Capitolo VI

Nell’anno 921 dalle scritture, una spedizione navale inviata dalla Repubblica del Sole e del Mare, il cui obiettivo era la ricerca di nuove rotte commerciali, si imbatté per puro caso nel continente interno: venne scoperto così l’esagono. Nell’arco di poche centinaia di anni, il continente intero fu colonizzato dai sei stati esterni.

La scoperta del continente interno fu un caso voluto: dall’inizio del IX secolo, infatti, tutti gli stati inviarono in continuazione spedizioni in ogni direzione, alla ricerca di nuove terre o di nuove rotte commerciali verso i paesi già conosciuti. Lo scopo della spedizione della Repubblica era quello di riuscire ad arrivare al Regno di Evelfo senza dover passare per Tabin, con il quale non scorreva buon sangue. La spedizione approdò a Nord dell’esagono, in quello che poi divenne il Regno delle Colline. La terra scoperta si rivelò molto più estesa degli stati interni, ma prima che questo fosse noto ci volle almeno un millennio.
Altri stati erano arrivati vicini alla scoperta del continente interno, come Aglaas e Bogfolgon, i quali trovarono correnti sicure che li portavano velocemente in paesi lontani, accorciando le rotte via mare e avvicinandosi sempre più verso l’esagono, senza riuscire a scoprirlo o scorgerlo.

La politica delle spedizioni non era incentrata solo verso il continente interno: numerose spedizioni, infatti, vennero inviate alla cieca, nella speranza di trovare nuove terre. Il Regno di Evelfo, il più a Nord degli stati esterni, diresse le sue attenzioni vero Nord, alla ricerca di un passo tra i ghiacci; fu uno degli ultimi a colonizzare il continente interno, restando escluso dall’esagono. Le diverse spedizioni che si avventuravano nei ghiacci artici fecero fini catastrofiche: solo pochi uomini riuscirono a tornare alle terre degli uomini, vivi ma distrutti nello spirito e nel corpo, a raccontare i loro viaggi e le loro peripezie. Verso Nord, la sete di scoperta si placò del tutto intorno al XIV secolo, quando nessun uomo accettava ormai di partire verso la morte.

Il Regno di Aglaas, così come Bogfolgon, concentrarono i loro interessi sia verso l’esagono che verso Ovest; la speranza era di trovare nuove terre o, addirittura, una rotta commerciale che portasse al Regno di Tabin: molti calcoli e studi effettuati da grandi menti asserivano che la Terra fosse rotonda e, se così era, si sarebbe potuto circumnavigarla. Nell’anno 1150 venne fondata Torre Oscura, dando il via al Regno dei Monti, colonia di Aglaas: le terre colonizzate vennero scoperte nell’anno 1044, quando una spedizione approdò facilmente nelle coste delle Cinque Città. Addentrandosi nello stretto, scoprirono la catena montuosa ma ogni tentativo di approdare lungo quelle coste fallì per qualche anno: nel 1052, infine, i primi aglaasiani misero piede nell’esagono.

La fondazione del Regno dei Fiumi avvenne pochi anni dopo: nel 1173 Bogfolgon findò il Regno dei Fiumi, che poi aumentò di estensione fino ad arrivare a scoprire, qualche secolo dopo, la catena montuosa in cui vi era il Regno dei Monti. I confini vennero contesi e, dopo una lunga crisi diplomatica, si tracciarono le carte che iniziavano a stabilire la forma dell’esagono.

In contemporanea alla fondazione del Regno dei Monti, Aglaas iniziò ad inviare spedizioni verso Ovest. La prima spedizione partì nell’anno 1141: secondo alcuni studi, ci sarebbero voluti circa cinque mesi per raggiungere le coste di Tabin, se non avessero incontrato terre lungo il viaggio. Se invece avessero avvistato terra, a seconda delle dimensioni di questa, ci sarebbero potuti volere anni; in ogni caso, nel caso di nuove terre, la spedizione sarebbe tornata a casa a descrivere la nuova scoperta. Il Regno di Aglaas attese dieci anni prima di inviare una seconda spedizione: la prima non tornò mai. La seconda partì nel 1152 seguendo una rotta diversa partendo dal capo Nord del paese e arrivò, otto anni dopo, sulle coste della Repubblica del Ghiaccio: le navi si arenarono da sole, poiché ormai non vi erano che cadaveri su di esse.
L’inviò di spedizioni verso Ovest non si fermò: nel 1168 partì la terza, nel 1185 la quarta. Nessuna notizia si ebbe mai di quegli uomini. La quinta spedizione partì con obiettivi e tempistiche diversi: si sarebbe spinta verso Ovest per due mesi, per poi virare verso Nord e tornare ad Est. Partirono nel 1201, tornarono a casa un anno dopo; dopo aver fatto rifornimento di cibo, acqua e beni necessari, ripartirono due mesi dopo, giungendo al Capo Sud del paese nel 1204, dopo aver navigato molto al largo. Convinti di aver trovato la strada giusta per esplorare l’Ovest, ripartirono nel 1205, per non tornare mai più nelle terre dei vivi.
La sesta spedizione del 1219 andò diretta verso Ovest, partendo agli albori della primavera. Nel 1225 il mare scaricò lungo le coste centrali del paese i resti del viaggio: le navi distrutte e i cadaveri fatti a pezzi.
L’entusiasmo iniziale si era spento da anni, e si spense anche quello successivo ai viaggi della quinta spedizione. Tuttavia, il Re istituì un’ultima spedizione, mettendo sul piatto una gran quantità di oro a chiunque avesse tentato l’impresa. Molti furono allettati dall’oro, ma solo in ventisei accettarono di partire per poter rendere ricche le loro famiglie. La spedizione partì nel 1247.

Diario di bordo Settima spedizione – Giorno 52

Il viaggio sembra irreale – bonaccia da due giorni e una sottile brezza che ci spinge verso Ovest. Sembra assurdo, ma non abbiamo incontrato difficoltà particolari finora. Come la quinta spedizione riportò durante il suo primo viaggio, sembra davvero che gli dei vogliano portarci fino alla fine del viaggio.
L’umore della ciurma è tranquillo. Nessuno sembra lamentarsi che qualcosa non vada, le nostre dispense ci terranno in vita ancora per un po’ – l’acqua piovana raccolta fino a tre giorni fa ci sta permettendo di andare avanti. Fino a mezzodì nulla all’orizzonte, neanche una nuvola.

Al tramonto avvistiamo delle nuvole a Nord – il Sole sorge e temiamo una tempesta nella notte.

Giorno 53

La tempesta non è arrivata nella notte, ma stamattina il Sole non è sorto. Nuvoloni neri ci circondano, ma il vento non si è alzato. Abbiamo abbassato le vele per sicurezza – i catini sono pronti per raccogliere l’acqua piovana. La pioggia si prospetta essere come tre giorni fa.

Pensiamo sia mezzodì, ma non possiamo dirlo. Una cinerea luce grigia riempie l’ambiente – ancora non si è alzato il vento. Poco dopo seguono le prime gocce.

Avvertiamo il tramonto, la luce inizia a calare – la pioggia cade abbondante, ritta, il vento manca. Ancora la solita storia. L’umore resta tranquillo, ma inizio ad essere inquieto – appena le nostre riserve di acqua cominciano a scarseggiare torna questa pioggia benedetta. Temo gli dei – ci staranno dicendo di tornare a casa?

Giorno 61

Assurdo – assurdo. Al sorgere del Sole un branco di sardine è volato sulla nave – abbiamo da mangiare per mesi. Sardine a queste latitudini? Che vengono sulla nave a morire? L’umore generale è pervaso da un senso di inquietudine. Tutto sembra favorire il nostro viaggio  ma –cosa sta accadendo attorno a noi? Perché tutti questi eventi fortunati? Temiamo ancora di più l’ira degli dei. Alcuni vogliono virare e tornare a Est – stasera ne parleremo.

Abbiamo avuto una riunione sul ponte al chiaro di Luna piena – si sono comportati tutti bene. Arted ha proposto di virare e tornare indietro discutendo la sua posizione – ho cercato di dissuaderlo, il nostro compito è andare a Ovest, siamo stati pagati per questo. La ciurma sembrava interessata alla sua proposta, anche se nessuno, neanche Arted stesso, ha ribattuto al mio rifiuto.

Giorno 98

Ormai da un mese le cose vanno come al solito – scarseggia l’acqua, piove. Scarseggia il cibo, un branco di pesci si ammazza e vola sulla nostra nave. Ancora non ci spieghiamo come facciano a giungere fin quassù. Arted continua con le sue prediche ogni giorno – la ciurma mi ha chiesto una nuova riunione per stasera.

A mezzodì osserviamo un enorme uccello a Sud – forse è lontano miglia. Se c’è un uccello così a largo vuol dire che deve esserci terra nelle vicinanze. Siamo stati mezz’ora ad osservare i suoi volteggi – molti sono rimasti estasiati, convincendosi che ormai non fossimo lontani dalla terraferma. Tuttavia, nessun segnale di terre all’orizzonte.

Il pensiero generale è mutato – alla riunione in molti volevano continuare il loro viaggio verso Ovest, convinti dalla presenza dell’uccello visto oggi. Anche Arted non aveva più argomenti per controbattere a quella presenza e voler tornare indietro.

Giorno 109

La terra tanto auspicata non si fa vedere. Anche oggi, il Sole si è alzato con calma e serenità. Lo stesso piatto mare da mesi, la cosa ci rende tutti fragili – se dovesse colpirci una tempesta non siamo pronti ad affrontrarla. Arted è tornato all’attacco – stavolta ho io convocato una riunione per stasera.

Nel pomeriggio delle nuvole si ammassano a Sud – forse è di nuovo la pioggia miracolosa, ma è terminata ieri e finora le nuvole venivano sempre da Nord. Ho avvisato la ciurma di stare pronti.

Nella riunione ho parlato a lungo – dobbiamo prendere una decisione definitiva. Non possiamo stare sempre a discutere, va scelta una soluzione e farla finita. Quando fummo scelti per questa spedizione il Re ci disse due cose – le decisioni andavano prese in comune e, se avessimo deciso di tornare indietro senza risultati, l’oro che le nostre famiglie avrebbero ricevuto sarebbe tornato tutto nelle casse reali – fino al bronzo. Ripetei queste parole, e poi passammo alla riunione. La decisione finale della ciurma è stata quella di tornare indietro – quattordici voti contro undici. Torniamo a Est, ci dirigiamo a casa da domattina.

Giorno 110

Le nuvole avvistate ieri a Sud sono scomparse – appena il Sole è sorto, viriamo e torniamo verso Est. La ciurma è tranquilla. Non so se stiamo facendo la cosa giusta ma questa è stata la scelta.

Queste righe sono state scritte postume Ci sbagliavamo su tutto – tutto. Appena virammo verso Est le nuvole che avevamo avvistato a Sud ci hanno circondato – apparse dal nulla. Una tempesta indicibile ci ha avvolti – onde enormi, venti fortissimi. Verso Nord-Est un vortice si è aperto nel mare – ci stavamo finendo diretti. Lottammo con tutte le nostre forze per salvarci, sforzi inutili. Qualcuno cadde in ginocchio a pregare mentre io cercavo di dare un senso a quello che avremmo dovuto fare. Non so quanto tempo restammo in quell’inferno di acqua e vento – nessun uomo volò fuori dal ponte, nessuno rimase ferito, nessuno morì. La cosa assurda era che andavamo diretti verso il vortice ma non sembravamo non raggiungerlo mai. Le onde ci lanciavano a destra e a sinistra.
Non so quanto tempo lottammo contro la furia della natura – ci trovammo quasi nel vortice. Lì anche io abbandonai le cime e caddi in ginocchio a pregare. Qualcuno piangeva – qualcuno urlava disperato. Una luce squarciò le nubi e un uccello scese verso di noi – qualcuno riconobbe l’uccello che avevamo visto dieci giorni prima. Emise un verso mai udito prima – melodioso e lacerante allo stesso tempo. Si posò a prua – era enorme, color cielo, le ali avevano meravigliose piume verdi. Era voltato verso Ovest – strillò nuovamente sbattendo le ali. Ci alzammo a guardarlo meravigliati – eravamo entrati nel vortice che ci avrebbe uccisi, ormai eravamo in balia delle onde. Strillò nuovamente verso Ovest – la nave viaggiava seguendo la corrente, ma lui si girava in continuazione restando sempre rivolto a Ovest. Tutti ci guardammo a bocca aperta. Allora, senza che nessuno dicesse una parola ci preparammo – la corrente ora ci portava verso Sud, ma avremmo virato verso Ovest seguendo il vortice. Appena la corrente ci portò verso Ovest l’uccello strillò di nuovo – abbassammo le vele e il timoniere fece forza per volgerci verso Ovest. Dopo pochi minuti di dura lotta contro l’inferno fummo fuori dalla tempesta – mare calmo, piatto, il Sole nel cielo tramontava a Ovest. L’uccello fermo sull’albero strillò di nuovo verso il tramonto, poi volò via. Molti si lasciarono cadere a terra sul ponte – dormendo lì. Sapemmo solo dopo la tempesta che era rivolto a Ovest – era lì che ci guidò. Outror urlò al cielo ‘Grazie grande albatross!’ – nessuno sa dove avesse tirato fuori quel nome. L’inferno era alle nostre spalle – dovevamo andare verso Ovest, gli dei avevano parlato. Eravamo esausti, ma vivi.

Aglaas, 1250

Una nave entrava nel porto Nord della città; solo le navi militari o le navi dotate di uno speciale permesso della corona potevano attraccare in quel porto. Tuttavia, la nave venne fatta entrare senza alcun fermo. Era una piccola caravella, in gran parte in rovina: l’albero di mezzo era distrutto, ne restava solo la metà inferiore; il castello di prua cadeva a pezzi, la muratura aveva ceduto. Tuttavia, non sembravano esserci falle tali da imbarcare così tanta acqua da affondare la nave. Più che una caravella, sembrava una nave fantasma quella che si avviava al molo. La ciurma era disposta sul ponte, osservando la terraferma verso cui stavano andando. Lentamente, entrò nel porto e si fermò prima della secca, calando l’ancora. I passanti, le guardie e tutte le persone che sostavano sulle banchine in quegli istanti restarono fermi ad osservare le manovre lente dell’imbarcazione, dalla quale non vennero calate scialuppe per portare la ciurma a terra. Una bandiera azzurra venne sventolata da un membro della ciurma: chiedevano aiuto. In pochi minuti due piccoli scafi, condotti da due guardie marine, si avvicinarono alla nave; a terra, tutti si chiedevano chi vi fosse su quella nave e quali fossero le loro intenzioni. Il nome segnato sulla chiglia era illeggibile, e sembrava provenire dall’inferno stesso. Una ventina di uomini scesero dalla nave, portati a riva dai militari: la settima spedizione tornava a casa, dopo quasi tre anni di viaggio.

Non furono riconosciuti da chi era al porto; si dichiararono come i membri della ciurma della settima spedizione ai militari che li portarono a terra, ma questi non credettero alle loro parole: da tre anni ormai non si avevano più notizie, e si riteneva dispersa anche questa spedizione. Nel dubbio, furono portati a palazzo, salendo tutti su un carro: la vita in mare li aveva piegati, molti erano deboli e malnutriti, e faticavano a camminare. Era un miracolo che fossero vivi. Il capitano portava con sé il diario del loro viaggio, cingendolo con entrambe le braccia, proteggendo il loro tesoro: non doveva andare perduto.
Una volta giunti a palazzo, vennero ricevuti dal capitano della guardia cittadina, che chiese loro le generalità e che si autenticassero; neanche lui credette alle parole della ciurma. Nel loro paese natale, nessuno pensava potessero ancora essere vivi: le attenzioni di tutti erano rivolte ormai al continente interno, dove la colonia prosperava e cresceva di popolazione e potenza economica e militare. Gli sguardi verso Ovest si erano ormai voltati verso Est.
Il capitano della spedizione chiese di essere ricevuto dal Re. Il capitano negò loro questa possibilità, avvisandoli che avrebbero dovuto attendere almeno tre giorni prima di poter essere ammessi al cospetto di Sua Maestà. La ciurma era sconfortata dalla fredda accoglienza ricevuta e chiese che fossero almeno annunciati: sarebbe stato il Re in persona a decidere se riceverli o meno. Gli venne concessa questa possibilità, e un pasto caldo, dopo lunghi mesi passati in mare. Per loro fortuna, il Re si rivelò meno scettico dei militari e li convocò per il pomeriggio.

Giorno 126

Continuiamo il nostro viaggio inesorabile verso dove non sappiamo. Gli dei ci hanno mostrato il loro volere, l’altra opzione? La morte. Abbiamo deciso di vivere e andare avanti, continuare. E allora avanziamo, verso il nulla. Ormai le giornate scorrono noiose e tutte uguali: non c’è nulla da fare. Le correnti marine ci guidano senza che noi facciamo nulla, i venti sono favorevoli. Quando manca l’acqua, piove. Quando manca il cibo, piovono pesci. Questa notte un tonno: un tonno! Un enorme tonno, sul ponte. Il morale non è buono, non è cattivo: siamo solo annoiati e ci sentiamo vuoti, inutili, esseri inermi davanti la potenza degli dei.

Per divertimento, prima di mezzodì, si è deciso di fare un torneo di lotta libera sul ponte. Siamo tutti indeboliti, ma ci divertiamo molto. Se fossimo a terra troveremmo forse noioso fare un torneo di lotta, ma adesso è la cosa più divertente che ci sia capitata da mesi.

Giorno 141

Nulla all’orizzonte, nulla dietro di noi, nulla ai nostri lati. Solo un mare piatto e azzurro, un cielo sereno e nessuna nube. Sembra quasi frutto della nostra fantasia. Alcuni hanno iniziato a pensare che in realtà siamo morti nel vortice e ora stiamo solo sognando queste cose nella morte. Io sono abbastanza convinto di essere vivo, ma non possiamo di certo esserne sicuri: com’è la morte? Non lo sappiamo, quindi non possiamo sapere con certezza se siamo vivi o morti. Solo a rileggere quello che ho appena scritto, penso che è tutto così assurdo. Spero di non impazzire.

Qualcuno ha già iniziato a confondere giorno e notte. Non sono pochi i passi notturni sul ponte, e parecchi dormono durante la giornata. Siamo qui, in balia del mare, degli dei, e attendiamo che si compia la loro volontà.

Il giorno dopo, venne diffusa la notizia del ritorno della settima spedizione. Gli araldi urlavano nelle piazze la notizia, dapprima in città, poi la notizia si sparse nel resto del Regno, superando in confini. In capo a un anno, tutto il mondo conobbe il viaggio della settima spedizione: il diario di bordo venne ricopiato innumerevoli volte e diffuso in tutti i Regni. In ogni città se ne poteva trovare almeno una copia. Il Re chiese di poter conservare l’originale a palazzo, custodito nella camera del tesoro; il capitano della spedizione rifiutò la richiesta, proponendo a sua volta un accordo diverso: essendo egli molto legato al suo scritto, propose di poterlo conservare fino alla sua morte. Dopo, sarebbe stata scelta di suo figlio, l’erede, se consegnarlo nelle mani della corona o mantenerlo come tesoro di famiglia. Ancora oggi, se si ha il permesso di poter accedere al meraviglioso palazzo di Aglaas, si potrà vedere, nell’enorme sala d’accesso, il manoscritto originale, conservato in una doppia teca di cristallo e presieduto notte e giorno da due guardie. Quel testo resta, ancora oggi, il documento più importante che l’umanità abbia mai creato.
Ai membri della ciurma, i ventisei uomini che affrontarono il lungo viaggio, vennero attribuite onorificenze, le loro famiglie furono nobilitate e vennero ampliamente ripagati in oro per le loro gesta. Nessuno di quegli uomini partì più per mare dopo quell’avventura, né sperperarono il denaro guadagnato: si ritirarono a vita privata, conducendo una vita serena senza eccessi, segnati da ciò che videro e conobbero. Ad oggi, alcune di quelle casate si sono estinte, per negligenza dei loro eredi, mentre altre sono ancora in vita e conducono una vita agiata nella nobiltà del reame, senza però ricoprire alti incarichi governativi. Una copia del testo scritto dal capitano della spedizione venne regalata ad ognuno di loro, che la conservarono fino alla morte, testimonianza del loro viaggio. Tutti, nessuno escluso, rifiutarono incarichi a palazzo, per poter passare il resto della vita riposando, lontani dagli affanni della società, con lo spirito ormai pieno di ciò che una vita umana possa offrire.

Dopo cinque mesi e mezzo di viaggio in mare, la settima spedizione giunse a terra. Trascorsero gli ultimi tre giorni del loro viaggio circondati e ingabbiati in una fitta nebbia, da cui non si scorgeva nulla. Molti erano esausti, malnutriti e affranti: restavano sdraiati sul ponte ad attendere la morte. La corrente immota li trascinò fino alla secca, su cui si arenarono in piena notte. Al mattino, quando sorse il Sole, videro ciò che solo loro, tra gli uomini mortali, poterono osservare: la terra degli dèi. Si erano arenati a poche decine di metri da una bianca e immacolata spiaggia sabbiosa, dietro cui si stagliava una foresta verde e fitta. Enorme e immobile davanti ai loro occhi si stagliava un monte altissimo, più alto di ogni altro che si fosse mai visto sulla terra, la cui cima era nascosta nel cielo da nubi e foschia.
Nessuna speranza si accese nei loro cuori, ma tutti si destarono e si prepararono a scendere, senza affaticasi o affrettarsi, in attesa che si compiesse il volere divino che li aveva guidati fin lì. Una scialuppa era rimasta intatta dopo il lungo viaggio: calarono in gruppi da otto, stringendosi, e in tre tornate erano tutti a terra. Allora i loro spiriti si riaccesero, e qualcuno inizio a piangere, altri risero, confusi e felici di aver raggiunto, finalmente, la loro meta. Si riunirono sulla spiaggia e iniziarono a guardarsi attorno: non era una baia quella in cui erano entrati, sembrava solo una piatta spiaggia di quella terra. La foresta sembrava ricoprire tutta quella che ritennero un’isola, e appariva oscura e fitta. Prima di avventurarsi, dovevano organizzarsi, per evitare di perdersi e finire in maniera stupida le loro vite.

Portarono a terra acqua e cibo, e montarono dei rifugi di fortuna, con rami caduti nei pressi della foresta e vecchie lenzuola dalla nave. Nessun segno di vita sembrava circondarli: non un uccello nel cielo, non un animale che si intravedesse nella foresta. Solo alberi, sabbia e mare. Una leggera brezza li accarezzava da Est, mentre il Sole si alzava nel cielo. Erano finalmente lì, e attendevano. Non sapevano dire cosa, ma attendevano qualcosa, un segno, una voce, una guida, che dicesse loro cosa fare. Esplorare? Tornare indietro? Attendevano. Quando il Sole raggiunse lo Zenit perfetto sulle loro teste, un enorme uccello azzurro tornò a far loro visita, lo stesso uccello che li aveva salvati dalla morte qualche mese prima. Alto nel cielo, lo videro scendere di quota compiendo una larga traiettoria a spirale, fino a posarsi con grazia al centro del cerchio che avevano formato. Senza pronunciare un grido o un verso. Tutti lo osservarono meravigliati, qualcuno cadde in ginocchio, quando davanti ai loro occhi accadde una cosa inaspettata: l’uccello mutò, e divenne prima nuvola, poi un forte vento li travolse, alzando la sabbia e accecandoli e infine, riaperti gli occhi, una lucente donna si stagliava in mezzo a loro. Aveva forma di una donna, ma emanava luce propria, irradiandoli e rinfrescandoli con una leggera brezza. Poi parlò.

“Veloci a dimenticare voi siete, esseri umani, deboli alla morte, flagello della Terra. Ma non una carneficina vi siete meritati, per aver dimenticato, e così vi ho condotti qui, alle terre divine, lontano da tutto ciò che vi è caro, affinché, infine, voi rimembriate alle vostre genti ciò che avete dimenticato.”
La sua voce era fresca e melodiosa, e sembrava provenire dall’oltre umano. Tutti restarono sbigottiti, in silenzio, ammutoliti. Lei li osservava ora uno ad uno, e loro abbassavano lo sguardo, ritenendosi indegni di quella visione. Infine, il capitano parlò, consapevole che su di lui ricadeva l’onere.
“Chiedo scusa, mia signora, mia dea.” Arrancò, la voce era incastrata, non aveva parole. “Noi… giungiamo qui in cerca di risposte.”
“E le avrete.” Lei si voltò e lo guardò. “A lungo vi ho osservati nel vostro viaggio, cercando di guidarvi nelle vostre insicurezze. E quando ormai Avore vi prendeva, alla sua furia vi ho tratti, ma non contro la sua volontà, giacché la sua volontà era sempre di portarvi qui. Doni vi abbiamo fatto, affinché sopravviveste, segni vi abbiamo lanciato, affinché voi li capiste: ma ciechi siamo stati al vostro declino e alla vostra amnesia, e da soli non potevate comprendere, e vi portammo qui. Benvenuti nella terra degli dei, uomini mortali, primi tra voi a toccare queste sponde, dove risposte vi attendono, ma non da me le avrete.” Si voltò e indicò col braccio il monte che si stagliava sull’isola. “A lei il dovere di parlarvi, a me l’onore di portarvi. E assieme noi vi racconteremo, e capirete quanto avete infine occultato.”

Ilra li condusse per l’isola, e si inoltrarono nella foresta. Una volta tra le fronde degli alberi, videro immagini paradisiache: la luce filtrava tra le fronde, rendendo il bosco un luogo di luce e pace, contrariamente a quanto sembrava dall’esterno. Infinite varietà di animali vivevano lì, animali che non avevano mai veduto, che non esistevano sulle loro terre.
“Che il giardino di Selàma vi rincuori e guarisca le vostre pene, uomini. Gioite di queste visioni ché mai più le riavrete in vita vostra.” Disse loro la dea, e loro, a bocca aperta, osservavano meravigliati ciò che li circondava: candidi tigri, grandi come lupi; variegati uccelli, dai mille colori e dal becco lungo, che volteggiavano e camminavano sulla terra. Tutto cercarono di ricordare di ciò che videro, ma non ebbero mai le parole adatte a descrivere quelle visioni.
La dea li condusse tra la foresta, dove i loro cuori si risanarono e i loro spiriti guarirono, finché non giunsero alle pendici del monte, completamente rinati. Queste si alzavano direttamente dal terreno come alte pareti di roccia che affondavano nella terra, ed essi tentavano di scorgerne le cime nascoste.
“Non volgete così in alto i vostri sguardi, giacché non vi sarà concesso la vista delle cime. In alto tuttavia andremo, ma per poco, e io vi porterò.” Allora lei mutò ancora, e divenne vento puro, che li sollevò da terra e li fece volare, spiraleggiando, in alto, fino a una terrazza verde dall’altra parte del monte, su cui li posò.
“Ora, sedete su questo prato, e attendete ciò che cercate.” E li lasciò, tornando ad essere vento e volando via, non seppero dove.
Gli uomini, increduli, sedettero in semicerchio, senza parlarsi, ognuno immerso nel proprio spirito, che si accresceva in quelle terre. E attesero, mentre il Sole si abbassava, stavolta alla loro destra, e seppero di essere sul versante Nord del monte. E quando questo sprofondò oltre il mare, e le stelle brillarono, attorno a loro le piante presero vita, illuminandosi alla luce delle stelle, fiorendo; e farfalle e uccelli riempirono l’aria, mentre fontane si aprirono dal nulla, creando meravigliosi giochi d’acqua. Ma tutta l’aria era pervasa di tristezza, una tristezza potente, forte, che avrebbe trascinato il più ardito degli uomini nel baratro della desolazione. E la porta scolpita nel monte si aprì, lentamente, e due donne ne uscirono. Affiancate camminavano, e molto diverse tra loro erano, e seppero essere dee anch’elle, perché riflettevano la luce delle stelle.
Alla loro destra vi era la più piccola di statura, esile, ma allo stesso tempo la creatura più bella e meravigliosa che essi mai videro in vita loro. Lunghi capelli corvini le scendevano dietro le spalle, e la sua figura esile era circondata dall’oscurità, che ne occultava la vista; ma i suoi piedi e le sue braccia bianche brillavano, e con lei veniva la tristezza in cui erano immersi. Al suo fianco una figura materna, vestita di fiori, che allattava una nuova vita al seno, la teneva per mano, portandola dinanzi a loro. Quando furono al centro del semicerchio che essi ebbero creato, si sedettero su troni di alberi viventi che nacquero e si formarono davanti ai loro occhi, carichi di fiori e frutti. Tornò allora Ilra, portata dal vento, e sedette anch’ella affianco all’esile figura nera, stringendole la mano. E dal mare sentirono un enorme fragore, e come una gigantesca onda che si alza nel cielo, uno spirito potente li raggiunse, sedendo anche lui. E gli uomini meravigliati li osservarono tutti, guardandoli.

“Non giungeranno i nostri fratelli.” Parlò infine l’esile figura nera. “Nulla hanno loro da comunicare, questo vedo. E giusto sia che essi restino celati.” La sua voce era una triste e dolorosa melodia, bella e letale allo stesso tempo.
“Sorella mia, è tuttavia vero che da tempo ci prepariamo a questo,  e ciò mi addolora.” A parlare fu lo spirito venuto dal mare, di una burrascosa e profonda voce, calma e saggia.
“Non convocherò qui loro, Avore, giacché essi hanno deciso, e noi il nostro. Così sia, dunque.” Poi si volse agli uomini, rivolgendosi a loro. “Benvenuti, uomini mortali, alla mia casa. Il mio nome, vedo, non avete occultato, ma solo il mio ricordo. E allora che sia chiaro a voi, colei che alcuni di voi adorano come Kog’tar avete davanti, parlandovi. E queste sono Ilra” indicando la dama del vento “e Selàma, le mie sorelle, signore dei venti e della vita. Ed egli è Avore, padrone di tutte le acque di questa Terra, che sempre vi ha amato e sempre vi protegge, a vostra insaputa. E noi siamo gli spiriti governanti, coloro che proteggono la Terra, la nostra casa.”
A quelle parole, tutti gli uomini iniziarono a piangere in silenzio, increduli su dove il destino li avesse portati. E non pochi tremarono nello spirito al cospetto degli dei, che veneravano.
Alle loro lacrime, Kog’Tar si rabbuiò, e lacrime nere scesero dai suoi occhi, che restarono bassi.
“Non piangete, umani: non siate tristi, ma gioite della vostra sorte; giacché forte vediamo il vostro dolore, e forte colei che è padrona della Terra lo sente, e lo fa suo, affrancandovi da questo. Ma più non siate tristi, giacché lei sempre vi curerà, e non siete qui per procurare pene e sofferenze alla mia amata.” Così parlò loro Selàma, con una voce che sapeva di primavera e amore materno. E tutti si sentirono meglio, i loro dolori sopiti, le loro tristezze svanite. Ma tutte Kog’Tar aveva preso, facendosene carico, e soffrendo per loro. Selàma strinse le mani della sorella, la quale la guardò, stringendosi a lei, mentre la nuova vita che lei allattava continuava il suo pasto, incurante.
“Capiamo le vostre insicurezze, uomini. Vediamo i vostri ricordi, uomini. E leggiamo le vostre menti. Lungo è stato il vostro peregrinare, lunga la vostra storia, ma voi poca ne ricordate.” Parlò loro Ilra, sempre indagando nei loro sguardi. “Ma noi non vi rimembreremo ciò che avete dimenticato, giacché non ci portano gioia quegli eventi, ma ciò che dovete sapere. E pur tuttavia, riconosciamo ciò che sentite, e che necessitate riposo dal lungo viaggio.”
Kog’Tar si alzò, il viso rigato dalle nere lacrime, ma non piangeva più. “Davvero pesante è il vostro fardello, quanto neanche immaginate. Carico delle speranze dell’umanità intera, del suo destino, voi avete fatto, inconsci; e i vostri spiriti, arditi e tra i più forti che mai abbiamo incontrato tra la vostra specie, hanno sofferto, gravato, e fin qui lo hanno portato. E giacché io sola sono colei che potrà guarirvi, lasciate che lo faccia, cosicché voi possiate riposare.”
Tutti si guardarono, ricordando le precedenti parole di Selàma; e allora, ancora una volta, il capitano parlò agli dei. “Non graveremo più di quanto abbiamo già fatto il vostro spirito, mia signora, suprema padrona della Terra, giacché non per questo qui siamo giunti, e mai potremo perdonarci di avervi provocato sofferenza, alla più sensibile delle anime.”
Kog’Tar sorrise, guardando sua sorella Selàma. “Non ascoltate la mia amata sorella, uomini; ella dolce e premurosa è sempre stata, ma conosce ciò che la mia natura mi impone. Tuttavia, ella non intendeva chiedervi di sottrarvi a ciò, ma solo di non versare lacrime davanti a me, in quanto ne soffrirei.” Camminò più vicino a loro, passeggiando affianco a ognuno di loro e sfiorandoli con la mano, mentre l’oscurità che l’avvolgeva chiudeva i loro occhi. “Cadete nel riposo da me benedetto, uomini arditi, e lasciate che la dama che vi parla si faccia carico dei vostri dolori.” E così facendo, li addormentò tutti, di un profondo sonno.

Non seppero quanto dormirono, e si risvegliarono con degli spiriti nuovi, alleggeriti e risanati. I loro corpi, corrotti e piegati dal viaggio e dal peso della spedizione, si erano rinforzati, tornando ad essere come erano prima della partenza. Si sentivano tutti forti e rinvigoriti.
Non si svegliarono sul terrazzo in cui erano stati quella notte. Si trovavano in una oscura e silenziosa aula, nel monte, in cui l’unica cosa che si vedeva era l’uscita. Risvegliandosi assieme, in profondo silenzio, si diressero in quella direzione, trovandosi in un corridoio fiocamente illuminato, che sembrava essere infinito. Altrettanto infinite erano le aule che si aprivano su questo corridoio, fino a perderne il conto, verso l’alto, irraggiungibili per loro. Tutte queste erano oscure e non potevano osservare cosa vi fosse all’interno. Tutta l’aria era gravata e pervasa di una profonda tristezza. Sapevano dove fosse l’uscita, perché da lì proveniva la luce; allora, rispettando ancora il silenzio, si mossero in quella direzioni, camminando per interi minuti prima di esservi vicino. Ma quando erano a pochi metri dall’uscita, attorno a loro sentirono dei deboli singhiozzii, una voce piangente, che non riconobbero. E, gravati da ciò, si affrettarono a uscire.

Si trovavano ora in un salone enorme, riccamente decorato con alberi viventi, fiori, fontane; il pavimento era di cristalli e pietre preziose quali non avevano mai potuto vedere, e al soffitto, altissimo, vi erano piccole nubi che volteggiavano e giocavano. In fondo alla sala vi era l’uscita, e loro si trovavano dall’altro capo; sul muro alla loro sinistra un’enorme cascata di acqua e lava riempiva una piscina. Tuttavia, l’acqua e la lava coesistevano, senza evaporare in mille vapori l’una o raffreddarsi l’altra, ed era uno spettacolo meraviglioso. In quell’ambiente idilliaco e fuori dall’immaginazione comune si mossero, guardandosi meravigliati attorno. Erano soli nel salone, allora sedettero a terra, al centro, e fecero quello che fino ad allora li aveva salvati: attesero.
Non attesero molto, o almeno a loro sembrò di non attendere molto, che Selàma venne a loro. Apparve da un’entrata laterale, diversa da quella dove erano venuti e, guardandoli, si diresse verso di loro. Il bambino che allattava l’altra volta dormiva beato tra le sue braccia.
“A lungo avete dormito, giovani uomini, e tuttavia prima di quanto prevedevo vi trovo qui, rincuorati. Sono felice di vedere voi e i vostri spiriti risanati e giovati dal riposo.” Disse, avvicinandosi. “Tuttavia, devo ora chiedervi di lasciare queste stanze, e di seguirmi fuori da qui, giacché nessun uomo mortale può a lungo sostare in queste aule.” Così dicendo, li guidò fuori dal salone, e percorsero gli incantevoli corridoi del monte sacro, uscendo all’aria aperta e tornando nella terrazza dove gli dei avevano loro parlato. Dedussero che fosse inverno, poiché la neve copriva il verde prato e le piante dormivano. Era giorno, ma il Sole non batteva direttamente sulla terrazza, oscurato dal monte.
“Qui potrete restare quanto volete, almeno fino alla notte. Non è mia l’ambasciata che vi parlerà nuovamente, ma l’arrivo di Avore dovrete attendere. Tuttavia, andandolo ora a chiamare, sono certa che non attenderete a lungo. Solo una cosa vi chiedo, in privato e con tutto il mio spirito: quando scriverete di ciò che qui avete visto e udito, ve ne prego, non parlate del vostro riposo, né delle pene di mia sorella, giacché sventura ne verrebbe, per la vostra razza e per la Terra tutta. Ora devo abbandonarvi, ma mi auguro che sappiate cavarvela.” Si voltò e si incamminò verso l’interno del palazzo.
“Aspetta!” Un uomo parlò all’improvviso. “Aspetta. Perdona l’insolenza di quest’uomo, ma abbiamo udito singhiozzi e lamenti nel buio. Non c’è nulla che possiamo fare per alleviare la pena di quegli spiriti?”
Selàma lo guardò con amore. “Nulla voi potete, giacché fuori dalla vostra portata sarebbe questo compito. Ma il vostro pensiero non andrà perso, e la vostra empatia ricorderemo.” Detto questo, sparì nelle aule del monte.
Per qualche ora restarono lì, all’esterno, al freddo dell’inverno, anche se non soffrirono i morsi del gelo e neanche ci fecero caso. Ne approfittarono per parlare tra di loro, dei loro sogni durante il lungo sonno, delle loro impressioni e di quanto avevano fino ad allora visto. Nessuno tra loro era scettico, ma erano molto curiosi: dove si trovava esattamente quella terra dove erano sbarcati? Gli dei avrebbero concesso agli uomini di popolarla? E cosa avrebbero detto, quando e se avessero risposto alle loro domande? Tanti erano i dubbi che avevano, ma non potevano fare altro che aspettare. Così girovagarono sulla terrazza, osservando le piante sopite, le fontane gelate, assaporando gli odori del luogo. Anche la neve sembrava diversa, più bianca e pulita di quanto non fosse nelle terre umane. Quando il Sole volse ad occidente, e loro poterono vedere i suoi raggi giungere anche lì, non erano ancora sazi di osservare tutto quello che c’era da vedere su quella terrazza. Ed ecco che un’onda si alzò da Nord, e si abbatté sulle coste, senza tuttavia arrecare danni alla foresta, e Avore camminò sulle spiagge, diretto a loro, raggiungendoli in breve tempo.
“Ben svegliati, uomini.” Disse loro, sedendosi tra loro. “A lungo avete dormito, eppure il sonno vi ha giovato: i vostri spiriti sono ora forti e giovani. Sono qui da voi, per iniziare a soddisfare le vostre domande e i vostri dubbi, giacché io per primo ho questo onore.” Così dicendo, li esortò a rivolgergli delle domande. E allora tutti esposero i loro dubbi, affrettandosi, curiosi; e lui tutte le loro domande ascoltò, attendendo che finissero, prima di parlare.
“Molte domande avete fatto, e alcune di queste meritano risposte più lunghe di una vita umana; ad altre non potrò rispondere, giacché non è il mio compito, ma altri parleranno a voi prima che torniate. Inizierò quindi a rispondere a ciò che posso.” Così dicendo, si mise più comodo, scongelando le fontane e facendo tornare l’acqua a scorrere sulla terrazza, mentre nel cielo le stelle iniziavano a brillare, e con loro la neve e la terrazza. “Io sono Avore, il signore delle acque della Terra, che tutte controllo e domino. E io creai il vortice nel quale sareste tutti morti, se non aveste dato ascolto e cieca fede a mia sorella, Ilra. Io proteggo queste terre sacre da voi uomini, giacché cose accaddero in ere passate, eventi che voi avete dimenticato, e in seguito ai quali noi ci occultammo a voi, per proteggervi. E per questo nessun uomo mortale potrà mai mettere piede in queste terre, e le numerose navi che voi inviaste verso questi luoghi schiantai, non tuttavia senza segni: Ilra infatti, come a voi ha condotto qui, a loro parlò, esortandoli a tornare indietro. Ma dura è la testa umana, e ardui a capire siete, e molti perirono. E allora ci riunimmo in consiglio, noi fratelli rimasti sulla Terra, per decidere. E decidemmo che voi avremmo portato qui, affinché possiate portare un messaggio a tutta l’umanità: non cercateci, desistete dal volere le terre sacre, giacché perirete se nuovamente vi spingerete verso questo monte. Il mondo tutto avete popolato e scoperto, ormai, eccetto questo, e non siate avidi da volerlo, fuori è dalla vostra portata. Il vostro destino, infatti, è quello di restare nelle terre mortali, e vivere in gloria per secoli a venire. Tuttavia sempre vi invitiamo ad avere rispetto per la Terra, e per le specie care a Selàma, che con amore creò e allattò al suo seno, in epoche molto antiche.” Poi fece una pausa, guardandoli tutti. “Guardandovi, mi rassicuro, perché vedo che voi porterete per sempre nel cuore queste parole, e parlerete al mondo intero di questi discorsi. Un’ultima cosa posso dirvi, ché mi riguarda personalmente; poi, ad altri di noi rivolgerete i vostri dubbi. Il mare è sì sotto il mio controllo, ma assieme ad altri governiamo la Terra: Ilra è infatti signora delle arie e dei venti, e alza onde e tempeste; e Bûr i fuochi interni governa, e alza fiamme nel cielo dalle porte delle sue aule, come Yzur regna le rocce, e smuove i continenti. E tutte queste cose a voi catastrofiche appaiono, ma è solo il formarsi e il chiudersi del destino della Terra, e tuttavia in molti tra voi hanno sciagure a causa di ciò. Per questo io vi dico: non disperate, uomini, giacché nulla che noi facciamo avviene per caso, e nulla è per il nostro piacere, piacere di cui non godiamo, quando tra voi molti soffrono, poiché quello infatti su di noi poi ricade. Di più, dirvi non posso.”
Queste e tante altre cose disse loro, parlando dei segreti del mare, delle correnti marine, calde e fredde, di come si muovessero nel mondo e di come i mari fossero da queste governate. Del perché alcune specie di pesci vivono in determinate zone e non in altre, e molto i viaggiatori appresero in poco tempo. Infine, Avore si alzò. “E la mia ambasciata tra voi termina qui.” Disse loro. “Tuttavia ci rivedremo, viaggiatori, prima che torniate alle vostre terre: io infatti, vi porterò nuovamente a casa vostra.” Terminò di parlare, e si avviò verso il mare. Gli uomini lo guardarono tornare nelle acque in silenzio, pensierosi su quanto ebbero appreso.

Vennero lasciati sulla terrazza per tutta la notte, eppure non se ne lamentarono. A lungo osservarono le stelle, diverse da quelle che conoscevano, e vi diedero nomi; rinfrancati dal lungo riposo, non ebbero bisogno di dormire, e così salutarono con gioia il sorgere del Sole al mattino.
Selàma tornò da loro in mattinata, allattando il neonato, e li salutò nuovamente. E sedette tra loro.
“Ebbene, è giunto il mio momento di rispondere alle vostre domande, e saziare alcuni dei dubbi che vi assalgono. Tuttavia, non intendo trattenervi qui, come schiavi in gabbia, e assieme scenderemo nel mio giardino, dove potrete gioire delle luci e degli odori che lo riempiono.” Allora li guidò nuovamente giù dal monte, passeggiando con loro nella foresta, dove tutte le specie animali vennero a lei, gioendo della sua presenza.
A lungo camminarono e parlarono, e lei rispose riguardo la vita, le specie che popolavano la Terra e di come la venuta degli uomini avesse intaccato l’equilibrio perfetto che lei aveva creato. “Tuttavia, non a caso accadono gli eventi in Natura, e il vostro scopo ancora ci è oscuro.” Disse inoltre. Quando le fecero domande sulla morte, lei disse che non avrebbero rivelato loro il segreto della morte “giacché non ci è concesso farlo, pena la distruzione di questa Terra.” Per tutto il giorno passeggiarono, e molte cose appresero, sulla cura delle piante, delle malattie e degli animali, e del perché tali cose avvenissero. “Sebbene ora io risponda alle vostre domande, tuttavia dirvi devo che dimenticherete questi segreti una volta tornati nelle terre umane, poiché solo qui essi esistono.” E allora si intristirono, pensando alle loro terre a quanto povere esse fossero. “Ma non rabbuiatevi, uomini” li rassicurò “ché tutto ciò che la vostra medicina può fare ancora è lungi dall’essere appreso, e un futuro roseo vi attende, seppur tra molti secoli.”
Quando calò la notte, lei li lasciò. “Ora debbo tornare alle aule di Kog’Tar, poiché è lì che ora devo essere. Tuttavia a voi do la piena libertà di muovervi in questa foresta, di mangiarne i frutti e di scoprire le beltà di cui essa ne è piena. Ma divieto vi faccio di cacciare o di far del male a piante o animali in questi luoghi: nessuno di loro vi attaccherà, anzi si faranno avvicinare da voi, ma se oserete voi far loro del male, sappiate che nessuno di voi guarderà il Sole sorgere.” E detto questo, se ne andò.
Gli uomini passarono la notte a esplorare la foresta, giocando con gli animali del luogo, felici di essere accuditi e accarezzati; tuttavia poco mangiarono, neanche i dolci frutti invernali che mai avevano visto, poiché non sentivano bisogno di dover mangiare. E allora gioirono di quei luoghi, sperando di dover restare a lungo in quelle terre.

Trascorsero tre giorni del Sole a girare per la foresta, riposando di rado in verdi radure e vivendo in pace con la fauna locale. Tornarono alla loro nave, riuscendo a orientarsi nella foresta, dove il capitano recuperò il suo diario e iniziò a scrivere di ciò che avevano appreso e visto. Tuttavia, nulla scrisse del loro riposo, ne del loro sonno, e neanche delle cure che Selàma disse loro, in quanto non voleva interferire col volere degli dei.
Trascorsi che furono quattro giorni dal saluto di Selàma, Ilra venne a loro, scendendo con fragore di vento dal cielo. E li salutò, ed essi a lei si inchinarono, lei che più li aveva aiutati a sopravvivere.
“Vengo ora io, a voi, per compiere ciò che devo. Come i miei fratelli han già fatto, risponderò alle vostre domande. Vi esorto dunque a chiedere, e ciò che potrò dirvi vi sarà detto.”
Gli uomini allora si guardarono, e, poiché iniziavano a comprendere, fecero domande inerenti ai venti, alle correnti e alle stagioni; e lei rispose, e loro molto appresero, e stavolta fu lei stessa a dir loro che avrebbero potuto condividere quel sapere con l’umanità stessa, affinché potessero gli uomini accrescere la loro sapienza del cielo e dell’atmosfera. Tuttavia, non rispose a tutto. Quando infatti le chiesero delle aurore e dei giochi luminosi che a volte si formavano nel cielo, lei disse loro che “Fuori dal mio regno sono quegli eventi, seppur anche io ne sia causa. Ma colei che li genera è lontana, e tutti noi sorveglia dal cielo, salutandoci affranta, ma sempre amandoci.” E allora abbandonarono quelle richieste.
E in quelle ore molto appresero su come costruire navi più veloci, su come poter sfruttare la forza del vento per compiere lavori manuali e su come prevedere in tempo mutamenti ambientali; impararono i segreti della pressione atmosferica, e su come costruire barometri affidabili. Tuttavia, non molto lei si trattenne tra loro, e quando il Sole iniziò a calare, lei li salutò.
“Addio, miei giovani, perché non più ci rivedremo. A lungo sono stata al vostro fianco, ma ora è tempo che vi lasci. Sarà infatti Avore a portarvi a casa, e io solo i venti a vostro favore alzerò. Gioite sempre, uomini, perché forti siete tra i vostri, e molti vi invidieranno. Ma non a me rivolgete le vostre preghiere, giacché solo lei potrà capire i vostri dolori, che a me sono estranei. E ora, addio.” E li salutò per sempre, trasformandosi nel meraviglioso uccello che a lungo li aveva guidati.

Trascorsero allora molti giorni soli, nella foresta, vivendo dei frutti degli alberi e rispettando la fauna locale, come Selàma aveva loro chiesto. In quel tempo, i loro spiriti si accrebbero ancora di più, e iniziarono a legarsi a quelle terre, sebbene sapessero che dovevano andarsene da quei luoghi, anche se non sapevano quando. Dovettero attendere fino alla primavera, prima che qualcuno degli dei andò a parlare di nuovo con loro, e Kog’Tar venne da sola, nella foresta, e loro non la scorsero fino a quando non fu tra loro.
“Salute a voi, viaggiatori. Ripresi dalle vostre fatiche vi vedo, e tuttavia inquietudine ancora aleggia in voi, poiché sapete di dover abbandonare questa terra. Non lasciate che questo pensiero oscuri i vostri sogni e domini i vostri, giacché vicina è l’ora della vostra partenza. Infatti, io per ultima vengo a parlarvi, affinché possiate infine tornare alle vostre terre. Quasi tre anni nelle vostre terre sono trascorsi dacché voi partiste, e molti ormai vi hanno dimenticato, non però le vostre famiglie. E sebbene incontrerete diffidenza, ci sarà pur qualcuno che vi presterà ascolto, e a loro rivolgete ciò che dovrete comunicare.” Li guardò tutti, e nessuno riuscì a sostenere il peso del suo sguardo, che indagava a fondo in loro. “Come miei prolungamenti io ormai vi conosco, e segreti voi non avete per me, io che vi ho guariti. E le vostre pene dure e pesanti erano, che poche volte in passato ho sofferto così. Ma ora non pensiamoci più, e raggruppiamoci tutti dove voi ritenete giusto, così potrò rispondere alle domande che vi restano.”
Detto questo, gli uomini si guardarono e iniziarono a parlare tra loro; non tutti, infatti, erano lì quando Kog’Tar li raggiunse, e quindi dovettero cercare e radunare gli altri; come luogo adatto per la conversazione scelsero le rive di un piccolo stagno immacolato nel folto della foresta, e lì si riunirono in piena notte, le ore in cui più brillava la bellezza della dea, e sedettero ad ascoltarla.
“Non c’è bisogno che voi mi rivolgiate domande, dacché posso leggervele negli occhi. E allora inizierò ora a rispondere a queste. E incomincio col dirvi: molto avete dimenticato, uomini. Chissà quante volte, nella vostra permanenza in queste terra, avrete sentito queste parole, ma esse sono il nostro duro rimprovero a voi, perché non avreste dovuto dimenticare. Eventi infausti accaddero: infatti noi e voi, un tempo, assieme e in pace vivevamo, e la vostra razza prosperava e cresceva in potenza grazie ai nostri insegnamenti. Ma la vostra Natura non sapemmo scorgere, e deliri di potenza vi assalirono, che portarono a disgrazie. E allora ci eclissammo, e il mondo mutò, e anche voi mutaste col mondo stesso, tuttavia la vostra superbia diminuì, e capimmo allora di aver ben scelto l’esilio, sebbene ci addolorasse quella scelta. Questo solo vi dirò, dei tempi precedenti alle nuove scritture, perché la storia ormai è andata avanti, e motivi non esistono per tornare indietro.” Gli uomini la guardarono affranti, comprendendo appieno le sue parole. “Io sono Kog’Tar, eppure voi avete dimenticato chi io fossi. Questa Terra proteggo e domino, in pace, nel bene della nostra Natura, e le oscurità sono il mio regno prediletto: nella notte io vivo, nel buio mi illumino, e del dolore e della tristezza sono la guaritrice, tristezza e dolore di cui anche voi siete vittime. E il mio compito è quello di sollevare il mondo dai suoi dolori, e allievo i vostri spiriti, che dopo la morte a me vengono. E voi soli, in tutta l’esistenza dell’umanità passata, presente e futura, siete entrati vivi e vivi siete usciti dalle mie aule. È per questo che vi dico: a nessuno parlate di quei luoghi, giacché è fondamentale che essi restino occultati a voi uomini, altrimenti catastrofe e distruzione per tutti ne verranno.
“Tuttavia, miei amati viaggiatori, la vostra razza crescerà, e potenti nel mondo sarete, sebbene ciò causerà il declino delle altre razze. E ancora dimenticherete noi: infatti è destino che tra voi uno verrà, e la distruzione del mondo come lo conosciamo causerà, per un amore simile a quello che ci originò. E noi attendiamo, impotenti, il suo arrivo, e il tempo in cui ci eclisseremo del tutto.”
A quelle parole gli uomini restarono stupiti, e si guardarono confusi.
“Ciò che vi sto dicendo è un messaggio importante che l’umanità tutta dovrà conoscere: i vostri regni cadranno, e una forza più potente di noi causerà la distruzione della Terra. Per ciò io a voi mi appello: che l’umanità tutta sappia il suo destino, e ne sia consapevole.” Allora li guardò tutti, sorridendo. E nel buio una bianca aura emanava dal suo esile corpo, e tutti ne erano colpiti, rattristandosi immediatamente. Allora in un modo agli uomini sconosciuti essa parlò loro, comunicando coi loro spiriti direttamente, mostrando loro eventi arcani e segreti impronunciabili, che i loro spiriti appresero ma le loro menti dimenticarono. E quando essi morirono, e giunsero nuovamente a lei, più di ogni altro l’amarono, e sul suo spirito non gravarono, salutandola rinfrancati.

Al mattino, si svegliarono sulla spiaggia in cui erano sbarcati, e seppero che era giunto il momento di abbandonare per sempre quelle sponde. Allora tutti, senza essere tristi, si diedero da fare per partire; tuttavia la nave era in uno stato fatiscente, e temevano di non raggiungere casa. Fu allora che Avore tornò nuovamente a loro dalle acque.
“Giunto è il momento della vostra partenza, uomini arditi. Orsù salite a bordo della vostra nave, che forte ha resistito a un viaggio terribile. Essa ancora resisterà, e io la condurrò alle vostre terre.” Così dicendo, li accompagnò egli stesso alla nave, aiutandoli a salire a bordo. “Cinque mesi impiegaste ad arrivare qui, ma ora andremo spediti, e tra due settimane potrete rimettere piede sulla vostra terra.” Allora Avore stesso si mise alla testa della barca, e alzò delle onde che veloci li portarono a Est, verso Aglaas, verso casa.

Quando furono in vista delle terre mortali, Avore abbassò le onde e salì a bordo della nave.
“È qui che io saluto voi, forti uomini del mare. I miei fratelli e io nessun dono vi abbiamo fatto eccetto risposte, eppure io ritengo che voi meritiate di più. È per questo che vi dico, uomini, che mai più in futuro uno delle vostre stirpi avrà la furia del mare contro, e sempre saluterò voi e i vostri discendenti in amicizia, ricordando questo viaggio. Allora prendete questi monili, affinché voi ricordiate questo incontro. Addio, e abbiate pace, se vi sarà possibile, nelle torre mortali.” Si tuffò in mare e sparì tra i flutti, mentre gli uomini, addolorati, guardavano meravigliati gli anelli che aveva loro regalato.

La nave restò al largo per due giorni, in cui gli uomini parlarono tra loro, decidendo in che modo avrebbero comunicato al Re ciò che avevano vissuto. Anche, in quel tempo, il capitano terminò di scrivere il suo diario, che poi avrebbe portato tra le mani del Re in persona. Il viaggio di Aglaas era concluso, e il destino degli uomini era stato pronunciato.

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