Capitolo VIII – Il mito di Kar Gherod Ûn

In un’epoca remota, oltre la memoria dell’uomo, quando ancora gli dei vagavano al fianco degli uomini sulla Terra, viveva nella città di Jurga un Re potente e amato dal suo popolo, Gher Marton Ûn, il cui nome significava ‘Gher, figlio di Marton il Re’. Il Re un giorno andò dall’oracolo di Bûr, in cima al monte Acco sull’isola di Balaj, per conoscere il futuro che il dio protettore della città riservava per lui e per la sua stirpe, ma ne discese piangendo: l’oracolo predisse che il suo primogenito sarebbe stato l’ultimo uomo della sua stirpe e avrebbe causato la distruzione di Jurga. Scese piangendo dal monte perché amava il suo figlioletto, Kar Gherod Ûn, e già sapeva in cuor suo di non avere la forza ne il potere di opporsi al fato e alla voce degli dei. Tuttavia a nessuno parlò della profezia, e il piccolo crebbe forte e bello.

Tuttavia, col passare degli anni e l’accrescersi della forza del figlio, il padre iniziò a temere per il suo popolo e la sua città, e, quando il giovane ebbe raggiunto i vent’anni, col cuore stretto lo inviò al santuario del dio Bûr, che si trovava nascosto in un dedalo di grotte alle pendici del monte Acco, inaccessibile agli uomini a meno che non fosse il dio stesso a mostrar loro la via.
“Quando eri in fasce mi fu predetto che tu saresti diventato un messagero di Bûr. A malincuore e colmo di dolore ti invio, mio unico figlio, al tuo destino.” Gli disse, abbracciandolo. “Ora va, e adempi al tuo fato, con la benedizione del tuo re e del tuo popolo.” E Kar Gherod Ûn obbedì agli ordini e partì, abbandonando la sua famiglia e la sua amata Kaishe pregna, ignaro sia della menzogna che della sua prole.

Il re pensò di aver fatto il suo dovere per difendere l’umanità, condannando però il suo unico figlio a morire negli anfratti della terra; due mesi dopo la sua partenza, distrutto dal dolore, si avvelenò, e la città rimase senza re e con l’erede lontano, verso un destino ignoto. A Gher Marton Ûn successe suo nipote, come nuovo re, e perseguitò la famiglia del suo defunto zio e bandì Kar Gherod Ûn da Jurga, affinché nessuno potesse togliere il trono dalle mani della sua famiglia.

Kar Gherod Ûn, superate le praterie che dividevano la città dal mare, si imbarcò verso il lungo viaggio e giunse, due stagioni dopo, all’isola di Balaj, entrando nella grotta che dava accesso alle pendici del monte, alla ricerca del nascosto santuario. Dieci giorni e dieci notti trascorse solo, nel buio delle grotte, vagando senza meta sperdutamente, tuttavia con la certezza nel cuore che il dio stesso sarebbe arrivato a mostrargli la via, sicuro che quello fosse il suo destino. E Bûr stesso vegliava su di lui, giacché anche quello era il suo destino, e quando l’ultimo barlume di speranza abbandonò il giovane, a lui si mostrò nel buio, come forma umana tra le fiamme.
“Sii lieto, coraggioso Kar Gherod Ûn, che la tua vita nelle tenebre termina qui. Da oggi e per tutta la vita, il fuoco brillerà nel tuo spirito, e mai più ci sarà oscurità sul tuo cammino.” Gli disse, tra lo sfrigolio delle fiamme che erano il suo stesso spirito.
“Oh grandioso spirito infuocato!” Kar Gherod Ûn si inginocchiò davanti al suo dio, ringraziandolo del dono del fuoco. “Se son degno di condividere il potere del tuo spirito, ti supplico, fammi tuo messaggero!” Gli disse.
“Messaggero?” Il dio fu sorpreso dalla richiesta, e ritirò le fiamme, presentandosi adesso a lui in sembianze umane, con la pelle nera e bruciata. “No, giovane, non sarai il mio messaggero. Tu sarai il mio profeta in terra, e porterai luce dove c’è oscurità, caldo dove c’è il gelo, e calore dove regna l’infima freddezza. Non un monaco tu sarai, ma il mio luogotenente, e la mia volontà spargerai. Giacché tuo padre ti mentì, e una profezia sbagliata ti ha riportato; ma non sarò io a dirtela per intero, il tuo futuro lo scoprirai da te.”
Kar Gherod Ûn restò sbigottito davanti alle parole del dio, e lo seguì per i successivi dieci anni umani lungo i suoi viaggi, crescendo nello spirito e nel corpo: la sua pelle divenne bruciata e dura come l’acciaio, e poteva controllare le fiamme e il fuoco come preferiva.

Ma dopo dieci anni, pur essendo asceso a divinità, ricordando il suo lignaggio umano disse: “Mio padrone e maestro, tanto e a lungo ho imparato in questi dieci anni, e sicuro mio padre teme per il mio destino, se non già ha perduto la speranza di vedermi di nuovo vivo prima che egli trapassi. Te ne prego, permettimi di tornare da lui per riferirgli di aver assolto al mio dovere, e per chiarirmi sulla profezia che mi riguarda.”
Il dio lo guardò profondamente. “Non sta a me dividere un figlio dal desiderio di congiungersi e appacificarsi al padre. Va, torna da lui col mio spirito nel tuo, ma ascolta attentamente: non rimaner deluso da ciò che vedrai, e non mai dimenticare ciò che sei diventato, giacché l’uomo in te ormai non c’è più, e non lasciare che il fuoco che in te divampa si spenga.” E dette queste parole, lo lasciò libero di tornare a Jurga.

Ma la città era cambiata in dieci anni, e non più a Bûr andavano le preghiere e i doni degli abitanti, ma alla dea sovrana Kog’Tar, che regna sulla terra da tempo immemore. E ai fuochi eterni accesi sugli altari, che erano sparsi per tutta la città, si erano sostituiti gli altari della oscura dea, in cui la luce non penetrava in alcun modo e il dolore vi regnava. Sulla città regnava Os Okudon Ûn, nipote del defunto re Gher Marton Ûn, la cui tomba non più era in città ne da altre parti sulla terra, ché venne distrutta e la sua memoria spezzata.

Kar Gherod Ûn tornò alla sua terra natia all’alba della primavera, giungendo dalle spiagge, ma nessuno lo accolse alle porte della città, e si stupì di trovarle ancora chiuse, col Sole già alto nel cielo.
“Aprite! Aprite le porte all’erede al trono, Kar Gherod Ûn è tornato dal suo viaggio!” Urlò davanti ai portoni, battendo tremendamente forte coi pugni e facendo tremare i cardini. “Aprite!” Continuò a urlare, e la sua voce come un’eco volò per tutta la città, giungendo alle orecchie del re.
“Andate via, pazzo straniero!” Gli venne risposto dalle mura. “Gli eredi al trono riposano tutti nel palazzo del re, e voi non siete fra questi!” E a seguire gli vennero lanciate pietre e frecce infuocate.
Kar Gherod Ûn immediatamente capì della tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia e l’ira lo pervase, trasformandolo in una bestia di fuoco e rabbia, come aveva imparato nel suo viaggio col dio Bûr, e si abbatté sui portoni della città, distruggendoli in mille pezzi e alzando una densa coltre di fumo e polvere.
Le trombe e le campane d’allarme leste risuonarono in ogni vicolo della città, e davanti alle porte si ammassarono guardie e soldati, pronte ad uccidere la bestia che aveva osato invadere la loro città. Ma lui non voleva uccidere i suoi concittadini, e non aveva sete di sangue, ma solo di verità, e si incamminò lentamente al centro del cerchio di lance e scudi che si era stretto attorno a lui.
“Ascoltate, gente di Jurga!” Urlò, in modo che chiunque potesse ascoltarlo. “Io sono Kar Gherod Ûn, figlio di Gher Marton Ûn, che regnava qui dieci anni orsono, quando io partii per adempiere al mio destino. Guardate! Guardatemi tutti, giacché il profeta di Bûr sono diventato, e il nostro dio a lungo mi ha fatto da padre e maestro, insegnandomi le vie dello spirito. Vengo qui non in guerra, ma in cerca di risposte: dov’è mio padre? E dove la mia amata Kaishe?” Guardò attorno a sé gli sguardi titubanti dei soldati e percepì nei loro spiriti inquietudine, incertezza. “Solo alla mia famiglia voglio ricongiungermi, e a nessuno voglio fare del male.” Alzò le mani e si girò diverse volte, spegnendo le fiamme che lo cingevano e mostrandosi col suo corpo di profeta, cercando fiducia.
“Solo un pazzo potrebbe raccontare una bugia simile e pretendere che tutti gli credano!” Una voce riecheggiò dalle spalle dei soldati, e spuntò il re in uniforme da battaglia, con tanto di elmo dall’alto pennacchio e armatura d’oro. “Tutti sanno che colui con cui ti scambi è morto anni fa, nei dedali e nei cunicoli verso il santuario di Bûr! Non arrivò mai al monastero, e la certezza dei messaggeri del dio abbiamo ricevuto. Fuggi! Fuggi, se non vuoi incontrare su questa terra la tua fine!”
Kar Gherod Ûn riconobbe negli occhi e nello spirito del re il suo compagno di infanzia e suo cugino, ma non riusciva a leggere nel suo spirito, che si mostrava oscuro e senza luce. “Dov’è la tomba del defunto re? Non riesco a percepire il suo luogo di culto in questa città, e me ne rammarico, giacché volevo portare l’estremo saluto a mio padre, affinché la sua permanenza nelle stanze di Kog’Tar sia serena e breve.”
Il re rise. “E perché dovremmo noi mostrare a uno sconosciuto le tombe dei nostri re? Stai giocando con la mia pazienza, barbaro! Va via se non vuoi morire!”
Kar Gherod Ûn si passò una mano sul viso e cancellò gli effetti dello spirito infuocato di Bûr, e il suo viso riprese le sembianze umane che aveva anni prima, il giorno della sua partenza. “Guardate chi sono, e chi viene a chiedervi risposte!” Urlò poi alla città. “Kar Gherod Ûn io sono, vivo e vegeto! Mai arrivai al santuario del dio, è vero, ma questo accadde perché fu lo stesso dio a prendermi e guidarmi per strade che agli uomini sono nascoste, insegnandomi le vie dello spirito e del fuoco. E io anche erede al trono sarei, e potrei reclamarlo se volessi, ma non ho più interesse nel mio fato umano, che ho abbandonato anni fa ascendendo a divinità! Mi credete ora, gente di Jurga?”
Negli spiriti degli astanti crebbe l’incertezza, e molti soldati, riconoscendo il suo viso, calarono le armi, dubbiosi e incerti. Nel cuore di molti ancora splendeva il fuoco di Bûr, ma molti lo avevano oscurato, e lui non riusciva a penetrare le ombre del dolore così profondamente. Ma il re scoppiò a ridere, e accennò un applauso sarcastico. “Ma bene, oltre che bugiardo anche ingannatore!” Disse, additandolo. “Non più una parola accetterò da te, tanto più che sei un seguace del culto di Bûr, vietato nella città sacra dedicata alla regina della terra! Jurga è uscita dall’illusione del fuoco ed ha abbracciato l’eternità delle tenebre, l’unico vero potere immortale!” E sguainando la spada si diresse verso il suo perduto cugino, con l’intento di ucciderlo.
Kar Gherod Ûn abbandonò l’idea della pace e accettò la sfida: sapeva che nessun mortale avrebbe potuto ucciderlo, e andò incontro al suo nemico a mani nude. Ma sottovalutò il re, e la spada di questo, e il primo affondo oltrepassò la sua spessa pelle dura come l’acciaio, e entrò nelle sue carni; ma ancor più sconvolgente fu che venne colpito anche nello spirito, e nessun umano poteva colpire così a fondo. Accusò il colpo e volò indietro, per riprendere la guardia.
“Chi sei, ora, Os? Cosa sei divenuto, cugino?” Gli disse, passandosi una mano sulla ferita e guarendola.
“Stolto!” Un lampo, che tradiva un sorriso beffardo, comparve nell’elmo del re. “Non puoi vincere il potere eterno!” E tornò alla carica, sprigionando buio e oscurità dalla sua spada.
Kar Gherod Ûn indietreggiò e richiamò dal suo spirito la sua spada di fuoco, parando il colpo. Un’esplosione di fuoco e buio si sprigionò quando le due armi si scontrarono, e chiunque vi era intorno morì tra gli atroci dolori del fuoco e del buio eterno, e un’ampia parte della città venne distrutta dal solo toccarsi di due spade divine.
“Non ero venuto qui per uccidere, tantomeno mio cugino, ma adesso che tante vite sono state spezzate, io ti ucciderò, usurpatore!” Urlò Kar Gherod Ûn, lasciando che l’ira lo permeasse nuovamente e andando all’attacco; il colpo andò a segno e ferì profondamente lo spirito del suo avversario, da cui etere nero ed oscuro ne volò in tutte le direzioni, sporcando le sue sacre fiamme.
“La tua ira sarà la tua fine” disse il re, arrancando per la ferita. “Come potrai resistere al dolore eterno, maledetto invasore?” Disse, mentre l’etere sul corpo di Kar Gherod Ûn iniziò a penetrare nel suo spirito, sprigionando dolore in uno spirito dominato dalla luce e dal fuoco, indebolendolo e corrompendolo.
“La tua magia nera non riuscirà a vincere il potere del dio Bûr!” Urlò Kar Gherod Ûn, caricando l’ultimo fendente: lo spirito del suo avversario venne spezzato, il suo corpo irrimediabilmente danneggiato, e lui vinse. Lo spirito del re si contorse davanti ai suoi occhi, per poi esplodere: un’onda di nero buio, denso di dolore, si espanse alla velocità della luce, inglobando tutta Jurga e anche oltre, e qualunque uomo venisse colpito impazziva tra mille lamenti, soffrendo il dolore dell’eternità della terra.
Kar Gherod Ûn osservò sbigottito ciò che avvenne, e il suo spirito incredulo si trovò al centro dell’esplosione, travolto dal dolore. E ne venne per sempre corrotto, pur resistendogli senza morire, e osservò tremante il corpo del re lentamente accasciarsi a terra, con l’ultimo filo di vita che restava aggrappato alle sue carni.
“Vieni…” un esile sibilo uscì dalle sue labbra, e Kar Gherod Ûn si avvicinò al re morente. “Io… Ti vedo…” lo guardò negli occhi con un sorriso beffardo, ma Kar Gherod Ûn non riuscì a vedere altro che vuoto attraverso le sue iridi. “Lei… Giù nel… Palazzo…” E morì, davanti a lui, con gli occhi aperti su un pozzo senza fondo chiamato dolore, e un sorriso beffardo che dominava sulla vita umana, come la Natura stessa ride quando l’uomo si affligge per il suo fato.

Kar Gherod Ûn, con lo spirito scosso e tremante, in cui le fiamme sacre di Bûr lottavano contro le oscurità impenetrabili, aveva gli occhi sbarrati mentre si guardava attorno: la città era pervasa da un’oscurità strana, il sole si vedeva sfocato, e lui vedeva tutto ammantato di nero, riuscendo però a scorgere i contorni del paesaggio urbano. E in questo quadro d’orrore e dolore, gli abitanti della città urlavano, e si dimenavano, e i più si uccidevano: chi si squarciava il ventre con armi e lame, chi si buttò dai tetti o giù nei pozzi, chi si appese per il collo; tutt’attorno a lui il dolore regnava, e nessuno riusciva a resistere, preferendo la morte a quel destino infausto. E lui stesso nel suo cuore sapeva di dover andar via da lì, se voleva sperare di salvare il suo spirito, ma le ultime parole del re lo avevano colpito, e si diresse volando verso il palazzo.

Quando arrivò, tutti in città erano morti, e il suo spirito iniziò a tremare per ciò che stava andando a trovare, pur senza poter fermare la curiosità umana. E entrò nel palazzo che fu la sua casa, e scese ai sotterranei, senza degnar d’uno sguardo il trono, per il quale aveva distrutto la città intera. Nei cunicoli non c’era luce ed erano anch’essi pregni dell’etere oscuro sprigionato dal defunto re, ma lui riusciva a vedere i contorni e i lineamenti di tutto; e vide guardie, servi e prigionieri morti, suicidi. Ma avvertiva, nel dolore e nella morte, una luce di vita, e si diresse speranzoso verso di essa, ignorando  mura e costrutti umani; e non si accorse di star scendendo giù, profondamente nella terra, entrando dal soffitto in una vasta stanza vuota, dove al centro, legato e costretto a funi, bastoni e catene c’era un corpo umano, mentre tutt’intorno regnava una puzza di marcio, sul pavimento sangue rappreso di anni e anni e resti umani. E col cuore tremante si avvicinò al quel corpo corrotto, e si accorse che era ancora vivo, ed era colei che una volta aveva amato: ma di lei nulla c’era più, la carne maciullata da anni di torture, lo spirito spezzato da anni di dolore, eppure viveva ancora, e la sua vita reclamava la sua presenza tramite lamenti pietosi e terrificanti.
“Kaishe…” Disse Kar Gherod Ûn, mentre le lacrime sgorgavano dai suoi occhi.
Lei lo sentì e si volse lentamente verso di lui, non riuscendo ad alzare il viso per guardarlo; lui si avvicinò e glielo prese per le mani guardandola negli occhi, e sperò per un momento di non averlo mai fatto: I suoi occhi verdi erano spenti, e riversò in lui tutto il dolore sofferto in tanti anni, tutte le torture subite, gli stupri accusati, e lui comprese di trovarsi nella gabbia di un mostro, di camminare tra resti di bambini mai vissuti, di respirare aria maledetta. E il suo spirito, che lottava ancora tra il fuoco e il dolore, venne sopraffatto dall’oscurità, mentre lei, lentamente, moriva.
“Io…” Un filo di voce uscì dalle sue labbra; la sua voce non era più umana. “Ti… odio…” Dagli occhi di Kar Gherod Ûn  iniziò a sgorgare un fiume di lacrime, alternate dai singhiozzi, senza interruzione. Restò lì, nel buio e nel regno del dolore, tanto tempo da perdere contatto col mondo esterno, abbracciando quella che una volta era la donna che amava e che ora era diventata un guscio pieno di sofferenza senza che la luce potesse più entrarvi. Restò lì, piangendo e abbracciandola, per un tempo che gli parve infinito. Con gli spiriti legati, lui provò a riportarla indietro, a riprendersi la sua amata, ma l’unico risultato che ottenne fu quello di scivolare lui stesso verso il baratro da cui non c’è più ritorno, trascinato dal dolore di lei, senza poter fare nulla che potesse salvarli entrambi. Era il dolore a tenerla in vita, il rancore a dominare i suoi pensieri, la speranza di morire e porre fine a una vita indegna e ingiusta l’unico barlume nella tetraggine più assoluta. Ma ora che lui era lì, lei poteva lasciarsi finalmente andare, e completare il destino infame che li legava.
“Che tu…” Kaishe proferì le sue ultime parole, mentre lui, ancora in lacrime, non riusciva a guardarla negli occhi. “.. possa non… trovare mai…”
“No, no, Kaishe, no!” Lui singhiozzò e pianse. “Non lasciare che lui vinca! No!” Un urlo disperato riempì i sotterranei del palazzo, mentre la parola ‘pace’, roca, fuori luogo e incredibilmente forte, usciva dalle labbra della donna, che esulò finalmente l’ultimo respiro, andando a riposare nelle stanza di Kog’Tar, dove la dolce dea sovrana avrebbe guarito tutte le sue pene e il suo dolore, prima che il suo spirito potesse lasciare in pace la terra mortale e tornare all’unica fonte.

Con la maledizione della sua amata il fato di Kar Gherod Ûn gli fu chiaro: egli non era destinato ad essere un profeta divino, a portare la parola del fuoco tra gli uomini, bensì a soffrire, e a portarsi dietro il dolore di una città intera, di anni di tenebra e pene, senza trovare mai pace in terra e oltre.

La coltre di dolore sprigionata dalla morte del re si dissipò quando il suo amuleto, lo spirito di una donna innocente, la cui unica colpa era stata amare, abbandonò le terre degli uomini; e il sole tornò a risplendere sulla città, mostrando gli effetti mostruosi della pazzia del dolore: l’intera città era morta suicida, e quando Kar Gherod Ûn tornò alla luce del sole aveva come unico desiderio la morte, pur sapendo che non l’avrebbe mai guadagnata.

Sulla torre più alta del palazzo il dio Bûr osservava il suo profeta uscire dalle segrete del palazzo, e guardò disgustato le fiamme del suo spirito spente per sempre, al loro posto solo buio e dolore, uno spirito vuoto e schiavo, che non più poteva crescere e abbellire la terra, ma solo rovinarla e guastarla. E si rammaricò di averlo lasciato andare incontro a quella infausta sorte, colpevole di sapere cosa sarebbe potuto accadere, colpevole di superbia, credendo che il fuoco avrebbe sconfitto il potere più devastante e forte della Natura. Ma quando avvertì giungere nella città lo spirito della sua sorella e sovrana, terribilmente ferito, il suo fuoco vacillò e si abbassò, e decise di non fuggire, ma attendere la sua colpa.

Kog’Tar, sovrana della terra, lo raggiunse sul palazzo, piangendo lacrime nere da tutto il suo corpo, ormai ricoperto del suo etere, fino a farlo gocciolare sulla terra mortale. E quando una goccia del suo spirito toccava il terreno, tutto il dolore nei dintorni veniva raccolto e lei lo accoglieva nel suo spirito, guarendo la terra. Ma lei soffriva, provava le stesse pene e gli stessi dolori che la terra aveva provato, e le sue lacrime si fecero più fitte, mentre stava davanti a suo fratello, nuda nel dolore, tremante sotto il sole.
“Sorellina mia, ti supplico perdonami!” Bûr si inginocchiò davanti a lei, nascondendo il suo volto nel suo ventre. “Ti prego, non soffrire! Lascia che sia io a gravarmi di questo peso e di questo dolore, ché di nessun altro è colpa, se non mia, questa devastazione e questa distruzione! Non soffrire per colpa mia, non farti carico di questo peso!” Bûr pianse lacrime rosse, e provò a sostenerla mentre lei si faceva carico di tutto il dolore che in tanti anni aveva torturato Jurga.
Kog’Tar continuò a piangere senza proferir parola, ma abbracciò il fratello e lo guardò negli occhi; e quando i loro occhi si incontrarono, lui cadde nel sonno profondo che solo lei può donare agli spiriti immortali, dove non c’è pena e non c’è dolore. E mentre lui sprofondava nel sonno, lei, continuando a piangere, curò il terreno dal dolore immortale che l’aveva permeata, facendosene carico, e lo bandì al passaggio degli uomini, affinché mai più sarebbe accaduto che uno spirito umano venisse corrotto da quel potere infausto e infame che nulla vuole se non il dolore altrui, come era accaduto col defunto re Os Okudon Ûn. E raggiunse Kar Gherod Ûn, che stava in ginocchio sotto al sole, davanti al palazzo, e aveva finito le lacrime e la speranza, guardando la luce con gli occhi di chi vede solo il buio, guardando la città essere liberata dal dolore con gli occhi di chi non può più essere guarito. E neanche si accorse che Lei lo stava abbracciando, fino a quando i loro occhi non si incontrarono: e vide nei suoi occhi neri il dolore dell’universo intero, ma lontano e inoffensivo, capendo chi aveva davanti. E iniziò a piangere, incredulo di come un solo spirito potesse farsi carico di un simile dolore, mentre Lei lo guardava dentro, e osservava sconcertata il suo spirito spezzato e maledetto, che mai più sarebbe guarito, e questo le provocò più dolore di ogni altro di cui si era fatta carico in quella città, ché non c’è dolore peggiore di quello su cui Lei non aveva potere, ovvero il dolore puro della Natura stessa.

Lo prese per mano e lo guidò verso il suo regno, lontano dalle terre degli uomini mortali, mentre lui non più viveva. Era un fantoccio, schiavo del dolore, privo di volontà e di umanità, come lo era stata la sua amata prima di lui. E Kog’Tar lo accompagnò sulla cima della Dimora Piangente, così vicino allo spazio da quasi non essere più sulla Terra, e Lei lo baciò, liberandolo per sempre dalle sue catene mortali, e divenendo spirito immortale ed eterno. E mentre lui abbandonava le spoglie mortali, vide gli spiriti di suo padre e della sua amata, e di suo cugino e di tutta la città, riposare nelle stanze della sovrana, guarendo dal dolore sofferto, e la ringraziò con l’ultimo filo di voce rimasto.

Ma la maledizione pesava su di lui, e Lei non aveva alcun potere per spezzarla, ma lasciò che egli tornasse alla Natura stessa. Kar Gherod Ûn, lo spirito che nacque uomo e divenne solo dolore, puro dolore, ora vaga per l’eternità nello spirito della Natura, rincorrendo la pace che non raggiungerà mai, mentre la Terra porta ancora impresse le ferite del suo passaggio, e del triste destino che la Natura gli riservò, all’oscuro degli dei e degli uomini, per un puro capriccio del caso.

 

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