Capitolo VII – Sei Fortezze

28 Ilraset 3078

Il mattino dopo, quando il sole si alzò nel cielo, nella guarnigione nera vi fu la peggiore organizzazione che l’esagono potesse aver visto dall’alba dei tempi: al suono delle campane, risposero corni, ovunque, e senza un perché;  praticamente, chiunque avesse un corno con sé lo suonò, Dalmor e Tildor non furono esclusi; dopo quell’assordante rimbombo di corni ovunque, che distrusse tutto quel che vi era in vetro o cristallo nel forte, la guarnigione entrò nel panico: nessuno aveva dubbi sul fatto che dalle sei fortezze li avessero sentiti, pur trovandosi ancora molto lontane, e per questo c’era bisogno di celerità ma, soprattutto, di avvertire la guarnigione al castello dell’arrivo dei regnanti. Per il panico che scaturì, addirittura sette soldati inviarono un messaggio per lo più simile, per cui sarebbero arrivate sette voci apparentemente nervose e forse disperate alle sei fortezze, il che non avrebbe sicuramente fornito sicurezza alla guarnigione che li attendeva. Tra tutti coloro che vi erano nel fortino, solo Uldor era calmo, e passeggiava tranquillo nel bel mezzo di soldati che si scontravano nei corridoi, di vasi, casse e borse che cadevano per le scale, di urla, grida, porte che sbattevano e si riaprivano; Dalmor, nei primissimi istanti di veglia, fu letteralmente sconvolto da quei corni, ma si riprese abbastanza in fretta da aggiungervi la sua voce; dopodiché, si buttò nella vasca e appena cinque minuti dopo era vestito e pronto per partire, uscendo dalla sua stanza ed entrando a contatto col disordine generale. La testa gli stava scoppiando, quando balenarono tra i suoi pensieri alcuni oggetti che gli urgevano, e si mise a correre e ad urlare per il forte contribuendo al caos.
Suo padre, invece, si svegliò alle campane, e fu uno dei primi a suonare il corno; quando si accorse che tutti avevano avuto la sua idea, entrò nella disperazione, poiché la sera precedente non aveva preparato nulla per il viaggio, come invece suo figlio aveva saggiamente pensato di fare; quindi si mise a correre nudo per le torri alla ricerca di quel che gli serviva, senza badare al pudore, o meglio, senza accorgersi di esser nudo.
A loro due si aggiunsero tutti gli altri, tra cui anche la servitù, evidentemente fomentata da quell’atmosfera; Dalmor era sì nel caos, ma sembrava divertirsi un mondo guardando la situazione generale, e scoppiò infatti a ridere quando un soldato inciampò per la scale, cadendo su un suo collega che stava correndo con un vaso da notte pieno, che finì addosso ad un garzone, il quale, distratto dalla situazione non piacevole, dimenticò di aprire la porta in cui doveva infilarsi e ci si schiantò contro. Situazioni simili accadevano ovunque, e dopo dieci minuti la situazione non sembrava stabilizzarsi, per cui Uldor, evidentemente infastidito dal marasma in cui era immerso, emise un lungo e freddo ululato, che fece ghiacciare anche le mura; il livello di terrore che vi immise era però minimo, e questo bastò a calmare gli animi. Alla fine, fu un miracolo se furono solo cinque gli infortunati, e non gravi; in compenso, i danni erano enormi, e l’ordine era andato a farsi benedire da un dio. Ma non avevano tempo di pensare all’ordine, e dopo un’ora dalle campane si trovavano già fuori dal fortino, in condizioni non proprio conformi ad un’entrata ufficiale nel luogo più famoso ed agognato del mondo, intenti a prendere il traghetto verso l’isola in cui i sei diversi ordini di leggi svanivano, entrando nella giurisdizione dell’esagono. Tildor fu costretto a lasciare dieci degli uomini che li avevano accompagnati fin dalla capitale al forte sul lago, per aiutare a riparare i danni; per questo, a partire furono solo in otto: le cinque guardie rimanenti, il re, il principe ed il lupo. Salirono tutti sul traghetto, che iniziò a muoversi a ritmo di remi: tre per ogni lato conferivano abbastanza velocità; l’imbarcazione era piccola, c’era spazio appena per quindici persone, e nessuna cabina. Fortunatamente la giornata si presentò mite e con un leggero filo di vento a rinfrescare l’aria. Raggiunsero l’altra sponda otto ore dopo, quando il sole si era avviato verso il tramonto; un paio d’ore sarebbe calato, e loro probabilmente avrebbero fatto ingresso alle sei fortezze all’alba della luna. Il pensiero rasserenò Dalmor, e Tildor parve leggerlo.
“Sarà un bel modo per entrare per la prima volta alle sei fortezze” gli disse il re, poggiandogli un mano sulla spalla. Mentre scendevano, il re mostrò tutto il suo portamento: sembrava essere un’altra persona da colui che quella stessa mattina correva nudo nel forte urlando. Indossava una tunica grigio chiaro, coperta da un farsetto nero su cui vi era ricamata la luna bianca della casa reale, brache di lana nera su calze nere e ricchi stivali di pelle d’orso neri; alla cintola erano appesi il suo pugnale e la sua spada lunga, Pace nera. Indossava un pesante mantello a tre strati completamente nero, chiuso da un fermaglio di diamante a forma di artiglio, e dei guanti neri di morbida pelle. Quando approdò sulla riva, venne tirata fuori da una cassa la corona e lo scettro, e quando li indossò sembrò emanare un’aura di maestosità attorno a sé; la corona era un disco sottile di pietra lunare ed acciaio nero, finemente lavorato, in cui vi era incastrata, nella parte frontale, un’unica gemma sferica, scoperta mille anni prima e di materiale ignoto, che accoglieva la luce proveniente dalla pietra lunare convogliandola al suo centro, facendo risplendere la testa reale, ed oscurando la pietra stessa. Lo scettro era invece un bastone, anche abbastanza pesante, di quercia nera, con la punta di acciaio nero, finimenti di argento e la testa a forma di luna piena in diamante. Completo del suo vestiario, Tildor III Della Luna si presentava come uno degli alti re del mondo.
Al suo fianco, Dalmor era vestito in maniera simile al padre, con due importanti differenze: le brache ed il mantello erano i suoi lavori in acciaio nero, che svolazzavano al vento della sera , e la sua spada lunga era quella della casa reale, Lama di Luna, e brillava nella notte al suo fianco; la portava lì solo per uniforme, poiché gli era più comoda assicurata dietro le spalle. Quando furono tutti scesi, entrarono nel piccolo forte che controllava il ponte, e, senza perdere tempo, salirono sui cavalli già pronti e galopparono verso le sei fortezze. Avevano pranzato direttamente sul ponte del traghetto.
La terra volò via sotto gli zoccoli dei cavalli, e colline, piccoli boschi e laghetti scorrevano attorno a loro. Dopo circa un’ora e mezza di galoppo incessante, il sole era quasi prossimo al cadere dietro le loro spalle, e si presero una pausa affianco ad un piccolo ruscello per rinfrescare le loro gole e quelle dei cavalli. In verità, avevano avvistato, alla loro destra ed alla loro sinistra, delle esili colonne nere molto lontane: da quelle colonne in avanti iniziavano ad innalzarsi gradualmente enormi mura arcate, a raggiera, che corrispondevano ai confini tra gli stati, per poi confluire tutte al castello al centro dell’isola e continuando dentro esso, dividendo la fortezza in sei fortezze, l’una confinante con l’altra. In verità le colonne erano altissime e scorgibili a lunghe distanze, e le mura proseguivano per molte miglia prima di arrivare al forte, quindi ripartirono quasi subito. Il sole tramontò definitivamente, e le loro spalle sudate ebbero pace e fresco. La prima stella era spuntata quando le mura divise a sei livelli di arcate li abbracciavano, e il castello iniziava ad ingrandirsi; la luna sorse quando mancava un miglio alle porte, e tutti i loro oggetti in pietra lunare splendettero, ed il re ordinò di rallentare l’andatura,  per la pace di uomini e cavalli, che, se pur erano dei magnifici esemplari, erano sfiancati da un viaggio misto di salite e discese sulle colline sotto il sole. Quando furono finalmente sotto il castello, questo si mostrò loro in tutta la sua grandezza: le mura esterne erano alte quanto il resto del complesso, all’incirca novanta metri, in solide pietre nere, squadrate, enormi, senza alcun tipo di appiglio possibile: una parete liscia ed enorme. I portali erano anch’essi enormi, alti ben quindici metri, in quercia e rinforzati con acciaio nero, con un disco di pietra lunare a rappresentare la luna. Il re suonò il suo corno, e le porte si spalancarono; erano spesse quasi due metri, e si muovevano grazie a numerosi giochi di carrucole che rendevano il lavoro molto più agevole. Passarono sotto l’arco, e notarono che le mura erano spesse dieci metri; dopo la breve galleria, arrivarono nel cortile a forma di trapezio, enorme e ricoperto di soffice erba, con alberi, fiori, panche e tavoli, fontane e giochi d’acqua che lo facevano sembrare un paradiso. In fila davanti all’entrata vi erano due colonne di trombettisti, e quando il re superò a cavallo la galleria, suonarono una marcia in suo onore. Ad attenderli c’era tutta la servitù del castello, e, clamorosamente, tutti i re con i loro discendenti.
“Non si aspettavano che facessimo tutto questo ritardo” disse secco Uldor, passeggiando affianco a Dalmor “dovevamo far prima, sicuramente avranno da ridire di questa entrata scenografica.”
“Ma tu zitto non sai starci, vero?” gli rispose Dalmor, rimasto esterrefatto dalla grandiosità di quel castello; aveva letto tutta la sua storia studiato tutti i suoi segreti, ma non se lo aspettava così magnifico. Scesero da cavallo, e la servitù si inchinò al re, che intimò loro di alzarsi; chiamò immediatamente gli stallieri per consegnar loro i cavalli, e si diressero verso la piccola folla di re e principi che li attendeva. Ognuno di loro era vestito con abiti regali, dei colori delle loro casate, con le corone in testa e gli scettri in mano; quando furono abbastanza vicini, tutti i principi si inginocchiarono per salutare il re appena giunto, e Dalmor fece lo stesso, per i re che li aspettavano.
“Principi, alzatevi! E ricordate di essere umili anche quando sarete re.” Le parole di rituale furono pronunciate da Tildor, in quanto attendevano e salutavano lui; Dalmor però non si alzò, attendendo che gli altri re gli dessero il permesso. Rhiman fu il primo a concederglielo, e poi gli altri dopo di lui. Quando si fu alzato, ci furono alcuni secondi di silenzio di rispetto. La notte li avvolgeva, la luna era nascosta dalle mura altissime, ma risplendeva sul capo del re e al fianco del principe, e nelle fontane del cortile. Dalmor osservò tutti i re e principi dell’esagono, e il suo sguardo si posò su una macchia blu. Cercò i suoi occhi, e si incontrarono. Senza aspettare che qualcuno dicesse qualcosa, i due iniziarono ad avvicinarsi, attirando tutti gli sguardi su di loro, e si presero per mano, restando a guardarsi, senza dire una parola, finché Dalmor non si inginocchiò e bacio la mano sinistra di Araya Ostasi, principessa dei deserti. Era una giovane donna, di due anni più giovane di lui, alta una spanna e mezza meno di lui, era considerata la donna più bella del mondo. Aveva lunghi e corposi capelli biondi, ricci, che le arrivavano quasi fino alla vita, occhi grandi, eleganti, color blu oceano, in cui tutti gli uomini si perdevano, viso dolce, zigomi appena accennati, orecchie piccole, naso piccolo all’insù ed un paio di labbra morbide, né troppo carnose, né troppo sottili, che nascondevano un sorriso bellissimo. Il corpo era grazioso ed agile: collo sottile ed elegante, piccole spalle, seni sodi e medi, fianchi non troppo larghi e gambe elegantissime; sebbene avesse una pelle solo leggermente dorata dal sole, quella di Dalmor era nettamente più chiara della sua. Indossava un bellissimo vestito blu, colore della sua casata, ed una fine collana d’oro bianco che reggeva un piccolo zaffiro sferico: gli era stata regalata due anni prima da Dalmor. Era la sua promessa sposa, e il matrimonio sarebbe stato celebrato in quel luogo qualche giorno dopo.
“È per me un onore essere ricevuto da tutte le vostre maestà, mai mi sarei aspettato un’accoglienza simile.” Parlò infine Tildor, spostando l’attenzione da suo figlio su di lui. “Dalmor, dimentichi gli onori di casa, vieni qui.” Richiamò poi affianco a sé il figlio, che era palesemente partito per un altro mondo, ma che tornò molto velocemente.
“Mi scuso grandemente con le vostre signorie.” Disse subito, inchinandosi.
“Non c’è problema ragazzo, penso che qualsiasi altro uomo al tuo posto avrebbe fatto la stessa cosa.” Gli rispose con un enorme sorriso un uomo basso e tondo, dalla carnagione olivastra, più simile ad un tricheco che ad un uomo: gli mancavano solo i baffi e le zanne, ma aveva una florida barba al loro posto. Capelli castani lunghi fino alle spalle, occhi nocciola e naso a patata, con una corona di ferro che poteva pesare il doppio di quella di suo padre, gli venne presentato Fegalos IV Tarumbur, Re delle Praterie e del sud dell’esagono. Fece per inchinarsi davanti a lui, ma questi, mostrando una velocità straordinaria per la stazza che aveva, lo cinse in un caloroso abbraccio. “È un onore salutare il giovane prodigio di questo continente.” Disse dopo averlo liberato dalla stretta.
“Lei mi riempie di orgoglio, maestà, e l’orgoglio non è una gran virtù.” Rispose sinceramente il giovane.
“Proprio un prodigio!” continuò il re, ridendo sonoramente “Ti prego, diamoci del tu,basta con questi convenevoli. Dalmor, re Tildor Della Luna, è mio onore presentarvi il mio primo figlio ed erede al trono Trapsos.” Il principe era certamente più avvenente del padre: era innanzitutto più alto, con spalle larghe e petto ampio, capelli lunghi fino alle spalle e barba corta castana, e più eleganza, sebbene continuasse ad avere un po’ di scompostezza, dovuta, notò l’occhio di Dalmor, ad una dura vita militare. Il principe fece per inginocchiarsi davanti al re, ma questi gli prese le spalle e lo tenne in piedi. “Il più valido comandante di questo mondo non dovrebbe inginocchiarsi a nessuno.” Gli disse il re, dandogli una pacca sulla spalla.
“La ringrazio, altezza.” rispose con una voce leggermente cupa; porse la mano a Dalmor, che gliela strinse con ardore “mi hanno detto che con la spada sei riuscito a battere tuo padre, il più abile spadaccino dell’esagono; che ne diresti di darmi qualche lezione?”
“Volentieri” rispose sorridendo Dalmor “a costo che tu mi insegni ad utilizzare la lancia come sai far magnificamente. Però ti avverto: sono un allievo terribile.”
“Non mi arrendo facilmente.” Rispose Trapsos, sorridendo.
“Neanche io, di solito.” Disse distrattamente Tildor, guardando torvo Dalmor, che sorrise imbarazzato per non aver mai avuto voglia di apprendere l’arte della lancia.
“Il protettore della pace nell’esagono, Tildor III Della Luna, Re dei monti e del nord ovest dell’esagono, figlia mia.” Si sentì una voce dalla loro destra, e si mostrò davanti a Dalmor quello che poteva essere l’esatto negativo di suo padre: un uomo alto quasi quanto lui, dalla pelle leggermente più scura, un volto severo, ritto, occhi grigi, mascella squadrata, naso aquilino, senza barba, con una evidente cicatrice che copriva la guancia sinistra, e dai lunghissimi capelli bianchi, che si muovevano al vento della notte; indossava una lunga veste bianca, dal tessuto interno color nero, con ricamata sul petto una freccia nera nel vento. Il mantello era candido quanto la veste ed i capelli del re, e la corona era un gracile filamento di argento che gli circondava la testa. Davanti, suo padre e quel re sembravano due dei che si incontrassero sul campo di battaglia. Al suo fianco c’era una graziosa dama, con un bel vestito bianco candido dai numerosi filamenti di seta che svolazzavano nella notte, un viso un po’ allungato, gli stessi occhi grigi del padre, e il suo stesso naso, e capelli corvini lunghi fino alle caviglie che erano preda del vento; era più alta di Araya, ma aveva i fianchi più larghi e i seni più piccoli, la pelle più chiara; portava una luminosa cinta, che Dalmor notò con stupore essere fatta di pietra lunare, a cui vi era appeso uno scuro pugnale. Al collo, una catena d’argento sosteneva una freccia bianca, che puntava verso la scollatura nel petto, da cui potevano vedersi accennati i piccoli seni. Accennò un inchino dopo le parole del padre, ed il re si abbassò a baciarle la mano.
“Dalmor, ti presento Blostgas I Fortevento, Re dei venti e dell’est dell’esagono.” Parlò suo padre, e il principe s’inchinò.
“Rialzati, principe, e lasciate che vi presenti mia figlia Kyrlai, terza in ordine di successione al trono.” La figlia fece un altro inchino, e Dalmor le baciò la mano; notò che non aveva pronunciato una sola parola fino a quel momento, e lui neanche.
“È per me un onore fare la vostra conoscenza, sire, e della vostra graziosa dama.” Disse dopo qualche secondo.
I due re continuarono a fissarsi negli occhi per qualche secondo, finché Tildor, infine, non sguainò la spada; il suono fece allarmare tutto il cortile e i suoi frequentatori, ed i re restanti assunsero un’aria stupefatta, così come i loro figli, e Dalmor e Kyrlai pure. Dalmor tirò fuori il pugnale dal fodero e lo tenne stretto nella mano, ma il padre glielo fece riposare.
“Dalmor, metti via, questo non è un duello.” Gli disse con voce dura. Teneva la spada alzata davanti la sua testa, poi la riposò. Blostgas assunse un’aria offesa.
“È tuo dovere mantenere la promessa che mi feci anni fa!” gli sibilò in faccia il candido re, irato.
Tildor era invece rimasto completamente calmo, e aveva girato la testa verso Dalmor. “Non è più mio dovere, la spada reale non mi appartiene più.” Rispose lentamente e con calma il re “Mio figlio Dalmor la detiene ormai, finché egli non la passerà al suo figlio e successore alla sua prima battaglia da comandante. È suo il dovere.”
“Scusate ma io non ci sto capendo niente.” Disse rapidamente Dalmor, sorpreso di essere stato immischiato così velocemente in quella situazione che appariva non proprio una rimpatriata tra amici. “Cosa è che dovrei fare?”
“Sfidarmi a duello.” Gli disse il re Blostgas, arcigno.
Dalmor sgranò gli occhi per un secondo, poi scoppiò a ridere. Una risata lunga e convulsa che lo portò a sdraiarsi a terra, nettamente contrastante con la tensione che c’era nell’aria. Un minuto dopo si rialzò ansimando e, ancora ridendo, disse a suo padre “Mi stai dicendo che… nell’unica battaglia importante che hai combattuto in vita tua… ti sei preso un incarico simile?” continuò ad avere il fiatone ancora per qualche secondo, prima di riprendersi completamente. “E, mi dica, vostra grazia, come e quando vorreste concludere questa faccenda? E, soprattutto, potrebbe spiegare a tutti noi questa storia?”
“La storia è vecchia di oltre trenta anni” iniziò Blostgas “nel 3047, io e tuo padre ci incontrammo sul campo di battaglia, alle tre colline, avversari; ingaggiammo un duello, che durò per molti minuti, mentre attorno a noi la battaglia infuriava. Alla fine, tuo padre mi procurò questa” ed indicò la cicatrice sul volto “e mi sconfisse. Avrebbe potuto uccidermi, ed avrebbe dovuto farlo, ma non lo fece, bensì mi disarmò, e mi legò le mani con la sua cintura.” Il suo sguardo si volse al ventre della figlia, all’altezza della cintura. “Mi portò nel mio accampamento, dal re mio padre, e a questi chiese la fine di quella guerra, e la sua benedizione.”
“La sua benedizione?” disse sconcertato Dalmor “Che ti passava per la testa?”
“Taci.” Gli ordinò suo padre, cupo ed austero. “La storia non l’hai vissuta di persona.”
“No, infatti.” Confermò Blostgas, riprendendo. “Mio padre osservò il modo in cui mi aveva portato: in piedi, con le mani semplicemente legate, vivo ed integro, a parte il taglio sul volto che sanguinava copiosamente. Tildor mi slegò le mani, e porse a mio padre la sua preziosa cinta, rinnovando le sue richieste. Ricordo ancora lo sguardo di mio padre: era sorpreso ed affascinato da quel giovane principe dei monti, che si era ritrovato in una battaglia fuori dalle sue competenze, e che veniva a chiedere la pace e la benedizione. Gliele concesse entrambi, alla fine della battaglia, ad un’unica condizione: quando mi avrebbe incontrato nuovamente, mi avrebbe sfidato con la spada reale, che aveva al suo fianco, e, in caso di vittoria, la cinta sarebbe stata sua. Aveva appena diciassette anni, ed io ventidue.”
Concluse la storia tra gli sguardi generali; la maggior parte di quei re e principi conosceva la storia, ma non pensava di rivederla tornare in vita in quel luogo, a quell’ora. “Intendo sfidarti domani, all’ora che tu preferisci, fino a che uno dei due non si arrende, o non è più in condizione di continuare.”
“Domani c’è il consiglio, e non sarà possibile la sfida.” Rispose Tildor per suo figlio. “Il giorno successivo era stato programmato per le sue nozze, ma verranno rimandate, poiché si terra questa sfida.”
Dalmor non fece una piega, così come re Rhiman, ma Araya restò ammutolita.
“Così sia” disse Dalmor “ma, adesso, lasciamo da parte antichi rancori. È un onore essere stati accolti da voi.” Disse riferendosi a Blostgas e sua figlia, la quale si inchinò, abbassando leggermente lo sguardo in un sorriso.
Fu aiutato ad interrompere la tensione dall’avvicinarsi di un altro re, che era evidentemente teso dalla situazione. Era un uomo alto, addirittura più alto sia di lui che di suo padre; indossava brache marroni di lana, stivali di pelle rossa, un farsetto rosso acceso con i bottoni di madreperla e un lungo mantello, su cui erano ricamate nella parte bassa delle fiamme che si alzavano invadendo il nero della parte superiore. La corona era un semplice disco d’oro con sei punte, molto fragile e sottile. Aveva capelli corti e brizzolati, biondi, la mascella squadrata, felici occhi verdi e viso gioviale; in passato doveva essere stato un bell’uomo, ed anche fisicamente forte, viste le dimensioni delle spalle e del torace, ma ora una piccola pancia si era insinuata sotto il petto, con l’avanzare degli anni. Dietro di lui, con l’armatura militare e l’elmo sottobraccio, c’era un giovane dai capelli identici al padre ma con gli occhi color del ghiaccio, che si poteva dire un bell’uomo. Portava lui lo scettro reale, un semplice bastone bianco di betulla con punta in avorio e ricami in argento, che aveva una lunghissima storia.
“Hermans, ti presento Tildor III Della Luna, re dei monti e del nord-ovest dell’esagono, nonché protettore della pace in esso.” Parlò il re, porgendo a Tildor la sua mano, mentre il figlio s’inchinava.
“Dalmor, questi invece è Meganodos III Colle, re delle colline e del nord dell’esagono.” S’inchinò in segno di rispetto; lui ed Hermans, che era il secondo figlio di Meganodos, si strinsero la mano.
Il saluto a questi regnanti non durò molto, poiché accorse velocemente l’ultimo re che ancora non conosceva; era un uomo piccoletto, basso e molto magro, ma Dalmor comprese che sarebbe stato impossibile da sconfiggere in agilità e velocità. Aveva capelli grigi scuro molto lunghi, una sottile barba che partiva dal mento ed arrivava all’altezza dell’ombelico, più tendente al nero che al grigio, occhi grandi e neri e pelle scura, la più scura in quel gruppo di re; indossava una lunga tunica verde cinabro, senza mantello e senza corona, dalle maniche larghe e le mani nascoste in esse, che s’incontravano sul petto.  Dietro di lui veniva un’esile ed aggraziata donna, leggermente più alta del padre, che sembrava camminare in aria per via dei suoi movimenti; indossava sottili stivali verdi, usurati e sporchi di fango, che tradivano un viaggio poco precedente, che arrivavano a metà coscia, coprendo delle brache marroni assicurate alla vita da una cintura di pelle; una semplice camicia di lana marrone, coperta da un mantello cinabro, sembrava più una cacciatrice che non una principessa. Occhi nocciola, capelli castani e corpo esile contribuivano a quest’idea; Dalmor pensò che, nonostante tutto, rimaneva una ragazza molto graziosa, anche se non la più bella che avesse visto.
“È per me un onore incontrare e presentarti Tildor III Del…”
“Ho già sentito come si chiama, grazie.” Rispose secca la ragazza, inginocchiandosi davanti a Tildor. Questi era abbastanza stupito da quella giovane e intraprendente signorina, ma non disse nulla, se non le parole per farla rialzare. Dalmor fece per baciarle la mano, ma lei, con uno scatto fulmineo, gli strinse la sua.
“So che sei abbastanza bravo col pugnale, e sei l’unico principe che vedo che ne porta uno.” Disse velocemente, guardandolo dal basso, negli occhi. “Intendo allenarmi con te, se non ti dispiace. È un peccato che tu sia un incapace con l’arco, altrimenti avremmo potuto gareggiare, qualche volta.”
Dalmor fu colto alla sprovvista e si grattò dietro la nuca. “Ehm… non mi piace molto l’arco, no” disse ridendo imbarazzato “ma con il pugnale me la cavo abbastanza, sarà un piacere questa sfida.”
“Dalmor, inchinati a re Gorfin II Rossacque, re dei fiumi e del sud ovest dell’esagono.” Disse suo padre, che si era calmato dagli eventi precedenti. Dalmor s’inchinò, e il re pure, restando composto.
“Avete già conosciuto la mia intraprendente figlia, Taresta, è la mia primogenita.” ‘Felicità’ pensò Dalmor; nella lingua del regno di Bogfolgon, parlata nel regno dei fiumi, ‘taresta’ voleva dire generalmente ‘felicità’, anche se indicava tutto ciò che era un sentimento di gioia; un dolce regalo del padre ad una figlia molto amata, concluse il principe.
“Un nome incantevole.” Disse suo padre con un sorriso. Dalmor si chiese quante altre persone sapevano il significato profondo di quel nome.
“Chiedo scusa per il suo abbigliamento” aggiunse Gorfin “ma è stata fuori tre giorni a caccia, quando ha sentito i vostri corni si è diretta di corsa fin qui, arrivando poco prima di voi.”
“Una lunga corsa.” Commentò sbalordito Dalmor. “Io non reggerei, assolutamente no.” Aggiunse con un sorriso.
“Non avevo dubbi.” Sorrise anche Taresta.
“Immagino che ti sia pervenuta la mia richiesta, re.” Aggiunse in maniera ufficiale Gorfin, verso Tildor.
Il re non sembrava aver voglia di discutere di diplomazia, non in quell’istante. “Certo, e domani abbiamo un consiglio; ci sarà tempo per parlarne, ma ora giungiamo da un lungo viaggio, e necessitiamo riposo.”
“Giustamente, non intendo privarvi di un buon ristoro e riposo dopo un così lungo viaggiare.” S’inchinò, e si ritirò assieme a sua figlia.
“Signori” parlò Rhiman, osservando tutti i re radunati “abbiamo ora accolto Tildor e suo figlio, a lungo tanto attesi, e non vogliamo di certo disturbarli più del dovuto dopo un così lungo viaggio; quindi, lasciamo al protettore della pace libertà e serenità, in attesa del lungo lavoro che ci attende domani.”
Cenni e parole di assenso provennero da tutti i re, accennando ai saluti e preparandosi a tornare nei propri castelli. Tildor li interruppe.
“Vi chiedo un ultimo disturbo, miei signori” urlò alla folla che aveva davanti “è mio dovere e onore presentarvi Uldor, uno dei lupi di ferro, che accompagna mio figlio con molto onore per lui e la nostra casata; presiederà anche lui al consiglio di domani.” Così dicendo, si voltò verso le porte, da dove il maestoso lupo entrò a passo felpato, fermandosi davanti a Dalmor.
“È un onore per me conoscervi tutti; vi ringrazio di quest’accoglienza. Auguro a tutti voi una buona notte ed una caccia prosperosa.” Così disse il lupo, e si voltò, correndo nuovamente fuori dalle porte, diretto a vagare nell’isola in ricerca di cibo.
Commenti stupiti arrivarono da ogni dove, e tutti erano ammutoliti e sorpresi di quello che avevano visto. Tildor e Dalmor si guardarono, tenendo una guardia bassa, e, dopo aver ringraziato Rhiman per l’aiuto, attesero che i re uscissero dalle mura laterali, diretti ai loro alloggi. La notte era intanto cresciuta, e la luna illuminava ormai il verde prato sotto i loro piedi. Rhiman ed Araya restarono lì, attendendo che tutti fossero andati via. Il re era più basso di Dalmor, ma superava leggermente sua figlia; i capelli erano di un biondo dorato, portati molto corti, mentre la barba la portava rasata, esclusi baffi e pizzetto; occhi blu oceano, caratteristici della sua casa, attiravano l’attenzione su di loro. Era completamente vestito di blu, con la corona di cristallo dei deserti trasparente sulla testa. Quando restarono solo loro quattro al centro del cortile, con le guardie che presidiavano le porte e le mura, Araya corre verso Tildor e lo strinse in un lungo abbraccio, mentre Dalmor abbracciò Rhiman.
“Padre mio, da quando tempo!” disse Araya, baciando sulla guancia Tildor a lungo e ripetutamente. Tildor sorrise e la strinse ancora più in un abbraccio paterno, difendendo la figlia che non aveva mai avuto.
Dalmor e Rhiman invece gustavano la scena divertiti, appoggiati l’uno all’altro e commentando.
“Ricorda che quella è la mia futura moglie” disse Dalmor al padre, mentre Rhiman aggiunse “Araya, se mi tradisci così palesemente sarò costretto a dare il regno a tuo fratello. Qualche risata accompagnò queste parole, mentre Araya si staccò da Tildor e si diresse verso Dalmor, e i due si unirono in lungo abbraccio, baciandosi. Rhiman e Tildor invece si salutarono amichevolmente.
“Fratello mio, è un piacere rivederti.” Disse Rhiman, abbracciando Tildor e dandogli pacche sulla schiena. “Sarete molto stanchi, immagino.”
“Non puoi capire quanto” rispose Tildor, sorridendo “e non hai idea di quel che è successo stamattina al ponte; dopo ti racconteremo, vero Dalmor?” e si voltarono verso i loro figli, che non stavano prestando loro particolare attenzione. Sentendosi chiamare, Dalmor si staccò dall’amorevole presa, e notò che il volto di Araya era coperto di calde lacrime, e i suoi occhi brillavano. Asciugò le lacrime con una mano, e la strinse in un abbraccio, mentre si rivolgeva a suo padre. “Dicevi? Scusa, ero un attimo impegnato.”
“Si, ho notato, non ti preoccupare.” Rispose il re, sorridendo.
Si diressero tutti nel castello, entrando nell’enorme e maestoso complesso delle sei fortezze.

Dopo le mura a raggiera, che si innalzavano da miglia di distanza andando a confluire nelle mura esterne, e dopo di queste, vi erano i cortili esterni dei castelli; ogni castello aveva la forma di un triangolo equilatero, poiché le mura a raggiera continuavano anche oltre le mura esterne, dividendo in sei castelli l’unica grande fortezza. I cortili esterni erano a forma di trapezi isosceli, i cui lati obliqui erano le mura di confine; queste mura erano molto particolari, poiché coincidevano esattamente con i confini dei sei stati. Per questo, non erano presidiate da nessuna milizia dei sei stati, bensì dalla particolare milizia comune, che viveva e difendeva l’enorme complesso da secoli. Sull’isola, le leggi dei sei stati svanivano, ed entravano in vigore le leggi dell’esagono; i re continuavano ad avere il loro potere, ma su di loro vi era il protettore della pace, che aveva diritto di veto in qualsiasi decreto.
I castelli erano diversi l’uno dall’altro, all’interno; si sviluppavano tutti su ben quindici piani, occupando un enorme volume, e, all’interno di tutto il complesso, avrebbe potuto rifugiarsi tutta la popolazione di Zorqun. Tutti i sei castelli si univano nel cortile interno, di forma esagonale: uno spazio molto ampio, in cui non vi erano decorazioni, come nei cortili esterni, ma solo un verde prato, e, al centro del cortile, vi era una torre esagonale, a cui si accedeva da sei portoni, posti in cima a delle scalinate, collegate tramite sei sentieri di pietra ai castelli; nella torre, c’erano una biblioteca, poche stanze e la sala del consiglio.
I quattro entrarono nel castello dei monti, e furono abbagliati dalla luce che vi era subito oltre la soglia: vi era pietra lunare ovunque, che rendeva molto luminoso l’ambiente. Inoltre, i pavimenti erano di lucido marmo grigio, talmente lucido che rifletteva gli oggetti della stanza; vi era sfarzo ovunque: arazzi imponenti, ori, statue in marmo, divani, tavoli, poltrone, letti, tutti oggetti ricchi che facevano della stanza d’entrata un capolavoro di lusso.
“Voglio un bagno e una cena abbondante.” Disse Dalmor, colto dalla stanchezza dopo tutte le leghe fatte da Zorqun.
“Sono d’accordo con te” disse prontamente suo padre “amici, dove volete che venga servita la cena?” chiese rivolgendosi ai loro ospiti.
“Potremmo salire su in sala alta.” Suggerì Rhiman, guardando gli altri.
Tutti furono d’accordo, e si diressero verso il quinto piano, dove si trovava la sala del trono e, affianco, la sala alta. Queste due sale occupavano tutto il piano, e questo ne descrive l’enorme superficie.
“Perfetto, mi dispiace lasciarvi, ma temo che siamo obbligati.” Disse Dalmor, una volta che i loro ospiti si erano accomodati su delle comode poltrone.
“Perché hai sorriso a quelle sgualdrine?” chiese d’un tratto, acida, Araya.
“Cosa?”
Araya si alzò, si avvicinò, e gli diedi un sonoro ceffone sul viso. “Ho visto come ti guardavano, e come tu guardavi loro” disse, quasi infuriata “se ti vedo un’altra volta in loro compagnia, ti uccido.”
“Ma… ma erano le principesse, dovevo salutarle e conoscerle, e poi non le stavo guardando compiaciuto.” Rispose, come un cane bastonato, il giovane.
“Ho parlato.” Concluse Araya, voltandogli le spalle ed andando a sedersi affianco a suo padre, che si sbellicava dalle risate assieme a Tildor. Dalmor, leggermente infastidito, si voltò, chiedendosi quale incantesimo lo tenesse legato ad una donna quasi bipolare come Araya, e proseguì per la sua strada, raggiunse il settimo piano, dove erano i suoi alloggi. Passeggiando per il castello, non poté fare a meno di notare quanta ricchezza e magnificenza vi fosse.
Si fece una doccia gelata, sfruttando l’acqua corrente che vi era nel castello, restando sotto la cascata d’acqua per una buona mezz’ora, pulendo tutta la stanchezza e la polvere. Dopo un’ora, scese di sotto, vestendo i suoi abiti preferiti, dopo averli lavati ed asciugati, e fumando la pipa; si accorse che suo padre lo aveva anticipato, e non ne fu sorpreso quanto lo fu lui di vederlo già lì.
“Temevamo di dover attendere fino all’alba.” Gli disse subito, spostando una sedia tra lui ed Araya per farlo accomodare. La sala era enorme, in pietra lunare e marmi bianchi, con numerosissimi tavoli d’ebano e poltrone in seta rossa sparsi per l’ambiente.
“Dovresti smettere di fumare.” Disse poi Araya, osservando il fumo uscire dalla sua bocca.
“Ma bene, non ci vediamo da due anni e le prime cose che mi dici sono rimproveri e mi dai anche un bel ceffone. Bell’incontro vedo.”
“Ti meritavi tutto questo, te la sei cercata.” Gli occhi dei genitori erano divertiti, e poco dopo arrivò la cena. Era notte bel inoltrata quando cominciarono a mangiare.
“Ricordi il duello con Blostgas?” chiese Dalmor a suo padre non appena arrivò il cibo.
“Alla perfezione.”
“Come combatte?” chiese per avere informazioni sul suo avversario.
“Esattamente come te” rispose Tildor, guardandolo “dovrai sconfiggere te stesso, buona fortuna.”
“Non scherziamo, io sono agile.” Disse, attaccando una coscia di pollo particolarmente grassa.
“Blostgas sembra anziano, ma non farti tradire dai suoi capelli” s’intromise Rhiman “sarai sorpreso dalle sue capacità, ne sono sicuro.”
“Vedi di non farti male, il giorno dopo ci sposiamo.” Gli disse Araya, più preoccupata per le nozze che per la sua incolumità.
“Riunione dopo le nozze?” chiese il giovane.
“Si, pensavamo di parlare quel giorno, nella camera del consiglio, se ci permettono di usarla.” Rispose Rhiman, interessato al cibo.
Il resto della cena volò via in discorsi sul viaggio e sulle novità degli ultimi tempi; dopo appena mezz’ora avevano già fatto, e Tildor e Dalmor iniziarono a fumare, attendendo il liquore; Rhiman aveva smesso di fumare quando Araya era nata. Si spostarono verso dei tavolini posti affianco ad un braciere acceso, e trascorsero un’altra mezz’ora a riposarsi ed a parlare.
“Temo che io sia arrivato al mio limite” disse Dalmor, ad un certo punto della conversazione “sapete, questa mattina non è stata proprio tranquilla, quindi sono abbastanza stanco.”
“Ah, giusto” disse subito Rhiman, che aveva colto un pensiero perduto “che diavolo vi è successo stamattina? Si è sentito un rombo di corni assurdo, fino dentro il castello!”
Tildor e Dalmor si guardarono, imbarazzati; raccontarono brevemente il caos che vissero quella mattina, tra le risate incredule dei loro ascoltatori.
“Bene, dopo questa, io vi lascio.” Disse Dalmor alzandosi.
“E io vengo con te.” Aggiunse Araya, alzandosi anche lei.
“Non ci penso proprio, ho intenzione di dormire come un bradipo fino ad un’ora prima del consiglio” rispose accigliato Dalmor “sono stanchissimo, ti prego!” implorò arricciando il labbro inferiore la giovane, ma questa, per tutta risposta, si avviò prima di lui verso i piani superiori. Dalmor abbassò il capo sconfitto.
“È finito il mio calvario e comincia il tuo” gli disse Rhiman, sorridendo “ti auguro davvero tanta fortuna.”
Dalmor guardò il padre, che subito si difese con un “Non guardare me! La vizierei troppo a starle affianco per qualche tempo.”, quindi salutò entrambi i re e si diresse verso i suoi appartamenti. Con stupore, si accorse che Araya non c’era, ed immaginò che si fosse persa per il castello, cosa che fu: la ritrovò al decimo piano, persa nella stanza delle armature. La guidò fino ai suoi appartamenti, dopodiché iniziò ad aprire tutte le finestre per far arieggiare il locale.
“Non ci pensare proprio” rispose severa la giovane “vuoi farmi morire di freddo?”
“Cosa vuoi?” le chiese Dalmor, appoggiandosi allo schienale di una sedia, stanco.
“Te. Ma noto che non ti reggi in piedi, e posso averti anche domani, quindi, buonanotte.” Gli diede un rapido bacio e scivolò via dalle stanze con un fruscio di sete.
Dalmor osservò l’angolo della porta dalla quale era appena uscita, poi si denudò e si diresse al balcone, osservando ad ovest la luna vicina al tramonto. Dopo pochi minuti, si buttò sul letto e cadde in un sonno profondo su un letto comodo, che non poteva permettersi da tempo.

Fu svegliato dall’aprirsi della porta dopo un’ora. Suo padre entrò, e si assise su una poltrona, davanti al letto, preparando la pipa. Dalmor alzò lentamente la testa e si mise seduto.
“Parlarne anche con loro era un problema?” gli chiese Tildor, con la voce distorta dal bocchino che aveva in bocca.
“Non proprio, era solo che volevo conoscere i tuoi pensieri faccia a faccia.” Gli rispose il figlio, passandosi le mani sul viso e riavviandosi i capelli.
“Che te ne pare?” cominciò il padre. Dalmor porse la mano verso la pipa, ricevendola dalle mani del padre, ed emettendo una spirale di fumo, per poi riconsegnarla al re.
“Un re altero, superbo, e potente” esordì il giovane, sistemandosi meglio sui cuscini “con una graziosa ma timida figlia, che è terza al trono; un grasso re, valoroso e cordiale, con il suo erede che potrebbe aprirmi la testa con una mazza ferrata; un altro che è più alto entrambi noi, ed il secondo figlio che più che uccidermi preferirebbe portarmi a letto, ed infine un piccoletto, con la sua esile figlioletta che con l’arco e il pugnale mi cucinerebbe allo spiedo nel tempo che io impiegherei ad estrarre la spada. Beh, una bella combriccola.”
Il padre sorrise, continuando a fumare. “Non sarà facile convincerli” riprese poi, spostando lo sguardo negli occhi del figlio “ma dovrai farcela.”
“Io?” lo guardò stupito Dalmor “Avevi detto che saresti stato tu! Che fai, prima programmi, poi mi incastri in un duello all’ultimo sangue con un re che ti odia a morte, e alla fine mi lasci l’onere di convincerli a lasciare il trono e la corona ai principi non ereditari? No, mio caro” lo guardò un attimo torvo “questo è compito tuo.”
“Sei tu la chiave di tutto, ricordi? Bene, non dimenticarlo; dovremmo farcela, abbiamo dalla nostra Rhiman e Araya, senza contare Uldor, che staccherà la testa a tutti loro se non accetteranno.” Si guardarono con un sorriso.
“Monti, Deserti, a favore; probabilmente le Pianure accetteranno assieme a noi, e Gorfin pure si lascerà convincere, per quanto possa avere maniere molto educate e forse un grande intelletto, è sotto la nostra continua minaccia. Restano i Venti e le Colline, di cui uno vuole uccidermi il giorno dopo, l’altro invece… che rapporti hai con lui?”
“Abbastanza buoni, nonostante non lo vedessi dalla battaglia delle tre colline; era solo lo scudiero del padre all’epoca, ma era abbastanza divertente la sua compagnia.” Si perse un attimo nei ricordi, per poi tornare alla realtà. “Sai, Blostgas non mi odia, e non odia neanche te; odiava suo padre, tutto qua.”
“Interessante” rispose Dalmor, buttandosi con la schiena sul materasso soffice “ed ecco una promessa fatta dal suo caro ed amato padre tornare alla luce dopo trent’anni. Cosa pensi che farà?”
“Combatterà lealmente, ma non tenterà di ucciderti; inizia con calma, se vedi che la situazione sfugge, rispondi.” Si alzò, e fece un giro della stanza “Ama sua figlia, forse non sarà difficile portarlo dalla nostra parte, abbiamo da pesare bene le parole con accortezza.”
“Resta sempre Meganodos.” Gli fece Dalmor.
“Lui è un problema; il promontorio gli dà alla testa da quella battaglia, che suo padre vinse ma che non ebbe alcun risalto nella guerra successiva.” Restò un attimo a pensarci, poi si voltò verso il principe con un’aria incuriosita e continuò “Potresti portarti a letto il figlio, lo convincerebbe sicuramente.”
Dalmor lo fissò, quasi disgustato, poi gli lanciò addosso un cuscino “Non ci penso minimamente!” urlò nel frattempo, alzandosi indignato. Entrò velocemente nella toilette, sciacquandosi il viso con l’acqua, e tornò rapidamente dal padre. “Smettila di dire stronzate; questo è probabilmente l’ultimo discorso che possiamo avere faccia a faccia, va deciso quasi tutto ora.”
“No” lo corresse subito il padre “decideremo tutto domani, o meglio, tra qualche ora.”
Dalmor si voltò sconfortato alla finestra: la notte era quasi alla fine del suo corso. “Mi tocca dormire poco, e sicuramente domani sarà una giornata stancante. Altro da aggiungere? No, aspetta. Non intendo conoscere i particolari più dettagliati, ma ora spiegami la situazione complessa che accennavi nella battaglia delle tre colline.”
Sul volto del padre scorse un’ombra per un attimo; passata, gli sembrò essere invecchiato di un decennio. Parlò, ma la sua voce non tradiva né l’ombra, né l’inquietudine.
“Io e Rhiman eravamo da circa sei anni alla corte del re delle colline; saprai di questi strani scambi di prole tra i re, ne avrai sicuramente letto. Beh, dopo quel che accadde in quella battaglia, s’interruppe per sempre quella tradizione, che però era davvero molto prolifica per tutto il continente.”
“So già, va avanti.” Erano entrambi seduti sul letto, solo che Dalmor era nudo.
“Io ero lo scudiero di Efald, l’ultimo re dello scorso millennio a morire, nel 3056. Suo figlio, Meganodos, era il terzo in ordine di successione al trono, ma i suoi fratelli maggiori morirono entrambi in viaggio; un duro colpo per il padre, che si ammalò, e morì anch’egli pochi mesi dopo; io non ero ancora al trono. Ricordo bene quel re: mi piaceva abbastanza da decidere di rischiar la vita per lui. Rhiman rimase al mio fianco, ed insieme combattemmo in quella battaglia. Dovevamo restare al fianco del re, nelle retrovie, ma fu lui stesso a darci libera scelta: non eravamo suoi sudditi, e potevamo scegliere che ruolo avere in quella battaglia. Ci buttammo nella mischia immediatamente: io correndo come un pazzo e colpendo qualsiasi soldato dei venti mi si ponesse davanti, lui coprendomi le spalle con l’arco. Se mai dovesse capitarti di combattere con un arciere che ti copre le spalle, capirai cosa vuol dire divertirsi in battaglia.” Un breve sorriso interruppe la narrazione. “Quel che accadde dopo lo sai già: incontrai Blostgas, lo sfidai, lo sconfissi e mi intrufolai nell’accampamento nemico, protetto dal diritto di ambasciata in quanto suddito di un re esterno alla battaglia. Ylray, padre di Blostgas, mi…”
“Nome tipico di Tabin.” Interruppe il giovane, quasi distratto.
“Giusto, non interrompermi; dicevo, Ylray, mi guardava stranito. Mi chiese ovviamente il perché delle mie azioni, e nella risposta vi riversai tutta la mia futura linea politica. Dissi di essere stufo di quelle stupide guerre per vecchissime storie, quasi leggende; di voler la pace duratura nell’esagono, ed anche l’utopica unione degli stati. Dissi di non voler intraprendere guerre nel mio futuro regno, e non l’ho fatto, almeno finora, se non in casi di difesa; spiegai che quella mia promessa di un futuro duello doveva servire per non far dimenticare a nessuno i miei propositi di pace. Il re, sebbene fosse altero ed orgoglioso come il figlio, ascoltò le mie parole e ne seguì il significato pratico: accettò la sconfitta, e nella sua vita mantenne la pace col vicino Colle, alternandosi al controllo del promontorio.”
“Beh, un terzo dell’esagono, tra tre giorni, sarà nelle mie mani; il tuo piano si compirà nel futuro.” Tildor guardò con leggera compassione il figlio, incapace di comprendere i sentimenti che aveva avuto all’epoca.
“Allenati a cavalcare Uldor.” Disse infine, alzandosi per andar via.
“Mi stacca la testa a morsi, se solo ci provo.” si stiracchiò sul letto, mettendosi comodo. “Dovrò convincerlo, e sarà l’impresa più ardua di tutte quelle che mi attendono. Buonanotte papà.” E chiuse gli occhi, segno che la conversazione era finita.
“Buonanotte.” Il re uscì dalla stanza, e richiuse lentamente la porta dietro di se. Il silenzio regnava sulle sei fortezze.

La mattina seguì la notte in un’altra luminosa e limpida giornata; il sole ascese in gloria sulle sei fortezze, e suonarono le campane nelle mura, a segnalare alle guardie il cambio del turno. Le mura nere s’infiammarono nel sole di Ilraset, e la vita riprese sull’isola. Questa era un’ampia terra al centro di un immenso lago, chiamato comunemente “Cerchio blu” per via delle sue profonde acque. L’isola era prevalentemente pianeggiante, con colline e boschi sparsi su gran parte della superficie. Oltre l’immenso castello al centro di essa e ai sei fortini posti a guardia dei sei ponti d’approdo, era completamente disabitata, ed era vietato costruirvi città, villaggi o semplici abitazioni di qualsiasi fattura. Poteva essere sfruttata con campi e pascoli, ma era altrettanto vietato. Pur essendo divisa in sei parti dai confini statali, le pretese dei re su quel territorio non erano valide; questi, però, qualora lo volessero, potevano trascorrere del tempo, o anche tutta la loro vita, all’interno dei loro castelli al centro dell’isola.
Le mura della fortezza poggiavano su un ampio terreno pianeggiante, ed un assedio avrebbe richiesto un esercito talmente grande da essere impensabile. Erano altresì piene di feritoie e alloggi per guardie e soldati, e non avevano merlature in cima, bensì terminavano in un piano tetto, sul quale si poteva correre o allenarsi, pur trovandosi preda degli eventi atmosferici. Un piccolo ponte, largo appena tre piedi, collegava la cima del castello a quella della torre centrale. La quiete regnava ovunque, in quel complesso di nera pietra, quando il sole lo colpì col suo freddo calore.

Tre ore dopo il sorgere del sole sull’orizzonte, Dalmor dormiva ancora, nudo sul letto.
“Svegliati.”
“Più forte.”
“SVEGLIATI!” urlò Araya, ai piedi del suo letto, affiancata da Uldor. “Niente, è morto.” Disse arresa, iniziando a girare nervosamente per la stanza, alla ricerca di qualcosa che la aiutasse nell’impresa.
Uldor saltò sul letto, e provò a smuovere il corpo col muso, fallendo; allora gli strinse un piede tra le fauci, e lo tirò fuori dal letto, facendolo cadere rovinosamente sul pavimento. Dormiva ancora.
“Non è possibile.” Araya era furiosa. Alla fine, si diresse verso la toilette, uscendone con un secchio d’acqua piena, e scaraventandolo sul volto del principe. Questo riuscì a svegliarlo.
“Ma che cazz…” disse sommessamente, alzando il capo e girandosi attorno, perso.
“Finalmente, era ora.”parlò Araya, inginocchiandosi al suo fianco. “Forza, tra un’ora comincia il consiglio.”
“Di che parli?” le chiese Dalmor, completamente disorientato.
“Trascinalo fino alla vasca e buttalo nell’acqua, solo quello lo sveglierà.” Le suggerì Uldor, che si era sistemato sul letto, rotolandosi festoso e felice tra i cuscini, come un cucciolo.
“Non riuscirei mai a farlo, pesa troppo!” rispose accigliata la giovane.
“Fatti aiutare dalle guardie o da qualche inserviente.” Concluse il lupo, pensando più ai cuscini che alla situazione che aveva attorno.
Tu devi aiutarmi, è nudo!”
“Sei quasi più seccante di lui, lo sai?” Uldor non s’interessava minimamente a lei. Risposta sbagliata. Araya s’infuriò, saltò sul letto e, con gesto rapido, gli poggiò un coltello sotto il collo peloso.
“Tu, ora, mi aiuterai, o ti stacco la testa.” Gli disse con voce gelida. Uldor si arrese, con la coda tra le gambe, all’ira della giovane donna, ed insieme lo trascinarono fin nella vasca di porcellana; le ferite che gli procurarono le fauci di Uldor guarirono appena entrò nella vasca. Era piena d’acqua, poiché alle sei fortezze un complesso meccanismo di pompe, azionata dai forni sotterranei, permetteva all’acqua di correre attraverso delle condutture, arrivando dovunque nel castello.
Quando arrivò nella toilette, era sveglio ma inerme, pronunciava frasi senza senso e non muoveva un muscolo; appena sprofondò nell’acqua, si rialzò subito, completamente destato, guardandosi attorno.
“Cosa ci fate voi qui? E io, qui?” chiese sbalordito, non capendo quel che accadeva, ai due. In risposta, la principessa gli diede un ceffone, poi, rapida come una lince, gli fece un taglio sull’avambraccio col pugnale, da cui cominciò a sgorgare sangue.
“Così impari la prossima volta ad alzarti in fretta.” Gli disse. Dalmor si passò un mano sulla ferita, con volto impassibile, e questa si richiuse molto rapidamente.
“Ti pare il caso?” le disse, infastidito, uscendo dalla vasca. Appena fu fuori, Uldor gli saltò addosso, facendolo rovinare a terra, ponendogli le zampe sulle spalle e digrignando i denti davanti al suo volto. “Hai sentito la signora.” Gli disse, prima di scivolare via, graffiandogli la pelle con i suoi artigli; anche queste ferite si richiusero in fretta, sotto i loro occhi, e restarono cicatrici dove vi erano tutte le ferite che gli avevano procurato quella mattina. Nessuno fu sorpreso, e si diressero nel salone, dopo che Dalmor si fu asciugato e vestito. Su un tavolo, vi era la colazione, che gli fu indicata da Araya, e la divorò, osservando i suoi compagni. Uldor era seduto e sereno come sempre, col collo che andava colorandosi di nero, mentre Araya si era stesa su una poltrona, guardandolo con dolcezza. Indossava i vestiti che lui le aveva preparato e regalato tempo prima: leggeri stivali color sabbia che le arrivavano sotto le ginocchia, strette brache nere, un’ampia tunica blu, della stessa fattura della sua, solo che aveva la scollatura più stretta le maniche, da cui pendevano lembi di tessuto che svolazzavano al vento, indossata sopra una piccola giubba di cuoio. Sopra, aveva il mantello, identico al suo, a brandelli volanti, solo che era di un perfetto blu oceano identico a quello dei suoi occhi. Tutto, tranne gli stivali, era in acciaio nero, che era riuscito a colorare tramite uno strano procedimento. La guardò con dolcezza.
“Sono ancora arrabbiata con te.” Gli disse, leggendo il suo sguardo, e spostando la mano alla cintura, dove aveva appesi due pugnali, uno nero, altro suo regalo, ed uno d’avorio, regalo di suo padre. La sua espressione, però tradiva il suo stato d’animo ben disposto nei confronti del suo sposo.
Mangiò in fretta, si allacciò la spada dietro le spalle ed indossò il mantello, ma quando fece per allacciarselo, Araya lo anticipò, utilizzando un fermaglio di platino a forma di fiamma.
“Ecco, così.” Gli disse poi, guardandolo negli occhi e dandogli un veloce bacio sulle labbra. “Andiamo,devo farti vedere una cosa.” E lo prese per un mano, correndo fuori dagli appartamenti. Uldor urlò loro dietro “Fate presto, iniziamo tra poco!”, e i due sparirono giù per le scale.
Lo condusse giù per il castello, fuori nel cortile, ed entrò nelle mura di confine; salirono scale e corsero lunghi passaggi, aperti con delle arcate laterali o chiusi ed illuminati da torce. Alla fine, sbucarono in cima, sul tetto delle mura. Dalmor si godette per un attimo la brezza del vento, per poi essere nuovamente strattonato dalla principessa fin sul tetto del castello; si trovavano sopra il castello dei monti. Lo accompagnò fino al sottile ponticello che collegava il forte alla torre centrale.
“Con attenzione, qui.” Gli disse, anticipandolo nell’attraversata. I suoi passi erano veloci e leggeri, e non producevano alcun rumore. Arrivò dall’altre parte e si voltò a guardarlo sorridendo, i capelli al vento, così come il mantello. Dalmor fu attirato da quella visione, ed attraversò anch’egli l’esile passaggio, raggiungendola dall’altra parte.
“Guarda” gli disse, dirigendosi verso il centro del ripiano “siamo al centro dell’esagono. Al centro del mondo.” Il tetto era segnato da fine righe che corrispondevano ai confini degli stati; lei si mise nel punto in cui esse si univano. Poi lo trascinò qualche passo verso sud.
“Ora siamo a casa mia.” Si trovavano negli immaginari confini del regno dei deserti. “Ricordi Arbaran?” e gli cinse il collo con le braccia.
“Ovviamente.” Era stato dove, tre anni e mezzo prima, si erano conosciuti, e dove fu stipulato il contratto di matrimonio.
Lei lo baciò a lungo, con passione, finché il pavimento sotto i loro piedi iniziò a tremare ed un rombo riempì l’aria: suonava la campana della torre, convocando il consiglio. Si separarono, e guardarono giù nel cortile, dove, dalle sei porte, uscirono i re e i principi, diretti alla torre.
“Merda, è tardi!” disse Dalmor, e la prese per mano, correndo via e conducendola sulla strada del ritorno. Percorsero velocemente le scale e discesero le mura, e giunsero ansimanti in un cortile esterno, che non era quello di partenza.
“In che regno siamo?” chiese ad una guardia.
“Nel regno dei fiumi.” Gli rispose. Non erano distanti; si separarono, correndo in direzioni opposte verso i loro castelli, arrivando nel cortile interno sudati; Araya era giunta prima, pur avendo più strada da percorrere, ed era già al fianco di suo padre. Era l’ultimo ad arrivare, e tutti aspettavano lui. Uscì lentamente, e si affiancò a suo padre.
“Dove diavolo eri?” gli chiese questi sottovoce.
“Lassù.” Gli indicò il tetto con un sorriso da finto innocente. Il padre fece un gesto di stizza, e si rivolse a tutti i presenti.
“Signori, entriamo nella torre, dirigiamoci alla camera ed inauguriamo questo consiglio.” Disse ad alta voce Tildor, e tutti i re si avvicinarono alle scale.
I sei portali di ferro nero si aprirono contemporaneamente con un tonfo, e le guardie che presidiavano la torre si disposero al lati di ogni accesso, formando sei passerelle che terminavano nei pressi di sei portali di quercia, dai quali si accedeva alla sala, di pianta esagonale. Davanti all’entrata riservata al regno dei monti, il capitano della guardia esagonale li attendeva, un uomo alto, dai capelli grigi e gli occhi neri, in armatura di ferro. Tildor si fermò a pochi passi da lui.
“Guardie, fuori!” ordinò l’uomo, e tutti i soldati uscirono dai sei portali, eccetto una coppia per ogni ingresso.
“Portatore della pace, la torre è stata sgomberata, la sala preparata. Vi sono vettovaglie per dieci giorni, e giacigli per tutti i partecipanti; due guardie resteranno fuori da ogni portone per questioni di sicurezza: la torre è vostra.” Così dicendo, s’inchinò, ed uscì dal portale alle loro spalle. I sei portoni si chiusero con un tonfo, e restarono i sei re, con i loro figli, davanti le porte di quercia.
“Miei re” parlò ad alta voce Tildor “entriamo.” E tutti si diressero all’interno della sala, mentre le porte venivano chiuse dopo il loro passaggio.
La sala era enorme, altissima, con il soffitto a volta. Su ogni parete era dipinta la mappa dei sei stati dell’esagono, ed al centro di essa vi era un enorme tavolo esagonale in pietra grigia, con uno scranno d’oro per ogni lato e due poltrone a destra e a sinistra di questi: cinque posti per ogni regno. Negli angoli vi erano letti, giacigli e provviste, e dietro ogni scranno, appesi a robusti pilastri, vi erano sei arazzi rappresentanti i sei emblemi delle case reali: luna bianca in campo nero per i monti, colle marrone in campo rosso per le colline, freccia nera di traverso in campo bianco per i venti, fiamma gialla in campo blu per i deserti, albero verde in campo giallo per le pianure e tre gocce rosse in campo vere per i fiumi. I re sedettero sui loro scranni, i principi alle loro destre, con Uldor che li attendeva tutti in piedi al centro del tavolo. Questo era un massiccio blocco unico, finemente lavorato, la cui superficie era dipinta con l’emblema dell’esagono: un esagono regolare, diviso in sei triangoli equilateri, dai contorni neri e dallo sfondo dei sei colori dei sei stati, in ordine rispetto alla loro posizione geografica: in alto a sinistra, nero; in alto, rosso; in alto a destra, bianco; in basso a destra, blu; in basso, giallo; in basso a sinistra, verde.
Quando tutti furono seduti, Uldor saltò giù dal tavolo e sedette affianco a Dalmor, eretto in tutta la sua statura.
“Possiamo cominciare.” Disse, tra lo stupore generale: mai qualcun altro che non fosse il re dei monti aveva pronunciato le prime parole di un consiglio.
Cominciò in questo modo il consiglio dell’esagono.

Dalmor si prese quella breve pausa per osservare i partecipanti; esattamente come lui ed Araya avevano deciso, nessuno indossava abiti regali o d’evento, ma erano tutti abbigliati comodamente; sarebbe stato sconveniente indossare abiti che non fossero stati pratici o che li tenevano in qualche modo legati; si auguravano tutti che il consiglio non durasse oltre la notte che avevano davanti, rassicurati anche dalle parole di Tildor riguardo il duello con Blostgas. Il suo sguardo fu particolarmente colpito da Kyrlai, che vestiva in stoffe larghe e bianche che la facevano sembrare una candida nuvola, per di più a pochi passi da Araya, alla quale non sfuggì la sua attenzione nei confronti dell’altra principessa, e lo fulminò con uno sguardo. Attendevano tutti che Tildor parlasse.
“Signori, siete stati convocati qui, oggi, perché numerosi eventi, degni di particolari attenzioni, devono essere chiariti e discussi. La prima cosa che mi preme fare è ribadire l’importanza di questo consiglio, e chiamo a testimonianza che l’unico precedente che questo evento ha risale alla pace di Arbaran, ben mezzo millennio fa. Intendo procedere immediatamente con le questioni che mi preme discutere con voi, qualcuno ha obiezioni o domande da porre?” Aveva parlato a voce bassa, che la stanza rifletteva e amplificava, ed osservava i compagni dopo l’entrata. Gorfin alzò la mano, e Tildor gli diede la parola con un gesto della mano.
“Signore, credo che sia interesse di tutti chiarire la presenza di questo magnifico lupo qui tra noi.” Disse, accennando un rapido inchino alla fine, e risedendosi.
‘Un tipo molto simpatico’ pensò Dalmor ‘sarebbe bello conoscerlo meglio.’
“Giusto” si alzò Dalmor, senza aver anticipato la sua intenzione di rispondere “Signori, vi presento nuovamente Uldor, magnifico esemplare appartenente ai lupi dei monti ferrosi; è mio compagno da quando era un cucciolo, e non voglio che pensiate che lui sia il mio animaletto o cose simili, perché è il mio miglior amico. È qui per chiarire con noi alcune questioni. La sua presenza è più importante di quel che un primo sguardo possa suggerirvi.” Così dicendo, gli accarezzò il collo, mentre il lupo lo toccava con una zampa.
“È un onore essere tra voi.” Disse Uldor, accennando un inchino col muso.
“Bene, re Gorfin, ti ritieni soddisfatto?” chiese Tildor al piccolo uomo alla sua destra.
“Senz’ombra di dubbio, sarebbe un piacere fare conoscenza di un così magnifico esemplare.” E s’inchinò profondamente davanti al lupo, con un sorriso. Uldor apprezzò, smuovendo un orecchio.
“Bene, allora iniziamo i lavori.” Tildor si alzò, e si pose con tutta la sua mole davanti alla sala. “La prima questione che mi preme portare in discussione al consiglio è quella continua diatriba riguardante il promontorio conteso, che ormai dura da quasi un millennio, e alla quale, oggi, in questo luogo, verrà posta fine.” Tidlor parlò chiaramente, e fece una breve pausa d’effetto; tutti gli sguardi si spostarono verso Blostgas e Meganodos, alla sinistra del re. “Viene data la parola prima a re Meganodos, il quale ci chiarirà la situazione dal suo punto di vista, e poi ci enuncerà le sue pretese; in seguito, a Blostgas verrà dato lo stesso diritto.” Il silenzio calò nell’ampia sala, e Tildor si sedette.
‘Buon inizio’ pensò Dalmor ‘è buono cominciare da lontano.’
L’attenzione nella sala si spostò sul re dei colli, il quale si alzò, chiamato a parlare.
“La situazione, signori miei re, è abbastanza chiara” esordì il re, rizzando le spalle “come immagino tutti i presenti sapranno, da secoli ormai il regno dei venti ci attacca, continuamente, pretendendo quel territorio che è nostro di diritto. Negli ultimi mesi ci sono stato numerose azioni di guerriglia a nostro danno dalle truppe dei venti, fortunatamente tutte vittoriosamente respinte. Le mie pretese sono la fine degli attacchi e la pace tra i due regni, ed una somma in oro pari al fatturato di sei mesi del promontorio per i danni causatici.”
“È una vergogna!” Urlò Blostgas, alzandosi “Signori, qui vengono pronunciate pesanti ingiurie e menzogne! Cosa ne dici, re del colli” sottolineò il disprezzo in questo appellativo “delle razzie a danno dei nostri villaggi sul confine, e degli assalti alle nostre truppe, che tanto dolore hanno provocato alla mia gente? Non ne sai nulla, vero Meganodos, perché non sei stato tu a dare gli ordini, giusto? Signor protettore” si volse verso Tildor “le mie pretese sono il diritto di metà degli introiti di quelle terre, e la mia proposta è un regalo al regno dei colli, che ammiro per la caparbietà, considerato che il territorio era nostro in tempi antichi e ci fu strappato con un trattato pieno di dubbi.” Era furioso, guardando torvo il re alla sua destra.
“Quel territorio lo abbiamo valorosamente conquistato in guerra, ed un trattato di pace, firmato da un tuo predecessore, ne sancisce il passaggio nelle nostre mani!” Meganodos era rimasto in piedi, e tempeste e tuoni scorrevano tra gli occhi dei due.
“Ho studiato profondamente la guerra ed i trattati” si alzò Dalmor, parlando con tono quasi seccato “e posso affermare con tutta la certezza di questo mondo che il trattato di cui si parla sia un falso storico, poiché Ectros I era già stato ucciso prima che potesse firmarlo; la grafia, seppur copiata quasi alla perfezione, è diversa. Nonostante questo, non si può ritenere il territorio completamente di diritto al regno dei venti, poiché esso è stato conquistato e difeso dai colli, e gli appartiene per diritto di conquista. Al consiglio la decisione.” E si assise, tra lo sguardo sconcertato dei presenti per aver chiarito in due frasi uno dei misteri più antichi del continente.
“Ti ringrazio, Dalmor, per la tua precisazione, ma non ti è stata concessa parola.” Dalmor guardò il padre evidentemente infastidito. “Signori, ritrovate la vostra compostezza” riprese Tildor, in piedi e con tono imperioso “la situazione ha raggiunto livelli intollerabili, ed ormai va infine risolta, ora ed oggi, poiché altri problemi e sciagure ben peggiori minacciano le nostre terre e la nostra pace.” Tutti furono colpiti da quelle parole, e la curiosità si lesse nei loro volti, mista a preoccupazione. Taresta diede voce ai loro pensieri.
“E quali sarebbero, mio re, queste minacce?”
“È questo il vero motivo di questo consiglio?” pronunciò le sue prime parole nel consiglio Felagos, che aveva osservato attentamente lo svolgersi degli eventi.
“Esattamente, Felagos; eppure, dovranno attendere, perché abbiamo prima da risolvere questa situazione.” E si voltò verso i due re, che si erano seduti, nel frattempo.
“Cosa propone il nostro protettore della pace?” tra lo stupore di tutti, compreso suo padre, parlò Kyrlai, con la sua voce limpida come una mattina di primavera. Quando tutti gli occhi si spostarono su di lei, arrossì ed abbassò lo sguardo; a Dalmor scappò un sorriso, ed Araya lu fulminò nuovamente con lo sguardo. Anche Tildor sorrise.
“La mia proposta, giovane principessa” le rispose Tildor, con voce affabile e tranquilla “è la seguente: i territori in questione verranno confiscati ad entrambi i regni, e passeranno sotto il governo dell’esagono.” Sguardi sconcertati riempirono l’aria “Tutti i fatturati verranno equamente divisi tra i due regni contendenti. Le terre saranno governate da una consulta di uomini scelta dai sei re, e ne amministreranno giustizia, milizia ed economia. Due uomini saranno scelti da ogni regno, tre per i regni a cui vengono sottratti questi territori, arrivando ad un totale di quattordici uomini; a loro, si unirà un ufficiale della guardia esagonale scelto dal comandante di questa, giungendo ad un totale di quindici uomini. Ai voti.”
Grida e sconcerto da ogni angolo della sala volarono ovunque, e voci indignate risuonarono; Araya e Rhiman anche si erano uniti, inveendo contro Felagos e suo figlio, per cause addirittura misteriose, che lasciarono basiti anche i poveri attaccati; Dalmor, Tildor ed Uldor erano statue di pietra nel caos che li attorniava; si guardarono, sorridendo soddisfatti, e osservarono come i loro amici dei deserti recitavano la loro parte alla perfezione. Araya aveva sguainato addirittura il coltello d’avorio, urlando contro Kyrlai qualcosa lontanamente simile a “Zoccola!”, mentre questa era scoppiata in lacrime. Dalmor si trovò imbarazzatissimo, con la situazione che era sfuggita di mano, ed accarezzò Uldor, facendogli un cenno col capo.
Il lupo saltò sul tavolo, ponendosi al centro di esso, dove si univano le linee immaginarie di confine.
“SILENZIO!” Urlò con voce possente, digrignando i denti. Tutti si fermarono, ammutoliti e sorpresi, guardandosi.
“Come osa uno stupido animale ordinare il silenzio ai re?!” urlò Meganodos infuriato ed offeso, seguito da tutti gli altri; in un attimo, si riformò il caos precedente; Dalmor si era alzato con lo sguardo in fiamme verso il re dei colli, mentre Tildor ebbe un attimo di preoccupazione, immediatamente prima del gelo. Uldor ululò, un lungo, assordante, gelido ululato, unendo il terrore alle onde sonore, e tutti gli sguardi infiammati si ghiacciarono, tramutandosi in sbigottimento e paura; Kyrlai ed Araya iniziarono a tremare, crollando sulle loro poltrone: la prima aveva quasi perso i sensi, ed era pallidissima. Gli  altri re subirono il colpo, e caddero, pallidi e carichi di paura, sui loro scranni, così come i loro figli. Dalmor saltò rapidamente sul tavolo, diretto dalla parte opposta, con una boccetta di liquore rosso in mano: ne fece cadere qualche goccia tra le labbra di Araya, per poi fargliene bere un sorso, facendola riprendere. Per Kyrlai ci volle qualche goccia in più e parole di conforto. Taresta aveva retto il colpo con più resistenza delle sue compagne. Dalmor fece girare la boccetta lungo il tavolo, e tutti ne bevvero, riprendendosi lentamente.
“Ecco svelato il mistero della tua presenza.” Disse Gorfin ad Uldor, che si era seduto comodamente sul tavolo, attendendo che si ripresero.
“Sono un lupo dei monti ferrosi” rispose a voce alta, rivolto a tutti gli astanti “e sono ancora un cucciolo, ma ben più intelligente di voi umani; sono qui per aiutare gli uomini nella loro lotta alla salvezza, visto che essi sono troppo stupidi per accorgersi di star scivolando verso il baratro.” Sguardi colpevoli riempirono l’aria, e la maggior parte preferì guardare a terra piuttosto che il candido animale.
“Signori” riprese parola Tildor, dopo qualche minuto di freddo silenzio “la situazione è più grave di quel che voi vedete; il Nord, mentre noi pensiamo a promontori e questioni vecchie di trent’anni” e guardò Blostgas “o addirittura di otto secoli” e guardò Dalmor “sta preparando eserciti di milioni, milioni di super uomini, minacciandoci la guerra, che vincerebbe facilmente; chi, sulle sponde a nord, non ha notato le navi dalle vele rosse navigare poco distanti dalle nostre coste, dai nostri porti e dalle nostre città? Chi, nell’esagono, non ha udito le voci delle battaglie ai nostri confini? Signori miei, la minaccia comune va affrontata tutti assieme, ma prima risolviamo questa faccenda! Ai voti la mia proposta.” Nessuno aveva da ribadire, quindi terminò “Quanti a favore?”
Lui e Dalmor alzarono subito la mano; furono seguiti poco dopo da Rhiman ed Araya. Gorfin e Taresta, dopo essersi guardati, alzarono la mani, con un sorriso leggero. Erano a metà dei voti. Gli altri sembravano esitare: i colli ed i venti era ovvio che lo facessero, in quanto colpiti personalmente; le praterie, invece, era spinto alla titubanza da motivi economici: finanziavano entrambi le fazioni in guerra, ed avrebbero perso notevoli quantità di oro se quella proposta fosse stata accettata. Il primo a cedere fu Trapsos, che lanciò al padre uno sguardo carico di disprezzo per la sua titubanza. Avevano raggiunto la maggioranza. Clamorosamente, Kyrlai alzò timidamente la sua bianca mano, quasi tremante, mentre anche suo padre la guardava stupito. Re Felagos seguì i due principi, guardando il figlio con occhi quasi carichi di scuse. Hermans alzò tranquillamente la sua mano, interessato ad un punto non precisato del pavimento più che al consiglio, e restavano solo i due re contendenti, i quali si arresero infine alla stragrande maggioranza, alzando le loro mani. Avevano raggiunto l’unanimità!
“Perfetto, alla fine del consiglio verranno discusse le modalità di applicazione di questa proposta.” Tildor si alzò, quasi raggiante. “Ora, posso parlare con voi di una faccenda che davvero riguarda tutti noi, ed è d’importanza vitale. Avete sentito le parole che ho pronunciato prima: il Nord si mobilita alla guerra, ed eserciti enormi di super uomini pullulano poco distanti dai nostri confini.”
“Stronzate!” parlò Felagos, facendo un gesto con la mano “Tutte stronzate! Dove sono questi super uomini, e queste battaglie di cui si parla? E queste navi rosse, dove sono?”
Dalmor si alzò, e Uldor si voltò verso di lui. “Ho interrogato uno di questi super uomini, e testimonio davanti a tutti voi che era alto quasi due metri e mezzo, aveva delle spalle enormi, ed era più un mostro che un uomo.” Tutti lo guardarono: pochi gli credevano, ma doveva convincerli. “Si chiamava Podgor, e aveva, attenti bene, cinquantasei anni, signori miei. Avrebbe potuto aprirmi la testa a mani nude e bersi il mio cervello come se fosse acqua fresca: aveva una pelle nera come la pece, e due occhi viola da far spavento. Era coperto di cicatrici ovunque, e sono riuscito ad interrogarlo.” Tutti, adesso, erano stupiti.
“Come ci sei riuscito?” gli chiese Hermans, colpito.
“Buone promesse e giuste parole.” Rispose distrattamente “Fatto sta che rivelò tutto; ora vi riferirò tutto, ma ricordiamo che le parole dei prigionieri nemici vanno sempre pesati su una giusta bilancia.” Fece una pausa, per vedere se qualcuno avesse qualcosa da dire, e, quando ebbe tutti gli occhi puntati contro, riprese. “Il Nord si prepara; il rosso sire potenzia i suoi soldati con i suoi poteri di dio, sfruttando la potenza di Îd, che ha acquisito trovando il suo anello, come sappiamo. I suoi uomini non soffrono dolore, non invecchiano ed hanno una forza strepitosa, ma non riescono a provare sentimenti. L’ululato dei lupi di ferro è un potere più forte di quello di un falso semidio per riuscire a terrorizzare un battaglione di uomini simili. Tutte le regioni meridionali del regno sono piene di soldati, nei cantieri si costruiscono navi da guerra, e nelle fucine armature e armi: il nostro prigioniero ha giurato di dire la verità affermando che solo ad Arat Vanur ci fosse un milione di soldati, mantenuti in vita dai granai e dai campi del settentrione. In totale, ha detto, il regno potrebbe avere già disponibili dieci milioni di soldati, ed altri sono già in fase di addestramento.”
“Dieci milioni?” Era Gorfin a parlare, con il volto sbalordito. “Sicuro di aver sentito bene?”
“Me lo son fatto ripetere due volte anch’io, per sicurezza. Dieci milioni, miei signori. Ora, abbiamo un nemico che parla, e i suoi numeri potrebbero essere volontariamente allargati, o anche diminuiti. Abbiamo un intervallo che va da tre a venti milioni di soldati presenti nel regno: anche nel migliore dei casi, potrebbero tranquillamente abbattere i sei regni uniti.”
La preoccupazione era leggibile nei loro volti, e tutti aspettavano che continuasse. Nessuno osò parlare, ma un pensiero comune attraversò la testa di tutti.
“Per quanto riguarda le battaglie” parlò Uldor, volgendosi verso il re delle pianure “ci sono stati attacchi di guerriglia al confine con il nord, fino alla battaglia delle baie di ferro, dove sono caduti un paio di migliaia di soldati nemici; dopodiché, nulla.”
“Come avete fatto ad abbatterne duemila se sono super uomini come voi dite?” chiese questa volta Blostgas, interessandosi alla discussione.
“Non tutti erano super uomini, e non avevano un lupo di ferro con loro.” Rispose Dalmor, sorridendo.
“Per le navi, testimonio io della loro presenza nel golfo di ferro ed oltre.” Alzò la mano Hermans, parlando.
“Bene, a quanto pare, tutte le tue domande sono state chiarite; altri dubbi sui movimenti del nemico, Felagos?” chiese Tildor a voce bassa, restando seduto.
“Io ne avrei una.” Alzò timidamente la mano Kyrlai.
“Prego.” Gli rispose Dalmor, fissando il suo sguardo nei suoi occhi.
“Îd… cosa è? E chiedo scusa per la mia ignoranza.” Concluse abbassando lo sguardo; non si accorse che circa la metà dei presenti ebbe la stessa sua sensazione, poiché si erano perse le conoscenze su quel leggendario argomento.
“Bene, allora, se ho parola, mettetevi comodi, perché ci vorrà un bel po’.” Dalmor guardò il padre, che acconsentì con un cenno, e si dispose di traverso sulla poltrona, con le gambe penzoloni oltre un bracciolo, tirando fuori la pipa e preparandosi a fumare.
“Îd, cosa è, chiedi? Nulla di più semplice, mia cara: un dio. Tutto qua. Ti sei mai chiesta come mai nell’esagono non esista un culto di divinità, o una religione, mentre nel continente esterno ce ne sono a bizzeffe, per di più la gran parte falsa? Semplice, noi del continente interno conosciamo la verità, o quasi, riguardo gli dei, quindi non serve a nulla venerarli. Ci sono in questo continente, due dei: Îd è il minore, il maggiore si chiama Ûd; il primo è signore del fuoco, del calore, della vita e della passione; il secondo è signore del ghiaccio, della morte e dell’indifferenza. Ora, non sappiamo per quale motivo questi dei si trovino in questo continente, o per quale motivo essi scelgano di vivere attraverso dei determinati umani, che vengono chiamati semidei; forse sono costretti da qualche vincolo ex deus, non lo sappiamo. Fatto sta, che fin dai tempi della scoperta e colonizzazione dei sei stati dell’esagono, essi erano già qui, e si trovavano, e tutt’ora lo sono, in guerra continua tra loro. Il rosso sire non è stato scelto da Îd come semidio, bensì è riuscito a sottrarre alla divinità metà del suo potere, in una maniera che nessuno ha mai compreso, e che sono riuscito, bene o male, a risolvere. Leggendo i testi antichi del regno di Aglaas, della sua colonizzazione dei monti e della scoperta di Ûd, nonché ritrovando alcune rappresentazioni illustrate di strani simboli, ho dedotto che i due dei sono in possesso di due oggetti che catalizzano ed aumentano esponenzialmente il loro potere: un anello ed una spada; per Îd sono di fuoco puro, e l’elsa della spada è in oro; per Ûd sono di puro freddo, e l’elsa della spada è di ghiaccio. C’è una testimonianza, rara quanto sconosciuta al di fuori del nord, di un filosofo che visse all’epoca dell’ascesa al trono del sovrano di fuoco; il suo libro è presente in tutto il mondo in appena tre copie, che riuscì a portare con sé nell’esilio ad Aglaas. Due sono nelle biblioteca mondiale della capitale, un altro mi fu regalato dal re quando andai in visita all’età di nove anni. In questo libro, quando quel grande uomo parla di colui che in futuro sarebbe diventato il rosso sire, descrive i suoi primi giorni sul trono, e nota che aveva la strana abitudine di osservarsi spesso la mano destra, in cui vi era un piccolo anello di fiamme. Ne ho dedotto che Îd non vive in lui, bensì lui ha sottratto al dio metà del suo potere. Anche perché, i precedenti semidei, morivano tutti all’età della loro vecchiaia, come se a loro non appartenesse la vita eterna. Posso dedurne che, la via di mezzo in cui il potere del dio è in Azhamor, per chi non lo sapesse è il nome di nascita del Re del nord, lo tenga legato per sempre a questa vita, finché non perda il suo potere. Da quel prigioniero, sono arrivato a conoscenza che cerca continuamente una spada di fuoco: vuole il potere totale del dio senza esserne il possessore, e diventare così un semidio eterno ed immortale.” Durante il discorso, lo sguardo dei presenti passò per tutti gli scalini che vanno dal dubbio alla meraviglia. Dalmor fumava tranquillamente, e a lui si erano uniti suo padre e Gorfin, questo fumando un sigaro invece della pipa.
“Prova questo” gli porse un sigaro durante la pausa “è il nostro miglior tabacco, senti che differenza.”
Dalmor tirò una boccata di denso fumo, e ne assaporò il gusto; dopodiché si voltò verso il piccolo re, guardandolo. “Avete una meraviglia simile e non la vendete all’estero? Siete pazzi!”
“Non ne produciamo abbastanza per commerciarla, ma ti manderò una cassa di sigari a Zorqun appena tutto questo sarà finito.” Gli rispose il re, sorridendo e fumando.
‘La fine non sarà come tu la speri.’ Pensò cupamente Dalmor, prima di riprendere a parlare.
“Ora, il vostro pensiero è: come possiamo sconfiggere un semidio, immortale, che rende immortali le sue truppe? Nulla di più semplice: egli è un semidio imperfetto; buttiamogli contro un semidio perfetto e riusciremmo a risolvere la questione.”
“Facile come respirare, insomma.” Ironizzò Meganodos.
“E che ci vuole? Il semidio di Îd è tutt’oggi scomparso, non si riesce a trovarlo; o non si manifesta, o non è ancora tornato su questa terra, forse a causa del suo potere ridotto. Però abbiamo il semidio di Ûd, e non è poco.” Gli astanti si mossero sulle loro sedie, guardandolo stupefatti. Tildor si rilassò con un sorriso, ed Araya lo guardò con soddisfazione. Uldor saltò giù dal tavolo e si diresse in uno degli angoli alla ricerca di cibo proprio in quel momento.
“E… dove è? Forse quel lupo?” chiese Trapsos, perso.
“Diavolo, no!” rispose sorpresa Araya “È lui!” disse, indicando il principe dei monti.
Sguardi stupiti e voci di dissenso riempirono la sala; pochi gli credevano, ed a ragione: nessuna prova era stata portata in quel luogo, solo parole e deduzioni. Dalmor si alzò, sorridendo soddisfatto per come si stavano svolgendo gli eventi, e si slacciò il mantello, che cadde a terra, leggero e svolazzante; si tolse la spada dalle spalle, con tutto il fodero, salì sul tavolo e si tolse la maglia dal collo. Dopodiché, portò la mano alla cintola, ma, prima che potesse afferrare il pugnale, Araya gli lanciò il suo pugnale bianco, che gli si conficcò nell’addome, e, con un balzo, infilò il nero nel petto, a destra, atterrando dietro di lui con un balzo; nessuno era riuscito a vederne i movimenti per tanto che erano veloci. Dalmor fu sorpreso da quell’improvviso attacco, e si girò sul tavolo, per permettere a tutti di vedere le sue ferite; estrasse i coltelli dal corpo con tutta la tranquillità del mondo, mostrando il sangue che colava da essi, e le ferite che si richiudevano velocemente, sotto gli occhi increduli dei presenti. Nel frattempo, Araya era atterrata sul tavolo a pochi passi da Kyrlai, fissandola con sguardo torvo.
“È… questo il potere di un semidio?” chiese sbalordita Taresta, osservando le cicatrici sulla pelle del giovane.
“Uno dei tanti” gli rispose questi, scendendo dal tavolo e rivestendosi “particolarmente, ad Îd è dato il potere di guarigione, mentre ad Ûd è il potere dell’inibizione dal dolore e guarigione istantanea; io posso guarire solo me stesso, e non posso controllarlo, mentre chi è semidio di Îd può controllare il suo potere e sfruttarlo a suo uso e volere, anche con altre persone.” Si risedette sulla poltrona, mentre Uldor tornava dalle periferie della sala con un enorme bistecca cruda tra le fauci, e la mangiò al suo fianco.
“Bene, signori, siete ora convinti della… particolarità di mio figlio?” chiese Tildor, guardandoli tutti.
“Come lo avete scoperto?” chiese intelligentemente Meganodos. Tildor e Dalmor si guardarono, ed abbassarono lo sguardo; fu il figlio a parlare, con voce spezzata.
“Alla mia nascita” spiegò lentamente “avvennero le particolari circostanze che provavano il mio essere un semidio.” Rimase un attimo in silenzio, guardando il padre, che aveva lo sguardo a terra, poi riprese. “Il ventre di mia madre… rimase congelato dopo il parto. Lei morì qualche ora dopo, tra… atroci sofferenze” disse queste parole a bassa voce e rapidamente, distogliendo lo sguardo dagli altri, ed evitando quello di suo padre. “Inoltre, una voglia bianca come il ghiaccio sulla mia nuca lo prova senza ombra di dubbio. E non intendo tagliarmi i capelli per mostrarvela.” Aggiunse rapidamente, cercando di distogliere il discorso sulla sua nascita.
“Avete un così simile prodigio, un potere così grande, e venite qui a convocare un consiglio quando avreste potuto schiacciare il nemico con un dito?” rispose incredulo Hermans, con gli occhi sgranati. Dalmor e suo padre sorrisero.
“Magari fosse così semplice e divertente.” Gli rispose il giovane, lentamente “Io, ora come ora, sono solo un contenitore di questo dio: lui è in me, e salva entrambi guarendomi istantaneamente come poco fa, ma i suoi poteri non li ho. Per riuscire ad averli, ho due possibilità: trovare il semidio di Îd e sperare che questo sia già riuscito a controllare il suo amico nascosto, e quindi farmi aiutare, oppure spingere il dio che è in me a uscire fuori e a riuscire a sconfiggerlo. Facilissimo, vero?” guardò il principe dei colli con occhi ridenti.
“E perché, scusa dovresti aspettare che sia lui a farsi avanti? Non puoi fare tu la prima mossa? E, se anche trovassi il semidio di Îd, cosa ti dice che lui ci sia riuscito?” Trapsos gli rifilò questa valanga di domande in pochissimo tempo, quasi senza respirare.
Dalmor respirò. Se lo era aspettato: a pochissimi erano conosciuti i segreti dei due dei, e questi sapienti era per lo più nel continente esterno, dove eremiti e grandi filosofi o maestri pullulavano le terre diffondendo la cultura e la conoscenza. Si alzò lentamente, e si sedette sull’orlo del tavolo, incrociando le gambe.
“Beh, bisogna capire bene che i due fratelli sono ben diversi. Îd, di sua spontanea volontà, attacca il suo semidio, tentando di controllarne il corpo, perdendo clamorosamente: il suo semidio ha potere di guarigione, e la passione del dio è tanto grande da fargli perdere la lucidità, ed essere facilmente sconfitto. Non chiedetemi come è possibile, queste cose le ho lette in una testimonianza di un uomo che ci è riuscito secoli fa.” Disse, anticipando tutte le domande che gli stavano arrivando addosso. “Ûd, al contrario, è più calmo, e se ne sta nascosto nel profondo del suo semidio teoricamente per sempre; di solito, vien fuori quando si avvicina a suo fratello, ma non per prendere possesso del corpo dell’uomo, bensì per cedergli il suo potere, ovviamente non è cosa semplice neanche questa. Quindi, devo o trovare il semidio di Îd, o avvicinarmi a qualcosa che abbia il suo potere.” Le facce dei presenti s’incupirono, comprendendo a che punto andava a parare il discorso.
“Ci stai quindi dicendo che… o inizi a cercare in lungo e in largo per il mondo il tuo compagno, oppure… incontri il rosso sire.” Blostgas parlò senza guardarlo, concentrato su quel che poteva seguirne.
“Esatto, o meglio, quasi; fortunatamente, i semidei sono sempre capitati ai monti e ai deserti, quindi potrei partire da lì ma… ci sono notizie di simili portenti dalle vostre parti?” chiese Dalmor rivolto verso Rhiman.
“No, niente dei che scorrazzano per il mio regno, mi dispiace.” Gli rispose questi, con un cenno della testa.
“Signori.” Tildor si alzò, poggiando una mano sulla spalla del figlio. “È questo il motivo che mi ha spinto a convocare qui un consiglio. L’unica possibilità che abbiamo per sconfiggere Azhamor il rosso è lui” gli spettinò i capelli teneramente “e di certo non intendo mandare il mio unico figlio a morte nel regno nemico pieno di eserciti.” Lo sguardo volò su tutti i presenti, mentre il silenzio regnava, interrotto solo dai respiri e dallo schioccare delle mandibole di Uldor sull’osso.
“Cosa ci proponi di fare, re?” chiese Taresta, stringendosi un ginocchio al petto sulla sedia.
“Ho ideato un piano. Ed è molto dispendioso da parte di tutti i regni: dobbiamo fare in modo che il rosso re muoia, in qualsiasi maniera possibile, poiché è lui la chiave degli eserciti nemici.”
“Esponi, non tirarla per le lunghe.” Lo esortò Felagos, impaziente.
“Tutti i re presenti cederanno le loro corone ai presenti principi, pur non essendo questi i diretti pretendenti ai troni.” Iniziò a parlare Dalmor, a voce alta; già si stavano preparando voci di dissenso, quando riprese. “I re che abdicheranno resteranno qui alle sei fortezze, ed organizzeranno la difesa dell’esagono con tutti gli eserciti a disposizione, anche uniti, se necessario.”
“I sei regni saranno governati dai fratelli dei principi o da chiunque essi riterranno tale per governarli.” Continuò senza interruzione Tildor, con lo stesso tono del figlio. “Questi governanti avranno il controllo di tutto il reame come se fossero i diretti re, anche se il vero titolo apparterrà ai qui presenti. Saranno affiancati dai migliori generali, scelti da noi vecchi re, nel comando degli eserciti, e tutte le città dovranno prepararsi ad eventuali assedi.”
“I sei nuovi, giovani re” continuò Uldor, salendo sul tavolo, passeggiando in tondo e guardandoli uno per volta “verranno con me, in un viaggio attraverso monti, paludi, colline, boschi, pericoli e, auguriamoci di no, morte: accompagneremo il semidio verso Arat Vanur in incognito, scambiandoci per esponenti delle compagnie mercenarie delle cinque repubbliche del corno, offrendo i nostri servigi. La sola vicinanza nella stessa città dovrebbe bastarti a far uscir fuori Ûd, giusto?” chiese rivolto a Dalmor.
“Dovrebbe.” Rispose Dalmor, guardandolo “Poi, quando saremo accolti al cospetto di sua maestà rossa, lo sfiderò, e sarà un evento in cui i sei re avranno partecipato assieme, combattendo valorosamente l’uno al fianco dell’altro per la salvezza comune.”
“I sei re rimasti qui alle sei fortezze, come già detto organizzeranno gli eserciti e le flotte, e dichiareranno guerra al Nord, in risposta alle provocazioni degli ultimi mesi.” Tildor aveva ripreso il discorso, terminandolo.
“Ah, ovviamente, può darsi che, una volta arrivato lì, fallisca miseramente morendo male assieme ai miei compagni.” Aggiunse Dalmor.
“Se non siete sicuri di riuscirci, perché provate anche solo a pensare di farlo?” Chiese Hermans stranito.
“Abbiamo altre scelte?”
Per qualche secondo, nella sala regnò un silenzio tombale; poi, Meganodos e Felagos scoppiarono contemporaneamente a ridere sonoramente, Blostgas restò a bocca aperta, incredulo, sorridendo; Rhiman era rimasto serio, in silenzio, guardando i tre che avevano esposto il piano, apparentemente senza emozioni. L’unico che, tra i re all’oscuro del piano, aveva mantenuto un certo contegno e sembrava, anzi, convinto, era Gorfin. A dispetto dei loro genitori, i principi erano invece immersi in profonde riflessioni, colpiti da quelle parole che li riguardavano in prima persona.
“Non starete facendo sul serio!” disse tra le risate Meganodos, con le lacrime “Non ho mai sentito nulla di più… insensato!”
“Lasciare il trono a mia figlia invece che a suo fratello? Voi siete usciti fuori di senno!” confermò Blostgas, ancora incredulo.
“Dichiarare guerra ad un fantomatico nemico che si dice fortissimo, mettendo a repentaglio la vita di mio figlio e l’onore del mio regno? Ma dai!” Felagos pure si asciugava le lacrime.
Nel marasma che si era creato, Gorfin si alzò in piedi, minuto davanti agli altri re, chiedendo la parola; gli venne concessa.
“Il piano, quindi, sarebbe di creare un diversivo con la guerra e sperare che sei giovani ragazzi riescano ad attraversare tutto il continente per salvarci tutti?” chiese. Dalmor assentì con la testa, e il re proseguì. “Beh, signori, a me sembra un piano appropriato: il passaggio di corone verrà ovviamente celato al resto del mondo, giusto?” Dalmor fece un altro cenno positivo per la testa, sorridendo al ragionamento che Gorfin stava facendo. “In questo modo, potremmo far credere agli altri stati, ed anche al nemico, che noi siamo rimasti qui, a controllare la guerra da un quartier generale comune, mentre loro sei, che, tra l’altro, sono tra i migliori al mondo nelle loro abilità, non a caso sono principi, andranno a sfidare di persona il Rosso Re mentre questo non se lo aspetta. Una strategia abbastanza semplice in apparenza, e molto complessa nella pratica, soprattutto nelle tempistiche. Ci confermate che riuscireste a portarla avanti?” chiese, rivolto ai tre.
“Senza ombra di dubbio, ci sarò io con loro.” Gli rispose Uldor.
“Signori, io ritengo doveroso accettare. E propongo la votazione di questa mozione. A quanto pare, i tre fratelli della notte sono tornati in vita.” Concluse, guardando i tre affiancati, e citando una leggenda degli antichi tempi, quando Aglaas dominava ancora i Monti e questi erano in lotta continua con i Fiumi, che erano controllati da Bogfolgon. Attorno a lui si scatenò il panico, tra gli sguardi increduli di tutti: dei dubbiosi per la sfrontatezza e di quelli a favore per il coraggio.
“Propongo anche io la votazione.” Disse Rhiman, ad alta voce.
“Anche io.” Clamorosamente, i principi avevano parlato tutti assieme, tra gli occhi dei loro genitori.
“Aspettate! Non esiste minimamente! Non intendo mettere il futuro del mio regno nelle mani di una votazione!” Urlò alzandosi Felagos, mentre Meganodos gli diede corda; Blostgas restò più composto, seduto e associandosi ai due, in maniera meno rude.
“Sei obbligato dalle leggi dell’esagono, a cui tu sei sottoposto!” rispose Trapsos a suo padre, al suo fianco.
“Non più! Il regno delle pianure si tira fuori dall’esagono: troppe stronzate in questo consiglio!” Urlò furioso, battendo il pugno sul tavolo.
Non ebbe terminato di pronunciare quelle parole, che tutti si mossero alla velocità della luce: Dalmor sfoderò la spada, arrivando a puntargliela al ventre; Araya gli puntò il pugnale bianco, ancora sporco del sangue di Dalmor, tra le scapole; Taresta aveva incoccato una freccia nel suo arco, e, in equilibrio sullo schienale della sua poltrona, mirava alla sua testa; Hermans aveva il pugnale da lancio in mano, suo padre all’erta, la mano sull’elsa; Tildor era in piedi e lo guardava furioso, Uldor digrignava i denti; Blostgas aveva sguainato la spada piantandosi davanti l’uscita alle spalle del re, mentre sua figlia, incredibilmente, scivolò velocemente sotto il tavolo, e quando la situazione sembrò stabilizzarsi, gli diede un calcio alle ginocchia, facendolo cadere a terra, e puntandogli una spada corta, bianca, tenuta nascosta sotto le vesti, contro il pomo d’Adamo. Trapsos la spostò rudemente, e piantò la sua spada tra gli occhi del padre.
“Stai attento, Re” gli disse velenosamente “potresti non avere più una testa su cui poggiare la tua infame corona.”
“Sei mio figlio, lurido traditore!” gli urlò dal basso il re, con voce incredula e disperata.
“Lasciate che si rialzi, ma non abbassate le armi.” Ordinò Tildor, con voce tetra. Si allontanarono dal re, e Dalmor aiutò la giovane principessa a rimettersi in piedi; gli fecero spazio, ma Hermans si avvicinò al cerchio e Taresta resse più saldamente il suo arco.
“Re Felagos IV Tarumbur, sei al cospetto dei re dell’esagono, e del protettore della pace in questo. Il tuo regno è sottomesso alle comuni leggi dell’esagono, e queste vietano la fuoriuscita dalla federazione senza buoni motivi e durante un consiglio straordinario. Ripeti tu le tue parole, confermando la tua scelta di tradimento, re? È mio dovere dirti che non sarò responsabile delle azioni di nessun uomo all’interno di questa isola, territorio della federazione, e che non garantirò per la tua salvezza.” Tildor aveva pronunciato le parole, mai finora dette, a voce alta, tenendo la mano sinistra appoggiata sul pomello dell’elsa; Dalmor sorrideva, pregustando lo scorgere del sangue, e Trapsos guardava disgustato la scena.
Felagos non rispose, non subito. Passarono alcuni minuti di silenzio, mentre, nella mente di tutti, si faceva strada l’incredula possibilità che facesse sul serio.
“Ritiro le mie parole, protettore della pace.” Disse dopo quella che parve un’infinità di tempo, guardando Tildor negli occhi. “Ritiro le mie intenzioni e chiudo scusa a voi e a tutti i presenti in questa stanza per le mie parole.” E s’inginocchiò, attendendo il perdono del re dei monti.
“Sei scusato delle tue parole.” Gli disse con voce disprezzante Tildor; poi, si rivolse a tutti gli altri. “Signori, vi prego di riprendere la vostra compostezza e scusarci per questo breve e spiacevole inconveniente. Riprendiamo il discorso.” Tutti abbassarono le armi e si diressero ai loro seggi, continuando a lanciare occhiate al re, diffidenti. Taresta mantenne il suo arco tra le mani, e la freccia incoccata, poggiandolo sul tavolo e continuando a fissare Felagos.
“Stavamo procedendo con le votazioni.” Avanzò Hermans, più sicuro di quello che era sembrato finora.
“Mio re.” Si alzò Blostgas dal capo del tavolo opposto a Tildor. “Intendo chiedervi la possibilità di lasciare mia figlia fuori da questa missione; in cambio, chiederò ad uno dei suoi fratelli di raggiungermi qui, e sarà lui a partire con gli altri principi. Capitemi, mio re, ha soli quindici anni.” La voce era quasi disperata, e carica dell’amore di un padre.
“Non ho intenzione di tirarmi indietro!” urlò la giovane, alzandosi al suo fianco, protestando. “Ci tengo a partecipare, non sono affatto troppo giovane!”
“Sei troppo piccola! Verresti uccisa sicuramente, e non sopporterei la tua perdita!” gli rispose il padre, guardandola disperatamente.
“Mio re.” Gorfin si alzò, dalla parte opposta “Anche mia figlia Taresta è molto giovane, ed ha la stessa età di tua figlia. Eppure, se lei intende partire, io non la fermerò.” Disse, e guardò la figlia al suo fianco, con lo stesso sguardo di Blostgas.
“È sottinteso che, qualora qualcuno dei principi qui presenti non se la sentisse, non è obbligato a partecipare alla missione, ma sarà scelto uno dei loro fratelli.” Precisò Uldor, rassicurando tutti.
“Anche io, mio re, sono molto giovane.” Si unì alla conversazione Araya, alzandosi “Ho soli diciassette anni, e ben due padri che mi amano e non reggerebbero la mia morte.” Guardò sia Rhiman che Tildor “ Ma sono convinta che, in questa missione, rischia maggiormente chi resta in questo castello che coloro i quali partono.”
Tildor si alzò, e guardò il re bianco dall’altra parte del tavolo. “Blostgas, sottolineo le parole di Araya, confermando le sue supposizioni; inoltre, sono d’accordo con Gorfin: se tua figlia vuol partire, non c’è motivo per impedirglielo.”
Blostgas abbassò lo sguardo, e si sedette arreso. “Procediamo con la votazione.” Disse dopo qualche secondo, rialzando il capo.
“Quanti a favore?” chiese Tildor, alzando la mano.
Numerose mani si alzarono, ma stavolta non ottennero l’unanimità; Blostgas l’alzò qualche secondo dopo, guardando sua figlia, che lo convinse con uno sguardo. Meganodos e Felagos mantennero bassa la loro mano, negando il consenso alla proposta. Tildor parlò loro.
“Penso che sia necessaria l’unanimità, in questa votazione, più che nella precedente; c’è qualcosa che non vi convince, miei re, e che potrei chiarirvi?”
Meganodos scosse il capo, e lo abbassò. Felagos mantenne un’espressione dura.
“Votiamo nuovamente.” Tutti alzarono la mano… tranne Felagos. Adesso tutti stavano guardando lui, con volti torvi e sguardi gelidi.
“Oh andiamo! Il tuo voto adesso è utile quanto una rondine in autunno!” gli si rivolse seccato Trapsos, allargando le braccia.
“Potremmo decidere di non richiedere l’unanimità, ed il tuo voto risulterebbe ininfluente” spiegò chiaramente Gorfin, con tono pacato “tuttavia, il tuo voto comporterebbe la certezza che tu ti adeguerai alle direttive comuni, e collaborerai agli eventi futuri.”
“Non voto a favore di qualcosa che non condivido; e non mi sottopongo a regole che io non ho deciso.” Ribadì il re delle pianure,con orgoglio, incrociano le braccia sul petto.
“Devo ricordarti quel che abbiamo appena detto, re Felagos?” gli si rivolse Tildor, abbastanza seccato; era stufo di quella situazione, e il voto andava chiuso il prima possibile.
Tutti si ritrovarono a guardare il grasso re con astio, facendo piccoli movimenti impercettibili di nervosismo; Taresta aveva alzato l’arco, senza tendere. Felagos si guardò attorno, osservando come il consiglio lo guardava.
“Andate al diavolo voi e i vostri stramaledetti voti, a favore anche io.” Urlò dopo qualche tempo, alzandosi e passeggiando per la stanza, mandandoli a quel paese con un braccio.

Dopo tanti preparativi, avevano raggiunto l’unanimità alla loro idea folle; Dalmor ancora non capiva come mai i principi avessero deciso immediatamente di rischiare la morte, ed avrebbe cercato il prima possibile di scoprire le loro intenzioni, ma quel che importava davvero era che il loro piano si sarebbe compiuto, salvo incidenti ed imprevisti; il giovane si trovò a riflettere proprio su questi, e si accorse che non solo le premesse poggiavano su pilastri deboli, ma anche tutto lo svolgimento era eccessivamente rischioso: le possibilità che tutto andasse liscio erano infinitesime. Inoltre, neanche loro potevano predire il futuro: ce l’avrebbero fatta a stare al passo con i tempi? Sarebbero riusciti a muovere guerra e entrare ad Arat Vanur prima che l’esagono fosse cancellato dal mondo? Come se non bastasse, l’esito della guerra restava veramente incerto: la vittoria non era nelle loro mani, bensì in quelle del rosso sire, il quale, se non le aveva entrambi già salde sul continente, almeno sette dita lo erano. Stavano perdendo la guerra senza neanche averla cominciata, e la loro missione stava fallendo ancora prima di poter essere chiamata davvero missione.
Era evidentemente assorto in questi pensieri, poiché qualcuno riuscì a leggerglielo dal volto, e glielo fece notare. “A cosa pensi, Dalmor?” parlò una voce nella sala, ed il giovane distolse l’attenzione dai suoi pensieri; alzò lo sguardo e lo volse tutt’attorno a lui: aveva perso di vista gli eventi degli ultimi minuti. Felagos era sparito dal centro della sala, per nascondersi nell’ombra degli angoli, a bere vino e a rifocillarsi; Uldor aveva terminato di sgranocchiare i resto del suo pasto, e si guardava attorno sbadigliando vistosamente, stanco; gli altri lo stavano guardando tutti, aspettandosi qualche altro discorso o precisazione. Non riuscì a capire chi aveva posto la domanda, ed aveva dimenticato la voce.
“Principe? Mi hai ascoltato?” parlò Meganodos, guardandolo attentamente, quasi preoccupato.
“Pensavo… a cose.” Gli rispose, ancora smarrito.
“Sembrerebbe interessante; pensi anche ad altro oltre che ‘a cose’?” gli disse in fretta Uldor, prima di un altro pesante sbadiglio. “Se non fossi stato così stanco, avrei potuto ucciderti prima che tu te ne accorgessi. Col vostro permesso.” Concluse voltandosi, e dirigendosi verso dei cuscini posti al limitare della sala.
Per qualche minuto il silenzio rimase nella stanza; erano tutti assorti con le loro menti, a pensare e riflettere su quel piano suicida che si preparavano ad affrontare.
“Quindi… ora cosa si fa?” chiese dopo un poco Rhiman, rompendo il silenzio.
“Tu dovresti saperlo meglio di noi, immagino: siete pappa e ciccia da quel che si è visto.” Blostgas gli rispose ironicamente, senza cattiveria, guardando prima lui e sua figlia, poi Tildor e Dalmor. Rhiman sorrise a quello sguardo.
“Non nego di conoscere questo cose ben prima del consiglio, e non nego neanche di esservi immischiato.” Confermò il re dei deserti, muovendosi sullo scranno. “Eppure, immagino che nessuno si augurasse un così positivo epilogo in un tempo così breve, e che qualcuno avesse pensato a cosa fare in questo caso, vero?” concluse rivolgendosi ai regnanti dei monti.
“Non proprio” rispose Dalmor “qualcosa avevo pensato: temo proprio che ora vi tocchi un po’ di noiosa burocrazia.” Si alzò “Dovete sistemare la questione del promontorio, ed intendo formalmente; mio padre e Gorfin hanno da discutere sulla nuova pace che forse nasce, forse no, chissà. Quindi, vi prendo carta e penna, così potrete divertirvi in editti e comunicati, mentre noi ci prendiamo un po’ di meritato riposo.” Tutti sorrisero, mentre il principe raccoglieva da un tavolo nelle periferie una cassa con dentro pergamene, carte, inchiostri, penne, ceralacca e sigilli, poggiandola davanti a suo padre. “Buon divertimento; sedetevi pure su queste sedie qui attorno, penso che per qualche tempo i lavori del consiglio restino solo questi.” E tornò nelle periferie, sedendosi su un materasso di piume, mentre si sganciava la spada dalle spalle, dove cominciava a pesare.
Tutti si guardarono per qualche secondo, poi, dopo un cenno del capo di Tildor, tutti si alzarono; i principi si diressero immediatamente verso Dalmor, mentre i re si raccolsero attorno a Blostgas, confabulando a bassa voce e dandosi pacche sulle spalle. Felagos fu richiamato a partecipare, ed i re riempirono il tavolo di vivande e bevande, si rinfrescarono a delle fontane poste proprio sulle pareti, e si sedettero tutti attorno al tavolo, occupando gli spicchi dei corrispondenti ai regni dei venti e delle colline; usarono le poltrone, che erano nettamente più comode degli scranni a loro destinati, ed al loro centro si porse Gorfin: suo era il compito di stendere i comunicati ed i verbali, avendo ricoperto in passato, durante il regno di suo padre, il ruolo di mastro cancelliere: mentre tutti i suoi colleghi passavano il tempo con le spade in mano, lui stringeva una penna, e questo contribuì a creare l’ottimo diplomatico che era stato e che rimaneva.
Uldor dormiva a pancia in su, muovendosi ogni tanto nel sonno; Dalmor lo guardò sorridendo. Attorno al piccolo letto su cui si era seduto vi erano poltrone, divani e tavoli, e presto fu circondato dagli altri principi, che però lo attendevano in piedi.
“Perché non vi sedete?” chiese loro, stupito.
“Se pensi che noi porteremmo tutto il cibo qui da te senza che tu muova il culo ti sbagli.” Gli rispose acida Araya, scuotendo la testa; gli altri sorrisero nel suo stupore, e Trapsos gli porse una mano per aiutarlo ad alzarsi.
“Andiamo tutti assieme, così nessuno si lamenta.” Gli disse, e si diressero in svariati punti della sala, raccogliendo quel che trovavano e che potevano portare, riunendosi in un angolo opposto ai loro padri; nel mentre, tutti si rinfrescarono alle fontane e qualcuno svolse i suoi doveri corporali. Chiusi nella sala avevano perso cognizione del tempo, e non avevano idea di che ora si fosse fatta all’esterno. Quando si furono riuniti, mangiarono e bevvero avidamente.
“Qualcuno sa che ora è?” chiese masticando Trapsos, sotto gli sguardi furiosi di Kyrlai.
“Svuota la bocca prima di mangiare.” Gli disse questa, quasi disgustata. Gli altri sorrisero.
“Non ne ho idea, per me potrebbe essere qualsiasi ora.” Parlò Dalmor, prima di attaccare un boccale di birra.
“Questo è perché avete i cicli sonno-veglia completamente a puttane; se li aveste in ordine, sicuramente lo sapreste: manca un’ora al tramonto.” Rispose Taresta; Dalmor notò che si sedeva sempre scomposta, e la sua figura esile glielo permetteva senza cadere dalla sedia. Strano come potessero avere abitudini simili nonostante stili di vita ed ideologie tanto diverse.
“Scusa se ieri ho terminato un viaggio lungo un mese, durante il quale i miei ritmi sono stati stuprati brutalmente.” Puntualizzò il principe dei monti, quasi offeso.
“Non cambia nulla; trascorro tre quarti dell’anno in viaggio, senza avere un tetto sulla testa, eppure i miei ritmi sono in ordine; è la vostra indole ad essere sbagliata, senza contare che voi vivete di notte, ribaltando tutte le leggi della natura.” Taresta sorrise, e anche alcuni dei loro compagni, presi dalla conversazione.
“Beh, si è visto come vi è stato utile nel corso della storia avere ritmi ordinati.” Dalmor rise rispondendo, ed alzò il calice a lei; Taresta si ritenne offesa e non parlò più.
“Sei alquanto stronzo.” Gli disse Kyrlai, arrossendo. Gli altri scoppiarono a ridere, ma Araya la fissò selvaggiamente.
“Ha modi gentili anche di offendere.” Disse ridendo Hermans, dando una pacca sulla spalla alla giovane principessa, quasi facendola volar via, che sorrise ed abbassò lo sguardo. Araya continuò a lanciarle fulmini dagli occhi, e Dalmor se ne accorse, poggiandole un braccio attorno le spalle.
“Dovresti smetterla di guardarla in quel modo, e dovresti chiederle scusa per prima.” Le disse sottovoce, avvicinandosi a lei.
“Non ci penso proprio.” Rispose acida, fulminando adesso lui.
“Io sarò tuo marito tra due giorni, e lei è un piccola ragazza, timida, che probabilmente non è mai uscita dalla città in cui ha vissuto. Smettila di essere così gelosa, e chiedile scusa.” Araya lo guardò ancora con astio, poi si arrese, e si rivolse alla giovane che era davanti a lei.
“Kyrlai… ti chiedo scusa per prima; mi sono sfuggite le parole.” Le disse, guardando poi Dalmor, nuovamente con astio.
“Tutto risolto, forse non avrei dovuto guardare così tanto il tuo sposo; non preoccuparti, sono già promessa.” Le disse sorridendo e riprendendo a mangiare. Araya ingoiò il boccone e pensò anch’ella al cibo.
Passarono qualche minuto mangiando in silenzio, poi si diressero verso un gruppo di letti e materassi, su cui si sedettero comodi.
“Mi fai vedere la tua spada?” chiese Trapsos a Dalmor, che gliela porse; in breve tempo, tutti si scambiarono le armi; Dalmor fu sorpreso di notare che la spada bianca di Kyrlai non era in ferro, bensì in un materiale a lui sconosciuto.
“Di cosa è? Non è ferro, né acciaio: è molto leggera.” Le chiese, impugnandola e rigirandosela tra le mani; la spada, tra le sue mani, era più simile ad un coltello, ed anche lui lo notò, osservando l’agilità dell’arma.
“Il corpo centrale è in ferro” spiegò la giovane, sedendosi al suo fianco e descrivendogli l’esile spada. “elsa e lama sono tutt’uno, una sbarra di ferro; poi, l’elsa è ricamata d’oro fuso, e come vedi è molto poco, per renderla leggera, mentre la lama è in rame bianco di Tabin: non so cosa sia più resistente, se questo materiale o l’acciaio nero.” Concluse, alzandosi e dirigendosi verso Hermans per mostrarla anche a lui.
“L’acciaio nero è più duro, pesante, ma si lavora meglio… il rame bianco è più malleabile ma molto più difficile da lavorare…” disse sottovoce, pensando; poi si voltò di scatto verso la giovane “Come l’hai avuta?” le chiese a voce alta, attirando l’attenzione dei loro compagni.
“Regalo del re di Tabin; non siete gli unici ad avere buone relazioni con i paesi esterni.” Concluse con un sorriso, facendogli l’occhiolino e voltandosi di nuovo. Dalmor fu sorpreso.
Araya venne a sedersi al suo fianco, e presto tutti furono riuniti in cerchio, guardandosi. Un po’ di imbarazzo impediva ancora loro di poter confrontarsi liberamente.
“Come mai lo hai pugnalato?” chiese Hermans ad Araya, improvvisamente. “Avrebbe potuto farlo da solo.”
Dalmor sorrise, grattandosi la nuca; Arayasi stiracchiò le braccia.
“Così impara a fare cose che non deve fare.” Rispose, dandogli un bacio sulla guancia.
“Da quando vi conoscete?” chiese Trapsos, guardandoli. Dalmor rispose stilando velocemente una breve lista di eventi che li riguardavano, negli ultimi tre anni.
“Come pensi di entrare ad Arat Vanur?” Taresta era la prima a far riemergere il discorso del viaggio, ed il principe decise di evitarlo.
“Avremo noi sei un consiglio, da soli con Uldor, prima della partenza. Lì vi spiegheremo tutto.” Rispose Dalmor, sdraiandosi. “Approfittiamo di questo tempo per riposarci, i nostri genitori sembrano molto impegnati.” Alzò la testa, volgendo lo sguardo al centro della sala e notando come i sei re stavano stilando i comunicati: mangiando, fumando, bevendo, o facendo tutt’altro che parlare e scrivere.
“Ehi, non vogliamo stare chiusi qui per una vita!” Urlò ridendo Hermans, svegliando Uldor, senza volerlo.
“Stiamo lavorando, qui, non vedete?” rispose Tildor, allargando le braccia e ridendo: aveva le gambe distese sul tavolo, la pipa in una mano e una coppa di vino nell’altra. Tutti risero a quella scena, ed ognuno tornò a preoccuparsi di non fare nulla a modo suo; Taresta fu l’unica che si alzò e si mise ad allenarsi con l’arco, mirando a sacchi di cibarie negli angoli; gli altri si stesero tutti su un enorme materasso, su cui avrebbero potuto dormire venti persone comode.
“Non sembrerà che stiamo faticando troppo?” chiese a un certo punto Hermans, quasi incredulo di come si stessero svolgendo i fatti.
“Se magari avessi un po’ di rispetto per chi riposa.” Gli rispose Uldor gelido, saltando sul letto e sdraiandosi su Dalmor, riempiendolo di peli.
“Non sei più un cucciolo, di questo passo mi schiaccerai!” reagì con voce soffocata il principe, spostandolo a fatica con le braccia.
“Cosa altro dovremo fare noi in questo consiglio?” continuò Hermans, come se nulla fosse accaduto.
“Per ora, attendiamo che i nostri re finiscano di… Lavorare? Poi, quando avranno terminato, discuteremo di cose come date, cerimonie e procedure. A loro resterà il lavoro più snervante, a noi toccherà viaggiare e viaggiare e… viaggiare.” Concluse con un gemito, portandosi le mani sul viso.
“Andremo a cavallo, vero?” chiese d’un tratto Kyrlai, restando sdraiata.
Uldor e Dalmor si guardarono per qualche secondo; poi il giovane rispose. “Non lo sappiamo ancora, sei cavalieri e un lupo gigante attirerebbero l’attenzione; è anche vero che, quando hai con te un lupo gigante, l’attenzione l’attiri lo stesso, ma noi pensavano di procedere a cavallo solo fino a Torre Oscura, per poi andare a piedi.” Erano i primi dettagli del viaggio che venivano spiegati ai loro compagni, ed erano tutti attenti, anche Taresta, che lanciava frecce su sacchi di farina e patate lì vicino.
“Pensavo esistesse solo nelle leggende quel posto; le storie che si raccontano sono vere?” chiese Trapsos, guardandolo stranito. Sulla città nascosta dai Monti si raccontavano storie di paese e leggende in cui si parlava di mostri, bestie che vivevano nella città e delle torture terribili che venivano imposte ai prigionieri. Dalmor ne conosceva parecchie, ma non aveva idea che la cultura provinciale e le credenze popolari avevano prodotto un numero smisurato di leggende, quasi tutte false. Dalmor rise alla domanda del principe, e si alzò a sedere, voltandosi per guardarli tutti.
“In realtà, sono tutte cazzate; Torre Oscura fu il primo insediamento del regno di Aglaas nei Monti, e restò per oltre duecento anni la capitale, prima che questa venisse spostata a Zorqun. Resterete meravigliati delle bellezza di quella città, e della sua potenza. Probabilmente, se non fosse esistita Torre Oscura, non avremmo mai vinto alcuna guerra contro i Fiumi.” Concluse guardando la principessa dei Fiumi, che annuì con un cenno, confermando la sua supposizione.
“Raccontaci dei tre fratelli della notte.” Disse improvvisamente Araya. Tutti si rizzarono a sedere, ed a loro si aggiunse Taresta. Uldor era sdraiato al centro del cerchio che formavano, con la testa appoggiata sulle gambe di Dalmor.
“Dovrai aiutarmi.” Disse immediatamente il giovane a Taresta, che sedeva alla sua sinistra. Lei annuì col capo, e si mise più comoda.
“La storia risale alla prima guerra interna, iniziata nel 1980 dalle scritture. A quell’epoca, tutti i regni interni erano sotto il dominio di quelli esterni, e la guerra fu un pretesto di questi per assumere il controllo del continente; ovviamente, da quella guerra nacquero gli spiriti di indipendenza che poi portarono all’emancipazione dell’esagono e alla formazione del continente come lo conosciamo, qualche secolo dopo. Comunque, a quei tempi, sui Monti governava la casata Della Luna, per diretta concessione del re di Aglaas, che era ancora appartenente alla dinastia degli Himir. Sul regno dei Fiumi governava Bogfolgon, e c’erano attriti tra i due regni esterni fin dai tempi remoti. La guerra scoppiò nella primavera del 1980, quando i Monti invasero i Fiumi; nell’arco di tre settimane, metà del regno avversario era sotto il nostro controllo, e gli eserciti si preparavano alla battaglia decisiva, per muovere assedio a Fortezza delle acque. Perdemmo la battaglia, poiché eravamo in territorio nemico, e non conoscevamo le paludi e i segreti di quel campo: i nostri eserciti vennero annientati, e migliaia di prigionieri furono catturati.” Fece una pausa, guardando Taresta ed aspettando che ella continuasse; lo intese e parlò.
“Portammo i prigionieri nelle nostre roccaforti e nelle nostre città segrete, e ci accorgemmo di avere un ospite d’alto livello: il loro re, o meglio, governatore, Tumrod. Fu portato a Fortezza delle acque, e il nostro governatore, Koppos, lo trattene come prigioniero politico. Furono mandati messaggeri ai Monti, chiedendo le somme per il riscatto e imponendo le condizioni di pace; nessuno seppe mai cosa accadde dei messaggeri.” Taresta s’interruppe ed attese che Dalmor desse spiegazioni a riguardo.
“Il governatore aveva tre figli. Il maggiore si chiamava Uldor, poi vi era Tildor, ed il minore si chiamava Dalmor. Questi avevano trentuno, ventinove e venticinque anni rispettivamente, e governavano Torre Oscura, Mallorn e Durtar Malur, con i loro eserciti. In assenza del padre, i Monti erano nelle loro mani. Accolsero i messaggeri con benevolenza, ma prima che varcassero le porte della città li fecero uccidere tutti: prima di loro erano giunti soldati fuggitivi che avevano raccontato tutto. I tre capirono che dovevano agire in fretta, e raccolsero un pugno di soldati, circa quaranta, partendo per le terre nemiche. Viaggiavano di notte, silenziosi, mantenendosi nascosti alle vedette nemiche, e compiendo razzie. Non lasciavano testimoni, e presto girarono voci sulla presenza di spiriti nemici che uccidevano interi accampamenti o guarnigioni, senza però distruggere le fortificazioni. I tre erano furbi, e dietro di loro veniva l’esercito nazionale, compresi aiuti da Aglaas: si insidiarono nelle fortificazioni, e le presidiarono; nell’arco di due mesi dalla battaglia, le terre che erano state conquistate prima lo erano state nuovamente, ed erano ora presidiate e difese; furono inviati messaggeri a Koppos, chiedendo la liberazioni di Tumrod in cambio della pace.” Dalmor ridiede il testimone a Taresta, che continuò.
“Koppos riservò ai loro messaggeri lo stesso trattamento, ma fu ingannato: i tre avevano inviato prigionieri dei fiumi vestiti da loro soldati, e il governatore dei Fiumi non uccise dei nemici, bensì dei suoi soldati; non si capì mai come vennero convinti a non ammettere la loro provenienza.” Dalmor sorrise leggermente, abbassando lo sguardo.”Quando Koppos lo scoprì, montò su tutte le furie, e minacciò di uccidere Tumrod; lo fece portare sulle mura della città, e gli venne posto un cappio attorno al collo: era un avvertimento per i tre fratelli. Tumrod venne lasciato lì notte e giorno, col cappio al collo e la morte dietro le sue spalle. All’ottavo giorno, Fortezza delle acque era circondata da roccaforti nemiche, ed isolata dal resto dei Fiumi. Fu lì che ebbe luogo il leggendario scambio di battute tra i due governatori.” S’interruppe, e lasciò al principe l’onore di parlarne.
“Tumrod fece chiamare il suo collega, e gli chiese udienza. Questi non era ancora uscito completamente fuori di senno da rifiutare, e gliela concesse: parlarono dall’alto delle mura, sotto gli occhi di tutte le guardie e della popolazione.
‘Koppos, cosa intendi fare?’ chiese Tumrod, seduto su uno sgabello, con le mani legate.
‘Se i tuoi figli non si arrenderanno, ti ucciderò; perderanno il loro padre e governatore.’ Rispose questi, prontamente, come se il suo piano fosse perfetto. Tumrod rise e chinò il capo.
‘Koppos, io sono già morto. Quando ho perso la battaglia sul campo e tu mi ha fatto prigioniero, io sono morto, e il regno è passato nelle mani dei miei figli: la mia morte non cambierà nulla, poiché il regno è già loro. Questa guerra che abbiamo iniziato, durerà nei secoli, e non si placherà mai, finché un nemico comune giungerà: seguiranno secoli e secoli di dolore, guerra e morte; tu puoi evitarlo. Concedi la pace che ti è stata offerta, salva milioni di vite ora e nel futuro, e verrai ricordato come un grande governatore.’
Koppos gli rise in faccia, umiliandolo. ‘No, mio governatore, noi non siamo sconfitti! I miei figli sono al di là del fiume, e governano il sud del paese, e ricacceranno indietro i tuoi: ormai io non ho più potere, poiché sono morto quanto te. Quindi, non farmi prediche, ma muori!’ e così dicendo, fece scattare la botola sotto i piedi di Tumrod, che morì. Koppos ebbe il potere di porre fine alla faida della guerra che avrebbe poi dilaniato i due regni nei secoli, preannunciata da Tumrod con l’occhio della morte, ma non seppe esercitarlo a dovere.” Terminò, guardandoli tutti. Subito continuò Taresta.
“Ai tre fratelli venne inviata la testa di loro padre, ed ai figli di Koppos richieste d’aiuto e consigli. Si preparava la fase finale della guerra. I tre fratelli non risposero all’offesa del governatore, e compirono la loro impresa più rinomata e cantata nei secoli: s’intrufolarono a Fortezza sulle acque e rapirono Koppos. Entrare nella capitale del mio regno senza essere visti è impossibile: guardie presidiano ogni entrata, di terra, aria o acqua, e i sotterranei sono sorvegliatissimi: i tre riuscirono ad eludere la sorveglianza ed entrare fin nel cuore del castello. Il re venne rapito, ed i tre tornarono fuori dalla città senza che nessuno si accorse di nulla: non lasciarono testimoni dietro di loro, e neanche morti; erano stati come fantasmi, e il mattino dopo il panico dilagò nella città: tutti pensarono che un demone nemico si era intrufolato, e che gli spiriti fossero alleati dei monti. La città si arrese agli avversari ed aprì le porte: fu saccheggiata e data alle fiamme. I tre fratelli non si trovavano neanche nei loro ranghi, e gli eserciti erano nelle mani dei generali.” Terminò di nuovo, ed il principe continuò.
“Erano veloci come il vento, silenziosi come il buio e invisibili come le ombre nell’oscurità: corsero a sud, e raggiunsero i figli di Koppos, portando loro il padre. I figli si rifugiavano a Lazot, all’epoca ancora sotto il dominio dei fiumi, e riuscirono nell’altra missione impossibile: annientarono tutta la guarnigione della roccaforte con soli quaranta uomini. Si ritrovarono davanti ai figli di Koppos, li spogliarono e li legarono; dopodiché, davanti ai loro occhi, uccisero il loro padre.
‘Un governatore decaduto per un governatore decaduto.’ Disse Uldor, subito dopo. I quattro figli di Koppos erano in preda ad urla e minacce di vendetta, ma i tre non vollero sentirli, bensì proposero loro la pace; iniziavano a giungere notizie di altri fronti nel continente, e bisognava controllare tutti i propri confini. I tre offrirono ai figli di Koppos la pace, a pesantissime condizioni; questi non poterono far altro che accettare, o perdere la guerra, il trono, la discendenza e le terre; la guerra era stata vinta dai Monti, grazie all’aiuto dei tre fratelli della notte. I confini dei regni mutarono: i Monti arrivarono a controllare le terre settentrionali dei Fiumi, mantenendosi a cinquanta leghe di distanza dalla capitale, che fu poi ricostruita. Scoppiò la guerra nel resto del continente, e le truppe di Torre Oscura annientarono tre eserciti del regno del Nord prima che questi se ne accorgesse, ed un esercito delle colline in marcia verso Zorqun, cogliendolo alle spalle. I tre fratelli regnarono assieme sui Monti, vincendo la prima guerra interna ed entrando nella cerchia dei regnanti più importanti del mondo; tramite una buona politica matrimoniale e giochi di potere, riuscirono ad inserire un ramo della casata Della Luna in quella reale di Aglaas, che un secolo dopo sarebbe salito al trono, conferendo ai Monti la libertà.” Terminarono il racconto tra gli occhi increduli dei presenti.
“Se non fosse vero non ci crederei.” Rispose Trapsos, a bocca aperta. “Tu sai come hanno eluso la vista e la guardia di tutti quei soldati, vero?”
“Se tu lo sapessi, lo diresti in giro?” gli chiese Dalmor in risposta, sorridendo.
Il principe delle pianure rise. “Se ne sei capace, temo che dovrai rivelarcelo: nel viaggio ci sarà più che utile.”
“State tranquilli, se lo fosse stato questo gran disordine non sarebbe successo.” Disse Uldor, alzandosi dalle gambe di Dalmor ed acciambellandosi su quelle di Kyrlai, che lo stava stuzzicando e coccolando da un po’. “Ruffiano.” Gli disse il principe, guardandolo offeso.
Restarono per una mezz’ora buona a discutere di eventi passati e presenti e a conoscersi meglio; vennero richiamati dai loro genitori al centro della sala, dove, nonostante avessero trascorso più tempo a bere e mangiare che a lavorare, avevano steso i verbali ed i comunicati, che vennero letti e firmati dai principi. Infine, si sedettero un  po’ a caso, ognuno dove capitava, e si guardarono tutti, aspettandosi un discorso di chiusura. Dalmor si era seduto sullo scranno di Felagos, allungando i piedi sul tavolo e guardandolo sorridendo.
“Qualcosa da aggiungere?” chiese Gorfin, rivolto a tutti gli altri.
“Prima di chiudere, volevo chiedere se fosse possibile già da ora decidere le date oggi discusse.” Parlò Rhiman, rivolto a Tildor in particolare.
“Ritengo che, per il passaggio del promontorio, potremo attendere il giorno della loro partenza, così da coprirla con questa notizia; stessa cosa per l’unificazione degli stati in maniera formale.” Tutti diedero cenni e voci di consenso. “Poi, direi che il passaggio dei troni possa compiersi nel cortile, tutti assieme, per poi lasciare i sei nuovi re a discutere in consiglio. Qualcosa in contrario?” si guardò attorno, e tutti negarono. “Bene, qualche data in mente?”
“Allora, contando che domani c’è il duello, dopodomani c’è il matrimonio e oggi abbiamo avuto il consiglio, chiedo almeno un giorno di stacco e riposo.” Disse Dalmor ad alta voce, bevendo un boccale di birra raccolta sul tavolo, rivolgendosi a tutti.
“Potremmo farlo… il 3 del prossimo mese?” propose Hermans, contando i giorni con le dita.
Tutti si trovarono d’accordo, e fissarono la consegna delle corone al 3 Yzurset, all’alba del sole.
“La partenza?” chiese Blostgas, che aveva portato un divano dalle periferie al centro della tavola per stare più comodo.
“Stavo pensando al 6; qualcuno ha da ridire?” rispose il principe dei monti.
“Non sarà troppo presto?” protestò Rhiman; in breve, fu supportato da tutti i re, che proposero come data di partenza il 15 di Yzurset. I principi protestarono tutti assieme, proponendo anch’essi il 6; Uldor placò gli animi che andavano accendendosi.
“Il 6 è un’ottima data.” esordì, arrivando dagli angoli e saltando sul tavolo, rovesciando di tutto. “Se dobbiamo procedere a piedi, il 15 sarebbe troppo tardi davvero; propongo anche io il 6, e dato che saremo noi a partire, temo che voi non abbiate scelta.” I sei re si arresero alla caparbietà dei loro figli, rimanendo straniti dalla loro voglia matta di andare incontro alla morte e alla rovina.
“Chiudiamo così?” chiese dopo qualche minuto Dalmor, osservando Tildor; tutti erano stanchi, e davano cenni di cedimento: chi ammiccava, chi sbadigliava, chi aveva lo sguardo perso nel vuoto. Tildor si alzò, e si rivolse al suo pubblico.
“Signori.” Cominciò, a voce alta, destando le attenzioni di tutti. “Ci siamo qui riuniti oggi per poter affrontare assieme questo consiglio. Vi sono grato per aver partecipato ed aver contribuito così a risolvere i problemi comuni che affliggono il nostro continente. Dichiaro conclusi tutti i lavori del consiglio. Possiamo finalmente uscire da questo buco di sala.” Terminò, accolto da applausi e grida di felicità: si diressero tutti verso le porte, aprendo a caso la prima che si trovavano davanti: ormai, per loro non esistevano più limiti o confini geografici, e tutti corsero fuori all’aria aperta, tra lo stupore delle guardie.
Era notte, e la Luna era da poco salita al cielo; la sua luce era però oscurata dalle nubi, fitte e spesse, che coprivano le volta celeste ed oscuravano la notte. Quando furono nel cortile interno, si salutarono tutti, con abbracci e baci, dandosi promesse di rivedersi il giorno seguente ad una determinata ora. Dalmor si avviò verso il portone del castello dei monti, e vi entrò senza guardarsi indietro.
Il consiglio era terminato.

Entrarono, Tildor e Dalmor, nel loro castello, soddisfatti, e neanche eccessivamente stanchi; il consiglio era stato più veloce e meno faticoso del previsto, per entrambi. Una volta dentro, senza dire una parola a nessuno fuggirono entrambi nelle latrine più vicine a liberarsi; successivamente, con la stessa velocità, salirono su per il castello dirigendosi nei loro appartamenti, infilandosi nelle rispettivamente toilette e dedicandosi ad un lungo e rinfrescante bagno. Dalmor lavò anche i suoi vestiti, lasciandoli poi sul balcone ad asciugarsi; nel frattempo, indossò vesti di ricambio, ma nulla di scomodo o tantomeno che avesse le maniche: un paio di braghe di pelle, stivali leggeri ed una semplice camicia color argento, con le maniche rozzamente tagliate dal suo coltello. Scese così vestito nel solarium del padre, dove trovò qualcuno che non si sarebbe mai aspettato: era certo di trovare ad attenderli Rhiman e sua figlia, e invece, oltre loro, trovò Blostgas e Kyrlai. Restò a bocca spalancata, osservando le cinque persone che lo attendevano sedute a tavola, spostando lo sguardo da Blostgas a suo padre, da Kyrlai alla sua sposa. Allargò le braccia assumendo un’aria quasi da ebete, avvicinandosi al tavolo.
“Come mai?” chiese, ancora stupito.
“Sei al cospetto di due re stranieri nostri ospiti, Dalmor.” Lo riprese suo padre, con sguardo severo.
“Chiedo scusa solo per i modi che forse potrebbero essere sembrati sgarbati; tuttavia, la questione resta: non mi aspettavo di trovarvi qui, miei signori.” Rispose rivolgendo lo sguardo ai regnanti dei venti.
“In realtà la nostra visita è piuttosto breve. Siamo qui solo per chiarire una piccola questione, e il re tuo padre ci ha chiesto di attendere voi, poiché la questione vi sarebbe giunta comunque dalle sue labbra.” Chiarì Blostgas, sorseggiando del vino bianco, che nel suo regno era di gran lunga preferito al rosso.
“Interessante.” Rispose in maniera completamente disinteressata Dalmor, sedendosi e preparandosi la pipa per fumare.
“Puoi parlarne, Blostgas.” Disse Tildor, osservando come tutti gli altri attendessero loro.
“Benissimo.” Rispose il bianco re, posando il calice e pulendosi le labbra con un fazzoletto. “Sono qui per definire i particolari del duello di domani. Posso chiederti il luogo, l’ora, e la maniera di sfida che scegli?” domandò al principe, guardandolo seriamente.
“Come luogo, avevo pensato a farlo nel cortile interno: la questione è iniziata in territorio conteso e terminerà in territorio neutrale. Per ora, mi scuso con voi per il mio egoismo, ma, avendo la possibilità di scelta, pongo orario d’incontro l’alba della Luna: le tradizioni di famiglia non si tradiscono mai.” Alzò la pipa, in onore della sua casata. “Per le armi, suggerirei che entrambi i duellanti fossero in possesso di una cintola con una spada lunga, una corta e un pugnale; ovviamente entrambi sceglieremo le nostre proprie armi, che l’avversario controllerà e deciderà se accettarle o meno.” Dalmor parlò rilassato, tirando boccate di fumo.
“Vedo che hai le idee ben chiare. Le avrai anche riguardo a come sconfiggermi?” Blostgas sorrise, e si alzò. “Miei signori, vi chiedo perdono se ho interrotto la vostra cena, e vi ringrazio del buon vino e dell’ospitalità. Vi auguro una buona notte.” Si strinse il braccio sinistro al torace in segno di saluto e si voltò, avanzando verso l’uscio.
“Blostgas, se vuoi favorire alla nostra mensa, sei il benvenuto.” Lo avvisò Tildor, restando seduto, con uno strano sorriso sulle labbra.
“Vi ringrazio, ma abbiamo già creato troppo disturbo e tolto troppo tempo ad una riunione di famiglia, ed abbiamo inoltre già cenato. Spero di poter ricambiare presto.” Rispose Blostgas voltandosi. Dalmor si alzò, e li accompagnò giù per il castello, chiedendo loro dove preferissero uscire; li condusse quindi nel cortile interno, augurando loro la buona notte. Risalì velocemente le scale e rientrò negli appartamenti del padre, riprendendo la pipa, che si era spenta nel mentre.
“Tuo padre ci stava spiegando il perché del suo sorriso mentre proponeva al re di restare.” Lo aggiornò Rhiman, sorridendo ed indicando Tildor. Questi stava ancora sorridendo, ed aveva cominciato a fumare anch’egli.
“Hai risposto in maniera molto simile a me, quando lo feci trent’anni fa con il padre.” Gli spiegò Tildor, guardandolo quasi soddisfatto.
“Te l’ho detto che siamo una dinastia di merda.” Rispose ridendo Dalmor, iniziando avidamente a mangiare. Gli altri seguirono il suo esempio, e per qualche minuto non si sentirono voci, ma solo rumori di posate, coppe e anfore.
“Siete stati molto bravi.” Si congratulò dopo un poco Rhiman, ingoiando l’ultimo boccone di crema al limone “Vi sareste mai aspettati una reazione simile da parte di Felagos?” Padre e figlio si guardarono, poi negarono con la testa. Dalmor terminò di masticare e rispose.
“Sinceramente, mi hanno sorpreso lui e Meganodos.” Esordì, posando forchetta e coltello. “Mi aspettavo reazione inverse, a dir la verità; Blostgas è stato spinto dall’amore per una figlia, ed ho imparato da te a prevenire le sue emozioni. Gorfin, invece, mi è sembrato il più razionale lì dentro: come mai hanno perso tutte le guerre contro di noi se sono così svegli?” chiese Dalmor al padre, guardandolo incuriosito.
“Perché siamo una dinastia di merda.” Rispose Tildor, alzando il calice e svuotandolo, mentre gli altri ridevano allegramente.
“Sei stata brava anche tu.” Disse Tildor ad Araya “Solo che potevi risparmiarti di minacciare Kyrlai con un coltello.” Terminò con sguardo severo, di rimprovero.
“Stava guardando troppo spesso qualcosa che brucia gli occhi.” Rispose questa, guardando Dalmor ed appoggiandosi sulla sua spalla.
Discussero per qualche ora ancora degli eventi del consiglio, rilassandosi e riposandosi; poi si divisero: Dalmor ed Araya si diressero verso gli appartamenti di lui, mentre i due re uscirono nel cortile interno, continuando a discutere.
“Chissà cosa avranno da dirsi quei due.” Disse Araya, guardandoli dall’alto del balcone che si affacciava dal salotto di Dalmor.
“Non ne ho idea; sinceramente, ora come ora non mi interessa.” Rispose Dalmor, sdraiato su un divano, guardandola. Lei sorrise e si sedette sulle sue gambe. Dalmor non ebbe alcuna reazione: era leggera come una piuma, avrebbe potuto portarsela il vento.
“Dì un po’, principe di questa dinastia di merda” parlò Araya, chinandosi su di lui e fermando il suo viso ad un pollice dal suo “tu sai il segreto dei tre fratelli della notte che, ma guarda tu il caso, facevano parte anche loro di questa dinastia di merda!” sbatté le mani, fingendo uno stupore completamente inesistente.
“Certo che lo so! Siamo una dinastia di merda, i nostri segreti schifosi li manteniamo tali, no?” rispose ridendo il principe.
“Dimmelo.” Concluse imperiosamente la principessa, fissandolo con gli occhi socchiusi.
“I segreti di famiglia restano tali.” Rispose, con un sorrisetto fastidioso sulle labbra.
“Dimmelo.” Araya lo guardò con occhi di fiamme.
“Naah, è più divertente se mi convinci.” E rotolò di lato, lasciandola sul divano, mentre lui cadeva a terra e si rialzava velocemente, voltandosi ridendo. Lei si alzò di scatto, e gli corse dietro; la sfida era nettamente impari, e Dalmor non arrivo ad entrare neanche nella sua stanza da letto che lei lo teneva già per il collo, facendolo inginocchiare e puntandogli un coltello alla gola.
“Dimmelo. Ora. O ti scanno come un capretto.”
“Che brutta fine per uno che avrebbe dovuto salvare il mondo!” si liberò dalla presa in un battito di ciglia, riprendendo la sua corsa mentre Araya rovinava a terra. Raggiunse la camera da letto, ma dopo pochi passi era già a terra, con Araya in ginocchio su di lui, tenendo di taglio il pugnale sotto il suo mento.
“Fine del gioco! Parla.” Ordinò questa, con voce gelida.
“Uno dei tre era un semidio.”
“Lo sapevo!” esultò con se stessa, per poi riportare la sua attenzione al giovane. “Chi dei tre?”
“Dalmor.” Araya esultò nuovamente, poi lo guardò impressionata, quasi spaventata.
“Avrai quel potere anche tu!” gli disse, sbalordita.
“Non proprio.” Rispose il principe, alzandosi e dirigendosi alla bottiglia di liquore appoggiata su un tavolino, sfilandosi la camicia nel viaggio.
“Cosa intendi dire?” Araya si rialzò lentamente, guardandolo e rinfoderando il pugnale.
“Dalmor I Della Luna, terzo figlio di Tumrod V, governatore di Durtar Malur, è stato l’unico semidio nella storia della mia casata, prima di me, ovviamente.” Bevve velocemente un bicchiere di rosso liquore, in una smorfia. Poi, lo riempì di nuovo.
“E tu sei il secondo.” Proseguì Araya, sempre più sbalordita. “Ed entrambi vi chiamate Dalmor: un nome del destino.” Le coincidenze erano quasi raccapriccianti, e la giovane iniziò ad assumere un’aria spaventata.
“Sono certo che se la questione fosse legata al nome, mio padre non lo avrebbe mai scelto per suo figlio.” Rispose Dalmor, svuotando il secondo bicchiere, e preparandone un altro. “Dalmor I conquistò tutto il continente e pose le basi per quello che è oggi l’esagono, ed aveva poteri particolari, anche per un semidio.”
“Ovvero?” La sua futura moglie lo guardò stranita, avvicinandosi a lui lentamente.
“Dalmor I riusciva a modificare lo spazio e la materia.” Esordì, mentre si sfilava gli stivali saltellando. “Poteva essere in qualunque parte del mondo in qualsiasi momento, e aveva anche altri poteri.”
“Come le sai queste cose?” la giovane si era fermata affianco al montante di legno lavorato che reggeva il baldacchino del letto.
“Dalmor ha lasciato delle testimonianze; egli era il terzo in successione, ma era il più potente dei tre; eppure, scelse di servire il fratello maggiore, e i figli di lui, poiché lo amava, e un forte sentimenti legava i tre. Fu lui ad avvertire Torre Oscura dei movimenti dei nemici durante la guerra, così da permettere la distruzione di sei armate del nord e due delle colline, prima che potessero raggiungere i loro obiettivi di guerra.” Fece una pausa, svuotando il terzo bicchiere. Araya lo guardava incuriosita, e lui riprese, mentre riempiva il quarto. “Lasciò numerosi scritti sui suoi poteri e sulle sue gesta; chiaramente spiega le sue capacità sovrumane, e ci sono pagine e pagine in grafi sconosciuti e illeggibili, probabilmente di una lingua comprensibile solo ai semidei.”
“Cosa c’è scritto, secondo te?” Araya si avvicinò a lui, stranita e spaventata.
“Non ne ho idea.” Rispose, guardandola. “Non ne ho idea. Ma Dalmor I aveva qualcosa in più di un semidio comune.”
“Ovvero?”
Un ululato giunse alle loro orecchie, lontano; Uldor cacciava nelle colline attorno alla pian del castello, e la sua possente voce li raggiungeva. I loro genitori erano tornati nei loro castelli e appartamenti, a riposare, e la maggior parte degli abitanti delle sei fortezze faceva lo stesso; le guardie vegliavano immobili come statue, e le nuvole ancora coprivano il cielo, andando però via via sciogliendosi verso sud. La luna era vicinissima al tramonto.
Dalmor guardò il bicchiere che aveva in mano, sentendo il liquore già ingerito muoversi nel suo stomaco. Araya pose una mano sull’orlo del bicchiere, impedendogli di berlo.
“Per uno strano caso del destino, Dalmor I Della Luna fu il semidio di Îd ed Ûd contemporaneamente, ed aveva i loro poteri allo stesso tempo: era un dio.”
Araya restò sbalordita, con gli occhi sgranati, la bocca semi aperta. Lo guardò, spaventata, per qualche secondo; poi, con la voce tremante, parlò di nuovo.
“È questo… il tuo destino?” chiese spaventata.
“Cosa?” Dalmor la guardò sbalordito. “Assolutamente no! Dalmor I era un prodigio, un eroe, un dio: la spada che io indosso la forgiò lui stesso con i suoi poteri, ed è indistruttibile ed imbattibile. Io sono solo un comune principe, con un solo dio in corpo. Non sono capace di fare quello che lui sapeva fare, e non lo sarò mai.”
Araya si rassicurò di quelle parole, ed assunse un sorriso raggiante. “Meglio così, preferisco avere un solo dio a farci compagnia che due.” Gli slacciò la cinta, e le brache caddero a terra, lasciandolo completamente nudo, mentre lei lo baciava con foga.

Si svegliò con una gomitata sul mento. Riaprì lentamente gli occhi, e si guardò attorno: Araya dormiva beatamente, nuda, sul suo corpo, mentre il vento fresco del mattino riempiva la stanza; il sole doveva essersi alzato da poco. Rifletté su un modo per alzarsi senza svegliare la giovane, ma, ancora nella fase confusionale che segue il sonno, non riuscì a raggiungere una conclusione, e cadde riaddormentato.
Un principio di soffocamento lo svegliò la seconda volta. Tossì rumorosamente, alzando le spalle e svegliando anche Araya: i suoi capelli avevano rischiato di soffocarlo. La giovane si mosse lentamente, stiracchiandosi e voltandosi verso di lui.
“Buongiorno.” Gli disse, sorridendo e spettinandogli i capelli; Dalmor si passò una mano sul viso, sbadigliando.
“Un bel bagno, che ne dici?” propose ancora assonnato.
“Ci sto, ma lo prepari tu, non mi va di alzarmi dal letto.” Rispose lei, sistemandosi più comoda al suo fianco.
“Lo prepariamo insieme.” Risolse tutto Dalmor, alzandosi seduto sul letto. Araya gemette, nascondendo la testa tra i cuscini, ma lui la prese e se la carico sulla spalla come se fosse stato un sacco di patate; si diressero verso la toilette, con Araya che si lamentava leggermente, mentre i suoi capelli scivolavano sul pavimento. Dalmor raggiunse lentamente l’ampia stanza in marmo e porcellana bianca, e la adagiò nella vasca, aprendo i rubinetti e facendo scorrere l’acqua. La principessa gemette e saltò fuori.
“Ma è gelida! Ma sei scemo?” urlò rimproverandolo, con un colpo sulla sua spalla, che lui neanche percepì.
“Vorresti farti un bagno caldo al mattino? Così poi cadi riaddormentata nell’acqua morendo soffocata?” rispose, ancora assonnato, e tirò un altro sbadiglio.
“Lì dentro non ci entro.” Rispose gelida come l’acqua Araya, volgendosi verso la doccia e sistemandosi ad un piede dal doccione; aprì i rubinetti, attendendo che l’acqua calda, procurata dagli stessi forni che la portavano su nelle conduttore, arrivasse e scorresse giù. Quando iniziò a scorrere, si infilò sotto il flusso d’acqua e si lavò. Nel frattempo, Dalmor attese qualche secondo in più che l’enorme vasca si riempisse: i numerosi rubinetti alimentavano il flusso e, quando fu riempita, si infilò dentro, con versi di felicità e goduria. La giovane uscì dalla toilette, seguita dopo un quarto d’ora dal principe; quando questi tornò nella stanza, la sua sposa non c’era più. Si stiracchiò, e recuperò i suoi vestiti comodi dalla sedia: qualcuno glieli aveva fatti lavare ed asciugare, e non poteva essere stato che suo padre. Restò qualche secondo con lo sguardo fisso nel vuoto, immaginando la scena di suo padre che entra nella stanza mentre lui ed Araya dormono nudi e scomposti. Poi liberò la mente da quel pensiero, concludendo che il compito doveva esser toccato a qualcun altro. Non prese la spada reale, lasciandola appoggiata su un tavolo.

Quando raggiunse l’enorme sala alta, era ormai giorno da tempo. Chiese se era rimasto qualcosa dalla colazione, ma gli fu risposto che era più conveniente attendere il pranzo, visto che già era in pentola; lo stomaco di Dalmor gemette, e lui pure. Si lasciò cadere a terra, su un tappeto, restando a fissare il soffitto incapace di muoversi, mentre lo stomaco brontolava rumorosamente.
Suo padre lo trovò lì mezz’ora dopo; fortuna volle che fosse da solo, ma questo non risparmiò a Dalmor un calcio tra le costole ed un rimprovero in grande stile; non pronunciò una parola, e si sedette accanto a suo padre, mentre questi parlava di cose come “incontro tra i futuri regnanti” e “duello imminente”, cose che la sua testa non percepiva e non recepiva, essendo impegnata in un unico pensiero: cibo. A salvare Tildor da una crisi di nervi, causata da un figlio che assomigliava più ad una roccia che ad un uomo, e Dalmor da una forte emicrania mista a depressione oscura fu l’arrivo del pranzo, che il principe trovò estremamente poco abbondante; la sua impressione, causata dal lungo digiuno, sconvolse il padre, il quale lo fissò per un po’, prima di voltarsi verso di lui parlando con fare serio.
“Tra pochi giorni partirai alla ricerca di fame, sonno, sporcizia e guai; come pretendi di essere preparato al viaggio se continui a comportarti da… vegetale!” chiese il re, guardandolo ad occhi sgranati.
“Non mi colgono mai impreparato, i viaggi.” Rispose senza pensieri il giovane, vuotando il calice d’acqua e riempiendolo nuovamente.
“Lasciamo stare, è persa in partenza… Piuttosto, poco prima del tuo duello, c’è da firmare gli atti di successione; abbiamo deciso di firmarli nel cortile interno, con una cerimonia estremamente semplice. Appena avremo finito, tu e Blostgas vi sfiderete, quindi ti toccherà indossare vestiti scomodi e spada reale; buona fortuna.” Si alzò ed uscì a passo deciso dalla porta: era evidente che suo padre aveva molti impegni di cui lui ignorava l’esistenza, ma che lo riguardavano da vicino: erano arrivati troppo tardi e il matrimonio andava preparato da zero, ma Dalmor non se ne importava minimamente. Si alzò dalla sedia, bevve ancora e seguì suo padre per la porta, diretto sul tetto. Era da mesi che non meditava, riprendere non sarebbe stato male.

Arrivò velocemente la sera, ed il sole si avviò al tramonto; Dalmor era seduto sul tetto del castello, rivolto a nord, completamente concentrato sul flusso della sua mente ed ignaro degli aventi che lo attorniavano; come si era prefissato prima di sedersi, si ridestò quando il sole cominciava a diventare rosso. Scese lentamente, tornando nel suo appartamento; si vestì in sontuosi abiti da cerimonia, abiti che probabilmente avrebbe indossato anche il giorno successivo al matrimonio; era la prima volta in tutto il giorno che pensava al matrimonio. Allacciò alla cintola il suo pugnale nero a sinistra, la spada dietro le spalle, e si portò con se una piccola borsa: conteneva i suoi abiti e la sua spada, Respiro di morte.

Raggiunse il portone che dal castello dei Monti immetteva nel cortile molto rilassato; aveva lasciato la sua borsa proprio dietro le porte, ed osservò la scena davanti ai suoi occhi: non tutti erano ancora arrivati, ma quelli che erano lì lo guardarono, alcuni per un attimo, altri più a lungo, suo padre con la bocca spalancata. Riconobbe subito di aver fatto la migliore scelta possibile, trascorrendo il pomeriggio in meditazione: lo cambiava sempre nel profondo. Scese i gradini e salutò uno ad uno i presenti, osservandoli più da vicino. Suo padre era elegante e scuro come il solito, e non si era fatto la barba, come del resto il figlio. Araya era incantevole, con i riccioli biondi al vento e l’esile corpo vestito di blu, con le spalle poco coperte. Lo salutò con un rapido bacio sulle labbra e gli disse solo “Evita di fare cazzate, dopo” prima di schizzare via. Rhiman era gioviale e di una semplice compostezza che esprimeva serenità a prima vista, e lo salutò con un abbraccio. Felagos era in armatura reale, bronzea, ma quella di suo figlio era nettamente più vistosa della sua: il pettorale laccato d’oro non sfuggiva facilmente l’occhio, come neanche le brache gialle. Dalmor non riuscì a trattenere un sorriso nello stringere il braccio del principe, che gli disse sottovoce “Ucciderò mio padre per questo, e brucerò con lui questa cosa improponibile” con occhi che quasi chiedevano pietà; Dalmor scoppiò a ridere, dandogli una pacca sulla spalla coperta di maglia. Blostgas e sua figlia erano, come al solito, in lunghi abiti bianchi; s’inchinò davanti alla principessa, e strinse la mano del padre, apparentemente teso, ma a Dalmor non sfuggì la calma di cui era pregna l’aria attorno all’uomo; si prospettava uno scontro tutt’altro che facile e tranquillo. Gorfin era fermo ai piedi della torre, ed aveva un lungo ed elegante abito verde, con ricami di viola e oro; lo salutò con un breve inchino, così come lui rispose: stava imparando le abitudini degli altri paesi abbastanza velocemente. Taresta era apparentemente assente; chiese conferma a suo padre, il quale spiegò che era semplicemente entrata nella torre a raccogliere i documenti ufficiali già pronti. Gli unici a mancare ancora all’appello erano Meganodos e Hermans, e il sole era sempre più prossimo al tramonto.
Taresta uscì dalla torre, ed il principe poté salutarla; tuttavia, questa rispose accigliata, gridando a tutti i presenti “Non per dire nulla, ma lì dentro c’è da sistemare il porcile che avete creato ieri” prima di scaraventare pergamene, bolli, timbri e cancelleria sul tavolo davanti suo padre.
“Aspettiamo ancora un po’, manca qualcuno ancora.” Propose Rhiman; tutti trovarono un posto comodo dove sistemarsi, e Trapsos si muoveva come una statua d’ottone: non doveva essere pratico vivere con quel peso e quei lacci addosso. I regnanti dei colli arrivarono quando il sole iniziava a celarsi ad occidente, e tutti si recarono attorno al tavolo.
“Scusateci per il ritardo” disse Meganodos, salutando velocemente i presenti uno ad uno “ma abbiamo avuto problemi con alcuni nostri signori feudali giunti inaspettatamente dal regno, e tenere nascosto tutto non è stato facile.”
“Ti ringraziamo per la collaborazione” rispose con un cenno Tildor, invitando poi gli altri a proseguire con i lavori. Quattro trombettieri uscirono dalla torre, suonando una breve fanfara, e Tildor pronunciò un breve discorso; seguì la firma degli atti di abdicazione dei re, poi i rispettivi trattati di regno e comando di ogni stato. Più lunga fu la questione che vedeva il passaggio del titolo di “Protettore della pace”, ruolo che rimase a Tildor, ma la questione richiese noiose e recitate votazioni, proposte e negazioni, per far sì che non passasse a Dalmor assieme alla corona dei Monti, come da tradizione. La cerimonia, alquanto breve per un evento di quell’importanza, terminò che il sole era da poco sprofondato. Tutti si rilassarono in un leggero applauso, poi Dalmor sfuggì nella porta del suo castello, e Blostgas dall’altra parte; dopo pochi minuti, entrambi erano pronti, mentre tutti gli altri erano seduti e sistemati ai lati del cortile, chi a terra, chi su delle panche, chi su dei tavoli. Un ululato lungo riempì l’aria, e Dalmor ringraziò Uldor nel suo spirito per non aver spaventato a morte tutti; il grande lupo uscì fuori, inaspettatamente, dal portone dei fiumi, e salutò tutti quanti; quando seppe che la cerimonia dei trattati era già stata compiuta, si accigliò non poco per non avervi potuto partecipare, poiché era a caccia. Chiese allora quando mancasse per il duello, e tutti guardarono Dalmor.
“Beh, se quella sfera lì su” ed indicò il globo di pietra lunare in cima al timpano scolpito sul portone del castello da cui era uscito “non s’illumina, la Luna non è sorta; non appena brillerà, potremo cominciare.” Spiegò a chiara voce a tutti gli altri.
“Possiamo proseguire con la conferma delle armi, se non ti dispiace” propose Blostgas; Dalmor lo guardò per qualche secondo, poi sistemò le sue su un tavolo: la sua spada nera Respiro di morte¸ il pugnale nero e una piccola e contorta spada corta, che non si era ancora vista prima d’ora nelle sue mani: l’elsa era scura quanto la lama, e sembrava essere un tutt’uno con essa; la guardia era estremamente piccola e circondava tutta la lama, che era a forma di cono alla base, per poi appiattirsi a circa un quarto della lunghezza e terminando in una sottile ed affilatissima punta; lungo la sua lunghezza, erano presenti imperfezioni, simili a delle schegge che si staccano dal corpo centrale di un asse di legno. Un colpo di taglio andato a segno poteva strappare a brandelli la carne del povero malcapitato.
Blostgas le passò tutte in rassegna, e si soffermò proprio su quest’ultima; studiò la lama, ed infine chiese che venisse sostituita: era un grosso rischio, perché anche Dalmor, a quel punto, avrebbe potuto chiedere la sostituzione di un’arma dell’avversario. Aveva giocato sporco, ne era consapevole e non se lo rimpiangeva: il vero pericolo era la sua spada lunga, e lo sapeva bene.
Tornò dentro il castello lentamente, e ne uscì con un’altra spada corta, questa volta di normali fattezze, escludendo il materiale, che restava unicamente acciaio nero. Blostgas la accettò, e toccò a lui mostrare le sue armi; se quelle di Dalmor erano completamente nere, si può dire che quelle di Blostgas fossero l’esatto negativo: quasi completamente bianche. La spada lunga era molto sottile ed agile, ed evidentemente si adattava bene allo stile di combattimento del re; il pugnale era un capolavoro decorativo, poiché la lama era solcata da sottilissime venature argentee, che continuavano sull’elsa tramutandosi in oro; la spada corta era quella che Kyrlai gli aveva mostrato il giorno prima. Si prese qualche secondo per scegliere quale arma far sostituire: la spada corta era certamente molto pericolosa, eppure non voleva perdere l’occasione di sfidarla in un duello. Si risolse a far cambiare la spada lunga: era meglio non dare altro vantaggio a Blostgas che non fosse la sua altezza; la spada di sostituzione era in normale acciaio, brillava alle esili lanterne e viaggiava veloce, ma era nettamente più pesante e stancante della precedente. La accettò, il tavolo fu levato e le armi tornarono nei rispettivi foderi; tutti adesso attendevano solo che la luna sorgesse, ed ognuno si rilassava a modo suo. I due sfidanti erano tornati al fianco delle rispettive famiglie: Blostgas parlava fitto a voce bassa con sua figlia nella lingua di Tabin, e qualche occhiata giungeva alla piccola spada. Non capivano come potesse Dalmor aver scelto di sostituire la spada lunga, conoscendo la pericolosità della sua compagna più piccola. Questi si era seduto affianco ad Araya, che lo guardava preoccupato e gli accarezzava i capelli, appoggiandosi ogni tanto sulla sua spalla o dandogli un rapido bacio; il giovane era impassibile, sguardo perso nel vuoto. La notte scura li aveva tutti trascinati nell’abisso dell’attesa e dell’ansia; si sperava nessuno dei due morisse, ma gli spettatori non sapevano, ne potevano immaginare, come sarebbero andate le cose, e tutti erano nervosi.
Improvvisamente, una luce argentea riempì l’aria: tutte le pietre lunari presenti nel cortile, alcune portate appositamente per illuminare meglio il campo, risposero al richiamo della Luna, e i due sfidanti si portarono al centro del cortile, con gli sguardi dei presenti puntati su di loro. Entrambi sfoderarono la spada lunga, come prima arma da utilizzare, per evitare di tirarla fuori successivamente, perdendo troppo tempo. Si incrociarono con le spade e si allontanarono di qualche passo. Il duello cominciò.
Dalmor tirò fuori il pugnale, e lo strinse nella mano destra, la lama appoggiata al suo avambraccio e rivolta verso il suo corpo; la spada lunga era nella sinistra, attualmente poggiata a terra per non stancare troppo il braccio. La scelta era anomala, svantaggiosa, e qualcuno avrebbe potuto definirla suicida, ma Dalmor aveva già in mente cosa fare. Si mossero circolarmente, entrambi, studiandosi lentamente; il giovane fu il primo ad avvicinarsi fulmineo, alzò leggermente la spada da terra, il re parò senza alcun problema e Dalmor era già a distanza di sicurezza. Per qualche minuto ripeté la tattica, continuando a pressare l’avversario con colpi inutili, che non potevano procurare alcun problema. L’unico che si stancava era lui, che continuava ad avanzare ed arretrare, utilizzando solo il braccio sinistro, come se il destro non lo avesse; dopo una decina di attacchi simili, il re decise che era abbastanza sfiancato, e passò al contrattacco: si avvicinò velocemente a Dalmor, che si stava ancora risistemando dopo l’ultima ritirata, e tentò un colpo alto. Il giovane, inaspettatamente, parò e bloccò la spada lunga dell’avversario con il suo pugnale, ed alzò di un piede la spada lunga dal terreno, tentando un colpo alle ginocchia; il re non si fece cogliere impreparato, anche perché Dalmor aveva atteso qualche secondo di troppo, e spostò prontamente la lama a parare il colpo: il giovane non se lo fece chiedere due volte, allargò la lama del pugnale e tentò un colpo all’addome. Blostgas fu sorpreso dell’attacco, e balzò via con un attimo di ritardo: il colpo non andò a segno, ferendolo seriamente, ma gli lacerò i vestiti e gli procurò un lungo graffio all’altezza dell’ombelico, dal quale iniziò a sgorgare lentamente del sangue scuro; contemporaneamente, Dalmor era indietreggiato maggiormente, e scioglieva i muscoli e i nervi tesi, osservando il re pensieroso. Questi si rizzò, e rinfoderò la spada lunga, impugnando la spada corta con la mano destra e il pugnale con la sinistra, lame verso il principe, che, non appena vide il cambio armi che il re aveva compiuto, balzò subito indietro, arrivando quasi con le spalle al muro. Subito ripose il coltello, e si preparò a lottare con la spada lunga a due mani: non sapeva in che modo Blostgas combatteva nella corta distanza e nel corpo a corpo, e non conosceva a fondo la pericolosità della lama bianca: doveva mantenere il vantaggio della distanza finché non avesse elaborato una strategia. Ma il suo avversario era tutt’altro che uno sprovveduto, e partì alla carica; Dalmor reagì istintivamente, e replicò, curvando leggermente dalla traiettoria del re. Questi cambiò subito direzione, per non perderlo, e si avvicinò a pochi passi da lui, quando questi piantò la spada a terra per fermare la sua corsa, la utilizzò come perno e scivolò alla destra del re, scoperta; non riuscì a disincagliare la spada abbastanza velocemente per colpirlo, e il suo assalto venne parato: Blostgas lo deviò prima con la spada, poi lo bloccò col coltello, pronto a colpire con la prima arma. Dalmor contrasse immediatamente l’addome e diede le spalle alla lama che andava a colpirlo: l’attacco andò a segno, e Dalmor sentì una fitta di dolore lungo la spalla sinistra, e temette che la sua scapola fosse rotta. Ma i suoi abiti di acciaio nero avevano impedito che la lama gli lacerasse la pelle, e luì subì solo l’urto; nonostante ciò, la spada del re era diventata inutilizzabile: il rame di Tabin è rarissimo, ed una spada affilata di quel particolare materiale avrebbe potuto tagliare rocce e ferro come burro, ma, qualora avesse incontrato dell’acciaio nero, sarebbe stato questo a distruggere la lama, che infatti si frantumò oltre la metà e riempiendosi di crepe nella parte ancora “integra”. Dalmor, nel mentre, si era allontanato, e lanciò via la spada lunga: con la spalla fuori gioco, sarebbe stato un suicidio utilizzarla; impugnò la spada corta nella mano destra, e legò il pugnale ad una corda che aveva attorno al polso sinistro: non poteva muovere il braccio e la mano, ma avrebbe potuto essergli utile. Faceva respiri brevi e veloci, il torace in preda a spasmi di dolore: contrasse il viso e ricacciò dentro di sé sia quel dolore, sia la sensazione di benevola insensibilità che lo avrebbe portato alla guarigione, ma anche alla sconfitta. Lo sforzo di quest’impresa gli costò caro, e cominciò a respirare più affannosamente, stanco il triplo di prima e madido di sudore. Doveva vincere, Ûd non doveva intromettersi, lui non doveva permettergli di intromettersi.
Contemporaneamente, Blostgas lanciò via i resti della povera spada corta; la perdita di quell’arma era certamente un evento doloroso, ma non era il momento di piangere un oggetto rotto: il principe aveva la spalla rotta, e lui poteva approfittarne; liberò la mente dai ricordi che lo legavano all’arma, e, respirando affannosamente, si concentrò sul duello. Riprese la spada lunga, riponendo il coltello: la situazione si era ribaltata, solo che stavolta Dalmor non doveva mantenere la distanza, bensì accorciarla, ed era pure in svantaggio. Partì immediatamente alla carica, ma il re fuggì, correndo in cerchio; Dalmor allora virò direzione e si nascose alle spalle della torre, attaccato al muro: era la prima volta da quando era iniziato il duello che si erano persi di vista. Dalmor restò qualche secondo con le spalle al muro, concentrandosi e riflettendo, per quanto le circostanze glielo permettessero, poi riuscì allo scoperto dallo stesso lato da cui era giunto: ci aveva visto giusto, Blostgas non era ad aspettarlo, ma si trovava all’estremità opposta del cortile, attendendolo, e tentando anch’egli di riprendere fiato: aveva dalla sua l’età, ma il suo avversario non aveva intenzione di rischiare di perdere, ora che era così vicino alla vittoria. Dalmor ripartì di corsa, questa volta Blostgas non fuggì, ma lo attese; prima che arrivasse a distanza di contatto, frenò bruscamente e si fermò; si trovava un palmo oltre la portata della lama avversaria. Si abbassò sulle gambe, ed i due si studiarono: tutto questo accadde in una frazione di secondo, mentre tutti nel cortile avevano gli occhi sgranati ed erano in piedi, in preda a spasmi e tremori di nervosismo.
Blostgas tentò un affondo diretto, che Dalmor deviò con la spada, arrivando a pochi pollici dal suo corpo. Il re gli bloccò la mano della lama con la sua sinistra, e Dalmor si abbassò di scatto: evitò così il colpo di ritorno che gli avrebbe troncato la testa dal collo ed afferrò con i denti un laccio della corda del polso, così da poter alzare il coltello inerme: si avventò contro il suo avversario, urlando tra i denti per il dolore provocato dalla spalla, ed affondò la lama: era entrata di un pollice e mezzo nella spalla destra del re. Lasciò il laccio dai denti, e il braccio ricadde, oscurandogli la vista per le fitte, ma riuscì a non perdere i sensi, e puntò la spada corta sul pomo d’Adamo del re: il duello era finito, ed aveva vinto. Il re dichiarò la sconfitta, ansimando e tenendosi la spalla, dove il mantello bianco iniziava ad arrossarsi, e Dalmor poté lasciar cadere la spada a terra, e slacciare il coltello dal palmo: non appena anche questo cadde a terra, sentì subito un intenso calore riempirgli il braccio, poi la spalla, e un sollievo gli riempì l’animo. I poteri di Ûd stavano facendo effetto, ed in pochi secondi si riprese completamente.
‘Non puoi farlo sempre.’ Il pensiero che riempì la sua mente era in parte suo, ma non completamente: qualcun altro doveva averlo pensato al posto suo. Riuscì ad arrivare alla conclusione che era il dio che gli parlava, ma svenne a terra, esausto.

Si muoveva nell’oscurità più totale del suo spirito, passando velocemente da un angolo all’altro dell’anima, in una ricerca disperata e disorganizzata; da qualunque parte volgesse, non trovava null’altro che se stesso. Una voce dal buio, in lontananza, lo fece fermare.
‘Fermati’, riecheggiò ‘è inutile che mi cerchi; se mi mostrassi a te, sarebbe la tua fine.’
‘E allora per quale motivo mi hai parlato? Dove cazzo ti trovi?’
‘Ho commesso un errore; non imitarmi: fermati. Ti parlerò ora, ma sappi che avrai tutte le risposte dopo.’
Fermò il suo viaggio nel suo spirito, e si concentrò solo su quella voce: era la prima volta che Ûd gli parlava, ed era in preda ad emozioni contrastanti.
‘Quali risposte? Dopo vuol dire quando riuscirò a sconfiggerti?’
‘Sciocchi umani, siete tutti uguali; nessuno di voi può sconfiggere me, sono io che decido di donarvi i miei poteri. Ora taci, sta andando troppo per le lunghe, e c’è il rischio che non riesca a fermare le forze che mi porterebbero a mostrarmi: ascolta bene, e non replicare.’ La voce del dio, almeno per quanto Dalmor poteva capirne in quel dialogo, gli sembrò la più strana che avesse mai sentito: sembrava che tutte le voci già ascoltate fino a quel momento si mescolassero in essa, e, contemporaneamente, nessuna di quelle ne faceva parte: era un tutto ed un nulla delle infinite combinazioni di tono e volume esistenti. L’unica cosa che percepiva chiaramente, era un’impronta umana, sensibile: non era un’entità indifferente.
‘Parla e facciamola finita, ti ascolto.’ Rispose un secondo dopo, arrendendosi nella possibilità di parlare faccia a faccia col dio.
’Un’altra scelta giusta.’ Al giovane parve percepire un accento di soddisfazione, ma non capì il senso dell’affermazione. ‘Non è la prima volta che tenti di bloccare i miei poteri; ogni volta che lo fai, consumi sempre più energie. Non puoi farlo, e non devi farlo: questo duello lo avresti perso se non mi avessi bloccato, ma di certo non avresti rischiato di morire come stai facendo ora. Troverai la tua strada, ma non sarà solitaria: avrai un aiuto importante, cosicché tu possa cogliere l’occasione di prendere i poteri che ti cederò. Da adesso in poi, non ti intromettere in essi; non cercarmi mai, io non mi farò vivo prima del tempo. Ti salverò la vita, questa volta, ma nulla mi impedisce di non farlo nel futuro. Abbiamo finito, non parlare di questo con nessuno.’
Tutto terminò: si ritrovò nella sua mente, percependo il battito cardiaco sul cranio, sulla gola, sulle mani e sulla spalla guarita. Aprì gli occhi, e vide attorno a sé persone dall’aria preoccupata, e, sullo sfondo, il cielo stellato.

“Si è svegliato!”
“Allargatevi, lasciatelo respirare.”
“Arriva l’acqua o devo andarla a prenderla al mare?”
“Stai calmo Tildor, è tutto ok, si è ripreso.”
“Ti senti meglio?” furono le uniche parole che per lui ebbero senso in quel trambusto di voci ed opinioni; Araya era inginocchiata alla sua destra, e Taresta, o quella che gli sembra Taresta, alla sinistra. Fu quest’ultima che gli infilò con forza del materiale secco e polveroso tra le labbra, seguito da un fiume d’acqua: gran parte gli finì sul viso o sul petto, e solo una minima parte in bocca, ma gli facilitò la deglutizione della polvere. Aveva un sapore terribile, e rimaneva impastata sul palato, e gli grattava la gola: tossì per qualche secondo, girandosi su un fianco.
“St… sto bene, sto bene… grazie.” Riuscì a pronunciare con fatica.
“Mettetelo sulla barella e portatelo a letto, forza.” La voce di suo padre era un misto tra la furia e la preoccupazione. Si sentì afferrare alle spalle e ai piedi, ma si divincolò, mettendosi a sedere.
“No, no, sto bene, niente barella.” Tentò una timida protesta, provando ad alzarsi, ma ricadendo sui glutei.
“Sei ancora debole, non sforzarti troppo.” Araya lo tenne seduto, poggiandogli una mano sulla spalla. “Penso che ce la faccia, la barella può essere tolta.” Disse poi, rivolta a Tildor. Questi fulminò entrambi con lo sguardo, ma non accennò a protestare: sarebbe stato inutile.
Dalmor restò seduto ancora qualche minuto, parlando a bassa voce con Araya; Taresta era schizzata via, e al suo posto c’era adesso Trapsos. Dopo il discorso con Ûd, aveva dimenticato che un duello si era appena concluso, con un ferito, e chiese informazioni su Blostgas. Questi era stato subito soccorso da Taresta, che gli aveva coperto la ferita con una polvere bianca, diversa da quella verde che aveva dato a lui subito dopo; dopo aver riempito la bocca del principe, era schizzata verso il re, che era stato accudito dalla figlia, da Meganodos ed Hermans, che gli avevano fasciato la ferita e lo avevano trasportato nel castello. Uldor aveva dato l’allarme urlando per tutto il complesso. Rhiman e Gorfin, dopo aver visto che Dalmor si era ripreso, erano andati a sincerarsi delle sue condizioni, mentre Tildor e Felagos discutevano a bassa voce, poco distanti dal giovane. Questi decisero di seguire i loro colleghi, chiedendo ai tre principi rimanenti nel cortile di seguirli appena possibile; si infilarono nel portone dei venti e sparirono dalla loro vista.
“Appena te la senti, prova ad alzarti.” Gli disse Trapsos, proponendosi per aiutarlo.
‘Grazie tante, non mi hai fatto morire ma poco ci manca’ pensò di sfuggita nella sua mente, sperando che il messaggio giungesse al dio. “Dai, proviamoci.” Disse poi, facendo perno con le braccia e sforzando le gambe; Trapsos lo sorresse con un braccio. Riuscì a mettersi in piedi, anche se gli girava un poco la testa: chiese di poter mangiare qualcosa, ed Araya gli porse un po’ di pane, che egli divorò. Dopo qualche minuto, passato passeggiando lentamente, mangiando e bevendo, si decise che si era ripreso a sufficienza, e concordò con gli altri di salire a visitare Blostgas.
“Dov’è Uldor?” chiese Dalmor, entrando nel portone.
“È partito urlando alle guardie di accorrere assieme ad un medico, poi non si è sentito più.”
“Starà dal re.” Concluse Araya, tranquilla.
Entrarono nel castello dei Venti e salirono i piani che li dividevano dalle stanze del re; solo passeggiando per i corridoi ed intravedendo qualche stanza di sfuggita, poteva notarsi la differenza di arredo dal castello dei monti. La cosa più evidente era la diversa concezione dello spazio: nel regno del nord ovest l’idea predominante era l’utile, mescolato e lavorato ad arte in estetica; in quello, invece, a prevalere era l’estetica, che veniva poi adattata all’utile: se un camino, dall’altra parte, era posto nella posizione più adatta per la diffusione di luce e calore, da questa parte era invece posto lì dove creava armonia ed eleganza con l’ambiente, attorniato ed arricchito poi dal mobilio. Potevano quindi risultare facilmente scomode ad un abitante dei Monti quelle  disposizioni e arredi, ma non si poteva negare una certa eleganza e raffinatezza: perfino le mura di ogni singolo corridoio erano scolpite in bassorilievi o tinteggiate in affreschi semplici e poco vistosi. Sorprendente era l’utilizzo della luce, l’elemento che più sembrava dover risaltare; finestre altissime e snelle, torce, lampadari ed un utilizzo molto ampio della pietra lunare illuminavano a giorno i saloni, le gradinate, le stanze; ed il colore prevalente era sì il bianco, ma con numerose e scintillanti venature di argento ed oro. L’influenza di Tabin sui Venti non si era mai estinta, tanto che l’emancipazione da colonia a stato indipendente era avvenuta non con una guerra civile, bensì con un trattato economico: praticamente, era stata comprata, seppur ad un prezzo simbolico, e sui Venti regnava dalla fondazione un ramo cadetto della dinastia reale di Tabin, che non si era mai interrotta in oltre tremila anni di storia. Per questo, gli abitanti di questo stato era orgogliosi e fieri delle loro origini, ed alcuni ritenevano che l’indipendenza fosse in realtà solo una semplice condizione politica, e che effettivamente i due regni fossero un tutt’uno; la storia e gli eventi hanno dimostrato che la realtà è ben diversa dalle parole e dalle idee.
Giunsero negli appartamenti reali, e furono fatti entrare da due guardie all’ingresso, a cui chiesero informazioni sulla salute del re.
“Un piccolo colpo alla spalla di certo non potrà fermarlo.” Rispose orgogliosamente uno dei due, curandosi poco dei nuovi arrivati, i quali ricambiarono l’attenzione ricevuta procedendo immediatamente in anticamera. Trovarono il re in soggiorno, seduto ad una poltrona, circondato dalla folla di re e principi, alcuni in piedi ed altri seduti; aveva il busto nudo ed un dottore stava terminando di fasciargli la spalla; sul tavolo e in una ciotola c’erano strumenti medici e bende macchiate di sangue. Dalmor si affiancò al padre, in piedi, mentre Araya si sedette sulle gambe di Rhiman e Trapsos iniziò a parlare fitto con suo padre sottovoce. Uldor era in un angolo, seduto e vigile, mostrando tuttavia poco interesse per la situazione.
“Mio re, spero che la ferita non sia grave.” S’introdusse alla folla Dalmor, mostrandosi ristabilito e ritto in piedi.
“Meno grave di quel che i medici possano far pensare; ti sei ripreso completamente?” rispose Blostgas, lanciando di tanto in tanto occhiatacce al dottore.
“Tutto bene, solo un leggero svenimento; spero sia chiaro che non era mia intenzione ferirti oppur…”
Non riuscì a continuare la frase, perché il re lo bloccò subito. “È chiaro ad entrambi quel che è avvenuto durante il duello. Non nego l’evidenza ed accetto la sconfitta, e con questo ti rendo la posta in palio. Kyrlai, dagli la cinta.”
“Non è necessario rispettare immediat…”
“È necessario.”
“Non replicare.” Gli disse sottovoce suo padre, senza guardarlo e colpendolo leggermente con una mano. La giovane sciolse la cinta dai suoi fianchi, e le vesti subito ricaddero in tutta la loro ampiezza: sembravano lenzuola, e lei un piccolo corpo immerso in un mare di bianca e morbida seta. Porse la cinta bianca a Dalmor, che la prese, e sparì dalla porta d’ingresso in un fruscio e svolazzare di vesti, seguita dagli sguardi di tutti i presenti.
“Il nostro debito è ora ripagato, Tildor.” Parlò Blostgas, alzandosi e congedando il medico, nonostante le proteste di questi. “Spero che ora siano appianati i nostri dissapori. Vi prego di accettare che io ufficializzi la cerimonia del vostro futuro matrimonio, cosicché i vostri genitori possano testimoniar per voi.” Dalmor passò in rassegna con lo sguardo tutta la sua famiglia, presente e futura, evidentemente colto alla sprovvista dalla proposta. A salvarlo intervenne Uldor.
“Sarebbe un aiuto insperato” esordì dopo il suo silenzio, alzando la testa e mettendosi sugli attenti “sarebbe toccato a me ufficializzare, e benché per voi possa essere un onore indicibile ed un vanto che lo faccia uno della mia razza, non sarebbe legalmente valido. Accetta e salverai capra e cavoli.”
“E magari il lupo si mangia la capra?”
Silenzio tombale; Uldor fissava Dalmor, Dalmor fissava Uldor. “Sarebbe un onore, per me, sire.” Concluse il principe, accettando la proposta del re. Tutti i presenti cercavano ancora di comprender quello che era accaduto nell’arco di una battuta.
“Signori, vi prego di scusarci, ma l’ora è tarda, e preferiamo avviarci ai nostri giacigli.” Parlò dal nulla Gorfin, rivolgendosi in particolar modo a Blostgas “Auguro a voi una pronta guarigione, un buon riposo e a tutti i presenti una notte serena.” Detto questo, inchinatosi, si avviò verso l’uscio affiancato da Taresta.
In breve tutti li imitarono, finché non rimasero soli la coppia dei Venti e la triade dei Monti; il re invitò tutti a prender posto sulle poltrone; Uldor si dispose al loro centro. Kyrlai era seduta di fronte a Dalmor: quando i loro sguardi si incontrarono, le guance di lei s’infiammarono e distolse lo sguardo.
“Hai combattuto bene, oggi.” Esordì con un complimento Blostgas, dando il via alla conversazione. Dalmor fu preso alla sprovvista.
“Cos… Ah, si, grazie mille; sinceramente, ho compreso perché lo scontro tra te e mio padre è considerato il più bel duello della storia: praticamente, siete alla pari tutt’ora.” Era leggermente nervoso e spostava lo sguardo dal padre, al re. I due si guardarono, senza far trasparire emozioni all’esterno.
“Ha insistito lui per combattere, è stata una cosa semplice e veloce, solo spada lunga; è ben piantato ma agile, come avrai notato, quindi l’esito lo conosci già.” Tildor adesso fissava Blostgas, e questi ricambiava.
“È un peccato che mio figlio preferisca la lancia alla spada; avremmo potuto avere prole che continuasse la storia. Te la cavi bene con l’alabarda, o qualsiasi altra lancia a tuo piacere?” Blostgas chiese da perfetto sconosciuto: Dalmor e suo padre si guardarono, il primo imbarazzato, il secondo soddisfatto; spostando lo sguardo sul lupo, il giovane non riceveva altro che indifferenza: cadde ancora più nel baratro dell’imbarazzo.
“Diciamo che, a dir tutta la verità, io e la lancia non andiamo molto d’accordo.” Sperò che queste parole bastassero.
Blostgas sorrise lievemente. “Mio figlio non sopporta neanche la vista di una spada, ed è stata una spina nel mio fianco per anni, fin quando ho mollato la spugna; immagino di avere qui davanti un caso simile e contrario.”
“Immagini bene, non sai quante volte avrei voluto impalarlo con una lancia.” Tildor guardò di traverso il figlio, e tutti scoppiarono a ridere nella sala, tranne Dalmor, che si spettinava i capelli in continuazione.
“Speravo in un discorso leggermente diverso; sapete” si rivolse ai regnanti dei venti “sono anni che mi viene rinfacciata questa cosa, e sebbene possa far ridere le prime volte, dopo un po’ diventa monotona.”
“Andremo a fare un discorso diverso.” Blostgas si mise a sedere più ritto, e si voltò verso la figlia “Killy, per favore, prendi vino e tabacco.” La giovane si alzò e si diresse verso delle credenze alle pareti del soggiorno, tornando con una scatola piena di diversi tabacchi e una brocca di vino, prendendo poi dei bicchieri.
“Servitevi pure: è tabacco del secondo stato, non penso lo abbiate mai provato.” Disse loro Blostgas, prendendone una manciata e riempiendo la sua pipa.
“Pensavo che il Sole e il Mare non esportassero.” Disse sorpreso Dalmor, odorandone una manciata e preparando la pipa. Tildor e Blostgas sorrisero leggermente.
“È di contrabbando.” Quell’ammissione, detta così semplicemente, risultava strana a Dalmor, cresciuto in un paese dal commercio talmente libero e tuttavia controllato che non aveva mai necessitato del contrabbando, almeno non in grandi quantità, o per particolari mercanzie specifiche. “Siamo il secondo stato dell’esagono in commercio, e Durtar Hirin è nostra esclusiva, non dimenticarlo mai.”
“Non lo dimentico; è uno dei miei obiettivi, come posso dimenticarlo?” rise alla fine della battuta; gli altri rimasero seri, e lo guardarono con aria strana e preoccupata. “Scherzo, scherzo! Il più grande contratto internazionale ne sancisce il vostro controllo, non intendo fare la guerra da solo contro il mondo per controllare un porto, quando ne controllerei già due di importanza fondamentale, se non tre.” Gli animi si rasserenarono, e l’aria si riempì di fumo; solo Kyrlai non fumava, e si copriva i capelli con un lembo delle vesti, di cui una le bendava la bocca e le vie respiratorie: era evidente che non lo sopportava.
“Tornando a noi; ritengo che, dopo il consiglio di ieri, il duello di oggi, e gli eventi che vengono ad avvenire, sia alquanto stupido non ritirare gli embarghi e la pace armata tra i nostri stati. Spero che voi condividiate con me questa idea.” Blostgas aveva la voce calma e leggermente preoccupata, non per il suo onore, ma per qualcos’altro, evidentemente legato al futuro.
“Da parte mia, sono totalmente d’accordo. Avremo bisogno della più totale partecipazione e comunità tra noi, visto ciò a cui andiamo incontro.” Tildor mostrava le stesse emozioni.
“Solo una domanda: firmiamo noi o voi?” Dalmor era già proseguito oltre, ed il suo pensiero era volato al banchetto per un momento, accorgendosi di non mangiare da ore intere.
“Ritengo che dovremo firmare tutti e quattro, almeno fino al consiglio; spero che poi, voi, siate così furbi da decretare in seduta stante sciolti tutti gli embarghi o qualsiasi altra soluzione avversa tra stati.” Dalmor annuì al bianco re con la testa, e trascorsero i seguenti dieci minuti tra la noiosa burocrazia di editti, sigilli e firme; quando terminarono, Tildor prese in consegna i documenti ufficiali, lasciandone una copia a Blostgas, e confermò che li avrebbe resi pubblici immediatamente dopo la partenza, assieme a quelli del consiglio passato e di quello futuro. Si salutarono, e la coppia reale dei monti tornò al proprio castello, seguita da Uldor.
“Intendo vuotare i magazzini, ho una fame che mangerei anche un intero vitello.” Disse dolorante Dalmor, con lo stomaco brontolante.
“Prima un bagno, e poi una cena petto a petto? Che te ne pare?” Propose suo padre, scendendo le scale diretti al cortile esterno.
“Se Araya ci lascerà liberi, non mi pare una brutta idea.”
Procedettero assieme fino al castello, poi si separarono e raggiunsero separatamente i rispettivi alloggi; Dalmor restò sotto il flusso costante della doccia per una buona mezz’ora: ripensò al duello, al consiglio, alla sua vita; meditò in piedi senza accorgersene, e si ridestò nettamente più rinforzato, tanto che gli era quasi passata la fame. Si asciugò nella toilette, poi procedette nudo nella sua stanza. Stagliata contro il cielo stellato spiccava una figura esile, in equilibrio sul parapetto del suo balcone. Gli sorrise, poi sparì giù, nel vuoto. Sapeva chi fosse, ma se ne preoccupò poco: si vestì e raggiunse suo padre nel suo solarium.
Cenarono assieme, da soli, come non facevano da quando lasciarono la Fortezza Nera: sarebbe stata l’ultima volta, ed entrambi lo percepivano. Restarono in silenzio per gran parte della durata, gustando la cena e la presenza l’uno dell’altro.
“La strategia del pugnale al polso è stata una gran bella trovata.” Esordì dopo un po’ Tildor, calmo ed asciutto.
“Sapevo che mi sarebbe stato utile un braccio in più, soprattutto contro un avversario che ne aveva uno lungo due metri.”
“Blostgas è molto capace a maneggiare la spada, son d’accordo.” Sorrise brevemente, pensando ai tempi della sua giovinezza.
“Lui combatte in maniera molto più agile e pulita, ma tu sei uno stronzo bifolco, trovi un buco dove non c’è e colpisci subito. Se non fossi stato un pacifista, dubito che non avresti conquistato questo continente.”
Il padre gli rivolse un sorriso pieno di affetto; facevano spesso di quei discorsi, ma era la prima volta che suo figlio riconosceva le sue capacità.
“Cioè, intendo dire: nel duello tra di noi, mi avrai colpito almeno venti volte, con qualsiasi parte del corpo. Con te è più bello, sembra di azzuffarsi. Ed avevi ragione: combatte in maniera quasi identica alla mia. Solo che io son più furbo.” Un sorriso di autocompiacimento gli apparve sul volto, ed il padre sorrise a sua volta.
Passarono un buon quarto d’ora a discutere di eserciti, spade e duelli, fumando e bevendo, forse troppo, prima di vertere il discorso sull’imminente evento.
“Domani ti sposi, allora.” Esordì dal nulla Tildor, fissando gli occhi in quelli del figlio.
“Che culo. Da quando son qui, non ci ho pensato che due o tre volte, non ho idea neanche di come e dove e quando si svolgeranno le cose. Perché non mi aggiorni un poco?”
“Lo immaginavo.” Il re scolò la coppa di vino che aveva in mano, poi si alzò e si spostò su un divano posto davanti ad una finestra spalancata; nonostante ciò, la brezza era solo leggermente fresca e poco appagante per due che solevano passeggiare nudi sotto un vento di neve. In risposta a ciò, Dalmor si svestì, restando solo con le braghe e lasciando il torso ed i piedi nudi: stava quasi sudando. Suo padre si denudò completamente, trovandosi nei suoi alloggi. Aveva pescato una strana scatoletta da uno scaffale, che aprì davanti al figlio, mostrando… dei sigari Bogfolgoniani! Una merce tanto rara quanto costosa, soprattutto perché non veniva esportata, quindi era rintracciabile solo per contrabbando. Dalmor aveva gli occhi sgranati, ammirando la perfezione della forma ed apprezzando il profondo aroma che si sprigionava da essi, nonostante fossero spenti. Il re gliene porse uno, ed ognuno si sistemò su un divano, fumando il suo sigaro e riempiendo tutto l’ambiente di fumo pesante.
“Sono fantastici!” disse dopo qualche boccata Dalmor, rilassato e gustando tutto il tabacco aromatico delle piantagioni fredde e poco ospitali da dove proveniva.
“Comunque, ti sposerai nel cortile esterno dei deserti, all’alba della luna.”
“Lo avrei immaginato.” Soffiò via una gran quantità di fumo, poi riprese. “Cosa dovrò vestire?”
“Ti farò avere degli abiti confezionati appositamente domattina in camera. La spada reale tienila al fianco, la corona tienila in testa, lo scettro nella mano destra, fatti la barba, svegliati in tempo, lavati i denti, i capelli e le ascelle, non scordati la cinta e andrà tutto liscio.” Tildor sembrava davvero molto serio, sebbene le parole sembrassero uno scherzo.
“Mi dici così perché siamo una dinastia di merda, vero?”
“Già.” Entrambi abbassarono lo sguardo, un po’ preoccupati, un po’ vergognandosi dei loro predecessori.
“Sarà un po’ come legarmi un laccio alle palle?” chiese preoccupato e nervoso il giovane.
“Naah. Oddio, le notti e i risvegli alla lunga non ti piaceranno, ma passerai i primi anni in viaggio, quindi non lo saprai per un po’. Poi, non sai se riuscirai a goderti il matrimonio, quindi anche questo è un punto a favore. Stai attento come lo sei stato finora, evita di metterla incinta quando siete in viaggio, sarebbe come menarsi la zappa sui piedi da soli. A me tua madre manca dal momento stesso in cui se ne è andata, quindi non è poi tanto male.”
“No, immagino di no.” Per un po’, il silenzio regnò tra di loro, interrotto dagli sbuffi di fumo. Erano entrambi pensierosi, e Dalmor pensò che gli sarebbero mancati quei momenti con suo padre.
Dopo qualche minuto, il volto del giovane s’illuminò. “Papà!”
“Dimmi, è successo qualcosa?”
“Due sole parole: ‘scacchi’ e… ‘ubriachi’!”
Il volto del padre s’illuminò assieme al suo, ed entrambi schizzarono in piedi; il padre corse a prendere gli scacchi nella sua stanza da letto, mentre Dalmor vuotò la dispensa dei liquori portandone cinque o sei, poggiandoli a terra affianco al tavolino. Sistemarono la scacchiera su di esso, sedendosi l’uno di fronte all’altro. Dalmor ebbe come al solito i bianchi, e mosse per primo, bevendo del whisky di Tabin che non si sapeva come era nella dispensa del padre, ma nessuno ci fece caso. Il padre rispose, e bevve grappa forte; il primo a perdere un pezzo fu Dalmor, che dovette bere tre volte. In breve, entrambi furono ubriachi fradici, e continuarono a giocare, e a bere, finché non crollarono entrambi, ubriachi, stanchi, più vicini alla morte che alla vita.

Il risveglio fu come un’esplosione avvenuta al loro fianco; Dalmor si sentiva pulsare le vene sulle tempie, sul collo e, non capì subito perché, sulla coscia destra. A fatica, aprì gli occhi, e mugolò un verso strano. Voltò lentamente la testa verso la finestra, ancora aperta, e vide che il sole era alto. Molto alto, pensò, ma non troppo: poteva essere ora di pranzo o poco più tardi, aveva abbastanza tempo per poter prepararsi al matrimonio. Il matrimonio! Il solo pensiero lo distrusse. Mosse il braccio destro, a fatica, e si passò la mano sul volto; si accorse solo dopo che era sporca e bagnata, e che si era completamente sporcato. Strinse leggermente le narici e il naso poté riprendere a respirare: non appena lo fece, un conato di vomito gli salì dallo stomaco, e si voltò appena in tempo per vomitare lì dove aveva già vomitato durante la notte. Era circondato dal suo vomito.
Quando ebbe finito, alzò la testa leggermente, e vide il perché delle pulsazioni lungo la gamba destra: la poltrona era caduta su di essa, ed aveva l’arto completamente addormentato. Bottiglie di liquore erano sparse a terra, alcune ancora piene, altre vuote. Non ricordava quasi nulla della sera precedente. Lentamente, con la testa che gli scoppiava e lo stomaco che gli doleva, si mise a sedere, riuscendo a disincastrare la gamba da sotto la poltrona. Se qualcuno lo avesse visto, di certo sarebbe scoppiato a ridere a non finire.
Solo in quel momento si accorse di essere completamente nudo. Strano, l’ultimo ricordo che aveva lo riscontrava vestito, solo delle braghe, ma vestito. Girò lo sguardo attorno per la stanza, e notò che solo quell’angolo era in completo disordine, o, meglio, era un disastro: divani e poltrone sottosopra, mobili spostati, tappeti arrotolati, pergamene e libri ovunque, bottiglie, vetri rotti ed altri oggetti strani a terra. L’unica cosa che era rimasta come la notte precedente era il tavolino con la scacchiera su. Dalmor gli diede un’occhiata, restando a fissarla con sguardo ebete.
“Oh, ma guarda” disse a fatica, con la bocca spalancata non per la sorpresa, ma perché non riusciva a tenerla chiusa e non si accorgeva di tenerla aperta. “Ho vinto.”
Lentamente si alzò. La testa gli vorticava, e barcollò un po’, ma riuscì a tenersi in piedi. Cercò suo padre in giro per la stanza. Lo ritrovò in una posizione che riteneva impossibile per un corpo umano: era sdraiato su un divano ribaltato, e il corpo si avvitava su se stesso lungo l’altezza, compiendo quasi un 180° perfetto dalla testa ai piedi. Sotto il suo volto, c’era una pozzanghera di vomito.
Il giovane osservò di nuovo il luogo in cui aveva giaciuto; era macchiato di vomito ovunque, alcune parti già secche, sicuramente dei primi conati, altre ancora liquide e più recenti, in particolare l’ultima. Ritrovò i suoi pantaloni: sul parapetto del balcone. Li restò a guardare sbigottito, per poi scoppiare a ridere a crepapelle, a terra, senza riuscire a fermarsi; rideva e gemeva contemporaneamente: la cosa gli procurava una gran dose di risate, ma, mentre rideva, la testa gli scoppiava e l’addome gli doleva violentemente. Il dolore gli procurò ancora più risate, più gemiti, e così per una catena quasi ininterrotta di più di qualche minuto. Alla fine riuscì a smettere di ridere e gemere, e si risolse ad andare a lavarsi. Ma non era nei suoi appartamenti.
“Magnifico” mugugnò debolmente “ora devo anche… rintracciare il cesso… ma dove cazzo starà mai?” e si guardava attorno, cercandolo nel solarium. Mosse qualche passo, e raggiunse il centro del locale; vedeva diverse porte, di cui solo una aperta e, eccolo! era la toilette. Vi si infilò, cascò nella vasca ed aprì i rubinetti. Rimase lì dentro un quarto d’ora circa.

Quando ne uscì, si era ripreso abbastanza per capire la gravità della situazione. Tornò nel solarium, ed apprese appieno i danni che avevano provocato. Afferrò un braccio del padre, e lo trascinò nella toilette, lasciandolo cadere nella vasca. La sua reazione fu di improvvisa ripresa: pochi minuti di urla, sguardi persi e parole senza senso ed era attivo quasi quanto lui. Assieme tornarono nel locale, e tentarono di rimettere a posto il caos che avevano creato. Capirono che da soli non ce l’avrebbero fatta, che dovevano dar notizie di loro, che Tildor doveva terminare i preparativi del matrimonio, e si risolsero a vestirsi e chiamare aiuto. Dalmor recuperò i suoi pantaloni sul balcone, guardando fuori: c’era movimento nel cortile, guardie e persone che andavano e venivano. Doveva sbrigarsi.
“Oh, guarda” lo chiamò Tildor “hai vinto.” Indicava la scacchiera, dove il re nero era messo in posizione di scacco matto da una torre, un cavallo ed un alfiere bianchi: aveva vinto con un’abile mossa, non c’era dubbio.
Si vestirono completamente e chiesero l’aiuto di qualche guardia e qualche garzone, lasciando a loro i lavori. Tildor corse giù, verso il cortile dei deserti, premurandosi di avvertire il figlio di non tardare.
“Non vieni a fare colazione?” gli chiese questi.
“Sei pazzo! Non riuscirei a tenere nulla nello stomaco per più di dieci secondi senza vomitarlo via.” E scomparve giù per le scale. Dalmor si diresse alle cucine.

La colazione, o il pranzo per i comuni mortali che abitavano a poca distanza da lui, ebbe per Dalmor un sapore amaro: gli acidi dello stomaco e la bile causata dall’alcol di certo non fornirono un dolce sapore ai cibi. Mangiò molto meno di quanto avrebbe fatto in condizioni sane, poi tornò nei suoi appartamenti e si lavò nuovamente: riteneva che anche trenta bagni non sarebbero stati sufficienti a lavar via i residui della notte precedente. Lanciò una rapida occhiata alle vesti che giacevano sul suo letto, distrattamente; vi pose affianco la spada reale, il pugnale, la cintola. Osservò il complesso, ritenne di non aver dimenticato nulla e si avviò fuori dalla stanza. Una rapida occhiata al cielo gli bastò per comprendere che mancavano circa quattro o cinque ore alla notte senza luna. L’appuntamento era per il sorgere di essa, ma l’astro non sarebbe sorto quella notte: sposarsi in luna nuova, si diceva, portava male. A lui poco importava, e sperò lo stesso per la sua futura consorte.
Per sicurezza, s’informò dell’ora e gli venne confermata. Salì sul tetto del castello, percorse il ponte che portava alla torre del cortile interno e si sedette, gambe incrociate, al centro dell’esagono. Sprofondò nella meditazione: quello avrebbe dovuto pulirlo dalla notte passata, avrebbe dovuto prepararlo psicologicamente e gli avrebbe conferito un atteggiamento diverso e più nobile, adatto al matrimonio. Si predispose tra se il risveglio per quando il sole sarebbe totalmente sprofondato all’orizzonte, dopodiché la sua mente si avviò nei meandri della totale indifferenza e insensibilità.

Non appena il sole tramontò, i suoi occhi si aprirono e cadde a terra.
‘Strano.’ pensò. ‘Mai avevo saputo che levitassi durante la meditazione. Ûd dovrà spiegarmi anche questo.’
Fece ben poco caso a quello strano evento, e tornò giù verso le sue stanze, lentamente e con tranquillità. Impiegò un quarto d’ora buono per arrivarvi; non appena fu dentro, si svestì dirigendosi verso la toilette e si lavò ancora una volta. ‘Ricorda di lavare bene le ascelle, così ti ha detto tuo padre’ pensò, e sì dedicò con particolare attenzione a svolgere quell’impiego. ‘Anche i capelli.’ Ricordò, e alla fine rimase trenta minuti buoni sotto il flusso costante del doccione. Uscì fuori, si asciugò, si controllò allo specchio e vide i capelli spettinati; prese un pettine, lo passò trai capelli, e quelli tornarono come prima. Poco male, almeno ci aveva provato.
I vestiti che suo padre aveva fatto confezionare erano in lino: in totale disaccordo con la stagione in cui si trovavano, ma le Sei Fortezze, e l’esagono in generale, erano a latitudini tali da non soffrire il freddo, almeno non eccessivamente, se non nelle zone più a sud dei deserti, fiumi e praterie, soprattutto nei primi, considerato l’altopiano che raggiungeva altezze abbastanza rilevanti che abbassavano di molto le temperature. Ed anche nel regno dei monti, ma lì era normale: sulla catena montuosa più alta del pianeta, pur trovandosi quasi all’equatore, le nevi erano quasi perenni; la latitudine, a volte, le scioglieva nei mesi estivi.
Ma lì faceva caldo, eccessivamente caldo, e dei vestiti di lino furono la sua salvezza: temeva che fossero in cotone o addirittura in lana, e che avrebbe passato una serata in bagno di sudore. Fortunatamente, non era così; se li passò sui palmi, constatando la leggerezza del tessuto, e li osservò più attentamente della mattina: nonostante i suoi timori, non erano male. Manco a dirlo, erano completamente neri; non troppo eleganti, però: comodi, certo non li avrebbe indossati per una battaglia od una battuta di caccia, ma per passeggiare tranquillamente nel palazzo erano comodi, soprattutto i pantaloni. Dall’involto che essi formavano piegati, cadde la cinta bianca che fino alla sera prima era alla vita di Kyrlai: probabilmente, suo padre temeva che potesse non indossarla, facendo un torto a tutti, a partire dalla sua stirpe e arrivando a Blostgas; la infilò nelle asole, e poté notare come la cintola pesasse più dei vestiti stessi. La pietra lunare non conferiva certo leggerezza. Infilò la tunica, nera, e sopra dovette indossare almeno la corazza che gli era stata procurata; non in acciaio, né nero né normale, non in ferro, bensì in alluminio: leggerissima anch’essa, creata appositamente per l’occasione, pensò. Addosso neanche la percepiva: era davvero un ottimo lavoro, e il color argento, sul nero, gli dava un tocco di eleganza che raramente aveva riscontrato addosso a se stesso. Osservò che non vi era mantello, e provò un’ondata di affetto nei confronti del padre: gli lasciava indossare il suo personale. Lo assicurò alla corazza con due spilli, uno su ogni spalla: non lo aveva mai indossato a quel modo, ma lo ritenne più appropriato rispetto al consueto fermaglio sulla spalla sinistra; qualche centimetro cadeva a terra, ma provò a camminare, guardandosi allo specchio, e gli piacque l’effetto del mantello svolazzante e dei lembi che si alzavano al vento. Il modo in cui lo indossava di solito diminuiva quell’effetto che aveva fortemente voluto nella preparazione di esso.
Pose Lama di Luna al fianco sinistro, Respiro di Morte a quello destro, e si accorse che, oltre a camminare scomodamente, i pantaloni tendevano a cadere a causa del troppo peso. Per necessità, fu costretto ad abbandonare la sua spada per tenere quella reale: in fondo, si stava sposando. Al posto della spada nera mise il pugnale: in tutto quel nero, la cinta bianca e l’elsa della spada si notavano a un miglio di distanza; la corazza, fortunatamente, spezzava il divario.
“Cazzo la barba!” disse ad alta voce; si era dimenticato di rasarsi il viso. I denti li aveva lavati, ma la folta barba nera non l’aveva nemmeno accorciata. Guardò fuori dalla finestra: nell’arco di mezz’ora si sarebbero illuminate le pietre lunari. “Non ho tempo, ma almeno ad accorciarla… l’ho proprio dimenticato!” continuò a parlare da solo, passeggiando nervosamente per la stanza. Gli venne in mente un’idea, geniale.
‘Tu! So che ci sei, da qualche parte, e mi stai sentendo. Accorciami la barba, so che puoi farlo, ti prego, fallo per me!’ Il pensiero disperato riempì la sua mente: Ûd poteva accontentarlo con il minimo sforzo e il minimo tempo, e non gli sarebbe costato nulla; in fondo, erano anni che non faceva altro che guarirlo.
‘Dai cazzo, rispondi! Dì qualcosa, fa qualcosa!’ Nulla. Adirato, raccolse il pugnale dal suo fianco, e si diresse nella toilette: vestito come era, probabilmente si sarebbe ricoperto di peli, e con la fretta che aveva avrebbe ricoperto il suo volto di sangue, ma almeno non si sarebbe presentato barbuto. ‘Questa barba che cresce troppo in fretta non va bene. Va risolta.’ Pensò mentre si dirigeva al bagno; il problema era che non aveva la minima idea di cosa fare per risolvere il problema, se non peggiorarlo continuando a tagliarla e velocizzando la ricrescita.
Quando si vide allo specchio del bagno, però, notò che non correva più alcun rischio: la sua barba era adesso curata, ovunque alla stessa lunghezza, folta e gli ricopriva tutto il viso elegantemente. Ûd lo aveva aiutato, infine.
‘Grazie, mi sdebiterò.’ Pensò, rivolto al dio che non gli parlava ma che lo ascoltava, ed uscì dalla toilette e dai suoi appartamenti, diretto verso il cortile dei deserti. Si augurava che suo padre avesse ricordato di portare lo scettro e la corona: non era stata fatta alcuna cerimonia di passaggio di quest’ultima, ma il re aveva abdicato, quindi lui era il re, quindi lui doveva portare la corona, quindi l’avrebbe portata durante il suo matrimonio. Si fermò un attimo nell’atrio del castello, esaminando il suo animo: rilassato, tranquillo, poco teso. Aveva dimenticato la pipa, ma ne avrebbe trovata sicuramente qualcuna tra i commensali, con tabacco anche diverso, sperava. Uscì nella notte nascente, percorse verso sud il cortile, superò anche quello dei fiumi e delle praterie, con più difficoltà rispetto al proprio, poiché non conosceva le svolte dei sentieri e quello dei fiumi era un piccolo bosco tra quattro mura, ma, alla fine, giunse al portone che dava accesso a quello dei deserti, e lo varcò.

Quasi tutti i cortili esterni erano una rappresentazione dello stato cui appartenevano, le uniche eccezioni erano i Monti ed i Venti, quindi anche il cortile dei Deserti andava a rappresentare in scala ridotta la geografia fisica del regno; caratterizzato da un alto e vastissimo altipiano, il Regno dei deserti era il meno popoloso, ma tra i più attivi nei commerci: Durtar Oslager era il terzo porto dell’esagono per grandezza e secondo in attività commerciale; con l’unione tra i due regni, Dalmor andava a tenere sotto controllo più del novantacinque percento dei traffici commerciali tra continente interno e paesi esterni; il restante cinque percento era diviso tra Durtar Hirin e Arat Vanur, per cui un tempo passavano oltre i sette decimi di merci del mondo, e i porti minori degli altri stati. Il continente interno si trovava ad un altezza media di trecento metri sul livello del mare, ed erano pochi i punti in cui la costa, quasi totalmente rocciosa e a strapiombo, si abbassava permettendo la creazione di porti e attracchi per i lunghi viaggi.
Il Regno dei deserti aveva un’altitudine media di circa mille metri, pur non presentando catene o monti di particolare altezza; l’altopiano ricopriva quasi tutta l’estensione del paese, occupando anche alcune zone all’estremo sud delle praterie; Arbaran, la capitale, si trovava al confine fra le dolci terre di pianura e colline al nord del paese e il più freddo altopiano a sud; la linea di demarcazione era netta: un muro di roccia, perpendicolare al mare, si alzava dal terreno, in alcuni punti per oltre seicento metri, e la capitale si arrampicava su questo muro a strapiombo, rappresentando la più ardua costruzione dell’uomo sul mondo. A confronto, le città nascoste dei Monti, le loro gallerie e la grandezza di Zorqun erano un’impresa elementare, se non ridicola. Più all’interno, sull’altipiano roccioso e in gran parte deserto, si trovava la Torre del Deserto, una fortezza mai attaccata, mai conquistata, quasi paragonabile al Monte Città. Il cortile interno andava a rappresentare, o tentava di farlo, tutte queste caratteristiche: il portone che immetteva all’esterno della fortezza si trovava ad un’altezza diversa dagli altri cinque, e vi si accedeva dall’esterno attraverso un’ampia scalinata; il portone che immetteva nel castello era al livello degli altri, e per raggiungere la parte rialzata del cortile si doveva percorrere una scala ripida e non molto comoda. Nel piccolo spazio tra il piano rialzato e le mura del castello vi erano fiori, piante, fontane e molti, moltissimi gatti: Rhiman li adorava. La superficie in alto, invece, era lastricata in pietra lunare o pietra bianca, o meglio, le due pietre erano mescolate, tanto che, di notte, si disegnavano sul terreno forme di luce bianca meravigliose. Su tutta la superficie erano sparse fontane, giochi d’acqua, panche o vasi con fiori, ma a terra non vi era piantata alcuna pianta, appunto perché il pavimento era in roccia. I portoni laterali, aprendosi, davano su una parete liscia di pietra bianca (venata di luce quando il sole calava), e per raggiungerne la sommità bisognava immettersi in una porticina al lato dell’entrata, salire le scale all’interno delle mura di confine e giungere infine nel cortile. Per queste caratteristiche, per ipotetici nemici sarebbe stato conveniente conquistare tutto il resto del castello per poi tentare, infine, di prendere anche quel cortile.

Ad attenderlo al centro del piazzale, una piccola folla; delle panche erano state disposte in semicerchio attorno a due poltrone, una d’oro ed una d’argento, rivolte verso il pubblico; davanti le due poltrone, un tavolino, molto alto (superava l’ombelico di Dalmor), brillava di luce propria. C’erano tutti, o quasi, ad attendere la coppia, mentre la Luna non si era fatta pregare e si era alzata in cielo, o almeno così doveva essere, visto che gli orizzonti erano ostacolati dalle mura e le pietre lunari brillavano. Ovviamente, suo padre mancava, mancava anche Uldor e, naturalmente, Rhiman ed Araya. Gli invitati, o meglio, i pochi che potevano assistere all’evento, erano tutti nel cortile, parlottando tra di loro: tutte le coppie reali, il capitano della guarnigione e sei suoi ufficiali, ed alcuni ospiti speciali, ovvero un esemplare dei messaggeri di ogni stato.
‘Strano è strano’ si disse il giovane, osservando gli alti trespoli con i sei uccelli poggiati sopra ‘Per quale motivo sei uccelli dovrebbero partecipare al mio matrimonio?’
Il flusso dei suoi pensieri venne interrotto dai suoi compagni principi, che lo circondarono in massa; erano tutti vestiti elegantemente, anche più di lui, notò con una sorta di imbarazzo; in particolare, Hermans sembrava pronto per un ballo di gala, in abiti verdi ricamati in rosso, attillati e, decretò il giovane con una sola occhiata, scomodissimi. Trapsos indossava, invece, una lunga veste che lo faceva sembrare un sacerdote dei paesi esterni; fortunatamente, aveva lasciato il colore della sua casata, il giallo, a casa, e la veste era in grigio tendente all’argento; difficilmente Dalmor non sarebbe scoppiato a ridere davanti ad una veste di simili fattezze e gialla. Nonostante tutto, gli stava bene addosso, ed era sicuramente più comoda dell’abito di Hermans, se non addirittura dei suoi. Taresta era un’altra persona: lasciata nei boschi, o rinchiusa in una gabbia, la giovane arciera cacciatrice, davanti a lui c’era una graziosa donna, dai capelli bruni lunghi, lisci e sciolti, che indossava un vestito molto elegante color azzurro, che poggiava dolcemente a terra per qualche centimetro. I suoi occhi da cerbiatta e la collana, di rame rosso lucido, le davano un’aria più accattivante. Kyrlai era graziosa più di quanto lo fosse stata nei giorni precedenti: sempre in bianco, questa volta indossava non un vestito largo e svolazzante, bensì una veste che si poggiava lievemente sulle sue forme, mettendole in risalto; il vestito, alle sue spalle, si allungava brevemente. Attorno al collo un ciondolo a cui era appeso un magnifico rubino e sul capo un diadema, un filo di luce nella massa di lunghi e abbondanti capelli neri: doveva essere pietra lunare. Il giovane re decise di non indagare troppo e si trovò ad interpretare la vittima dei doppi sensi e dei giochi di parole degli altri principi; anche se la sua relazione con Araya durava ormai da circa tre anni, i classici scherzi dei matrimoni riempivano l’atmosfera. In realtà, nessuno dei due sposi nascondeva la loro vita sessuale, anzi, entrambi avevano già perso la verginità quando si conobbero, e decisero di conoscersi meglio proprio nello stesso giorno in cui si videro per la prima volta.
“Da da da, direi che i classici doppi sensi in questo caso siano totalmente inutili, no?” intervenne distrattamente Dalmor, interrompendo Trapsos che stava concludendo un’allusione eccessivamente lunga.
“Nah, secondo me funzionano allo stesso modo.” Taresta distrusse la sua labile difesa in pochi secondi, e si ritrovò di nuovo ad essere vittima del discorso generale.
Si sottrasse alle tortura iniziando ad avvicinarsi ad un gatto, compiendo cerchi sempre più piccoli fino a che questi non iniziò a fargli le feste tra le gambe; lo prese in braccio e se lo portò davanti all’altare, sedendosi a terra; il gatto gli si acciambellò sulle gambe incrociate e gli fece fusa, mentre lui gli accarezzava il morbido pelo. Nel regno dei Monti pochi esemplari vi erano, e per questo era letteralmente impazzito di gioia quando arrivò per la prima volta in Arbaran, dove sono quasi considerati divinità. Trascorse in quel modo l’attesa, rilassandosi assieme al micio.

Il pavimento riluceva di giochi di luce magnifici, gli invitati erano tutti ai propri posti; Tildor giunse finalmente, e si sedette affianco al figlio.
“Sarai magnifico” gli disse prima di qualsiasi altra cosa, guardandolo “E non ho mai visto la tua barba così curata, complimenti.”
Dalmor tralasciò volutamente la faccenda della barba. “Come fai a dire che sono magnifico se sono seduto con un gatto in grembo?”
“Beh, direi che è ora di alzarsi.”Si alzò porgendo la mano al figlio; era vestito molto similmente al figlio, solo che indossava una corazza di acciaio nero al posto dell’alluminio, e il mantello era grigio. Due guardie vennero, portando un forziere pesante e riccamente decorato. All’interno vi erano corona e scettro regali. Tildor prese prima la corona, e gliela lentamente posò in capo; per una sorta di strana influenza, Dalmor non aveva mai, neanche da piccolo, toccato la corona: solo il re era degno di farlo. Quando venne posata sui suoi capelli disordinati, il globo anteriore sprigionava già luce, eppure sembrò, a tutti i presenti, che ne sprigionasse maggiormente quando toccò il capo del giovane.
“È pesante.” Tildor non l’aveva ancora lasciata che Dalmor già ne era infastidito. Suo padre lo guardò con uno sguardo carico d’amore e comprensione, e lo abbracciò.
“Non è buono auspicio per un re vedere il proprio figlio re del suo regno: o egli è stato un cattivo re, o egli è impazzito, per vecchiaia o malattia, o corrono gravi tempi; tra tutte queste tre, l’ultima è quella che ho sempre desiderato non avvenisse.” Si allontanò di un passo, porgendogli lo scettro dalla distanza; il re lo impugnò nella sinistra, passandolo alla destra. Una lacrima scese sul volto di suo padre: un nuovo Re dei Monti camminava sul mondo.
Le guardie presenti, tutte, s’inchinarono; i reali stranieri guardavano prima Tildor, dopo Dalmor e poi si guardavano tra di loro: chi doveva inchinarsi? In teoria tutti erano re, chi in carica, chi passato, anche se nessuno dei giovani aveva già portato la corona e nessuno degli anziani era più re, legalmente.
“Propongo che nessuno inchina davanti nessuno, in quanto tutti ufficiosamente o ufficialmente re; quando i troni verranno tramandati, lì avverrà quel che deve avvenire.” Dalmor aveva parlato come aveva sempre fatto (anche se quelle erano le sue prime parole da re), e la sua parola non venne minimamente ascoltata da suo padre, il quale s’inchinò; dopo qualche secondo di silenzio imbarazzante, Dalmor lo fece rialzare.
“Chiedo scusa a tutti se ho anticipato di tre giorni il passaggio ufficiale delle insegne regali” disse poi ad alta voce, alla platea “ma penso che tutti i re intendano darmi ragione quando ricordo loro i nostri matrimoni, o quelli dei nostri antenati, in cui i principi sempre hanno indossato la corona reale. Sebbene nella nostra generazione legami forti sono diventati deboli, nessuno mai che obietterà la mia scelta sarà in diritto.”
Ad interrompere l’imbarazzo generale ci pensò Trapsos, il quale fu il primo a congratularsi con Dalmor, seguito a ruota dai seguenti; la tensione si allentò, l’aria divenne limpida e serena e si prospettava una notte magnifica. Quarantacinque minuti erano trascorsi dal sorgere della Luna: la cerimonia avrebbe dovuto avere inizio immediatamente dopo. Dalmor aveva chiesto sempre a Araya di tardare in quel giorno, perché probabilmente lui lo avrebbe fatto, ma non si aspettava soli dieci minuti di ritardo; probabilmente, pensò il giovane re, sarebbero trascorsi altri venti minuti prima del suo arrivo. Si sedette dove era prima e riprese a giocare col gatto, che lo aveva rispettosamente atteso e che cominciò immediatamente a coccolarlo. Il padre sedette affianco.
“Come mai hai portato ritardo?”
“Ero da Rhiman. Lei è magnifica.” Non si guardavano: il re con la corona era intento a fare le smorfie al gatto, il re senza corona guardava Blostgas sorridendo. “Avevo ragione, stai magnificamente. Soprattutto con quel mantello.”
“Ti ringrazio per avermelo fatto indossare.” Spostò lo sguardo per due secondi dall’animale al padre.
“Quello sarà il simbolo della tua lotta, sebbene non sia proprio un simbolo molto bello” commentò Tildor sorridendo “Come stai?”
“Magnificamente.” Alzò lo sguardo scrutando l’avvenire “Ho meditato tutto il giorno, sono riposato e rilassato e intendo scegliere il prima possibile il mio destino.”
“Che non hai scelto tu.”
“Che sceglierò io.”
Due figure apparvero dalla scalinata che conduceva giù, e tutti gli invitati corsero al loro posto. Padre e figlio interruppero la loro conversazione guardandosi, e si alzarono assieme. Il gatto venne posato sul tavolino che fungeva da altare, e si sedette comodo senza particolari problemi.

Rhiman era in piedi accanto ad Uldor. Oltre ogni immagine che Dalmor potesse crearsi nella sua mente, Araya era in groppa al suo lupo. Il gruppo così formato avanzò lentamente sulla pietra lucente, giungendo all’altare.
Rhiman indossava uno splendido abito azzurro, con un mantello rosso e oro fissato alle sue spalle; il pizzetto e la pettinatura gli davano l’aria di un ventenne, ed era, in effetti, il re con le sembianze più giovani: addirittura Dalmor sembrava già più vecchio di lui. Il sorriso giova all’età quanto alla vita, e Rhiman mai perdeva il suo.
Araya era bella come Dalmor mai l’aveva vista. I lunghissimi capelli biondi erano pettinati in boccoli, che ne accorciavano la lunghezza, ma ne risaltavano la corposità e il colore: una ciocca le cadeva sul viso, nascondendolo in parte; sul capo la delicata corona di cristallo. Il vestito era di un blu oceano che sembrava fosse stato estratto dai suoi occhi: semplice eppure complicato, le sue forme venivano messe in risalto, pur nascondendo il petto; la gonna si arrotolava su se stessa in numerosi tessuti, che si alzavano annoiati al leggero vento, senza però aumentare il volume della sua figura, restando anzi aderente al suo corpo. L’effetto era voluto col mantello che indossava, quello che Dalmor le aveva regalato: un’ondata di affetto riempì il petto del giovane a quella vista. Il vestito lasciava le braccia della giovane scoperte, ed ella indossava due lunghi guanti in pelle, anch’essi blu, per coprirle. I grandi occhi blu brillavano dietro l’oro dei suoi capelli e il sorriso era quasi celato: non un filo di trucco, come lei stessa usava sempre fare. Uldor si piegò sulle ginocchia, sotto i fulminei sguardi di Dalmor, ed ella scese elegantemente, mostrando di indossare calzari color sabbia, i cui lacci si arrampicavano lungo gli stretti polpacci. Dalmor, come ogni volta, s’innamorò nuovamente della sua sposa.
I due si presero per mano, senza parlarsi, e si voltarono verso Blostgas, lui a sinistra e lei a destra. Gli invitati restarono al loro posto, i loro genitori si disposero dietro i loro figli, defilati ed invertiti: sarebbero stati l’uno il testimone del figlio dell’altro. Uldor si mise dietro Blostgas, seduto. Questi stava ritto dietro il tavolino, guardandoli sorridendo. Prima che iniziasse a parlare, Dalmor si voltò verso Araya, e vide le sue labbra piegarsi in un leggero sorrise carico d’amore guardando il gatto, dormiente, che era stato posto sul tavolino.

La cerimonia fu breve e veloce; poiché gli stati del’esagono si erano tutti dichiarati liberi e laici, a nessuna divinità venne dedicata l’unione dei due giovani, ne in suo nome vennero pronunciate promesse. Alla fine, Dalmor dovette scomodare il gatto per poter apporre le firme dei coniugi e dei testimoni al documento ufficiale; quello si ritenne offeso e non volle restare tra le braccia del giovane re, quindi balzò via. Alla fine, dopo le firme, ai sei messaggeri appollaiati sui trespoli vennero consegnati sei comunicati e vennero inviati alle sei capitali del continente; non una parola riguardo il consiglio, i due novelli coniugi venivano indicati come principi dei propri paesi: il mondo restava ancora all’oscuro delle novità.
Si procedette poi al banchetto, che si tenne nella sala grande del palazzo dei Deserti, anche se gli invitati erano in numero evidentemente esiguo per una cerimonia di tale calibro. Dalmor sapeva che non era come Araya si aspettava che fosse, e si rattristò pensando al fatto che ella aveva dovuto rinunciare al sogno di ogni fanciulla per un progetto in cui le loro stesse vite erano messe a rischio. Lei sembrò leggergli questi pensieri mentre raggiungevano la sala, in testa al piccolo corteo di ospiti, e gli sorrise, stringendogli la mano.
La sala a volta era, a dispetto del nome, circa la metà della sala alta nel castello dei Monti; per di più, lungo i muri vi erano giochi d’acqua o sabbia, che venivano raccolte il vasche ad essi adiacenti, il che ne diminuiva la superficie utilizzabile: più che una sala da eventi, era una sala da ricevimento privato, ed infatti per quello era utilizzata; al piano superiore dello stesso castello si trovava la sala oceano, spaventosa in dimensioni e bellezza. Tuttavia, per la ristrettezza degli invitati, Rhiman, in accordo con i suoi ormai nuovi parenti, aveva deciso di utilizzare quel locale, ritenendolo più adatto ad un evento elegante. In effetti, nulla si poteva dire di essa se non che fosse meravigliosa: oltre i giochi di acqua e sabbia, sul pavimento, a copertura della pietra, c’erano mattoni d’arenaria bianca, la splendente pietra che gli artigiani dei deserti ricavavano dalle bianche sabbie dell’altopiano, che risplendeva alla luce del sole quasi come specchio; dalla cima delle pareti e dalla volta a crociera cadevano numerosi tendaggi, in prevalenza bianchi ma, dal centro del soffitto, sette lunghi veli blu cadevano legandosi ad altrettanti bianchi che provenivano dalle  mura circostanti, creando archi colorati; da qualche velo, qua e là, cadevano lunghi e sottili filamenti che giungevano a pochi palmi dalle tavole o, in qualche caso, addirittura a terra. Diverse tavole vi erano, ma senza coperti e nascoste da drappi; una sola di esse, posta in fondo al locale e su un piano rialzato, era stata preparata per il ricevimento: di forma ovale, in elegante marmo bianco, i seggi per gli sposi erano esattamente davanti al tappeto blu che conduceva dall’entrata al tavolo; stonante con tutto l’ambiente circostante, un alto seggio nero era stato preparato per Araya, mentre uno blu scuro, delle stesse fattezze, era in attesa di Dalmor, il quale si era augurato di non trovare il colore della propria casata dentro la sala: per quanto lo adorasse, in mezzo a tutto quel bianco e quel blu era come un pugno in un occhio. La sua espressione, alla vista di esso, tradì il suo sconcerto. Gli sposi si sedettero ai propri posti, seguiti poi dagli invitati, ed il banchetto poté cominciare: erano state decise sole sette portate, anche se la tavola sarebbe rimasta, per tutto il tempo del pasto, imbandita e carica di cibi, vini e aromi provenienti da ogni parte del mondo: Dalmor, il quale non si era minimamente curato dell’evento, era all’oscuro di tutto, e per lui sembrò una tavola adatta all’occasione, ovvero ad intrattenere tutti i re dell’esagono.
Diedero il via al pasto, e tutti furono troppo presi dalla fame per curarsi di chi c’era attorno a loro; dopo aver mangiato una discreta quantità di cibo, che alla sua sposa sarebbe bastata per un paio di settimane, Dalmor volse la sua attenzione dal cibo a Araya, e i due iniziarono a parlare, dopo più di un giorno dall’ultima volta, e a ridere assieme. Parlarono del gatto, che non li aveva seguiti nel castello, di Uldor, del matrimonio e dei più disparati argomenti. Lanciando un’occhiata alla sala, potevano notare, alla loro sinistra, Tildor ed il Capitano della Guardia Esagonale cimentarsi, nonostante solo una portata fosse stata servita, in una gara di bevute: ben presto terminò il vino sulla tavola, ed uno sguardo alla faccia sconsolata di Rhiman suggeriva che c’era il rischio, qualora il Capitano avesse tenuto testa al re, di terminare le scorte. Nel mentre, Trapsos e Hermans erano caduti in una fitta discussione con i loro genitori riguardo cibi e vettovaglie pregiate di ogni dove, mentre, poco lontani da loro, le uniche due donne nella sala, Kyrlai e Taresta, confabulavano a bassa voce tra loro, lanciando ogni tanto occhiate ai due sposi, più precisamente allo sposo. Dalmor, sotto pressione, guardò preoccupato Araya, pensando di trovarla arrabbiata e riscontrandola invece serena e sorridente. Uldor, seduto esattamente davanti a loro, era di profilo, girato verso Rhiman, il quale tentava invano di persuaderlo a farsi fabbricare una sella. I sei ufficiali della Guardia parlavano tra di loro, a voce più bassa degli altri conviviali, e non si riusciva a discernere il loro argomento di discussione.
Il banchetto andò avanti per altre tre ore: a sorpresa di tutti, anche di Araya, intervennero musici e giocolieri dalle cinque repubbliche del corno ad intrattenere gli ospiti, un piccolo regalo che Dalmor aveva preparato già da settimane: giunti nottetempo al castello, erano stati nascosti e trattati regalmente nel castello dei Monti, all’insaputa di tutti, anche dello stesso Dalmor, che lo aveva dimenticato. Sebbene ciò violasse le condizioni dell’accordo stipulato prima del consiglio, nessuno vi diede troppo peso, soprattutto dopo le parole di Dalmor, quando Felagos glielo fece notare: “Beh, la mia sposa si è dovuta accontentare di un matrimonio lontano dalla sua casa, con pochissimi invitati, in una località angusta e isolata: non avreste pensato che l’avrei privata anche della musica?” a cui seguirono applausi e le lacrime di Araya. Prima, molto prima che tutto questo avvenisse, il Capitano era caduto di fronte ad un avversario imbattibile su quel campo di battaglia, e Tildor vinse, senza ubriacarsi eccessivamente e restando abbastanza lucido, mentre il suo avversario sconfitto veniva portato via in barella dai suoi ufficiali. Coloro i quali giunsero lucidi alla fine della festa erano davvero in pochi: i due sposi, Rhiman e Kyrlai; anche Uldor e Taresta avevano ceduto al richiamo del nettare dorato di Aglaas, e così furono davvero in pochi ad essere in grado di assaporare, o anche solo di vedere, la torta nuziale, che raffigurava un disco di panna, a simboleggiare la luna, e delle fiamme che si alzavano da essa. Purtroppo, constatò Dalmor, non era buona quanto bella, ma lui, le torte, non le amava quanto il resto del cibo.
Trovandosi davanti a tanta devastazione, Dalmor, guardando le uniche due persone in grado di compiere almeno i ragionamenti elementari (Trapsos non dormiva o si trovava sdraiato a terra a vomitare, bensì era ritto sulla sua sedia, solo che aveva lo sguardo perso e rideva senza motivo apparente), prese tra le braccia Araya (troppo leggera addirittura per il vento) e si avviò su per le scale, verso gli appartamenti di lei.
“Diavolo, certo che voi abitate proprio in alto in questo dannato castello” disse dopo aver salito cinque rampe di scale e diretto verso le successive.
“All’ultimo piano, signor mio” rispose Araya con gli occhi lucenti, sorridendo “Ti lamenti e abiti sulla cima di una torre altissima?”
“Almeno non devo percorrere ogni piano per intero per raggiungere le scale successive” disse, seguendo le indicazioni della giovane e girando a sinistra. “per quanto tu possa essere leggera, è fastidioso il pensiero di tutto questo camminare; mi sarei già fermato tre volte se avessi potuto.”
“E perché non puoi?”
Si fermo di botto, guardandola, e si sedette a terra, continuando a tenerla tra le braccia.
“Non ti ho dato il permesso di fermarti. Riprendi”
“Non ne ho più voglia. “ rispose sorridendo “Dì un po’, che piano è questo?”
“Il settimo, ne mancano ancora otto.” Rideva, pensando al tragitto che mancava ancora.
“Deve esserci qualche scorciatoia!”
“Certo che c’è, ma non penserai che te la dica, vero?”
“E cosa c’è a questo piano?”
“Nulla di interessante, solo la biblioteca, è sempre deserto.”
“Perfetto.”  La baciò e stava già per sdraiarla a terra quando lei si sottrasse.
“Non l’avrai facile, ti tocca arrivare in cima; vedrai che ne vale la pena.” Si era alzata in piedi, allontanandosi per un po’ e guardandolo sorridendo.
Lui si buttò a terra, esausto e senza voglia, emettendo strani versi di dissenso. “Motivami.” Disse ad un punto, voltandosi verso di lei. Lei si levò i sandali, fece scivolar via il vestito e restò nuda, con solo il mantello addosso, guardandolo sorridendo.
“Prendimi.” Scappò verso la fine del corridoio, attendendolo. Lui non se lo fece ripetere, scattò su e, recuperando i vestiti che aveva lasciato a terra, iniziò la caccia. Per lui, sarebbe stato impossibile raggiungerla, e l’avrebbe facilmente persa, se questa non si fermava ad ogni angolo ad attenderlo. L’invito era palese, eppure doveva faticare un bel po’; dopo un quarto d’ora girando per il castello, su e giù, rischiando anche di incappare negli invitati che lasciavano la sala grande, lei lo condusse finalmente ad una porticina nascosta dietro un corridoio al piano terra (erano scesi per sette piani) e vi entrò. Quando lui anche entrò, vide che vi erano delle scale nascoste nel muro, che conducevano direttamente ai piani alti; gliel’aveva mostrata evidentemente pensando ai giorni seguenti: che genio di donna! La vide già in alto, con una torcia in mano, che rideva sempre; raccolse anche lui una torcia dal muro e la seguì. Infine, sbucarono all’ultimo piano, e lei si infilò nei suoi appartamenti. Dalmor si prese un momento di respiro e riposo, stringendo le scarpe nella mano sinistra e il vestito dietro al collo, poi entrò, raggiungendo la stanza da letto. La prima cosa che lo colpì fu il blu dominante, alternato al bianco; poi, notò la finestra aperta, ed assaporò la brezza; infine, venne colpito alle spalle e cadde sotto il “peso” di Araya. Non sarebbe arrivato, quella notte, a sdraiarsi sul letto.

Si svegliò nudo, a terra; Araya, nuda anch’ella, era seduta sul suo petto e faceva cadere piccole quantità d’acqua sulla faccia con un bicchiere, accingendola da un secchio.
“Buongiorno amore.” Sorrise e lo baciò. Solo una volta era stato chiamato a quel modo, e se fosse stato più sveglio probabilmente sarebbe fuggito via, ma era ancora nello stato comatoso del risveglio, quindi gli sfuggì la cosa, in un primo momento. Mugugnò qualche verso incomprensibile, alzò il capo e subito quello ricadde all’indietro. Araya si alzò e si diresse alle sue spalle.
Lui provò a voltarsi, e ci riuscì con fatica; si trovò gli occhi inondati dalla luce del sole, che lo abbagliò per più di qualche minuto. Quanto fu riuscito a rotolare nell’ombra, riuscì pian piano a sedersi. Era nudo, ed aveva il mantello di Araya appeso al suo collo, che gli cadeva di lato: era incredibilmente piccolo sul suo corpo; notò che Araya portava il suo, che diventava enorme e per buona parte puliva il pavimento. Lei lo guardò mentre si dirigeva in una stanza attigua, e gli sorrise. Guardò nuovamente fuori dalla finestra: il sole era alto. Il suo cervello riuscì ad elaborare ragionamenti semplici, e concluse che il mattino era trascorso da un po’; il suo ultimo ricordo era dell’alba precedente.
“Che ora è?” chiese poi, alzandosi e dirigendosi verso la toilette, incespicando.
“Tardi, mezzodì è passato da almeno due ore.” Gli arrivava la voce dal camerino dove lei si stava vestendo. “I nostri padri ci hanno convocati per il consiglio, due ore fa.”
“Io devo lavarmi, vestirmi, mangiare…” si rese conto di non mangiare da ore, e si accasciò al suolo stringendosi l’addome e mormorando “Fame”.
Lei giunse qualche minuto dopo, e lo prese a calci riuscendo ad infilarlo nella vasca, dove lo lasciò in ammollo; quando ne uscì, gocciolante, la sua mente era fresca ma il suo corpo affamato. Si rivestì e tornò nella stanza.
“E comunque ci credo poco che mio padre a mezzodì era già attivo.” Detto questo, aiutò sua moglie a rimettere in ordine la stanza: la servitù c’era apposta per evitare quei problemi, ma a volte era meglio darle una mano a non parlare troppo. Quando ebbero fatto, lui si affacciò al balconcino, assaporando l’aria fresca e l’altura; un rapido sguardo al cielo gli confermò che nella notte seguente, quasi sicuramente, avrebbe piovuto. Gli mancavano le temperature basse, e forse la pioggia avrebbe rinfrescato la situazione.

Scesero a fare colazione, poi si separarono; lui raggiunse i suoi appartamenti, di nascosto, per infilarsi i suoi vestiti. Quando vi entrò, a dispetto delle sue fatiche di segretezza, suo padre era lì ad attenderlo, nudo su una poltrona, fumando tranquillamente. Il nuovo re restò a fissarlo per qualche secondo, spogliandosi poi facendo finta di nulla.
“Trovo abbastanza inquietante il trovarti nudo nelle mie stanze a fumare.” Disse poi, appendendo la corazza al supporto e recuperando i suoi cari abiti in acciaio nero.
“Eravate stati convocati per due ore fa, nella torre, per il consiglio.” Era un ammonimento, un rimprovero. Dalmor ci fece tanto caso quanto ne avrebbe fatto ad una gallina che razzola il terreno.
“Immagino che sapevi in anticipo che non saremmo stati pronti a quell’ora.” Si allacciò Respiro di Morte, sfilandola dal fodero e rigirandosela tra le mani, mimando qualche fendente e un paio di affondi.
“Come è andata la notte?”
Dalmor si fermò nelle sue attività ginniche e lo guardò veramente male. “Sono tre anni che siamo fidanzati e che dormiamo assieme, non penso che sia stato diverso dalle altre volte.”
“Oh sì, lo è stato.” E sorrise, sbuffando una grande quantità di fumo.
Dalmor assunse un’espressione a metà strada tra il preoccupato e lo stupito. Restò a guardarlo con quella faccia per più di qualche secondo.
“Eravamo in cima al castello.”
“Anche noi.” Tildor sorrideva; Dalmor aveva perso la parte stupita della sua espressione ed era solo preoccupato.
“Non voglio indagare; non voglio indagare; non voglio indagare.” Si alzò, diretto verso il mobiletto del tabacco, poi si fermò, e si voltò verso il padre. “Cosa cazzo ci facevate all’ultimo piano?”
“Gli appartamenti di Rhiman sono lì, e mi ha portato nei suoi perché i miei erano effettivamente troppo lontani.” Fumava tranquillamente; ma era nudo, il che rendeva la conversazione ancora più strana per Dalmor. “Avete fatto un bel baccano. Sicuri di non aver rotto nulla?”
Dalmor era adesso più imbarazzato che preoccupato; lasciò stare il tabacco e corse fuori, sul balcone. Guardò in alto e vide che il tetto era troppo lontano; il settimo piano era poco più della metà dell’altezza, poiché al quinto c’erano le sale grande e del trono. Corse allora fuori dalla stanza, giù per il castello, infilandosi nelle mura di confine e sbucando sul tetto, dall’altra parte del complesso. Raggiunse la torre al centro del mondo e si sedette a meditare.
‘Trenta minuti basteranno; facciamo cinquanta.’

Cinquanta minuti dopo si riprese, cadendo sul tetto e facendosi un po’ male al fondoschiena.
‘Questa cosa va aggiustata; devo imparare a controllare il mio spazio, oltre che al tempo, quando medito.’
Ripresosi, si sgranchì gli arti e tornò giù; il sole era ormai prossimo al tramonto, e decretò che il ritardo accumulato fosse sufficiente, quindi si diresse alla sala nella torre senza indugiare altrove. Dentro c’erano già tutti e tre, era solo lui assente. Quando entrò, le porte furono chiuse, ma non sbarrate, e le guardie restarono dietro di esse. Non vi era in corso nessun consiglio, quindi esse dovevano rimanere al loro posto.
All’interno della sala tutto era rimasto, o quasi, come lo avevano lasciato due giorni prima, quando il consiglio era finito; le uniche cose che erano assenti all’appello erano i banchi, le pergamene, timbri e tutta la cancelleria. Cibi e vettovaglie erano ancora negli angoli, ed ebbero immediatamente l’attenzione del giovane. Dopo essersi rifocillato e rinfrescato, raggiunse i tre, che parlottavano sottovoce alla grande tavola. Araya indossava i vestiti in acciaio nero, Rhiman e Tildor vestivano improponibili vesti lunghe tipiche di Arbaran; per quanto potessero essere comode, erano orrende.
“Dove è Uldor?” chiese, saltando sul tavolo e sedendosi a gambe incrociate.
“Non si trova da ieri sera.” Confermò Rhiman, scambiando occhiate sia con Araya che con Tildor.
“Non bene.” Dalmor si alzò immediatamente ed uscì da dove era entrato, senza voltarsi, e rientrando nelle sei fortezze. Fermandosi sul portone d’entrata, chiuse gli occhi e pensò, tra se, dove potesse trovarsi un lupo il giorno dopo la sbornia. Riaprì gli occhi e filò dritto, senza fermarsi e guardando solo davanti a se; raggiunse il cortile dei Monti, andando a cercare all’ombra di secolari querce; lì trovò Uldor, sdraiato guardando le fronde degli alberi.
“Abbiamo un consiglio ed è richiesta la tua presenza.”
“Quello che voi chiamate vino è veleno, maledetti umani.” Si rigirò e, sedendo, lo guardò.
“Ancora mal di testa?”
“Ma come fate tu e tuo padre a bere così tanto? Il giorno dopo è terribile.” Chiudeva gli occhi lentamente, con aria stanca ed assente.
“Perché ieri sera Araya ti cavalcava?” Dalmor gli piantò i suoi occhi neri addosso.
“Ti pare il momento?” Si alzò e si diresse verso il castello; procedeva a passo incerto, muovendo il bacino più del dovuto verso sinistra. Si fermò, si girò, molto lentamente, verso Dalmor, e lo esortò a raggiungere gli altri nella sala. Il giovane sorrise ed assieme procedettero nel castello, a passo più lento rispetto a quanto aveva fatto il re all’andata, e raggiunsero il resto della famiglia nella torre. Nel frattempo, l’oscurità iniziava a calare e grandi nuvole andavano ad ammassarsi poco più a sud: il temporale che aveva predetto poche ore prima iniziava a prepararsi.
Dalmor saltò sul tavolo, risistemandosi dove era prima, trovandovi però Araya sdraiata affianco; Uldor, balzato anch’egli su, si sdraiò ventre a terra poco distante, mentre i due vecchi re sedevano su delle poltrone al bordo della tavola.
Rhiman e Tildor restarono a guardarli per qualche secondo, scambiandosi veloci occhiate; Araya e Dalmor si guardarono, ed arrossirono imbarazzati.
“Vi siet…”
“NO!” all’unisono urlarono, interrompendo Rhiman che stava per parlare; questi scoppiò a ridere, mentre i volti dei due giovani erano rossi come il sole al tramonto e veramente, veramente imbarazzati.

Dopo qualche secondo in cui i due tennero lo sguardo abbassato, Tildor e Rhiman sorridevano, mentre Uldor manteneva uno sguardo assente.
“E comunque, avete delle vesti orrende.” Disse poi Dalmor, cambiando argomento; Araya scoppiò a ridere, più per far fronte comune che per vera concordanza di idee, visto che erano gli abiti del suo luogo natale; Rhiman si guardò attentamente il vestito a braccia aperte, come per dire “Cosa c’è che non va?”, mentre Tildor se lo guardava leggermente basito.
“Almeno sono comode.” Risolse questi poi, infine.
Dopo qualche altro minuto di veloci battute, tornò l’aria familiare tra di loro, e padre e figlio Della Luna iniziarono a fumare, beatamente rilassati.
“Congratulazione per il vostro matrimonio.”
“Grazie papà!” Araya saltò su e corse ad abbracciare il padre, baciandolo sulla guancia e restando seduta sulle sue gambe.
“Il contratto può dirsi finalmente compiuto.” Tildor tirò fuori dalla manica destra (Stai scherzando, vero papà?) un rotolo, leggendolo: era il contratto firmato da tutti loro tre anni prima, in cui si decidevano i titoli che i due avrebbero assunto dopo il matrimonio e il governo dei territori; Dalmor sarebbe diventato Alto Asceta di Torre del Deserto e Durtar Oslager, diventando vassallo della regina di un vastissimo territorio, fino ad allora rimasto sempre sotto il controllo diretto della corona di Arbaran; Araya, invece, sarebbe stata la Regina del Deserto, e Dalmor il suo consorte. Dalmor sarebbe divenuto Re dei Monti e Araya Regina dei Monti: tra i due, ad avere più potere era la giovane, che era, legittimamente, Regina sia dei Monti che del Deserto; Rhiman, però, nel frattempo avrebbe provveduto a modificare la legge che vi era fin dalla fondazione del regno, che prevedeva impossibile per qualsiasi straniero diventare re del paese. Impresa ardua.
“Per quanto riguarda quella legge?” a fare la domanda scomoda fu lo stesso Dalmor, quasi addirittura disinteressato.
“Un paio di occhi dolci e coltelli alla gola piegano tutti i consiglieri del mondo.” Araya sorrise, stringendosi ancora di più al padre, mentre Dalmor la guardava stranito e preoccupato.
“Non sarò mai Re con una Regina del genere.” Disse poi, voltandosi dall’altra parte e ricevendo uno schiaffo quasi contemporaneamente.
“Bene, direi che le nostre casate siano appena diventate le più potenti del mondo.” Tildor era soddisfatto e fumava la pipa beatamente.
“Ah, giusto; lo avevo fatto portare qui questa mattina.” Dalmor si alzò e si diresse alle periferie della sala, cercando qualcosa sotto l’attenzione di tutti.
“Cerca sotto l’arazzo.” Uldor parlò tenendo gli occhi chiusi, sempre sofferente. “L’ho sentito stamane mentre delle guardie lo portavano.”
“Trovato!” tornò al centro raggiante, balzando sul tavolo e risedendosi al fianco della giovane, con un pacco di tessuto nella mano. “Tieni, è il mio regalo di nozze.” Disse poi, porgendoglielo.
Lei non lo prese manco e lo abbracciò tanto da rischiare di strozzarlo; quando si staccò, aveva gli occhi umidi. “Non dovevi, idiota.” Ed iniziò a scartarlo.
“Infatti si, le avevi già fatto un altro regalo.” Rhiman ricevette in piena faccia la borraccia che Araya gli lanciò, bagnandolo quasi completamente; la figlia lo fissava con occhi di fuoco. Tildor e Uldor se la ridevano, Dalmor un po’ meno. Era consapevole che quella storia lo avrebbe accompagnato, pensò, per un bel po’ di tempo lì a venire.
La regina riprese a scartare il suo regalo, restando a bocca spalancata quando se lo ritrovò tra le mani, tenendolo delicatamente su.
“Un gioiello te lo avevo già regalato; delle vesti efficienti pure, e la mia protezione a vita l’hai ricevuta ieri sera. Quindi, cosa è che ti sarebbe potuto servire?” Dalmor parlava a bassa voce, teneramente. “Ho raccolto o fatto raccogliere libri da tutte le biblioteche del mondo, migliorando senza dubbio la qualità di quella nella Fortezza Nera, ma aumentando le mie conoscenze a riguardo; certo, mi è costato un bel po’ di tempo, e non sarà sicuramente come gli antichi Furoi, ma molto vi si avvicina.” Detto questo, tirò fuori da una tasca due catenine.
Nelle mani di Araya, protetti da un piccolo involucro di vetro, vi erano due piccoli globi. Sembravano essere di cristallo, ma al loro interno roteava qualcosa, che poteva sembrare quasi lo stesso gioiello che si fondeva e si riformava all’interno. In realtà, essi non erano gioielli, poiché non erano di materiale rigido, bensì erano, o tentavano di essere, dei Furoi. L’antica arte del regno di Aglaas era andata perduta per sempre, ed al mondo ne restavano solo due esemplari, in stretto possesso della famiglia reale aglaasiana; quegli strani oggetti erano frutto della più suprema arte incastonatrice che l’uomo abbia mai creato: finché restavano integri, i due oggetti non toccavano mai il terreno, ed infatti fluttuavano nel contenitore di vetro che li proteggeva. Essi registravano il tocco di una sola persona, fino alla morte di questa. E per tutta la vita, essi sempre avrebbero indicato all’animo di chi li possedeva dove si trovasse la persona il cui tocco era stato registrato. Venivano creati in coppie appunto per essere utilizzati come monili di matrimonio per gli alti signori di Aglaas nei tempi remoti, ma da secoli, ormai, non se ne erano più prodotti, poiché l’arte era andata persa, e quelli che già vi erano andarono perduti o, nel tempo, distrutti. Araya piangeva fitte lacrime, tremando, e gli altri tre nella sala si erano alzati, guardando meravigliati il dono.
“Io… Tu… Quando?” Tildor non riusciva a credere ai propri occhi, e guardava sbalordito il figlio.
“Di nascosto, nel profondo del giorno, mi recavo giù, nei magazzini, e vi lavoravo; un duro lavoro, oltre due anni di studi e quattro mesi di realizzazione, ripetuti due volte, poiché il primo tentativo andò fallito; questo rischiò di seguire le orme del precedente, ma, alla fine, lo spirito si è stabilizzato ed essi sono stati creati.” Dalmor guardava la sua opera come un padre guarderebbe un figlio.
Araya non riusciva a pronunciare parola, o anche a muoversi, ed iniziarono a preoccuparsi; poi, però, alzò il volto verso Dalmor, ancora piangendo, e lo guardò fisso negli occhi.
“Mi perdoni per un matrimonio di merda?” Chiese lui, sorridendo.
Non rispose, ma scosse velocemente la testa, a scatti, verso il basso e verso l’alto; poi, di scattò, posò il piccolo forziere e si alzò correndo in un angolo e cadendo su un materasso. Dalmor, Tildor e Uldor restarono al loro posto; Rhiman corse da lei.
“Ho esagerato?”
“Forse sì, forse no.” Tildor lo guardava pieno di amore. “Non pensi mai alle conseguenze?”
“Non è mia abitudine.”
“Un lavoro eccellente.” Uldor pronunciò, finalmente, delle parole; il suo muso ancora non era del tutto ripresosi, però la voce sembrava più sicura.
Attesero più di qualche minuto, poi i due tornarono dagli altri, con Araya sempre piangente che si stringeva al petto del padre; si sedettero, e nella sala regnò il silenzio, rotto dai singhiozzi della ragazza. Dopo qualche secondo, si sentì il rumore della pioggia: fuori era il temporale.
Araya smise di piangere, asciugandosi le lacrime e guardando Dalmor.
“Perché tutto deve venire a te? Perché tutto su di te?” Urlò poi, a rimprovero.
“Fin dalla mia nascita era scritto il mio destino; avevo pochi modi per decretare, da solo, da me, la possibilità di un destino diverso. Può darsi che la profezia sia falsa, e non si avveri, ma sappiamo entrambi che, nel bene o nel male, oltre ogni mia volontà, la mia vita è legata a quella di questo mondo più di quanto lo sia a me stesso.” Tildor abbassò gli occhi, Araya riprese a piangere.
“Perché sfidare la sorte, allora? Non ti basta un dio all’interno, non ti basta il dover rischiare la vita per salvare le nostre libertà senza che nessuno te lo abbia chiesto, dovevi anche farti carico della vita di tutto il mondo?” Dalmor temette che le urla potessero essere ascoltate anche all’esterno, ma l’infuriare della pioggia lo tranquillizzo a riguardo.
“La sfida con Îd è tutto: le nostre libertà, quelle di tutti i paesi, la vita del mondo, tutto lì, in quel momento, si decreterà. Non mi son caricato di un’altra responsabilità, ho solo fatto mia una responsabilità che mi era stata imposta. Ed è il desiderio di ogni uomo libero avere la libertà di scegliersi le responsabilità: non è questa, in fondo, la vera libertà? La profezia dice:

Del mondo ai Furoi, quando essi
ancora torneranno dal confine,
due anime d’uomo saranno messi
destino e vita decreteran la fine.

Ed è evidentemente ambigua; nei secoli, sempre si è creduto che le anime ivi indicate sarebbero state le stesse che fossero entrate a contatto con i Furoi. Ma quando si dice ‘due anime d’uomo’, io ritengo che vada intesa in altro modo. Accetti il mio regalo?”
Araya si asciugò nuovamente le lacrime, e salì a baciarlo; poi, assieme, aprirono con accortezza il forziere, ed i due globi si alzarono, uscendo fuori e librandosi davanti ai loro volti. Araya prese una sua lacrima e lasciò che cadesse nel Furoi che si trovava davanti al volto di Dalmor: la goccia immediatamente si dissolse, e quello si colorò del blu degli occhi di lei, e turbine d’oceano al centro si formò. Dalmor, invece, si procurò un taglio sull’avambraccio, e fece scivolare dal pugnale una goccia di sangue nell’altro oggetto: essa si dissolse, e nero divenne il Furoi, e il turbine divenne d’oscurità. Dalmor prese le due catene che aveva prima estratto dalle sue tasche e vi fece passare attraverso i Furoi, creando due ciondoli: strano materiale era quello delle due catenelle, e solo egli ne era a conoscenza delle fattezze. I due sposi si cinsero il collo dei due ciondoli, e le catene penetrarono nelle loro carni, senza dolore, unendosi alle loro anime, e i due Furoi restarono a volteggiare davanti ai loro petti; poi, rispettivamente, ognuno dei due spinse quello con la propria anima nel corpo dell’altro, unendolo alla sua anima, e i loro occhi brillarono.

Più di qualche istante nel silenzio, poi Tildor riprese il filo del discorso.
“Bene; vi siete sposati, gli accordi formali e fastidiosi sono stati rispettati; io e Rhiman siamo finalmente fratelli, dopo tanti anni, e i nostri reami sono ora uno solo. Dalmor ti ha mostrato il regalo di nozze, la situazione è degenerata perché lui deve sempre esagerare ed ora si è ristabilita. Chiudiamo qui il discorso sul matrimonio, se voi siete d’accordo.”
“Assolutamente.” Rhiman alzò le mani.
“Era pure ora.” Araya guardò un poco di traverso Tildor
“Con cosa cominciamo?” Dalmor era già andato oltre.
“Andremo a Torre Oscura.” Uldor si era alzato e adesso camminava irrequieto sul tavolo. Dalmor e Araya si guardarono, poi guardarono lui, e stettero in silenzio.
“Si, sono d’accordo.” Rhiman prese parola. “Abbiamo discorso abbastanza da poter affermare che proseguire nel Regno dei Monti per tutta la sua lunghezza sia la miglior cosa. I monti forniranno nascondiglio da occhi nemici e dai venti, le colline, i boschi e i corsi d’acqua che incontrerete saranno riparo e ristoro.” Gli sposi stavano in silenzio, ascoltandolo. Poi, parlò Tildor.
“A Zorqun sarà molto rischioso fermarvisi, ed anche il solo transitare per la vallata perpendicolarmente a tutte le grandi strade sarà un azzardo. Girate a largo, passate i confini, superate il Frenir e tornate a nord; Torre Oscura sarà un’ottima tappa per riposare nascosti e fare l’ultimo balzo.”
“E poi entreremo nel Regno Selvaggio.” Dalmor vi era già stato, e gli era piaciuto abbastanza, anche se non era un luogo adatto alla villeggiatura.
“Esatto.” Tildor si fermò, e guardò Rhiman; i due restarono a guardarsi per più di qualche secondo sotto gli occhi dei due giovani, mentre Uldor continuava a passeggiare nervoso, saltando dal tavolo e dirigendosi verso la porta da cui erano entrati. Tildor, sotto lo sguardo di Rhiman, si alzò diretto nella penombra.
“Una volta lì, c’è qualcosa che tu devi fare.” Rhiman parlò ed indicò Dalmor.
“Non pensavo di dover fare qualcosa di particolare prima di uscire dal continente; c’è qualche spia o contatto con cui dovrò parlare?” La faccenda si stava facendo interessante, e preoccupante in egual modo, e tutta la sua attenzione era adesso concentrata in quella direzione.
“Non precisamente.” Rhiman guardò ancora una volta Tildor, che dava loro le spalle; poi, respirò profondamente e fissò il suo sguardo sul giovane. “Dovrai andare dal semidio di Îd.”
Dalmor restò un attimo in silenzio; poi, guardò suo padre, che gli dava ancora le spalle, guardò Araya, sorpresa quanto lui, e Uldor, totalmente indifferente (conosce o no?). Rhiman aveva un’espressione grave, il che non lo confortò.
“Io… penso di capire. Me lo avete tenuto nascosto tutto questo tempo, ma voi sapevate chi era il semidio, ed avete giustamente pensato di contattarlo e chiedere aiuto. Io… sebbene non accetti il vostro silenzio, vi capisco.” Dalmor parlò lentamente, e con tranquillità. In fondo, lo avevano fatto per il suo bene. “Chi è? È un vecchio, o è giovane? È del deserto, vero? È così che lo conoscete, sicuramente.”
Tildor si appoggiò ad una parete del fondo sala ed abbassò la testa. Rhiman chiuse gli occhi dolorosamente, poi guardò Araya; gli occhi di lei tremarono per un istante.
“Perdonami, figlia mia.” La sua voce era addolorata. “Dalmor, il semidio di Îd tu lo hai conosciuto in passato. È la ragazza che si chiama Syriel e che un tempo viveva con te.”
Tildor cadde in ginocchio; nascosto dall’ombra, piangeva fitte lacrime. Il cuore di Dalmor, al nome, si fermò e saltò un battito: i suoi occhi non videro più, e quel che lo circondava non era più attorno a lui. Araya iniziò a tremare e scattò in piedi, passeggiando irosamente per la stanza. Uldor si alzò e tenne la guardia alla porta: nessuno doveva uscire.
Araya iniziò a piangere: una volta, lo stesso Dalmor le aveva detto che, se mai Syriel fosse tornata in vita, lui sarebbe tornato da lei, perché era lei l’altra metà; Araya non lo aveva dimenticato e viveva costantemente combattendo un fantasma. Sentendo Araya singhiozzare, Tildor tornò alla luce. Dalmor era ancora lì, fermo come era quando ascoltò le parole di Rhiman. Questi, invece, si era alzato e stava lentamente andando verso sua figlia, ed una lacrima cadde anche dai suoi fieri occhi. Il re dei Monti si fermò in piedi davanti suo figlio; si asciugò le lacrime e trattenne quelle successive, poggiandosi al tavolo e puntando i suoi occhi in quelli di suo figlio; questi aveva ancora l’animo perso: gli occhi erano aperti, il diaframma si alzava con ritmo regolare e le ciglia battevano, ma era totalmente assente. Tornò in sé con un sussulto; vide gli occhi di suo padre poco distanti da lui, poi il terrore lo invase.
“Come riesci a guardarmi negli occhi?” disse calmo; non una lacrima cadde dai suoi occhi. Con la stessa calma si alzò in piedi e discese dal tavolo. Poi, i suoi respiri cominciarono a farsi sempre più profondi, e cacciò un urlo dalla sua gola, un urlo caldo e potente: non freddo come gli ululati di Uldor, ma un urlo di forza possente che invase tutta la sala, e rimbombò nella torre; il suo terrore divenne forza e tutti furono colpiti da essa: Araya smise di piange e tremare, colpita e vuotata del suo animo, e Uldor tremò nelle gambe mettendosi a sedere e Rhiman si voltò sconvolto, guardando il corpo di Dalmor cadere a terra, esanime.

Coloro i quali erano nelle fortezze nulla sentirono se non la pioggia battente coprire di suoni sordi ogni evento che essi vivevano; le guardie nella torre ascoltarono però l’urlo di Dalmor, ma non poterono entrare, per via degli ordini che furono stati impartiti prima di entrare nella sala da Tildor, ed essi erano sotto giuramento di segretezza, e nulla potevano comunicare a sconosciuto di quel che essi ascoltavano pena la morte o la tortura fino a sopraggiunta dipartita.
Nella sala, la forza dello spirito di Dalmor aveva prevalso su tutti, eccetto Rhiman, il quale non era stato totalmente abbattuto, e si ergeva in piedi, nella disperazione generale. Fu lui quindi che dovette soccorrere i caduti, rianimando prima sua figlia, poi suo fratello ed infine Uldor, riunendoli tutti intorno la tavola, scaldandoli con coperte, cibi e bevande; Dalmor lo lasciò a terra, dove era caduto, per tutto quel tempo, ed essi fingevano di ignorarlo, timorosi del suo risveglio. Non di meno, Rhiman stesso, non appena gli altri si furono ripresi, si avvicinò al giovane e, con fatica, riuscì a ridestarlo. Non ebbe bisogno come gli altri di coperte, cibi o vino, ma accettò lo stesso del pane, ed era già in piedi mentre Araya ancora si stringeva in coperte e piumoni. Gli occhi di tutti erano puntati su di lui, ma lui non guardava loro, sapendo di essere osservato, e mangiava con aria distratta. Passarono, tra la paura e l’imbarazzo, più di un’ora da quando erano caduti prima che parole venissero pronunciate; nel mentre, il temporale si era affievolito, e più non pioveva, ma nere nuvole regnavano il cielo sulle sei fortezze, promettendo ancora precipitazioni. A parlare, dopo il lungo silenzio, fu proprio Dalmor.
“L’ho vista morire con i miei occhi. Pretendo di voler sapere il come.” Si voltò lentamente e posò i suoi occhi neri su suo padre; in essi non vi leggeva nulla, solo un profondo nero, impenetrabile e spaventoso perché inconoscibile.
“Quando vi conosceste da bambini” iniziò il lungo racconto Tildor, con gli occhi vincolati in quelli di suo figlio “ero molto felice per te; eri abbastanza solo nella Fortezza Nera, e quella povera bambina, sola e perduta, fu la salvezza della tua infanzia. Il vedervi crescere assieme felici mi riempiva di gioia, e quando seppi che intendevi sposarla, a tredici anni, fui sinceramente diviso al principio: Rhiman voleva che tu sposassi Araya, ma non potevo dire no a te e ad un amore che avevo visto nascere e crescere; per queste ragioni, convenni di accettare a sposarvi non appena aveste compiuto diciassette anni, e Rhiman ne fu deluso, ma comprese. Non avevo la più pallida idea che lei fosse il semidio di Îd, e non me ne preoccupavo, ne invero mai mi era passata per la mente quella possibilità: non sapevo da dove lei provenisse in realtà, ma sapendo che ormai giacevate assieme, e sapendo che il tuo essere semidio ci era conosciuto tramite una voglia, non dubitavo che tu non te ne fossi accorto, qualora ne avesse avuta una.” Fece una pausa, spostando lo sguardo a tutti gli altri intorno a lui; Araya aveva smesso di tremare, ma aveva lo spirito più propenso al dolore che alla felicità. “Quando quella febbre la colpì, non seppi che fare; i primi tre giorni si manifestò come una normale influenza, ma poi il quarto giorno peggiorò, ma tu non eri con lei, bensì giù in città. E dal delirio della febbre si svegliò, con occhi spalancati, e mi parlò; mi disse che stava combattendo con Îd, che lei proveniva dal Nord ed aveva sempre avuto quel potere, e che era stato quello la causa della distruzione del suo villaggio, poiché il Rosso Re intendeva controllare appieno il potere del dio, ma lei non fu scovata, nascosta dai suoi compaesani, che si sacrificarono per la sua vita. Nella sua memoria erano stati nascosti questi eventi, dal profondo dolore, e solo allora, nel momento in cui si era trovata a lottare con il dio, la sua memoria li aveva rievocati. Quando lei mi parlò, mi disse che, ormai, aveva già prevalso, e che tu eri indubbiamente in grave pericolo. Con una straordinaria dimostrazione di potere, ella creò un corpo in tutto e per tutto identico al suo, eppure non viveva, e mi chiese di poter scappare, e di tener per sempre nascosto quel terribile giorno, finché non fosse giunto il tuo tempo. Ella ora vive e dimora, nascosta agli occhi di tutto il mondo, nella Torre Collina nel Regno Selvaggio. Dopo la sua immediata e nascosta partenza, conosciuta solo a me e a Mamnor, tu fosti distrutto come mai ti avevo visto, e mi ricordai di quando tua madre morì e del dolore che provai; allora con Rhiman decidemmo di provare a rianimare il tuo spirito, facendoti incontrare con Araya, che avrebbe potuto, se non completamente guarire, ma almeno lenire, la tua ferita e il tuo dolore; e non mi pare che questo non sia avvenuto.”
Dalmor allora spostò lo sguardo verso Rhiman, fissando anche lui: aveva una personalità più forte di quella di suo padre, ma anche più limitata, e vide nel suo sguardo fermezza e disposizione, consapevolezza del proprio essere e grandissimo potere, ma anche grande saggezza. Non lesse nei suoi occhi pentimento, e stimò nel suo profondo quel Re che era diventato suo padre. In Uldor non vide null’altro che il lupo, l’amico che aveva sempre conosciuto, e passò poi ad Araya, e il suo cuore sprofondò quando si perse nel blu oceano degli occhi di lei. Nel suo petto percepì un vuoto, e capì che anche lo spirito di lei provava lo stesso suo sentimento, poiché il Furoi ne reagiva in quel modo. Entrambi soffrivano, per la paura, la paura di perdersi, paura del dolore, paura della fine del loro amore. Ma Araya soffriva per questo, Dalmor aveva invece un secondo dolore, ed era quello della divisione, del non essere più uno ed uno solo, ma di essere due: Syriel e l’amore puro, che era, solo allora capì, divino, che provava per lei, senza timore e senza paura, senza dolore, ma solo amore, da un lato; e contro di esso c’era Araya, e l’amore umano, che non era mai stato intaccato dal dubbio o dal timore fino a quel punto, ma che era allora minacciato dal terrore di perdere, di essere sconfitto dall’altro amore che provava. Dalmor capì, dallo sguardo tremante di Araya, che ella percepiva attraverso il Furoi il suo spirito, e ciò gli provocò altro dolore, perché mai voleva provocarle sofferenza in alcun modo.
Con fatica abbassò lo sguardo, distogliendolo dai suoi occhi; ma seppe che, sebbene guardava verso il basso, ella lo guardava ancora, e forse non le si stavano inumidendo gli occhi? Salì sul tavolo, e si risedette a gambe incrociate al centro di esso.
“Ora mediterò. Per almeno due ore. Non uscite da questa sala, e attendete che io mi sia risvegliato; allora, vi dirò quel che il mio spirito davvero vuole, e quel che io ho deciso.” Così dicendo, chiuse gli occhi, e sprofondò in se stesso, mentre il temporale infuriava nuovamente. Ma, nel farlo, dal suo petto fuoriuscì il Furoi, che rimase a volteggiare nell’aria davanti la sua testa, legato a lui dalla catenina: il suo spirito meditava, quello di Araya veniva respinto fuori.

Gli altri rimasero in silenzio; l’imperativo di Dalmor sembrava categorico, ed ognuno, dentro il suo animo, decretò quello che anche gli altri conclusero: sarebbe stato meglio rispettare le indicazioni ricevute. Araya si appoggiò, lacrimando in silenzio, su un materasso, ai bordi della sala, circondata di coperte, guardando Dalmor e il Furoi con la sua anima che veniva respinto dal suo petto; Uldor era al suo fianco, dandole conforto. Accadde, più di qualche volta, che il Furoi che ella aveva in petto tentasse di uscire, spinto ad unirsi al suo spirito madre, per poter tornare ad essere tutt’uno con quello; avvenne anche che Araya percepì tutto quello che accadeva nel frattempo nell’animo di Dalmor, e la serenità e il calmo vuoto che vi era la confortò più di ogni altra cosa.
I due re stavano seduti pochi distanti tra loro, mentre Dalmor era in loro mezzo; dopo circa venti minuti di silenzio tombale, il corpo del giovane si alzò da terra e restò a fluttuare a mezz’aria, sotto gli occhi di tutti. Paradossalmente, nessuno ne era sorpreso: ormai, l’anormalità era divenuta consuetudine. Passarono così due ore: Araya riuscì anche ad appisolarsi, tenendo le mani strette al petto, attorno al Furoi, mentre Uldor le stava acciambellato sul corpo riscaldandola e proteggendola; Tildor e Rhiman non parlarono, ma attesero in grave silenzio la sentenza al loro “crimine”.
Quando il tempo da Dalmor annunciato scadde, il suo corpo si adagiò lentamente sul tavolo, mentre i suoi occhi si riaprivano; il Furoi gli tornò nel petto, ed Araya si svegliò, alzandosi; rimase seduto, gambe incrociate, al centro del tavolo, mentre tutti e quattro si riunivano, in piedi, davanti a lui.
Si stiracchiò e fece scrocchiare collo, braccia e falangi, poi li guardò nuovamente tutti. Fuori non pioveva più, il cielo si rasserenava ad occidente, e la notte doveva ormai essersi inoltrata nel profondo.
“La mia vita, negli ultimi quattro anni, è tutta frutto di una menzogna.” Iniziò parlando così, fissandoli tutti contemporaneamente. “Non nego che mi abbia aiutato a crescere, ma ciò non influenza minimamente il fatto che ho vissuto quattro anni nella totale oscurità; certamente, voi potrete affermare che, al mondo, ci sono migliaia, milioni di persone che vivono all’oscuro di moltissime informazioni, e che una bugia per me non è nulla in confronto alle bugie che il mondo è costretto a sorbire incoscientemente ogni giorno. Ebbene, io vi rispondo che non accetto le bugie. Se devo essere presuntuoso, che io lo sia: la verità è l’unica parola della mia vita. Mai bugia, solo verità: sia essa parziale o totale; ho passato anni ed anni a studiare, libri su libri, volumi su volumi, e se non avessi avuto Ûd nel mio spirito probabilmente sarei stato un nano ingobbito con problemi di vista e forse anche di calvizie. Ho sacrificato molto per apprendere la verità, e solo la verità, e fin da bambino mio padre mi ha istruito ad essa; è per me dura accettare che proprio il mio stesso padre mi abbia mentito in maniera così spudorata, sapendo che, se non lo avesse fatto, il mondo sarebbe stato nelle sue mani, e i pericoli che oggi corriamo non li avremmo corsi. Ma è anche doveroso ammettere che ho sempre dubitato di avere qualche bugia nella mia vita: certo mai avrei immaginato fosse questa, ma qualcuna sarebbe dovuta esserci.”
Smise brutalmente il suo monologo, e gli altri si guardarono, in attesa del seguito; si alzò e si diresse al bordi della sala, sotto gli occhi di tutti: mangiò, bevve, si rinfrescò e tornò al tavolo, sedendosi penzoloni sul bordo, una gamba piegata sotto l’altra. Tutti lo guardavano, e lui guardava loro.
“Non perdono te, papà; non perdono te, Rhiman. Forse mai vi perdonerò per questo, ma sappiate che mai porterò rancore verso di voi, e quando usciremo da qui i rapporti tra noi saranno gli stessi di prima; ma voi sapete, e lo saprete fino alla fine, che siete in debito con me. Uldor, non ho idea di quanto tu sia immischiato in questa faccenda, ma sono sicuro che se lo fossi saresti al primo posto, quindi preferisco restare nel dubbio.  Araya.” Fece una pausa, guardandola negli occhi; i loro petti si scaldarono. “Tu sei vittima quanto me di questa storia; siamo vittime eppur beneficiari. Perché penso che se io ora avessi detto di non voler avere più nulla a che fare con te, probabilmente ti saresti uccisa; e se io avessi detto quelle parole, probabilmente sarei partito da solo verso il Regno Selvaggio, dimentico del mio dovere e andando a morte certa assieme al mondo intero.  Beneficiamo di questa bugia per costruire il nostro rapporto: ora che la conosciamo, facciamo in modo che esso sia ancora più forte. Devo parlarti schiettamente: io amerò sempre Syriel, e tu lo sai; ma ogni volta che vedo i tuoi occhi mi innamoro, quindi lascio a te la conclusione. Mi perdonerai mai, per una relazione d’amore fondata su una bugia?”

Uscirono dalla sala che la Luna era prossima al tramonto; Dalmor allora, senza neanche pensarci, prese la mano di Araya e corse nel castello, uscendo nel cortile dei Monti, diretto alle stalle; prese un solo cavallo, e uscirono di fretta nella notte, diretti ad ovest. Poco lontano dal castello vi era un piccolo lago, quasi circolare, di acqua limpida, circondato da un boschetto di querce e olmi a sud ed ovest, mentre a nord-est era protetto da una collinetta, su cui vi erano rade betulle. Qualche strana magia permetteva a qualsiasi specie vivente, animale o vegetale che fosse, di poter prosperare e crescere sull’isola, e per questo essa era esclusa dall’uso umano, a parte eventi particolari. Era proprio su quella collina che Dalmor portò Araya; legò il cavallo ad un albero e si sedette su una piccola sporgenza che si affacciava ad ovest: il cielo era limpido ed aperto davanti a loro, e la Luna appariva radiosa, nella fresca aria che segue ad un violento temporale. Tutt’attorno le nuvole ancora coprivano le stelle, ma si stavano diradando quasi completamente. La giovane venne a sedersi sulle sue gambe e guardarono assieme la Luna tramontare; lo stesso re scrisse delle poesie in seguito, ricordando la Luna sulla collina, che egli descrisse come un respiro di pace nell’incedere violento ed irrefrenabile della guerra.

Da quando erano giunti alle Sei Fortezze, i regnanti dei Monti non avevano avuto un giorno di pausa. consiglio, duello e matrimonio si erano succeduti per tre giorni di fila, e, per finire, la riunione di famiglia, come se non fossero impegni che richiedessero preparazioni di mesi; per Dalmor si era aggiunta anche la notizia di Syriel, il che rendeva il tutto ancora più stressante. Adesso restava l’ultimo impegno prima di una sperata pace. Era il 3 Yzurset e, come stabilito da calendario, ci sarebbero stati i passaggi dei troni. La questione era spinosa da un punto di vista organizzativo: secondo le leggi di tutti gli stati, che concordavano su questa pratica, il passaggio, in caso il re avesse abdicato, si sarebbe tenuto nella sala del trono, in presenza dei vari organi statali che differivano. Peccato che le stanze del trono si trovavano tutte a chilometri di distanza dalle Sei Fortezze, e fosse leggermente assurdo pensare a mantenere tradizioni e seguire leggi. Per risolvere questo problema, i re abdicanti, in comune accordo, sottoscrissero un documento, scritto dal Protettore della Pace nell’esagono e apportante i sette sigilli del continente, in cui si dichiarava che, vista la straordinaria situazione in cui ciò si andava a svolgere, i Re, sotto ordine diretto ed improrogabile del Protettore, scavalcavano le leggi dei loro stati, nominando loro successori immediati i principi presenti alle Sei Fortezze con una cerimonia comune.
Riguardo la cerimonia, vi furono numerose e dibattute discussioni; ovviamente, ognuno ci teneva a tenerla nel proprio palazzo. Il problema era che gli altri Re sarebbero dovuti essere presenti e firmare come testimoni. Ciò voleva dire che il corteo avrebbe girato tutti i palazzi della fortezza come una processione a tappe, il che era abbastanza ridicolo. Tildor propose la soluzione più semplice: svolgerla nel cortile interno, che non cadeva sotto alcuna giurisdizione statale, ma ci furono addirittura discordanze sull’orientamento verso il quale i principi dovevano inginocchiarsi, per cui Tildor ordinò che si svolgesse all’interno della torre e fine della discussione. Non tutti furono felici, ma dovettero adattarsi. La cerimonia era fissata per metà mattinata, ma fecero circolare la voce che non sarebbe iniziata prima del mezzogiorno: era meglio prevenire il plausibile ritardo di Dalmor. Come avvenne.
Dopo aver dormito in riva al lago, Dalmor e Araya, svegliati all’alba dal Sole, si diressero verso la fortezza, rientrando negli appartamenti di lei. Lì si concessero un bagno ed un breve riposo ristoratore, prima di scendere per colazione. Nonostante non avessero nulla di urgente da fare e non stessero dormendo, i due giunsero nel cortile interno che il mezzogiorno era prossimo, quindi già in ritardo di un paio di ore. Ovviamente, erano ignari dell’ora.
C’era movimento nel cortile interno, poiché si erano già riuniti i regnanti con i loro testimoni al seguito, ovvero gli ufficiali delle loro scorte personali. Tildor era seduto sull’erba soffice a fumare, stranamente coccolato da Uldor. Rhiman era con lui, e sembravano discutere di qualcosa di molto importante, considerate le loro espressioni concentrate e i loro movimenti controllati. La coppia si avvicinò a loro affiancati, e Araya li salutò con un sorriso, baciandoli entrambi e facendo le feste a Uldor, mentre Dalmor si limitò a fare un cenno con una mano e un anonimo “Salve”.
Poiché loro due erano gli unici ancora assenti, si procedette immediatamente alla cerimonia. Era stato allestito un piccolo palco, con un inginocchiatoio e un tavolino; a turno, padri e figli sarebbero saliti sul palco, avrebbero compiuto il passaggio delle insegne secondo le proprie tradizioni e sarebbero scesi a firmare il documento già pronto, assieme agli altri regnanti testimoni. Dalmor guardò con benevolenza Gorfin, perché se non ci fosse stato lui, la stesura di quel documento avrebbe portato via un bel po’ di tempo in discussioni.
I primi a salire sul palco furono Dalmor e Tildor; poiché, secondo tutti, quella scomoda situazione era opera loro, si meritavano la punizione di essere i primi, per poi proseguire in senso orario secondo la posizione geografica degli stati. Con un poco di nervosismo e imbarazzo, i due salirono sul palco e si disposero uno di fronte all’altro, l’inginocchiatoio a separarli. Dalmor decise di tenere gli attriti della sera precedente fuori da quella questione, e si prepararono. La loro cerimonia fu abbastanza semplice, senza remore: Tildor si sfilò la corona e, quando era in procinto di posarla sul capo del figlio, questi gliela tolse dalle mani e si incoronò da solo, come voleva la loro tradizione. Dopodiché, Dalmor si alzò, mentre suo padre si inginocchiava e gli porgeva lo scettro reale. Fine della cerimonia.
Furono accolti da composti applausi e scesero per porre le loro firme. Il turno successivo fu di Meganodos e Hermans; il rito di passaggio prevedeva un rapido scambio di battute prese dal Re folle, l’opera letteraria più famosa del loro regno. Dopodiché, Hermans, strappò dalle mani del padre lo scettro, mentre questi gli poneva la corona sul capo.
La cerimonia dei venti fu più lunga: padre e figlia, seduti a terra gambe incrociate, con le insegne già scambiate, pronunciarono un lungo discorso a due nella lingua comune di Tabin, dai suoni leggeri e acuti, che sembravano note di una canzone. Lo scambio di battute durò oltre un quarto d’ora, mentre tutti rischiavano di addormentarsi. Infine, i due si rialzarono e Kyrlai abbracciò il padre, sorridendo. Dalmor notò che entrambi erano in lacrime.
Rhiman e Araya furono i più rapidi: salirono, lei si inginocchiò, il padre le poggiò la corona, le porse lo scettro e, dopo averla sostenuta a rialzarsi, si eclissò, mostrando al mondo la nuova Regina dei Deserti. Gli applausi furono più calorosi perché avevano abbreviato la sofferenza.
La cerimonia delle praterie sembrava più una consegne di uffici militari: Felagos, in piedi, si muoveva, urlando al figlio in lingua galarden, molto simile all’aglaasiana; Trapsos, inginocchiato e appoggiato alla spada, rispondeva a capo chino. La fine della cerimonia prevedeva che il figlio si alzasse e ricevesse dal padre le insegne, ma viste le diverse stature, Felagos salì sull’inginocchiatoio per aiutarsi a posare la corona sul capo del figlio.
Per ultimo toccò al Regno dei Fiumi. Dalmor notò la felicità sul volto di Gorfin, mentre l’elegantissima Taresta, clamorosamente, piangeva. Nessuno scambio di battute, nessuna cerimonia: i due si abbracciarono e si misero a ballare, mentre un uomo della loro guardia, con l’arpa, suonava una dolce melodia che Dalmor non aveva mai ascoltato ne studiato. Sotto al palco, ad Araya e Kyrlai brillarono gli occhi per l’emozione, e ballarono anch’esse con i loro padri. Alla fine della musica, le tre ragazze piangevano quasi a dirotto e tutti si abbracciarono tra di loro. Si sentivano tutti più uniti, dopo le cerimonie.

“Miei signori” Dalmor parlò non appena furono raccolti i documenti firmati “abbiamo avuto giornate impegnative tutti quanti. Ci siamo conosciuti e abbiamo avuto degli attriti tra di noi, che solo assieme siamo riusciti a risolvere. Inizia una nuova era per l’esagono, in cui tutti noi lottiamo uniti per la libertà e la salvezza. Avevo già parlato di un consiglio dei nuovi Re che stanno per partire, ma proporrei di spostarlo a dopodomani, il giorno prima della partenza, così da avere tutti quanti, domani, un giorno di stacco e riposo.”
“Non sono d’accordo.” A parlare fu Hermans, e Dalmor fu preso dallo sconforto. Temeva che dicesse esattamente quel disse: “Facciamolo ora, così poi avremo due giorni interi da passare con le nostre famiglie e per prepararci, no?”
Sul volto di Dalmor si dipinse la disperazione, mentre tutto attorno vi furono consensi alla proposta del nuovo re dei colli. Si decise quindi di riunirsi immediatamente in consiglio, e Tildor li invitò ad accomodarsi nella torre centrale, a stanza chiusa. Quindi, tutti i nuovi re, accompagnati da Uldor, si avviarono al centro del cortile, mentre Dalmor sussurrava a Hermans, che rideva a crepapelle, “Giuro te la faccio pagare”.

“Ebbene, eccoci qui, ad aprire un altro fottuto consiglio. Vi odio tutti, tanto per cominciare.” Dalmor pronunciò le ‘’parole di rito’’ allungandosi con la testa sul tavolo, stanco.
“Dai su, che facciamo in fretta e poi ci riposiamo per due giorni.”
“È meglio così, Dalmor.” Il lupo lo guardava, seduto al centro del tavolo.
Si erano disposti un po’ come gli pareva, sedendosi chi sulle poltrone, chi sul tavolo; nessuno al proprio scranno o, addirittura, al proprio lato del tavolo. Taresta, evidentemente non abituata a lunghe vesti eleganti, si era riseduta scomposta, mostrando una lunga gamba nuda, che mandò fuori di giri più di qualcuno. Dalmor evitò spontaneamente di guardare in quella direzione, con Araya affianco che lo sorvegliava.
“Bene, cos’è che dovete dirci?” Kyrlai era seduta sul tavolo e giocava con una ciocca dei suoi capelli.
“Sì, direi che posso iniziare io.” Uldor si sedette e si schiarì la voce. “Per prima cosa, sarebbe davvero consolante che voi giuraste di non riferire a nessun uomo che non sia qui dentro quel che diremo e decideremo.” A parte Araya e Dalmor, gli altri si mostrarono infastiditi, com’era ovvio che fosse. Volevano senza dubbio riferire ai padri ciò che si era detto e deciso, e parlarne con loro.
“Se può aiutare” Dalmor alzò la voce per sovrastare le polemiche “neanche Tildor e Rhiman sanno nulla di quello che diremo, ne lo sapranno, almeno non da noi.” Quello bastò a calmare le acque, e tutti accettarono di mantenere il segreto.
Ovviamente, Tildor e Rhiman sapevano qualcosa di quel che avrebbero detto, ma non tutto. ‘La verità parziale salverà il mondo’, pensò Dalmor.
“Ottimo.” Riprese Uldor. “Ora, passiamo a cose serie. Il viaggio sarà lungo, e qui intendiamo metterci d’accordo per la prima parte, ovvero quella che siamo quasi sicuri di riuscire a compiere.” Ovviamente, tutti capirono l’allusione. “Partiremo da qui a cavallo ed approderemo al ponte dei Monti. Sempre a cavallo percorreremo un lungo tragitto nel Regno dei Monti, mantenendoci a ridosso delle montagne, muovendoci per lo più di giorno e cercando di stare lontani dalle strade. Una volta giunti lì dove indica Dalmor” tutti si voltarono a guardare il Re dei Monti che, con un bastone, indicava un punto sulla mappa del regno dipinta alla parete “vireremo verso Sud. Non possiamo passare davanti a Zorqun, sarebbe troppo pericolo per la nostra segretezza. Supereremo i confini col Regno dei Fiumi e, una volta superato il Frenir, grazie all’aiuto di Taresta”si voltò verso di lei, che assentì col capo “torneremo a Nord, per alloggiare a Torre Oscura.” Mentre Uldor parlava, Dalmor muoveva il bastone sulla mappa, mostrando che percorso intendevano compiere. “Ovviamente, poiché Torre Oscura è un luogo segreto dei Monti, e lo steso varrà se Taresta ci mostrerà passaggi nascosti, tutto ciò che vedrete nel viaggio sarà di assoluta segretezza. Tutto chiaro?”
Tutti si guardarono tra di loro; il programma sembrava quello di una allegra scampagnata.
“Dopo Torre Oscura?” Trapsos domandò con aria incuriosita e pensierosa.
“Penso che resteremo qualche giorno lì, programmando il resto del viaggio” gli rispose Dalmor, ancora in piedi davanti alla mappa “per poi entrare nel Regno Selvaggio e tirare davvero a campare. Riteniamo che sia meglio lasciare i cavalli a Torre Oscura.”
Qualche borbottio sconnesso qua e là, ma nessuno aveva da ridire.
“Direi che è tutto, giusto?” Dalmor guardò Uldor e questo guardò Araya. Non era ancora il tempo di parlare di Syriel, soprattutto con i vecchi re nelle vicinanze e possibili canarini. A Torre Oscura sarebbe stato più sicuro parlarne.
“Sì, è tutto qui. Potete andare, miei Re. Vi ricordo che la partenza è fissata tra tre giorni, all’alba del Sole.”
“Vogliamo più dettagli sul viaggio.” Kyrlai parlò con un sorriso quasi maligno; Dalmor si passò la mano sul viso.
In generale, il consiglio durò poco meno di due ore, di cui più di una passata a discutere come e quando entrare nel territorio dei Fiumi; alla fine, con immensa gioia di Dalmor, tutti furono d’accordo col chiudere lì la questione e uscirono dalla sala.

Finalmente, per Dalmor, era giunto un po’ di riposo. Aveva tanto su cui pensare e tanto da programmare. Non aveva potuto godere delle meraviglie nascoste delle Sei Fortezze, cosa che avrebbe desiderato tanto fare, e non sapeva se sarebbe mai più tornato lì. Il futuro era incerto e oscuro. Il presente non era certo meglio, ma almeno aveva Araya al suo fianco, ed era felice che lei fosse con lui, a sostenerlo. Nessuno degli altri regnanti era a conoscenza del Furoi, dei loro progetti e strategie. Quando uscirono dalla torre, il Sole era vicino al tramonto e avevano tutta la notte davanti. Si salutarono e si divisero, entrando ognuno nel proprio castello.

Era stato invitato, assieme a Araya, ad un allenamento notturno nel cortile dei Fiumi da Taresta. Marito e moglie si incontrarono sul tetto della fortezza, per poi raggiungere la loro meta attraverso le mura esterne. Il cortile era pieno zeppo di alberi, un piccolo bosco, e vi regnava l’oscurità; i raggi della Luna, illuminata a metà, non riuscivano a superare i fitti rami carichi di foglie. Avrebbe potuto portare con se oggetti di pietra lunare, per illuminare la strada, ma sarebbe stato più facile per Taresta trovarli e, quindi, vincere la sfida. Entrambi indossavano i vestiti in acciaio nero, Dalmor si muoveva furtivo davanti col pugnale in mano e Araya gli copriva le spalle, arco in mano. Era una discreta tiratrice.
Al buio, Dalmor riusciva a vedere abbastanza bene, mentre Araya non sapeva che pesci pigliare; fin quando restarono nei margini del bosco, vicino le mura, qualche sparuto raggio di luce riusciva a passare tra le foglie, il sufficiente per permetterle di vedere movimenti sospetti e, nel caso, attaccare. Quando, però, entrarono nel fitto del bosco, il buio totale li avvolse, e lei ripose l’arco dietro la schiena e sostituendolo col pugnale in acciaio nero che aveva alla cintola. Entrambi si avvolsero nei loro mantelli e stettero all’erta, per cogliere anche i più minimi rumori.
Un improvviso sibilo dalla loro destra; Araya si abbassò immediatamente e la freccia passò oltre, senza colpirla. Ora sapevano da che parte era Taresta quando aveva lanciato quella freccia: un piccolo ma inutile vantaggio. Araya si rimise carponi e sussurrò un “Shh” a Dalmor; poi, più leggera di una foglia e col minimo rumore, saltò tra tronchi e rami e sparì dalla sua percezione: troppi rumori consecutivi. Forse troppi davvero. Sapeva cosa significava, ma non appena provò a muoversi, una voce alle sue spalle.
“Fermo, Dalmor; se ti muovi, ti ficco una freccia nel cranio. Forse saresti meno sarcastico e più furbo, se lo facessi.”
“Naah, non credo.” Dalmor fece cadere il coltello e alzò le mani. Fece anche per alzarsi, ma Taresta lo bloccò immediatamente, lasciandolo in quella scomoda posizione. Sapeva cosa veniva ora: lei avrebbe cercato di legargli le mani, ma con un arco tra le mani era abbastanza difficile. Avrebbe dovuto metterlo via e tirar fuori il pugnale, e Dalmor ne avrebbe approfittato. Mentre lo pensava, però, con un’agilità incredibile, lei lo aveva già fatto, ma non prese il proprio pugnale, bensì quello di Dalmor, che era proprio affianco ai suoi piedi. Quella ragazza era un assassino perfetto.
“Su.” gli disse, tenendo il coltello a due centimetri dal suo pomo d’Adamo “Inginocchiati.” Dalmor tirò un sospiro di sollievo. Almeno non sarebbe più stato in quella scomoda posizione. Si mise in ginocchio e Taresta, continuando a tenere il coltello puntato alla sua gola, gli legò le mani; il giovane non riuscì a capire come ci riuscisse con una sola mano, ma sentiva che non sarebbe stato facile sciogliere quei nodi. Per fortuna, non ce ne sarebbe stato bisogno.
Araya spuntò dal nulla e incrociò il pugnale con quello di Taresta, che non fu molto sorpresa; Dalmor ne approfittò e saltò via, impiegando qualche secondo per liberarsi dalle corde. Ora, però, non aveva più un coltello. Le due ragazze, davanti a lui, si studiavano guardandosi. Poi iniziarono a duellare. Lo scambio di colpi fu velocissimo, tanto che Dalmor ci capì ben poco nell’oscurità. Poi però le sentì allontanarsi, saltando sui rami degli alberi, e lui corse a terra, seguendole silenziosamente.
Spuntarono davanti le porte del castello, in un piccolo spiazzo libero dalla vegetazione e illuminato dalla Luna. Le braccia di Araya erano piene di tagli e graffi, mentre Taresta era ancora incolume. Continuarono a duellare alla luce della Luna, saltando a destra e a sinistra come fringuelli, agilissime entrambe; poi Araya saltò sul muro, per darsi la spinta, ma fallì il gesto e rovinò sul suo avversario, trasformando il duello in una lotta corpo a corpo. Peccato che Araya l’avesse braccata e, strette le sue gambe ai fianchi di Taresta, la minacciava da dietro col coltello alla gola.
Dalmor si avvicinò a loro applaudendo. “Complimenti, mai vista una cosa simile.” Disse, passeggiando verso di loro. “È stranamente eccitante vedere due donne che combattono.” Le ragazze si guardarono e si rialzarono. Poi Taresta gli diede uno schiaffo, che risuonò nel silenzio della notte, mentre Araya mirò basso e gli diede un calcio ai testicoli, mandandolo in ginocchio.
“Hai perso, bello.” Araya lo prese per i capelli e gli scoprì il collo, mentre Taresta gli puntava una frecca contro.
“Mi… arrendo.” Disse dolorante, tenendosi ancora i testicoli. Le due lo lasciarono andare ridendo e lui si buttò a terra.
“Bello scontro. Sei davvero brava, alla luce.” Taresta si complimentò con Araya.
“Beh, tu al buio hai il vantaggio dello spazio, era ovvio che, se volevo vincere, dovevo portarti qui.” La risposta era venata da una leggera ironia. Le due si strinsero la mano e si invitarono a colazione il giorno dopo. Dalmor era ancora dolorante a terra e riuscì ad alzarsi dopo qualche minuto, tornandosene da solo ai suoi appartamenti, abbondantemente preceduto da Araya.

La mattina successiva venne svegliato presto. Araya gli scaraventò il solito secchio d’acqua in faccia e lui si trascinò nella toilette per il bagno gelido. Dopo una mezz’oretta, uscì sveglio e nudo, tornando nella camera da letto e baciando sua moglie.
“Ti conviene cambiarti, sta arrivando Taresta.” Le disse lei.
“A fare cosa?” Lui assunse un’aria preoccupata; era ancora assonnato.
“Colazione, è ovvio. Sbrigati.” Lui la fissò stupita e si cambiò, mentre lei spostava la sua attenzione al pube e al sedere del marito, mordendosi un labbro.
Non appena Dalmor ebbe finito di tirarsi su i pantaloni, Taresta spuntò dal nulla e saltò dentro dalla finestra.
“Eri già qui fuori, immagino.” Dalmor fece finta di nulla, parlando mentre continuava a vestirsi.
“Esatto. Ho visto come ti devono svegliare al mattino, e posso assicurarti che soffrirai in viaggio con me. Ho preferito lasciarti i tuoi tempi e spazi, sarebbe stato strano mostrarsi qui mentre tu eri nudo.”
“Finalmente qualcuno col buon senso.” Dalmor si infilò la maglia lacerata, infilandola nei pantaloni, e fu pronto appena strinse la cintura.
La colazione arrivò qualche minuto dopo. Dalmor evitò di chiedere perché avessero deciso di fare colazione lì, ma mangiò e stette ad ascoltarle. A quanto pare, tutti i principi, o meglio, tutti i nuovi re, volevano incontrarsi per allenarsi assieme e passare un mattino conoscendosi meglio. Dalmor li odiava tutti per averlo fatto svegliare presto.

Dopo colazione si diressero nel cortile esterno dei venti, dove si erano dati appuntamento all’oscuro di Dalmor. Il cortile era molto simile ad un centro termale: pieno di vasche e piscine in marmo, vi erano terrazzamenti, un piccolo laghetto con un salice, panchine, divani, letti a quantità. Era il luogo meno adatto ad un allenamento che Dalmor avesse mai visto, ma doveva essere una sensazione meravigliosa passare un pomeriggio lì a riposare. Erano giunti quasi tutti; solo Hermans mancava all’appello, ma considerato che era al palazzo affianco, non avrebbe impiegato molto ad arrivare. Incredibile come, affiancato da Araya, Dalmor potesse arrivare in orario agli appuntamenti. Salutò gli altri con una stretta di mano e notò Kyrlai in vestiti comodi da allenamento. Con le braghe e camicia, portando i capelli legati, sembrava tutt’un’altra persona.
Chiacchierarono qualche minuto, osservando tutti come sarebbe stato più comodo spostarsi altrove; Trapsos offrì di andare nel suo cortile, che  era adibito apposta a combattimenti e allenamenti militari, ma Dalmor riuscì a convincere la maggior parte di loro ad uscire dal castello: avrebbero impiegato meno tempo, avrebbero avuto spazio in quantità e sarebbero stati all’aria aperta della Natura.
Passavano i minuti e Hermans non giungeva; Dalmor era abbastanza stufo di stare fermo a girarsi i pollici. “Va bene, vi attendo a tre chilometri da qui: usciti dal portone, andate sempre dritti. Inizio ad avviarmi lì.” Disse, e si avviò da solo verso l’uscita. L’unico debole tentativo di farlo restare fu di Araya, che si arrese ancor prima di cominciare.

Appena fu uscito dalle Sei Fortezze, una strana sensazione gli riempì l’animo. Stava per terminare la pace, e la guerra sarebbe scoppiata. E lui avrebbe rincontrato Syriel. Come avrebbe reagito? Cosa le avrebbe detto? Erano domande a cui non poteva in alcun modo rispondere.
Uldor lo attendeva non molto distante. Una macchia bianca nel brunastro della ghiaia e polvere che si stendeva poco oltre le mura esterne. Lo raggiunse e gli carezzò il collo peloso.
“Ehilà, bello. È da parecchio che non restiamo soli, eh?”
“Non sono il tuo cane che chiami ‘bello’, ma accetto che tu mi accarezzi.” Rispose accigliato, muovendo il capo a scatti verso Dalmor, apprezzando le carezze del giovane.
“Che ne diresti di una cavalcata?”
Il lupo lo guardò storto. “Non possiamo ancora. Sono troppo piccolo per reggere il tuo peso; quello di Araya lo reggerebbe anche un uccellino, ecco perché ho deciso di portarla al matrimonio.” Detto questo, si alzò e si mise a camminare in cerchio.
“Capisco.” Dalmor si sedette a terra. “Allora, mi aiuti ad allenarmi mentre non arrivano gli altri?”
“Volentieri.”
“Non farti prendere.” Uldor scattò via e Dalmor, alzandosi di scatto, gli corse dietro.

In realtà Hermans stava attendendo gli altri nel cortile dei fiumi, dall’altra parte del complesso; il disguido fu scoperto quando Taresta, stufa anch’ella di star senza far nulla, andò a cercarlo nel palazzo delle colline, chiedendo di lui. Toccava evidentemente a lei di andare a riprenderlo e decise di farsi accompagnare dalla guardia attraverso il palazzo, fino al cortile interno, tagliando la fortezza. Quando giunse nel cortile del suo palazzo, gli fece una bella ramanzina e lo trascinò via per le orecchie, mentre quello chiedeva insistentemente scusa.  Giunsero da Dalmor un’ora dopo che lui era corso dietro a Uldor. Lo aveva raggiunto, infine, rischiando un polmone (ma solo perché il lupo si era fatto raggiungere), ed erano passati ad allenamenti muscolari. Lo trovarono a torso nudo impegnato a fare flessioni a terra, mentre Uldor cercava in tutti i modi di dargli fastidio. Finì la serie e li salutò.
“Io direi che qui possiamo allenarci e parlare liberamente.” Disse, alzandosi e asciugandosi il sudore. –Assentirono tutti e iniziarono a scaldarsi, chiacchierando amichevolmente, mentre Dalmor si rinfrescava ad un ruscello poco lontano. Sapeva che era lì, non sceglieva a caso i luoghi in cui allenarsi.
Presto si formarono delle coppie di allenamento: Araya e Taresta, che avevano già lottato la notte precedente, continuarono a duellare in coppia. Trapsos volle sfidare Dalmor con la spada, e Hermans duellò con pugnali e spade corte contro Kyrlai. Dalmor era rimasto abbastanza soddisfatto del duello con il padre, altrettanto si poteva dire di quello con Blostgas. Ma, a quanto ne sapeva lui, i migliori spadaccini del continente erano terminati, e infatti Trapsos lo divertì per i primi due secondi, prima di buttarlo a terra la prima di una lunga serie di volte. Il re delle pianure non se la cavava male, era semplicemente troppo goffo per poter sperare di avere qualche chance.
Gli altri scontri erano più alla pari; Taresta e Araya erano in continuo testa a testa, mentre Hermans faticava contro Kyrlai. Non sapeva come comportarsi contro una donna, e Dalmor venne in suo aiuto scambiandosi di posto con lui. Non aveva una spada corta con sé, ma il suo pugnale era poco più piccolo della daga di Kyrlai. In complesso, Dalmor passò oltre dieci minuti a studiare la giovane, senza venirne a capo. Era agile, scaltra e aveva ottimi riflessi. Non capiva il suo modo di combattere, quando capì cosa c’era che non andava: Blostgas l’aveva allenata, probabilmente, e quindi il suo stile di combattimento era adatto ad una spada lunga. E per lei quella spada, probabilmente, non era molto leggera.
“Beh, maneggiare la spada corta come una spada lunga non è di certo la cosa più bella che io abbia visto. Ma di sicuro funziona bene.” Gli rivolse un sorriso soddisfatto: un po’ di divertimento, finalmente. Il sudore gli copriva tutto il viso, e Kyrlai era in difficoltà, oltre che per la differenza di fisico, per i suoi ormoni che impazzirono quando i suoi occhi si fermarono un secondo di troppo sul torace del giovane.
Ormai consapevole di come si sarebbe mossa, Dalmor attaccò. Colpo diretto, prevedibile; schivato, come esattamente si aspettava. Con la schivata era compreso un affondo nascosto, che sapeva esserci ma non dove, e lo trovò dal basso: vantaggio strategico. Bloccò con una mano la spada diretta al suo addome e, facendo leva, disarmò Kyrlai. Se non avesse avuto Ûd dentro di sé non lo avrebbe mai fatto. Mentre si muoveva così per disarmare la mano destra della giovane, con la sua destra, che impugnava il coltello lungo, lo diresse verso la sinistra di lei, in un clangore di pugnali. Ottimo. Quel che fece dopo sarebbe stata la morte della giovane, se avessero combattuto per la vita: con lo stallo nella sua mano destra, vi girò attorno, col tacco del piede che sfiorò il viso di Kyrlai, simulando un altro calcio e dando una debole ginocchiata al braccio della ragazza, che si disarmò immediatamente.
“Morte certa.” Le sorrise dall’alto e l’aiuto a rialzarsi. Lei lo guardava stranita: gli era bastato capire come si muoveva per anticipare tutte le sue mosse e vincere lo scontro.

“Moglie, permetti un duello?” Rivolse a Araya un sorriso affabile e ironico. Lei, in risposta, gli lanciò il coltello sul viso: sarebbe morto se non lo avesse schivato. Lui la guardò male.
“Beh, abbiamo già cominciato, no” Disse lei sorridendo, sfilando il pugnale di avorio e schizzando via di lato. Dalmor non si scompose minimamente a seguirla con lo sguardo, ma restò concentrato, cercando di seguirla con i suoni. Troppe interferenze, però, gli impedirono di farlo, e allora sfruttò i Furoi, sapendo quando e dove si trovava. Lei era agilissima, lui agile. Inutile attaccare: difesa e contrattacco era l’unica soluzione. Attese il primo attacco della giovane, lo parò e partì al contrattacco, ma si ritrovò con un pugnale puntato ai suoi testicoli.
“Scacco matto, marito.” Dalmor lasciò cadere il suo pugnale e alzò le mani. Tutt’attorno partirono gli applausi, e Dalmor fu sconfitto.
“Non sei poi così arduo da essere battuto.” Taresta gli sorrise porgendogli la sua spada lunga, Respiro di Morte. Non se lo fece ripetere, ma stavolta, la situazione era diversa: se aveva un avversario alla pari di Araya col pugnale contro, lui aveva la sua spada. La conosceva, la sentiva pulsare nel palmo della mano, era il suo braccio. Al primo attacco di Taresta colpì il pugnale, facendolo volare via, e mise in fallo la Regina dei Fiumi, ponendo fine allo scontro meno velocemente di quanto avesse fatto Araya con lui.

Passarono tutta la giornata ad allenarsi. I loro genitori vennero a salutarli nel corso della giornata, e qualcuno scambiò qualche colpo, ma tutti controvoglia, e li lasciarono da soli. Furono abbastanza premurosi da inviare loro del cibo per pranzo. Quando il sole calò, e il fresco finalmente li avvolse, erano esausti e soddisfatti. Si erano conosciuti e divertiti. Kyrlai, alla fine, si rivelò essere la vera sorpresa del gruppo per Dalmor: in uno scontro nessuno al mondo avrebbe vinto contro di lei, a parte lui. Il che lo rassicurava: ognuno di loro sapeva difendersi. Trapsos era un dio con la lancia, Hermans aveva una velocità di fuoco immane sia con l’arco che con la spada, e la sfruttava duellando con un sottilissimo fioretto, letale quanto leggero. Araya e Taresta erano le migliori col coltello, con la differenza che Taresta era una cacciatrice, abile anche con l’arco, mentre Araya aveva più caratteristiche da assassino puro, sapendo anche dove e come colpire per inibire i movimenti dell’avversario. Non c’era null’altro da dire se non che era davvero un bel gruppo con cui viaggiare. Si avviarono assieme verso le Sei Fortezze, ridendo e chiacchierando; Uldor li aveva lasciati ore prima e non si vedeva in giro, ma sarebbe stato felice dei loro progressi in socializzazione. Per chiudere bene la giornata, rimasero tutti ospiti di Kyrlai nel cortile dei venti,  buttandosi nelle vasche e rilassandosi. Lo stesso Blostgas si unì a loro, spogliandosi come tutti, senza alcun problema, ed infilandosi nell’acqua fresca delle vasche. La cena venne servita direttamente sui bordi di queste, così loro potevano restare seduti a mollo e mangiare. La serata fu piacevole, finché qualcuno non chiamò gli scacchi. Non giocava a scacchi da sobrio da troppo tempo, e questo voleva dire che avrebbe giocato un’altra volta a scacchi ubriachi. Si portò le mani al viso e accettò le conseguenze del suo essere, pronunciando, tristemente: “Non sarete mai null’altro che voi, quindi non punitevi mai, ma amatevi e imparate a diventare potenti.” Nessuno lo capì, e fu circondato da sguardi sorpresi un po’ ovunque.

Come sospettava, si risvegliò in condizioni disastrate. La situazione era sicuramente degenerata. Si guardò attorno e vide un ambiente familiare; percepì la luce attorno a lui, e capì di essere all’aperto. Si voltò supino, portandosi le mani al viso, e cercò di farsi forza. Non ci riuscì. Ritentò: di nuovo fallì. L’ultimo tentativo andò a buon fine e riuscì a mettersi seduto. La testa gli scoppiava. Capì dove si trovava: nel cortile dei Deserti. Era praticamente circondato di gatti, che riuscì a mettere a fuoco solo in quell’istante. Doveva raggiungere una fontana subito. Cercò di fare mente locale: vicino alla scala. Si alzò, barcollando pericolosamente, dirigendosi dove lui pensava che fosse la scala; in realtà, davanti aveva solo le mura interne. Ci sbatté contro e capì di aver sbagliato strada; si voltò ed arrancò fino alla fontana, sdraiandosi con la faccia sotto il flusso di acqua gelida. Dopo cinque minuti, era completamente sveglio. Era l’ultimo giorno che avrebbe passato alle Sei Fortezze, ed era ancora l’alba. Si alzò e corse verso il tetto. Non poteva andarsene prima di averlo fatto. Si diresse verso il tetto della torre interno e, una volta su, si calò i pantaloni (si accorse allora di non indossare maglia e mantello) e pisciò al centro del mondo. Ora poteva anche andare a morire.

Dalmor trascorse il suo ultimo giorno alle Sei Fortezze in compagnia di suo padre; tra loro c’era ancora attrito, ma cercavano entrambi di ignorare il problema per passare una giornata tranquilla. Per la prima volta da quando era arrivato al castello, non incontrò nessuno straniero, lontano anche da sua moglie, e restò tutto il giorno in casa a controllare carte geografiche e ricordare vecchi racconti. La biblioteca della Fortezza Nera era alla Fortezza Nera, e non poteva usufruire dell’immensa saggezza dei secoli passati. Gli premevano i testi lasciati da Dalmor I, i pochi in lingua umana che avesse scritto. Le leggende sugli dei le conosceva tutte a memoria, i culti delle varie religioni pure. C’era sempre un accordo tra tutte le religioni: gli dei avevano creato gli uomini dopo un’era di lotte e distruzione. Poi, ogni culto proseguiva per la sua strada, ma fino alla creazione degli uomini era tutti identici. La cosa lo aveva sempre affascinato, ma non aveva mai potuto approfondire la questione, viaggiando all’estero nei centri religiosi principali per studiare. Ma avere un dio dentro, sapere di averlo, ti fa capire che, magari, le religioni sono tutte stronzate.

“Pensavo di proseguire a Sud della strada, sarà meno rischioso che attraversarla poco prima di Zorqun.”
“Dalmor, non siete inseguiti da nessuno; e dubito che qualcuno sappia del vostro viaggio.”
“E allora perché non andiamo in pompa magna, se è come dici tu?”
“Perché è sempre meglio non fidarsi ed essere accorti.” Tildor si alzò e raccolse un’altra mappa dal tavolo. “Se passaste sotto i monti, avreste più cacciagione, più legname per gli accampamenti e più riparo, sia dai venti che da occhi indiscreti.”
“Che secondo te non esistono.”
“Almeno, non qui.”
“Va bene, facciamo come dici tu. Ma poi, giunti in prossimità di Zorqun, attraversiamo felici la strada?”
“Starà a voi decidere se farlo di giorno o di notte. Per vostra fortuna sarete vicini all’ingresso nel regno dei Monti, quindi in entrambi i casi avrete qualcuno sveglio nel raggio di dieci chilometri.”
“Ah beh, se qualcuno ci dovesse vedere da dieci chilometri allora è meglio tornare indietro.”
“Dalmor, sii serio, per favore.”
“Non mi pare il caso, almeno non oggi. Attraverseremo la strada, supereremo il confine, procederemo nel regno dei Fiumi. È confermata la sosta a Torre Oscura?”
“Vi sarà obbligatoria, temo. Se tutto va bene, le scorte di materiale vi basteranno, altrimenti sarà anche probabile che restiate a corto di corde, stracci e altre cose utili. E penso che a più di qualcuno servirà una pausa, giunti a quel punto.”
“Evidentemente dovrò anche adattarmi ai miei compagni.”
“Dalmor, sono re i tuoi compagni. Che coraggiosamente ti accompagnano verso la morte.”
“Ho una domanda, però. Adesso che so i tuoi veri programmi, ovvero che devo andare da Syriel per controllare Ûd, dopo cosa dovrei fare?”
“Cosa intendi dire?”
“Non sappiamo come andrà il mio incontro col dio; supponiamo vada bene, io riesca a controllarlo, quando tempo impiegherei per farlo? E poi, una volta ottenuto quel potere, cosa ci dice che io non impazzisca? Che non decida di fare di testa mia e filarmene diritto verso Arat Vanur lasciando indietro i miei compagni?”
“Mi fido di te, altrimenti non ti avrei mai passato la corona o dato il permesso per andare.”
Dalmor restò un attimo in silenzio; la risposta, si accorse, era adeguata al contesto.
“Resta la domanda: se qualcosa dovesse andare storto, come ci comportiamo?”
“Uldor sarà con voi per consigliarvi al meglio.”
“Papà dannazione, Uldor sarà pure trenta volte più intelligente di tutti noi ma immagina per un istante la situazione: ci troviamo nel bel mezzo del nulla, con eserciti in vista, sapendo di essere stati scoperti. Sai cosa direbbe Uldor?”
“Sentiamo.”
“State uniti e non combattete, ce la caveremo.”
“E cosa ti dice che dirà proprio queste parole?”
“Perché è saggio, e saggio significa prudente, almeno fino a quando non si presenta l’occasione. Ecco il punto: lui attenderà l’occasione. Non agirà prima del momento propizio.”
“E non mi sembra un modo di comportarsi così eccessivamente scellerato, direi.” Tildor tirò fuori la pipa e iniziò a riempirla di tabacco.
“Non sto dicendo questo. Ti sto proponendo qualcosa di più folle di quanto non abbiamo e non stiamo già facendo.”
“Parla.”
“Lascia che vada da solo.”
“Non esiste.” Tildor si alzò e lo guardò, iniziando a camminare per il solarium.
“Non intendevo partire da solo da qui. Lascia che, una volta che io sia stato da Syriel vada da solo per la mia strada.”
“Loro hanno giurato di proteggerti e accompagnarti fino alla morte.”
“Ma sappiamo entrambi che sarebbe impossibile. Ragioniamo: se, come fossimo adesso arriveremmo ad Arat Vanur, senza che io acquisisca alcun potere, può anche darsi che sarebbero in grado di proteggermi e accompagnarmi. Ma se io acquisirò quei poteri, e li farò miei, perché è per questo che sono cresciuto e non fallirò di certo, mi sarebbero solo di intralcio. E allora, alla prima occasione propizia, io andrei via, per la mia strada, mentre loro potranno tornare qui, con le loro famiglie e combattere la guerra che possono combattere.”
Tildor restò in silenzio. Continuava a fumare e passeggiare, pensieroso.
“Non hai tutti i torti, Dalmor; e non so cosa risponderti. Effettivamente, troppe cose nel nostro piano non hanno alcun senso, ma non ce ne siamo mai interessati, perché il nostro obiettivo era solo fare fronte comune contro il nemico. Essenzialmente, saresti potuto partire da solo contro il Rosso Re all’oscuro degli altri regnanti e tentare di porre fine alla questione subito.”
“Spiegami, adesso, perché hai deciso per questo piano, allora.”
“È tutto molto semplice. Il Nord avrebbe colto impreparati tutti: Venti e Colline avrebbero scatenato un’altra guerra per quello stupido promontorio e sarebbero stati spazzati come polvere. Noi saremmo stati circondati, ci saremmo barricati nei nostri Monti e avremmo ignorato il mondo esterno. I Deserti avrebbero ripiegato sull’altopiano, pur sapendo che presto sarebbe giunta la loro fine, senza però arrendersi; la stessa cosa vale per gli ultimi due rimasti: avrebbero combattuto, avrebbero perso e sarebbero spariti dalla faccia della Terra. In un anno o due l’esagono sarebbe finito sotto il dominio del Nord e, anche qualora tu fosti riuscito a sconfiggere Azhamor, probabilmente non saresti riuscito a liberare tutti i territori sotto il dominio del Nord: un re non è il suo stato, morto un re se ne fa un altro.”
“Sto ascoltando.”
“Bene. Ecco che entra in gioco la mia idea: fronte comune, a cui anche i Monti parteciperanno, evitando di nascondersi nelle nostre case. E se va male, ci nasconderemo lo stesso. Perché andrà male, ma il nemico dovrà perdere più tempo se dovrà affrontare un esercito preparato all’invasione e molto più numeroso. Tu avrai più tempo per il tuo scopo, che non sappiamo quanto tempo impiegherà, e noi cercheremo di resistere il più possibile. Ma non è questo il punto.”
“Immagino che mi tirerai fuori la mossa politica del secolo.”
“Del millennio, forse. Finito il tuo lavoro, sconfitto il nemico, tu resterai al Nord, cercando di fermare l’egemonia del Rosso Sire prima che funzionari dei Monti arrivino a porre sotto controllo la situazione.”
“Eh sì, come se non fosse difficile controllare un intero regno da solo circondato da nemici.”
“Sono stati settecento anni sotto il dominio del terrore di un dio, cambierà dio ma non cambierà il terrore. Almeno fin quando non arriverà la cavalleria a portare un po’ di serenità a quei popoli.”
“È un piano immensamente campato in aria. Non sappiamo qual è la situazione nel Nord, ne se riuscirò nel mio intento, ne se voi riuscirete a non perdere la guerra… quante probabilità ci sono che vada tutto liscio come tu speri?”
“Non penso ce ne siano.”
“E allora perché hai tirato fuori questo piano geniale con zero possibilità di riuscita?”
“Perché i grandi Re si riconoscono dalla capacità di fare stronzate immani e scrivere la storia.”
“Preferisco non commentare.” Dalmor si alzò e uscì dagli alloggi del padre, bisognoso di una boccata d’aria.

Araya gli tenne compagnia all’alba della Luna. Si trovavano sul tetto della fortezza, ignari addirittura del castello su cui poggiavano i piedi. Restarono seduti, rivolti a Oriente, a guardare l’astro luminoso alzarsi nel cielo sereno; la Luna era quasi piena, con uno spicchio oscurato.
“Chissà come mai la Luna segue un ciclo casuale.”
“Girano tante leggende a riguardo. Ti prometto che, se torneremo vivi da quest’impresa, te le racconterò.” Dalmor sorrise e la baciò.
Cenarono velocemente negli appartamenti del giovane, per poi coricarsi presto. Dalmor preparò il bagaglio e i vestiti su una poltroncina, per evitare di far tardi il giorno seguente.

Araya lo svegliò quando l’alba era ancora lontana, per poi andarsene immediatamente, diretta al castello dei Deserti. Stavolta, Dalmor non fece storia e si dimostrò attivo fin da subito. Dopo un breve bagno recuperò i suoi vestiti, lavati in acqua fredda, e il suo bagaglio; questo era un leggero zaino contenente corda, esche varie, qualche erba medica e una coperta di lana, se avesse dovuto essergli utile. La maggior parte dei loro bagagli sarebbe stata caricata sui cavalli; si allacciò la sua spada, Respiro di Morte, dietro la schiena, indossò il mantello e fu pronto. Raccolse la spada reale e si diresse verso gli alloggi di suo padre.
Tildor lo attendeva già sveglio, fumando pensieroso su una poltrona; forse non aveva neanche dormito.
“Non porterò Artiglio di Luna con me. Penso sia meglio che resti qui.” Esordì come se non avessero interrotto il discorso del giorno prima. “La appoggio qui.” Posò la spada sul tavolo grande del salotto e si voltò verso il padre. Gli sembrava invecchiato di colpo.
“Infine, giunse il giorno.” Tildor posò la pipa e si alzò. “Non verremo a salutarvi, evitiamo addii strappalacrime e altre perdite di tempo. Partirete in totale incognito nella notte, con la benedizione e le speranze di tutto l’esagono.”
Dalmor abbassò lo sguardo. “Non voglio che questo sia un addio, ma probabilmente lo sarà.”
“Sono fiero di essere stato tuo padre.”
“Non diciamo stronzate, adesso.” Risero entrambi. “Non ti perdonerò mai, ne mai ti ringrazierò abbastanza. Cioè, voglio dire, hai fatto tanti di quei casini che…” Si interruppe prima che gli sgorgassero le lacrime, trattenendole.
Tildor sorrise, senza nascondere le sue. “Vieni qui.” Si avvicinarono e si abbracciarono. “Tieni, so che l’hai dimenticata.” Gli porse la sua pipa e una piccola scorta di tabacco.
Dalmor sorrise e si avviò verso l’uscita. Poi si fermò. “State attenti, da queste parti. Mi fido di voi, ma non abbastanza da dirvi che avete la vittoria a portata di mano.”
Tildor sorrise e guardò il figlio andarsene, restando qualche minuto a fissare la porta chiusa.

Dalmor scese giù nel cortile, dopo aver mangiato qualcosa al volo nelle cucine, ad attendere gli altri. La Luna era tramontata e il cielo stava diventando blu a Oriente, ma lui non poteva vederlo, impegnato a guardare solo a Ovest, dove la notte era ancora illuminata dalle stelle. Uldor lo raggiunse dopo qualche minuto, sbucando dalle mura di confine. Si sedettero davanti al portone, affiancati e in silenzio. Dalmor si sentiva un macigno sullo stomaco.

Alla spicciolata arrivarono tutti, da soli, con piccoli bagagli. Quando mancava solo Kyrlai, Dalmor andò alle stalle, tornandone accompagnato da sei cavalli già pronti per il viaggio. Per rendere il viaggio più veloce era stato diviso il carico equamente, tenendo conto anche del peso dei cavalieri: il cavallo di Trapsos era il più leggero, ma avrebbe portato il più pesante tra loro, pareggiando il carico con gli altri. Quanto tutti furono finalmente giunti, ci fu un momento di silenzio generale, in cui tutti si scambiarono occhiate senza parlare.
“Saliamo a cavallo e partiamo.” Dalmor parlò tenendo lo sguardo fisso sul portone d’uscita. Lentamente, evitando fontane e panchine, si avviarono all’uscita. Uldor si pose immediatamente in testa al gruppo.
“Non voltatevi.” Riprese Dalmor, senza guardare indietro. Appena furono vicini alla galleria d’uscita, Uldor accelerò, guidando l’andatura. Tutti lo seguirono in silenzio, sforzandosi di non voltarsi. Mentre la terra correva sotto di lui, Dalmor pensò un momento che era considerato male auspicio partire senza Luna nel cielo, ma le mura esterne iniziarono ad allargarsi ai suoi lati e la sua mente si vuotò. Partirono dalle Sei Fortezze, e Dalmor non le avrebbe mai più riviste.

 

 

 

 

 

 

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