assieme, sarebbero riusciti a ucciderlo, anche a costo di numerose perdite.
“Mio signore, non è saggia questa scelta. Potremmo pentircene in futuro.” Un ufficiale si era avvicinato al Re, parlandogli a voce bassa.
“Va via. Sono io il Re.” Rispose infuriato. “Azhamor, lascia che ci spieghiamo.” Alzò la voce verso l’uomo in fiamme. “Accetto le tue condizioni, a una sola condizione.”
“Sentiamo.”
“Noi abbandoneremo questo paese, lasciando a te e al tuo popolo la libertà di decidere cosa fare del vostro futuro. È una prerogativa di ogni popolo la propria libertà, e siamo stati ciechi a non rendercene conto prima. Adesso, le mie truppe stanno ancora lottando per conquistare la cittadella, difesa dal Governatore e dalle sue truppe. Lascia che prendiamo il controllo della cittadella, del palazzo. Lascia che aiutiamo la popolazione ancora per un poco, poi ce ne andremo.”
Azhamor inspirò a lungo. Le fiamme attorno a lui si abbassarono e si spensero. Poi si avvicinò verso il Re. “Sento di potermi fidare di te, Re. Non dei tuoi sottoposti, però. Tuttavia, non temo voi uomini: non riuscirete a uccidermi facilmente.”
“Se qualcuno dovesse provare a farlo, hai il mio permesso per difenderti e ucciderlo senza ripercussioni.”
“Lo avrei fatto anche se non mi avessi dato il tuo permesso.” Lo disse sorridendo. Poi, i due uomini, nel bel mezzo della strada grande bruciata, si strinsero la mano.

Azhamor si unì all’esercito dei Monti, aiutandoli a conquistare la cittadella. Il Re ignorò i numerosi soldati uccisi dalle fiamme: aveva intuito il potere del semidio, e capì che era inutile opporvisi. Quando tornarono alla cittadella, le truppe lottavano contro i soldati leali al Governatore nei pressi del palazzo, mentre le famiglie nobili si sprangavano nelle loro lussuose ville rifiutando di uscirne. Molti, erano scappati via mare, anche se poi sarebbero stati fermati dalle navi della flotta dei Monti. A mezzanotte inoltrata, la conquista della cittadella fu completa: dopo che Azhamor diede fuoco a un soldato con un solo schiocco di dita, tutti si arresero, deponendo le armi. Il Re, la sua guardia e il semidio entrarono in furia nel palazzo, ma il Governatore era fuggito: non riuscirono a trovarlo.
Il Re rifiutò di instaurarsi a palazzo, e lasciò ad Azhamor il controllo della cittadella, contro tutti i consigli dei suoi ufficiali. Azzittendoli, si ritirò, tornando verso la sua villa, quando si ricordò della donna che aveva salvato. Dopo aver chiesto ai generali chi fosse il cavaliere a cui l’aveva affidata, mandò a cercarlo, attendendolo davanti l’uscio della sua casa. Questi giunse dopo mezz’ora, a piedi, senza armatura: si era probabilmente già svestito e preparato alla notte.
“Mi ha mandato a chiamare, mio signore?”
“Sì. Dove hai portato la donna che ti ho consegnato?”
“Si trova nell’ospedale  a Est, quello nella piazza della fontana.”
“Accompagnami da lei.” Insieme, si avviarono verso Est. “Dimmi di come stava.”
“Era abbastanza infuriata, sembrava infastidita dal fatto che fosse viva.”
Il Re sorrise. “Sai, quella donna ha provato a uccidermi la notte scorsa, intrufolandosi dentro la mia stanza.”
Il tenente restò sbigottito. “Dovremmo incarcerarla, mio signore.”
“Non dirmi cosa dovrei farne di lei. Ho già preso una decisione.”
“Capisco.”

Giunsero nell’ospedale all’aperto, che sfruttava le abitazioni attorno la piazza per ospitare i feriti e la popolazione. Lei si trovava in una piccola bottega, che doveva essere di un calzolaio. Si fece accompagnare da lei e chiese che fossero lasciati soli.

Lei riposava sul letto; la gamba era fasciata e steccata, appesa al soffitto. Sembrava dormire.
“Sembra sgarbato svegliarti, ma non penso tu stia dormendo.” Disse il Re, sedendosi sulla sedia affianco al letto.
Lei aprì gli occhi. “Cosa vuoi da me?”
“Il nostro debito non è saldato. Tu devi ancora uccidermi, lo capisco.”
Lei non rispose.
“Voglio tuttavia conoscere il tuo nome, la tua storia, voglio sapere perché vuoi uccidermi. Penso tu me lo debba, almeno questo.”
Le continuava a tacere.
“Non farti pregare.” Ermen si slacciò l’armatura, poggiandola a terra. Lei lo osservò, mentre restava solo con una camicia e una tunica, indifeso dalle lame. “Allora, vuoi tacere a vita?”
Si voltò verso di lui. “Mi chiamo Fresia, sono nata a Trasdor, una città a Ovest di qui.”
“Conosco la geografia.”
“Bravo, vuoi un applauso ora?” Rispose accigliata. “Sono figlia di ladri e sono stata istruita alle arti dei ladri. Per questo sono riuscita a intrufolarmi nella tua stanza inosservata.”
Il Re annuì senza rispondere.
“Ho venti anni, e i miei genitori sono morti due mesi fa, quando le truppe del Governatore saccheggiarono la città per prendere viveri per contrastare la vostra avanzata.”
“Spero tu abbia capito che non lo fecero per quello.”
“Già. Volevo ucciderti per quello: pensavo che, uccidendoti, tutto sarebbe finito. Mi sbagliavo.”
“Come sono morti i tuoi genitori?”
Lei distolse lo sguardo, voltandosi verso la parete. I suoi occhi luccicarono. “Sono stati impiccati in piazza.”
Ermen abbassò lo sguardo. “Alcuni pensano che dovrei rinchiuderti per aver tentato di ucciderti.”
“Almeno saresti sicuro che un giorno non ti ucciderò.”
Ermen sorrise. “Non mi interessa. Non temo la morte, non l’ho mai temuta. Non ho eredi, e probabilmente creerebbe problemi la mia morte, ma non me ne curo.”
“Sei uno strano Re.” Tornò a guardarlo. “Cosa intendi fare di me, allora?”
“Ancora non lo so.” Il Re si alzò. Ti sembrerà strano quello che ti dirò, ma sono serio. Ti porterò con me, non come prigioniera.”
“E se non lo volessi?”
“Spero tu lo voglia. Non hai più una famiglia. Avevi uno scopo, ora forse non lo hai più. Vieni con me, potrai vivere una nuova vita, lasciarti alle spalle tutto questo.”
“Perché?”
“Affinché un giorno tu possa essere mia moglie.”
Lei scoppiò a ridere. “Ma tu sei davvero pazzo.” Disse, tra le risa.
“Forse. Ma non mi interessa neanche questo.”
“E cosa direbbero di un Re che sposa una ladra?”
“Non mi interessa neanche questo.” Ermen la guardò dall’alto. “Ovviamente, non sei obbligata ad accettare il mio invito, ne la mia proposta. Ma spero tu ci rifletta sopra.”
“Perché vuoi sposare una donna che vuole ucciderti?”
“Per ricordarmi che tutti dovremo morire, prima o poi.”
Lei lo fissò stranita. I loro occhi si incrociarono, ma non riuscì a decifrare cosa nascondesse lo sguardo profondo del Re. “Ci penserò. Quando dovrò fartelo sapere?”
“Probabilmente domani lasceremo la città nella mani di Azhamor affinché possa restaurare un governo solido, amato dal popolo e riportare la pace in questo paese. Domattina tornerò a farti visita, e mi dirai la tua scelta.”
“E se dovessi rifiutare?”
“Beh, resteresti qui, e continueresti a vivere la tua vita. Ma, a quel punto, ti sarà difficile trovarmi per uccidermi.”
Lei sorrise. Il Re si congedò e tornò alla sua villetta.

L’alba seguente si aprì un nuovo scenario nel mondo. La voce che la guerra col Nord era finita si sparse tra i soldati, ma la fine non fu quella aspettata: sarebbero tornati a casa sconfitti. Imbattuti, ma sconfitti. Le perdite erano poche rispetto a quelle auspicate a inizio campagna, ma c’erano comunque state. L’umore generale non era positivo, ma erano tutti contenti di tornare a casa. La terza armata era in viaggio da Ilraset, e tornare a casa era una volontà comune. Speravano, però, di tornare vittoriosi. La decisione del Re non era stata presa positivamente dall’esercito.
Il Governatore era fuggito, ma non era più un problema dei Monti: Azhamor e le sue truppe avrebbero affrontato la questione. Infatti, all’alba del 7 Sêdulem, un gran numero di soldati arrivò alle porte di Arat Vanur. I corni suonarono e le truppe dei Monti si prepararono a difendere la città, ma si scoprì essere dei soldati già contattati da Azhamor che venivano in città. Erano tutti fedeli al paese, e rifiutarono di rivolgere la violenza contro i propri compatrioti, diventando ribelli e nascondendosi nei monti. L’uomo di fuoco riuscì a trovarne molti, e comunicò loro il suo piano, e giunsero quindi alla città il giorno predisposto. Si erano preparati per la battaglia, ma lo stesso Azhamor li attendeva alle porte della città: spiegò loro la situazione e deposero le armi. Dopo, tutti assieme entrarono in città, dando una mano ad aiutare la popolazione. Per tutta la mattinata, quindi, le truppe del Nord sostituirono i soldati dei Monti agli ospedali, sulle mura e alle stazioni di rifornimento. A mezzogiorno, quasi tutti i soldati dei Monti furono liberi dagli impegni presi nei confronti della popolazione.
Ermen si diresse, poco dopo pranzo, da Feria. Aveva deciso di passare prima da lei e poi da Azhamor per congedarsi. Raggiunse l’ospedale e spiegò la situazione; lo fecero passare ed entrò nella stanza della ragazza.

“Sei venuto davvero. Pensavo stessi scherzando.” Disse lei, incredula.
“Mi hai preso per uno sparafrottole, oltre che per pazzo?” Ermen non si sedette.
“Le truppe del Nord vi hanno sostituito, ora siete liberi di andare.”
“Infatti, dopo che avremo parlato mi dirigerò a palazzo e mi congederò da Azhamor. Lui sarà il vostro nuovo Re.”
“Ah sì? E il Re di Evelfo?”
“Se la vedrà lui.” Restarono qualche secondo in silenzio.
“Non pensi che sarei di intralcio alla marcia?”
Ermen rise. “Abbiamo molti feriti e molti carri. Verrai sistemata in uno di questi. Non ci sono problemi di questo tipo.”
“Non ti ho ancora detto che verrò con te.”
“Stai accampando scuse per non dirlo.” Si voltò e si diresse verso la porta. “Ho poco tempo, quindi mi congedo. Manderò qualcuno a prenderti con un carro. Evita di fare scenate, va bene?”
Lei lo fissò. “Sei un Re strano.”
“Stai diventando noiosa.” Uscì dalla stanza e si diresse a palazzo.

Azhamor era nella stanza del trono. Non sedeva ancora su di esso, ma sui gradini poco sotto.
“Azhamor, sono venuto a congedarmi.” Ermen entrò senza essere annunciato e parlò direttamente. “Le truppe a te fedeli hanno il controllo della città e degli ospedali, non c’è nulla che ci tiene ancora qui. Vedo che hai previsto tutto, e sono felice di ciò.”
Azhamor si alzò e strinse l’avambraccio al Re. “Sono felice che tu non abbia opposto resistenza. Anche se mi chiedo come mai hai rinunciato così in fretta.”
“Te lo dirò apertamente: una ladra si è intrufolata nella mia stanza, e ha tentato di uccidermi. Mi ha fatto un discorso simile al tuo, e diedi una risposta simile a quella che ti ho dato. Ha cambiato idea e adesso verrà con me, non come prigioniera, sia ovvio. Ma mi ha fatto notare che, evidentemente, i problemi di questo paese non riguardavano noi, e che fossimo solo d’intralcio. Governare un paese distrutto dalla fame è difficile, soprattutto se preso con la forza. Tra qualche anno probabilmente avreste ripreso il controllo del paese e noi saremmo rimasti con un pugno di naso in ogni caso.”
Azhamor sorrise. “Non sei un semidio, ma vedi molto oltre rispetto a ciò che vedono le persone comuni.”
“La pazzia comporta un prezzo da pagare.” Rispose Ermen, sorridendo.
“Immagino che nulla vi trattenga più del dovuto, e che avete già predisposto la partenza. Non vi tratterrò oltre, quindi. Solo una cosa: torneremo a essere avversari, quando tutto questo sarà finito. Noi ci tiriamo fuori dalla guerra, ma spero che non vogliate tornare qui in futuro, perché non troverete vittoria.”
“Lo riconosco.” Ermen guardò il trono. “Non ti siedi su quello?”
“Ti attendevo anche per questo. Dovrei sedere lì o no?”
“Hai preso il potere, è tuo per diritto di conquista.”
“Capisco.” Azhamor si voltò e salì i gradini che portavano al trono, sedendosi su di esso. “Non vi tratterremo più. Andate in pace, quando e come volete. Non vi verrà fatto del male lungo il vostro ritorno, a meno che non siate voi a farlo per primi. Vi chiedo di sciogliere il fermo via mare che avete posto nello stretto.”
“Sarà fatto. La flotta ci accompagnerà verso il nostro ritorno.”
Azhamor annuì col capo. “Tre carri ti attendono in cortile. Sono carichi d’oro e pietre preziose. Sono parte del tesoro del paese, e vi vengono ceduti come ringraziamento per l’aiuto a cacciare l’oppressore. Non siete sconfitti, ricordalo: avete vinto una battaglia che neanche sapevate di star combattendo. Addio, Ermen II, possa tu tornare in pace a casa.”
“Solo un’ultima cosa, Azhamor.”
“Dimmi tutto.”
“Un nostro battaglione è morto sulle rive del Resin qualche mese fa, lungo la sponda Sud. Immagino sia a causa tua, vero?”
Azhamor inspirò a lungo, come era abituato fare. “Sì. Pensavo di fermare la vostra avanzata e allo stesso tempo negare abbeveraggio alle truppe lealiste. Sono riuscito nella seconda: con un gruppo di soldati abbiamo distrutto una parte dell’esercito del Governatore che stava per prendervi alle spalle. Non sono però riuscito a fermarvi.”
“Capisco.” Ermen si voltò e si diresse verso l’uscita, senza rivolgere più uno sguardo al nuovo Re del Nord.

Che cosa strana, la storia. In un attimo passo dall’essere l’invasore maledetto al liberatore osannato. Beh, osannato magari no. Cazzo pure i piccioni sono morti, guarda che moria a terra. Alla fine, ce ne torniamo a casa senza territori conquistati ma carichi d’oro, i soldati saranno felici quando lo sapranno. Per il Governatore, se la vedranno loro. Se Evelfo dovesse fare guerra a questo angolo del mondo, vedrò bene di starne lontano, Azhamor l’ha ben capito. Non so quanto sia saggio sfidarlo, comunque: io stesso me ne sono reso conto subito, e sono pazzo: figuriamoci una persona sana.
Beh, magari loro vedono le cose in modo diverso.
Ancora tu?
Ti farò compagnia fino alla fine dei tuoi giorni.
Perché mi hai lasciato in pace per più di dieci anni, allora?
Boh, riposavo. O forse tu volevi non avermi più tra i piedi. Cioè, insomma, fai tutto te alla fine, se parlo, parlo perché lo vuoi te.
Ma io non voglio che tu parla.
E allora non farmi parlare.
Senti brutto bastardo sono pazzo, quindi il mio cervello fa cose che non vorrei facesse, quindi non è colpa mia.
Sì, sei pazzo.
Molto d’aiuto. Posso riprendere a parlare da solo, adesso?
Perché non in due? Sarà più divertente, no?
Non penso proprio.
Sentiamo, cosa ti ha fatto cambiare idea? Dove sono tutti quei discorsi ‘Dovevo farlo, per rispetto della probabilità’ eccetera?
Quella donna ha cercato di uccidermi per colpe non mie. Figuriamoci se lo colpe fossero state mie. Ho rischiato più del dovuto.
Allora ci tieni alla pellaccia, eh vecchio pazzo?
Sì, diavolo. Immagina se morissi senza un erede: chi salirebbe al trono?
Tua sorella, imbecille.
Ah. Vero. Cazzo, non devo sposarmi per forza allora!
Ma ormai la frittata è fatta.
Beh, sposerò una ladra che voleva uccidermi. La cosa almeno non sarà noiosa.
Tutte le donne sono noiose, lo sai.
Anche tu.
Sì ma almeno le cose che dico hanno senso.
Ahahah! Bella questa, davvero.
Quindi hai abbandonato i tuoi sogni di conquista solo perché una ladruncola voleva ucciderti.
Potresti metterla così, ma potremmo dirla in un altro modo.
Sentiamo.
Non ho il diritto di fare ciò che sto facendo. Che diritto ho, io, di privare popoli stranieri della loro libertà? E poi, sono pazzo, ma non così pazzo da far morire un’intera armata contro un semidio.
Su Azhamor hai ragione, per il resto… Fottuto pazzo, hai dato il via a una guerra che stai ancora combattendo e vincendo, che vuoi fare, ritrarre la mano?
No, non la ritrarrò. La tengo alzata dicendo ‘Ehi, questa è la mano che ha dato origine alla guerra, guardatel bene!’ e poi manderò tutti a fanculo.
Molto regale come comportamento.
Sentiamo cosa suggerisci.
Boh,  io sono qui solo per parlare, sei tu che lo decidi.
Sì ma se decido di farti dare un consiglio lo fai.
A quanto pare, tu non decidi proprio un cazzo. Diavolo, sei pazzo davvero, il tuo cervello è completamente fuori.
Ora devo risolvere la situazione coi Fiumi e parlare a Etham.
Là voglio ridere! Cosa gli dirai? ‘Senti bello, questa guerra non s’ha da fare, torniamo a casetta al calduccio’?
Una cosa simile, sì. Forse un po’ diversa.
Secondo te come va la guerra nel continente?
Tutti si scannano a vicenda, temo.
Bravo, sono d’accordo. Come intendi sistemare quella situazione?
Con la pace.
Ahahahah, ora rido io. Pazzo fottuto. Vediamo cosa sarai capace di fare. Dovrai anche sposare quella donna poi, voglio sentire cosa diranno gli altri.
Sti cazzi, non è neanche bruttissima. A me interessa solo che non rompa le palle, non deve fare la mogliettina perfetta.
Contento tu…
Diario di guerra della terza armata dei Monti – 2584, 10 Sêdulem

Il malcontento generale dei soldati si è appianato. Molti pensavano che avessimo compiuto tre mesi di campagna militare senza alcun guadagno. Oggi il Re ha distribuito il tesoro di Arat Vanur tra i soldati, diviso equamente – c’è stata una grande festa all’accampamento questa notte. Molti erano ubriachi, ma felici. Torniamo a casa, tra due settimane saremo nei pressi delle montagne. Sono felice di tornare dalla mia famiglia. Il viaggio di ritorno si sta ann […] l’estate qui è afosa e terribile. Si suda tutto il giorno e anche di notte. Le zanzare non ci lasciano pace. Il cibo non manca, i campi sono incolti ma i boschi pullul […] A chi leggerà queste pagine, ricordi che tutto nacque ad Arat Vanur, ma che non ci siamo mai arresi al nemico.

 

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